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giovedì 20 settembre 2012

La vera arma di distruzione di massa é la democrazia


Uno dei tratti salienti che hanno caratterizzato l'ultimo decennio é senza dubbio l'esportazione della democrazia occidentale, omologata secondo il modello americano e veicolata ovunque sia stato possibile, spesso in maniera coatta e con l'ausilio delle bombe.

Dopo la "democraticizzazione" dell'Europa dell'Est, intervenuta come corollario del crollo dell'Unione Sovietica e del mito del comunismo, per realizzare la quale é stata necessaria solamente qualche "spinta" data al momento giusto nel luogo più consono (da Ceausescu a Milosevic sarebbero molte le storie da raccontare e sulle quali riflettere) da parte dell'amministrazione USA, dei suoi padroni e dei suoi servi é maturato il convincimento che si dovesse proseguire sulla strada intrapresa raddoppiando gli sforzi e sostituendo le spintarelle con veri e propri schiaffoni.

Prima é toccato all'Afghanistan di Bin Ladin, reo di essere stato scelto come caprio espiatorio degli auto attentati dell'11 settembre, assaporare il dolce gusto delle bombe e della democrazia....

Poi all'Iraq di Saddam Hussein, reo di possedere armi di distruzione di massa tanto ferali quanto inesistenti, venire investito da una tale dose di democrazia quale era sufficiente a riportare indietro il paese di almeo un secolo.

Poi alla Libia di Gheddafi, accusato di sterminare il proprio popolo, come accuratamente documentato nei filmati girati ad Hollyvood e nel Qatar, subire una democratica caccia all'uomo, portata con l'ausilio dei missili Tomahawk che hanno distribuito la democrazia in maniera equanime radendo al suolo buona parte del paese.

Infine alla Siria di Assad, dove fortunatamente la democrazia fatica ad affermarsi e per ora alligna solamente fra le orde di mercenari che massacrano donne e bambini, aiutati nel proprio lavoro dagli uomini dei corpi speciali dei paesi occidentali e dall'arsenale di armi di distruzione di massa che l'Occidente distribuisce loro in maniera più o meno ufficiale.

Mentre nel frattempo la democrazia sbocciava anche nella Tunisia di Ben Ali e nell'Egitto di Mubarak, fortuntamente in maniera meno impetuosa, grazie alla disponibilità dimostrata dai due "dittatori" a lasciarsi deporre senza combattere, nell'ambito di quelle che sono state veicolate nell'immaginario collettivo come rivolte popolari.

Oggi nell'Afghanistan democratico si vota come negli USA (e come negli USA occorre qualche mese per portare a termine lo spoglio delle schede), ma le donne, sia quelle che non hanno più il burka sia quelle che ancora lo portano, vengono regolarmente sterminate dai droni statunitensi mentre vanno a fare la legna o quando partecipano ad un matrimonio o quando devono recarsi all'ospedale a partorire. In Afghanistan la democrazia si specchia quotidianamente nella guerra permanente, nelle stragi di civili, in un paese ancora più devastato di quanto non lo fosse prima, dove l'unica novità sono i centri commerciali nuovi fiammanti dedicati agli operatori occidentali e all'elitè al servizio degli USA ed il rifiorire delle coltivazioni di oppio che gli anti democratici talebani avevano eliminato.

Oggi nell'Iraq democratico, che si é ormai lasciato alle spalle gli "anni bui" di Saddam Hussein, quando il paese era all'avanguardia nella regione, sia sotto il profilo tecnologico ed economico, sia sotto quello dei diritti umani e delle donne, come testimoniato dagli stessi rapporti dell'ONU, si vive in una sorta di polveriera senza senso nè costrutto. Composta da città stato dominate da bande tribali e da un governo fantoccio eletto dall'amministrazione a stelle e strisce. Senza che esistano più un tessuto industriale e una capacità produttiva degne di questo nome. Senza che il paese abbia più un qualche peso economico, con la popolazione costretta a vivere fra le macerie di un tempo che fu ed a morire alla disperata ricerca di cibo all'interno di qualche mercato dove quotidiamente deflagrano autobomba prive di pietà ma sempre molto ricche di democrazia.

Nella Libia democratica e libera non c'é più il petrolio "di Gheddafi" a sostenere una politica socialista attraverso la quale garantire una vita dignitosa alla gran parte dei cittadini. Ci sono solo macerie condite con l'uranio impoverito, intorno alle quali aggirarsi con la speranza di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, lotte intestine, morti ammazzati ed un futuro da declinare nel segno della miseria.

