mercoledì 1 giugno 2011

Amici della Terra Italia: Perché due NO ai referendum sull’acqua


Il primo quesito: la “privatizzazione” recita:

«Volete Voi che sia abrogato l’art. 23-bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e finanza la perequazione tributaria”, convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n. 133, come modificato dall’art. 30, comma 26, della legge 23 luglio 2009, n. 99, recante “Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia”, e dall’art. 15 del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135, recante “Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi comunitari e per l’esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea”, convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n. 166, nel testo risultante a seguito della sentenza n. 325 del 2010 della Corte costituzionale?»

Nella sostanza si chiede di abrogare un lungo articolo sulle modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, con cui la cosiddetta “privatizzazione” dell’acqua ha ben poco a che fare. Infatti, lo stesso articolo ribadisce che, oltre all’acqua (che è e resta un bene pubblico), anche tutti gli impianti di trattamento (depuratori, fognature, tubazioni, impianti per rendere potabile l’acqua) sono e restano pubblici.

Dunque la legge riserva al settore pubblico la proprietà ed il governo esclusivi delle risorse idriche. Resta la gestione che, afferma l’articolo, può essere affidata anche a soggetti privati. Infatti i proprietari delle reti, che sono e restano i Comuni, (aggregati negli ATO, Ambiti Territoriali Ottimali) possono affidare, con gara ad evidenza pubblica, la gestione dei servizi idrici (e solo dei servizi) a società private, miste pubblico/private, o a società interamente pubbliche, se le condizioni del territorio lo richiedano.

Col referendum ci si propone di eliminare questa possibilità di scelta e di tornare (o rimanere) obbligatoriamente alla gestione pubblica. La risposta non può che essere NO

Il secondo quesito “Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma” è falso fin dal titolo. Vediamo perché.

Il testo del quesito referendario è :«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito"?

Le sette parole che il quesito chiede di abrogare sono all’interno di un comma molto più complesso, anche per la determinazione della tariffa, che nella sua interezza suona così:

“La tariffa costituisce il corrispettivo del servizio idrico integrato ed è determinata tenendo conto della qualità della risorsa idrica e del servizio fornito, delle opere e degli adeguamenti necessari, dell'entità dei costi di gestione delle opere, dell'adeguatezza della remunerazione del capitale investito e dei costi di gestione delle aree di salvaguardia, nonché di una quota parte dei costi di funzionamento dell'Autorità d'ambito, in modo che sia assicurata la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio secondo il principio del recupero dei costi e secondo il principio "chi inquina paga". Tutte le quote della tariffa del servizio idrico integrato hanno natura di corrispettivo.”

Dunque, la remunerazione del capitale investito non è che uno fra 10 criteri di cui tener conto nel definire il corrispettivo del servizio. A che serve? Oggi, se l’ente locale vuole, può ricevere un prestito per investire sulla risorsa acqua. Se venisse eliminato il criterio della remunerazione, chi mai presterebbe del denaro? Quindi, anche in questo caso, la nostra risposta è NO, non vogliamo abolire un articolo di puro buonsenso.

I quesiti referendari sono demagogici ed inesatti fin dalla formulazione ma sollevano comunque un problema serissimo.
Lo stato delle acque è uno dei migliori indicatori della salute degli ecosistemi, e della capacità dell’uomo di saper vivere nel proprio territorio senza comprometterlo. La diffusione dell’inquinamento e del sovrasfruttamento di acque superficiali e sotterranee mettono in evidenza il ritardo della politica ambientale del Paese, situazione che danneggia valori ambientali, sociali ed economici fondamentali per la nostra vita. E’ inderogabile assicurare un uso corretto della risorsa idrica rendendo sostenibili i prelievi a fini civili, agricoli e industriali, anche tramite la diffusione delle tecnologie più efficienti nelle diverse tipologie di consumo. E’ al contempo indispensabile che siano adottate tutte le misure, a partire da quelle di carattere preventivo, nei processi di consumo e produttivi, per finire con quelle per la depurazione alla fine del ciclo di uso, in modo da garantire il recupero di un elevato stato di qualità delle acque superficiali e sotterranee del Paese.