Come si può evincere da una semplice osservazione della realtà, depurata dalla mistificazione dei media mainstream che inseriscono ogni paese "liberato" all'interno di una bolla di oblio mediatico dalla quale nulla filtra più, la democrazia é allo stato attuale delle cose l'unica vera arma di distruzione di massa, della quale l'Occidente fa un uso smodato, ben conoscendone le devastanti potenzialità.

di Marco Cedolin
Tratto da: http://ilcorrosivo.blogspot.it/2012/09/la-vera-arma-di-distruzione-di-massa-e.html

venerdì 31 agosto 2012

STESSA GUERRA, STESSO FRONTE


Per chi ha la capacità di ragionare con la propria testa, appare evidente che si muore in Siria così come ci si suicida in Italia.


Fonte: Lotta di Popolo

giovedì 26 luglio 2012

Rivolte e guerre da manuale


Di cosa può essere capace chi brama la guerra? L’immaginazione potrebbe sorprendersi di fronte all’inesistenza di limiti.
Ce l’hanno dimostrato in Libia, ce lo stanno facendo vedere in Siria, ci proveranno (e hanno già iniziato) con l’Iran.

Il terrorismo diventa salvaguardia dei diritti umani, eserciti più o meno mercenari sono spacciati per “la resistenza”, governi legittimamente eletti diventano feroci e sanguinari regimi, capi di stato (rispettati e riveriti) che amministrano da anni si trasformano nel giro di poche settimane in crudeli oppressori, scelte di politica interna (come l’approvvigionamento energetico) sono vendute come intollerabili minacce. Insomma, l’assurdità diventa ovvietà, gli oppressori si trasformano in liberatori e l’incredibile diventa realtà. Orwell si inchinerebbe ai guerrafondai moderni.

I geni del male contemporanei hanno avuto predecessori che hanno alimentato e strutturato forme di aggressione, occupazione e sterminio degne dei peggiori aguzzini o delle peggiori menti alberganti nei novelli dottori della morte. Queste canaglie bestemmiano definendosi ‘democratiche’ e coprono la loro malvagità con la cosiddetta ‘esportazione’ di ciò che non conoscono. Ci sono invece pratiche, tattiche e strategie ben note all’asse dei reali oppressori (da USraele ai loro ‘NATOriamente’ fedeli alleati europei), che datano addirittura all’inizio degli anni ’60. Cuba ha fatto scuola.

Scrive Jesse Ventura, ex governatore del Minnesota (già Navy Seal), nel libro 63 documents the US Government doesn’t want you to read (in Italia “Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere”, Newton Compton editori) che “alla fine dell’aprile 2001, poco più di quattro mesi prima dell’11 settembre, si è scoperto incredibilmente che l’esercito americano aveva pianificato un finto attacco terroristico contro i suoi stessi cittadini. (…) Si trattava dell’Operazione Northwoods contro Cuba, approvata nel 1962 da tutti gli Stati Maggiori Riuniti.” Nel libro si trova un memorandum per il segretario della Difesa e per il capo delle operazioni militari avente per oggetto la giustificazione per l’intervento militare degli Stati Uniti a Cuba. Vengono elencati i pretesti utili per poter giustificare l’intervento militare, attraverso la pianificazione e la concentrazione di una serie di “incidenti che andranno a combinarsi con altri eventi in apparenza non collegati, allo scopo di camuffare l’obiettivo ultimo e creare la necessaria impressione della pericolosità e irresponsabilità su larga scala” del nemico.

Nel memorandum, originariamente top secret, si legge nero su bianco che “il risultato voluto della realizzazione di questo piano sarà quello di mettere gli USA nell’apparente posizione di poter giustamente (…) diffondere l’idea nella comunità internazionale della minaccia portata da questo Paese (il nemico, NdA) alla pace dell’Occidente”. Dal 1962 a oggi, le istruzioni sono seguite alla perfezione. Nei documenti riportati da Ventura si legge che le menti del male auspicavano che “alla base di un intervento militare” ci fosse una provocazione e suggerivano come agire per metterla in atto: “Si potrebbe suscitare la reazione di quel governo con un piano segreto e fraudolento” e inoltre “andrebbero promosse azioni aggressive e ingannevoli per convincere” il nemico “di un’imminente invasione”.

Nell’appendice del memorandum c’è poi la lista di interventi utili per decidere un attacco credibile. Si va dalla diffusione di voci (disinformazione), all’azione di alleati nel paese nemico affinché si insceni un attacco; dal provocare disordini all’organizzare un attentato con relative cerimonie funebri. In particolare, ci sono due proposte che non lasciano spazio a dubbi o a complottismi di sorta (se non quelli degli ideatori): far esplodere una nave americana e dare la colpa al nemico che si vuole aggredire; far esplodere un proprio mezzo senza equipaggio umano in territorio nemico e attribuire la responsabilità al governo che si vuole combattere, avendo l’accuratezza di pubblicare la lista delle (inesistenti) vittime sui giornali statunitensi “in modo da sollevare un’utile ondata di sdegno nella nazione.” E, se non bastasse, il documento desecretato invita a “sviluppare una campagna terroristica.”

Correva l’anno 1962 quando questa strategia veniva elaborata e indicata come via maestra. Le guerre più recenti dimostrano l’efficacia delle operazioni ‘da manuale’ degli aggressori. Con alcune ‘migliorie’ come ad esempio l’intervento occulto attraverso quelli che vengono chiamati (e armati) ‘eserciti dei ribelli’ o ‘degli insorti’.

La realtà ci insegna che i killer professionisti agiscono in segreto, nascosti, vicini ma invisibili alla vittima. E non sono paghi finché non hanno portato a termine la missione. Norman Podhoretz, firmatario del Project for a New American Century (PNAC), nel numero di settembre del 2002 della sua rivista Commentary scrisse che i regimi “che meritano abbondantemente di essere rovesciati e sostituiti non si limitano ai tre membri identificati dell’Asse del Male (Iran, Iraq e Corea del Nord, NdA). L’asse dovrebbe essere esteso almeno alla Siria, al Libano e alla Libia, ma anche ad ‘amici’ dell’America quali la famiglia reale saudita e l’Egitto di Mubarak, insieme all’Autorità Palestinese sia diretta da Arafat che da uno dei suoi scagnozzi.” L’agenda è in atto; la missione è in corso.

E per chi vuole la guerra (e il preziosissimo bottino di guerra) non c’è nulla di impossibile o impraticabile. I media e i governi alleati sapranno costruire la matrice da metterci davanti agli occhi per nascondere la verità.

di Monia Benini

venerdì 20 luglio 2012

Emirati Arabi: prima centrale nucleare, due pesi e due misure

Centrali nucleari, quali sono le differenze tra UAE e Iran? Poche, e a sfavore degli Emirati.


Merita appena un trafiletto dell'ANSA, la notizia della costruzione della prima centrale nucleare negli Emirati Arabi. Eppure, è una novità di tutto rispetto.

Specialmente perché ricorda la questione iraniana, dove la costruzione di una centrale nucleare è motivo di embargo internazionale e minacce di guerra. Perché non succede altrettanto con gli Emirati? Quali sono le differenze? Francamente, se ne riscontrano davvero poche: e quelle poche, tutte a sfavore dell'UAE.
- "Paese antidemocratico". L'Iran è una democrazia, dove si svolgono regolari elezioni ed esiste un Parlamento eletto dai cittadini. Gli Emirati sono una monarchia confederata di cinque monarchie assolute, insomma comandano gli sceicchi.
- "Leggi islamiche". In Iran esiste un organo supremo religioso, il Consiglio dei Guardiani. Negli Emirati vige la sharia.
- "Situazione della donna". In entrambi i Paesi le donne hanno l'obbligo del velo. In Iran le donne siedono in Parlamento, diventano Ministri, studiano all'Università, possono esercitare qualsiasi professione. Negli Emirati invece "possono guidare l'auto", punto e basta (grande modernità, perché in Arabia non possono fare neanche quello).

- "Nemici di Israele". Il Presidente dell'Iran ha fatto sì dichiarazioni contro Israele, ma gli Emirati Arabi ospitano una consistente comunità di rifugiati palestinesi e vietano l'ingresso nel Paese ai cittadini israeliani.

- "Pieni di petrolio, in realtà vogliono la bomba". Entrambi i Paesi sono tra i principali produttori di petrolio al mondo. Ma mentre l'Iran ha grossi problemi di consumo interno, che mettono a rischio le esportazioni petrolifere e i relativi introiti nell'immediato futuro, gli Emirati a causa della scarsa popolazione non hanno neppure questo problema. La costruzione di una centrale nucleare è quindi ancora più ingiustificata, se non per i mostruosi consumi elettrici delle lussuose città. (foto: NASA)

Appurato quindi che le motivazioni contro le centrali iraniane -che ascoltiamo tutti i giorni- valgono pari pari anche per gli Emirati Arabi, rimane il rebus: come mai la centrale UAE merita appena un trafiletto, mentre quella iraniana rischia di scatenare la terza guerra mondiale? Non sarà che queste motivazioni sono in realtà un cumulo di fesserie a cui noi sciocchi siamo invitati a credere, mentre i reali motivi sono ben altri?

di Debora Billi
Tratto da: http://petrolio.blogosfere.it/2012/07/emirati-arabi-prima-centrale-nucleare-due-pesi-e-due-misure.html

mercoledì 25 aprile 2012

Saccheggio di Stato


Non appena il capo dello Stato Giorgio Napolitano ebbe incaricato Mario Monti di formare il governo, Barack Obama telefonò immediatamente al nuovo inquilino di Palazzo Chigi per sbrigare i soliti convenevoli e, soprattutto, per caldeggiare la nomina a ministri di due personaggi strettamente collegati alle strutture atlantiche, ovvero il presidente del Comitato Militare della NATO, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola e l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti Giulio Terzi di Sant’Agata.