Una quota rilevante delle acque utilizzate, prevalentemente per gli usi civili ma anche per attività economiche, passa ed è regolato dal cosiddetto ciclo integrato dei servizi idrici (captazione, adduzione, potabilizzazione, distribuzione, fognatura e depurazione). Una buona parte degli obiettivi di tutela ambientale delle acque dipende dagli investimenti per colmare il deficit depurativo e per un efficace funzionamento del ciclo integrato dei servizi idrici.

In questo comparto degli usi delle acque sono indissolubilmente connesse due dimensioni: quella di assicurare gli usi civili in termini di servizio pubblico di carattere universale, che deve essere assicurato a condizioni di equità; quella di conseguire gli obiettivi di tutela delle acque e dei corpi idrici coinvolti dal ciclo integrato dei servizi idrici.

La comunicazione che concerne i quesiti referendari ha banalizzato due tifoserie e schieramenti opposti tra fan del privato e pasdaran del pubblico. Nella realtà, la questione non si presenta in questi termini.

L’Italia dell’acqua è un Paese a macchia di leopardo: abbiamo aree dove vi è molta acqua e dove ve n’è poca, dove si depura e dove no, dove si paga e dove non si paga o si elude. Tutto ciò avviene indipendentemente dalla gestione pubblica o privata dei servizi. L’unico elemento comune è che la continua modifica del quadro normativo nazionale e delle diverse Regioni, negli ultimi anni, non ha fatto altro che complicare la situazione e l’organizzazione delle società di gestione dei servizi idrici.

Noi non pensiamo che l’ingresso dei privati nella gestione dei servizi idrici, possa rappresentare l’unica soluzione ai problemi strutturali dei diversi sistemi idrici italiani: il mercato non ha poteri taumaturgici sui problemi articolati e complessi. Più che di gestione pubblica, privata o mista, gli amministratori e i cittadini dovrebbero riflettere sui criteri adatti a garantire la qualità, la sostenibilità ambientale e l’equità dei servizi idrici integrati.

E’ necessario riaffermare la validità dei cardini del processo di riforma del settore dei servizi idrici, essenziale per raggiungere gli obiettivi di tutela della acque, avviata nel nostro Paese con la legge Galli nel 1994: gestione integrata del servizio ad un’adeguata scala territoriale per consentire la copertura dei costi tramite tariffa.

Si tratta di un criterio funzionale sia alle economie di scala che alla dimensione ambientale del ciclo delle acque nei bacini idrografici.

Anche la scelta della tariffa è una scelta di politica ambientale ancor prima che economica: l’acqua è una risorsa preziosa che non deve mai essere sprecata.

Va espresso quindi un NO all’abrogazione proposta con i due quesiti sulle norme in materia di servizi e pubblici e tariffa del servizio idrico.

COSA PROPONIAMO
Per superare lo stato di impasse che da anni ormai ha bloccato il processo di riforma dei servizi idrici proponiamo:

1. di riaffermare la scelta della tariffa come strumento di tutela ambientale (garantendo tramite interventi di sicurezza sociale l’accesso al servizio da parte di fasce sociali in condizioni di difficoltà)

2. di completare il processo di affidamento del servizio in ambiti territoriali funzionali, a gestori dotati di adeguate capacità gestionali

3. di rafforzare la capacità di regolazione (indirizzo e controllo) della pubblica amministrazione, a partire dai comuni degli ambiti territoriali con un più forte ruolo delle Regioni e dello Stato, nei confronti delle aziende affidatarie del servizio.

4. che venga istituita un’Autorità garante sull’Acqua, così come ne abbiamo una sul gas, i servizi elettrici, la concorrenza. Un’autorità che vigili su prezzi e qualità dei servizi contribuendo così al corretto uso e alla tutela della risorsa acqua.

Documento approvato dal Consiglio nazionale degli Amici della Terra (Aprile 2011)

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