 In seguito, quando Monti ufficializzò la nomina di Di Paola come ministro della Difesa e di Giulio Terzi come ministro degli Esteri accogliendo le “raccomandazioni” di Obama, apparve immediatamente chiara la linea che avrebbe seguito il governo dei tecnici insediatosi a “furor di mercati”.Una volta che questo governo ebbe varato la nota manovra finanziaria interamente incentrata sull’aumento delle imposte di base a carico di un tessuto produttivo composto essenzialmente da piccoli e medi imprenditori, alcuni osservatori esterni sollevarono la spinosa questione su come questa proclamata “austerità” finalizzata ufficialmente a raggiungere il pareggio di bilancio potesse sposarsi con l’erogazione di ben 16 miliardi di euro dei contribuenti per l’acquisto di 131 caccia F35 Joint strike Fighter prodotti dalla compagnia statunitense Lockheed Martin.
 A recidere ogni nodo gordiano di sorta intervenne puntualmente il generale Leonardo Tricarico, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica, il quale ammonì i giornalisti che avevano posto il problema a non «avventurarsi su temi militari rispetto ai quali hanno poca dimestichezza».
 In primo luogo, ha chiarito Tricarico, la cancellazione dell’ordine relativo a questi 131 F35 comporterebbe una relativa sottrazione di «miliardi di lavoro a una settantina di aziende italiane, dai giganti Finmeccanica e Fincantieri, a molte piccole e medie imprese».

 In secondo luogo, ha proseguito il generale, l’acquisto di questi caccia non andrebbe interpretato come la soddisfazione di un salato capriccio, dal momento che l’F35 è destinato a fungere da «pilastro della Difesa italiana del XXI secolo», in assenza del quale l’Italia «potrebbe esser costretta a chiamarsi fuori se un altro dittatore sanguinario dovesse massacrare il proprio popolo».
 La solita retorica imperniata sulla “complessità” dell’argomento, accompagnata dall’innata reticenza da parte di giornalisti e politici nell’entrare nel merito delle faccende che riguardano le forze armate, ha fatto in modo che nessuno interlocutore di Tricarico e del suo superiore Di Paola avanzassero la più elementare delle obiezioni, ovvero che Finmeccanica, azienda italiana di cui lo Stato detiene ancora (seppur per poco, a quanto pare) la Golden Share, controlla Alenia, società che progetta e realizza tra i più avanzati aerei da difesa e sistemi di volo e che ha ampiamente dimostrato di avere tutte le credenziali necessarie per dotare l’Italia di un avanzato e completo sistema di difesa, producendo le relative ripercussioni positive sull’occupazione e sull’economia, che trarrebbe ampio beneficio dal rilancio di una delle aziende di punta capace di porsi all’avanguardia nei settori, strategicamente fondamentali, della difesa e dell’alta tecnologia.

 Ma proprio la significativa concatenazione di eventi che nell’arco del 2011 hanno riguardato Finmeccanica ha evidenziato in maniera piuttosto evidente quali siano gli interessi in ballo.
 Nel corso del 2011 la quotazione in Borsa di Finmeccanica ha fatto registrare un sonoro -64% e dedurre a cosa sia dovuto questo impressionante e repentino tracollo rappresenta un enigma di non difficile risoluzione.
Negli scorsi anni Finmeccanica aveva beneficiato dello stretto rapporto di collaborazione tra Italia e Libia ottenendo da Muhammar Gheddafi lucrose commesse che vanno dalla realizzazione di strutture ferroviarie lungo i litorali mediterranei alla cooperazione con la difesa libica per quanto concerne i settori dell’aeronautica e dell’elicotteristica.
 Tuttavia, la crociata contro Gheddafi sferrata da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna ha interrotto bruscamente questi affari e costretto l’azienda romana a rinunciare agli importanti affari in Libia.
 Parallelamente, alcune indagini condotte dalla magistratura riguardo ad un oscuro giro di tangenti raggiunsero il vertice della società, ovvero il Presidente Pier Francesco Guarguaglini, contro il quale venne orchestrata una sontuosa campagna di pressione affinché abbandonasse spontaneamente l’incarico.

I più “autorevoli” organi di riferimento della grande finanza angloamericana, ovvero il Financial Times e il Wall Street Journal, colsero l’occasione per riversare ulteriore benzina sul braciere italiano, gettando enorme discredito sia sull’impresentabile governo in carica sia su Finmeccanica, che stava subendo durissimi attacchi in Borsa (-20% in un solo giorno).
 Malgrado ciò che viene comunemente creduto, il mercato azionario necessita di essere inderogabilmente spogliato del carattere ludico (“giocare in Borsa”) che i principali organi informativi sono soliti affibbiargli, perché la grande speculazione persegue generalmente specifiche finalità strategiche e pertanto le tendenze di base di un quel tipo di investimenti vengono indirizzate a porte chiuse dai più navigati protagonisti della politica e della finanza, nell’ambito di riunioni di grandi consessi internazionali come il Club Bilderberg e la Commissione Trilaterale, ove si stabiliscono le regole del “gioco”.
 Alla luce di questo fatto risulta quindi chiaro il motivo per cui al crollo pilotato di Finmeccanica abbia fatto seguito un significativo calo azionario delle compagnie possedute dal Primo Ministro Silvio Berlusconi, finito anch’esso, come Guarguaglini, nell’occhio del ciclone giudiziario.
 Con il valore di Mediaset e Mondadori dimezzato (rispettivamente -53% e -50,5% annuale) e la considerevole flessione subita da Mediolanum (-12% nell’anno 2011) Berlusconi si è deciso a recidere il nodo gordiano relativo alla sua posizione di governo, dimettendosi dall’incarico di Primo Ministro.

Una volta insediatosi, il capo del governo Mario Monti ha convocato d’urgenza Guarguaglini per “accettare” le sue dimissioni, conferendo pieni poteri all’Amministratore Delegato Giuseppe Orsi ma tergiversando sull’opportunità di assecondare il “suggerimento” dato dal Financial Times lo scorso 26 novembre, relativo alla necessità di cedere la quota statale dell’azienda.
 Ciò ha provocato la pronta reazione di Standard & Poor’s, che ha calato la propria scure su Finmeccanica affibbiandogli un BBB- con outlook negativo.
Un fuoco incrociato similare a quello sferrato contro Finmeccanica è stato recentemente aperto sull’ENI, l’altro grande caposaldo del potenziale strategico italiano colpito dalla guerra alla Libia e “attenzionato” dal Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, che ha annunciato l’intenzione di inserire lo scorporo della SNAM, che gestisce la rete del gas, dal “cane a sei zampe”.
 Scopo dichiarato dell’operazione è quello di «tagliare i costi e favorire gli investimenti»; un ritornello già sentito innumerevoli volte che si richiama all’intramontabile dogma del liberismo secondo cui la “concorrenza” assicurerebbe prodotti di buona qualità al minor prezzo possibile.
 Tuttavia, come aveva già spiegato egregiamente Platone più di due millenni fa, la realtà non ricalca infallibilmente i concetti che risiedono nel mondo delle idee (iperuranio) e pertanto la cosiddetta “concorrenza” celebrata dai cultori del libero mercato non è mai “libera”, in quanto viene regolarmente strumentalizzata dai grandi agenti sociali dominanti che la inquinano o la distorcono a proprio uso e consumo allo scopo di ottenere la supremazia a scapito degli altri competitori.
 Dal momento che l’ENI rappresenta l’unico soggetto in Italia a concepire strategie di politica estera – che hanno fruttato successi del calibro del gigantesco gasdotto South Stream – appare quindi estremamente controproducente promuovere misure che intacchino la sua capacità operativa in ottemperanza a direttive impartite da organi sovranazionali come l’Unione Europea che hanno ripetutamente mostrato la propria inadeguatezza prestando il fianco alle pugnalate dagli strateghi degli Stati Uniti, che a suon di manovre speculative e guerre commerciali non dichiarate stanno cercando, con discreto successo, di porre l’Europa sotto il tallone di ferro di Washington.
 Ma la soglia del vero autolesionismo è stata varcata proprio in questi giorni, in occasione della crisi tra Iran e Stati Uniti (con Israele in agguato).
Nell’arco di qualche settimana le portaerei statunitensi Stennis prima, e Lincoln poi, hanno attraversato lo Stretto di Hormuz suscitando l’indignazione del governo di Teheran, che ha minacciato di chiudere l’angusto braccio di mare in cui transita qualcosa come il 20% circa del petrolio mondialmente estratto.
 Le autorità statunitensi hanno immediatamente minacciato di intervenire militarmente qualora Ahmadinejad attuasse questa misura mentre il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha chiarito che «chiudere lo Stretto sarebbe una violazione del diritto internazionale», puntando direttamente il dito contro la Repubblica Islamica.
Tale affermazione assume un significato piuttosto eloquente se inserita nel contesto generale che è andato delineandosi nel corso dell’ultimo mese, e più precisamente dallo scorso 31 dicembre 2011, data in cui l’amministrazione Obama aveva approvato un pacchetto di ulteriori sanzioni da applicare all’Iran salvo poi attivare una massiccia campagna di pressione sull’Unione Europea e sui singoli governi del Vecchio Continente affinché tagliassero i ponti con Teheran.
 In ottemperanza alle gerarchie atlantiste, il 23 gennaio l’Unione Europea ha approvato un embargo totale sulle importazioni di petrolio dall’Iran che entrerà pienamente in vigore nel giro di pochi mesi, malgrado questa decisione minacci seriamente la sicurezza energetica continentale e sia destinata a provocare un sensibile aumento del prezzo di carburanti.
 Malgrado l’Italia sia il maggior importatore del greggio iraniano e il documento approvato il 23 gennaio vincoli i paesi aderenti all’Unione Europea a rescindere i contratti petroliferi stipulati con Teheran entro il primo luglio, il Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata ha affermato che l’impatto delle limitazioni adottate a Bruxelles sarebbe «trascurabile, se non nullo», in virtù del fatto che le fonti di approvvigionamento italiane sarebbero «in progressiva differenziazione».

 
L’inasprimento delle sanzioni non provocherà alcun impatto agli Stati Uniti, che non importano petrolio dall’Iran, ma l’embargo petrolifero imposto dall’Unione Europea non può assolutamente essere indolore e sarà inesorabilmente destinato a sortire ripercussioni profondamente negative proprio su quei paesi, come l’Italia, che sono maggiormente esposti.
 Il che la dice lunga sul cosiddetto “alto profilo” del Ministro Giulio Terzi di Sant’Agata, che omette di riconoscere il fatto che la maggior parte dei contratti con l’Iran erano stati stipulati dall’ENI , che a sua volta aveva costruito impianti di raffinazione “su misura” del greggio iraniano, ovvero adatti alla lavorazione di un greggio dotato di quelle specifiche caratteristiche.
 E la sedicente “differenziazione delle fonti” appare nel migliore dei casi come una battuta di scarso spirito, perché rimpiazzare qualcosa come 180.000 barili di petrolio al giorno sarà un’impresa praticamente impossibile.
 In definitiva, le fasi attraverso cui sta dispiegandosi l’attacco all’ENI mostrano, pur mutatis mutandis, svariate affinità rispetto a quelle che hanno contraddistinto l’aggressione a Finmeccanica; in entrambi i casi gli avversari geopolitici dell’Italia sono riusciti, attraverso la guerra alla Libia e l’isolamento dell’Iran – che riempirà il vuoto lasciato dall’Unione Europea (che era il secondo importatore di petrolio iraniano) incrementerà le proprie esportazioni verso Cina, India, Giappone e Corea del Sud – a sferrare un duro colpo alle due principali aziende capaci di garantire un seppur ridotto margine di autonomia e, in prospettiva, di sovranità al paese.
Nel mettere in atto le loro strategie questi avversari di Washington, Parigi e Londra hanno potuto contare sull’infima statura politica della classe dirigente italiana che in entrambi i casi ha assecondato i loro interessi e che pare accingersi ora a completare il lavoro, inserendo nel pacchetto di liberalizzazioni la frammentazione di Finmeccanica ed ENI in una miriade di piccole società, la cui privatizzazione finale concluderà la parabola inaugurata nel 1992, con “Mani pulite” e con la crociera sul Britannia da parte del gotha della finanza e della politica italiana.

di Giacomo Gabellini

lunedì 16 aprile 2012

Nuove sanzioni contro l’Iran e dispiegamento di forze navali per difendere il dollaro.

di Federico Dal Cortivo


Il presidente degli Stati Uniti, “Nobel per la pace”, ha chiesto un inasprimento delle sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran. Lo rende noto la Casa Bianca. Obama chiede misure drastiche per le banche che continuano a trattare con l’Iran e un aumento dell’isolamento finanziario della Banca Centrale dell’Iran che cura la maggior parte degli affari legati alla vendita del petrolio.
Anche questo ennesimo inasprimento è dettato dal timore, infondato, che l’Iran stia procedendo alla costruzione di armi nucleari, di cui non vi è alcuna prova, ma che come insegna la guerra contro l’Iraq fa parte di un disegno ben più ampio teso a colpire chi non si allinea al “volere di Washington”, dove altri sono gli obiettivi in gioco, e non quelli dati in pasto quotidianamente alla cosiddetta “opinione pubblica mondiale”.

L’obiettivo di Obama è impedire a tutti di acquistare petrolio dall’Iran; una vecchia storia quella delle  sanzioni economiche che hanno caratterizzato da sempre la politica estera delle democrazie anglosassoni contro chi gli sbarrava il passo, alternata a quella delle cannoniere. Ora l’Amministrazione Usa, che non può certo colpire duramente gli “alleati- sudditi”, ha recentemente condonato il Giappone e dieci Stati dell’Ue perché hanno deciso di tagliare le forniture dall’Iran. E mentre Obama “tranquillizza il  mondo” circa una possibile crescita del prezzo  del petrolio, con i problemi che ne deriverebbero dal blocco della circolazione di quello iraniano, c’è chi viene esentato dalle sanzioni come la Turchia fedele alleato nella Nato, la Cina e l’India, il Sud Africa e la Corea del Sud, anche se non mancano progetti in corso per indurli a diminuire le proprie importazioni petrolifere.

Vedremo se queste nuove mosse volte anche a costringere Teheran a recedere dal suo pacifico programma nucleare calmeranno il “cane da guardia sionista”, che da mesi inneggia alla guerra preventiva, e se poi tutti alla fine si allineeranno alle direttive totalizzanti di Washington.

Ben sappiamo la fame di energia che caratterizza i colossi asiatici, e per Cina e India rinunciare alle importazioni iraniane non sarà facile, neppure conveniente, e tantomeno scontato; è in gioco la loro stessa credibilità come potenze nucleari regionali, tanto più che l’Iran ha già annunciato che a breve non venderà più petrolio in Europa, ma i clienti non mancano come abbiamo visto. “La Cina  ha nell’Iran il principale fornitore e nel dicembre 2006 i due Paesi hanno firmato un’intesa con la quale la compagnia petrolifera China National Off Shore Oil Corp avrebbe investito 16 miliardi di dollari per sfruttare con la National Iranian Oil Company un nuovo giacimento di gas naturale situato a 85  chilometri dal grande giacimento South Pars”.(1)


Proprio in queste ultime ore la Cina ha annunciato che non aderirà alle richieste del presidente Obama attraverso il suo ministro degli esteri, che ha ribadito con forza “il diritto cinese ad acquistare il petrolio da qualsiasi nazione”. La defezione cinese potrebbe essere presto seguita da altri membri del Brics (Russia-India-Sud Africa-Brasile) che sono sempre più insofferenti alla politica aggressiva e unipolare degli Stati Uniti. Ma già questa prima defezione nello schieramento che si vorrebbe contro l’Iran è un segnale importante sia sotto il profilo economico, sia sotto quello geopolitico. La posta è sempre il controllo dell’Eurasia o la sua indipendenza da attori esterni.

Per Teheran si potrebbero ora aprire scenari interessanti se altre crepe si allargheranno nel fronte voluto da Us- Israel.
La partita però va ben oltre a quella dettata dalla propaganda Occidentale, la fantomatica bomba atomica iraniana, perché la vera arma nucleare, che potrebbe destabilizzare la potenza economica statunitense, è il passaggio nella vendita del petrolio dal dollaro all’euro, così come prospettato da tempo dall’Iran e anche dall’Opec, che non ha mai nascosto la volontà di diversificare le proprie riserve valutarie, senza contare che anche la Russia, il Venezuela e la Cina vorrebbero sganciarsi dalla dittatura della banconota verde. Un progetto pare accarezzato dallo stesso Gheddafi che sognava una valuta africana, il dinaro oro, per regolare la vendita del greggio. Poi sappiamo come andò a finire.

Tutto dovrebbe ruotare  attorno all’isola di Kish, situata a diciotto chilometri dalla costa iraniana, a Ovest dello Stretto di Hormuz, dove transitano ogni giorno le petroliere dirette in ogni parte del mondo. Attualmente i prezzi del petrolio sono decisi a New York, alla Borsa Americana dell’Energia Nymex e all’ICE-Intercontinental Exchange a Londra e Atlanta.

Tutto questo spiega le tensioni crescenti nell’intera Regione, non solo attribuibili alla mai sopita voglia di guerra d’Israele, ma a fattori non trascurabili legati al controllo monetario degli idrocarburi, lo stesso motivo che portò alla fine gli Stati Uniti in guerra con l’Iraq che stava sostituendo la valuta americana con gli euro.


Si va intanto rafforzando intanto l’apparato militare della Nato e della V Flotta dell’Us Navy, nello stretto di Hormuz, con le portaerei USS Lincoln, USS Vinson e l’USS Enterprise, più la francese De Gaulle, con dragamine ed elicotteri attrezzati per lo sminamento, secondo le dichiarazioni dell'Ammiraglio Jonathan Greenert e come riferiscono fonti israeliane di Debka

L’Us Navy in particolare si sta addestrando a una “guerra asimmetrica”, per contrastare attacchi di natanti veloci iraniani nel Golfo Persico; le navi saranno dotate di mitragliatrici di grosso calibro e cannoncini da 25 mm. Il progetto addestrativo è denominato SCAT- Small Craft Action Team ed è curato dall’Us Naval Forces Central Command-Us Fifth Fleet e Combined Maritme Forces(2).
Una presenza quindi massiccia di aerei e navi da guerra che testimoniano come la temperatura si stia alzando in questo settore, dove l’Occidente teme che la Repubblica Islamica dell’Iran in caso di una aggressione militare contro il proprio territorio, possa ostruire lo stretto con mine e attaccare con barchini veloci le navi Alleate. Una misura che non suona più tanto propagandistica per chi ha orecchie per sentire, alla luce delle nuove sanzioni economiche volute da Obama.

Note:
(1) “La Terza Guerra Mondiale? La verità sulle banche, Monti e l’euro”, Fazi Editore
(2) “Geopolitical Center”

Tratto da: http://europeanphoenix.com/it/component/content/article/8-internazionale-/275-nuove-sanzioni-contro-liran-e-dispiegamento-di-forze-navali-per-difendere-il-dollaro

martedì 3 gennaio 2012

Putin inseguito dal fantasma di Gheddafi ... tra tensioni geopolitiche, avidità delle lobbies ed intrighi dei servizi segreti ...

Un Putin politicamente in difficoltà ha scelto di rilanciare la polemica contro gli Stati Uniti a partire da un tema cruciale, cioè le dirette responsabilità americane nell'assassinio di Gheddafi. All'opinione pubblica russa, questa presa di posizione di Putin rischia però di apparire come una tardiva scoperta dell'acqua calda, che non ottiene altro che di mettere ancora più in rilievo la linea di acquiescenza seguita dal Cremlino nei confronti dell'aggressione della NATO alla Libia.[1]

La diplomazia russa, nel marzo scorso, aveva condiviso supinamente la narrazione NATO circa un Gheddafi tiranno isolato, pronto a bombardare il suo popolo: un Gheddafi politicamente morto.[2]

Nei fatti invece il regime di Gheddafi si è confermato come il vero referente dell'equilibrio tribale in Libia; tanto che ci sono voluti più di sette mesi di bombardamenti feroci per sconfiggerlo, nonostante alcune opportunistiche defezioni interne al regime. Persino per la conquista sul terreno non sono bastati i sedicenti "ribelli", ma sono risultate necessarie non solo truppe mercenarie inviate dal Qatar, ma anche truppe scelte britanniche, come le SAS.[3]

Queste cose i cittadini russi le sanno, poiché la loro informazione gliele ha raccontate giorno per giorno; e la frustrazione è stata tanta, non soltanto in riferimento all'aggressione contro un Paese ritenuto amico, ma anche per le gravi conseguenze a scapito della sicurezza russa. Appare perciò strano un Putin che rinfaccia alla NATO il suo comportamento criminale, ma che poi continua ad apparire esitante di fronte alle nuove aggressioni in programma da parte della stessa NATO, come quelle nei confronti della Siria e dell'Iran. Solo pochi giorni fa la diplomazia russa ha lanciato una proposta di risoluzione ONU sulla Siria che è un vero esercizio di cerchiobottismo.[4]

Se Putin volesse davvero rifarsi una verginità, gli basterebbe offrire pubblicamente la sua garanzia militare alla Siria ed all'Iran, che sono anche Paesi a ridosso dei confini russi. Ma Putin può permettersi un ritorno alla guerra fredda? Su un piano strettamente politico e militare se lo potrebbe permettere, eccome.

Ci sono però in ballo gli affari di Gazprom, che non sopporterebbero un inasprimento dei rapporti con la NATO. La Russia è oggi il maggiore produttore ed esportatore di petrolio al mondo, davanti persino all'Arabia Saudita.[5]

Il gruppo dirigente di Gazprom, di provenienza KGB, sta accumulando fortune personali da capogiro, cosa che la dice lunga sui veri motivi della caduta del comunismo. Gazprom è riuscita a far approvare una legge che le consente persino di farsi un proprio esercito privato.[6]

Il giro di affari russo con la Germania è di proporzioni spaventevoli, tanto che Putin è stato incensato sfacciatamente dal governo tedesco; un dettaglio che ha fatto molto arrabbiare il filosofo e russofobo francese André Glucksmann.[7]

Persino Marchionne è in contatti di affari con la Russia, ed è volato a Mosca, probabilmente non solo a discutere di mercato russo, ma anche per riscuotere da Putin garanzie e coperture circa l'ulteriore colonizzazione dell'Europa dell'Est.[8]

A coronamento del suo percorso affaristico, oggi la Russia è stata accolta trionfalmente nell'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), cosa che spiega le timidezze di Putin verso la NATO e verso le sue minacce colonialistiche contro Siria ed Iran.[9]

Le sparate di Putin possono perciò incantare i tanti "putiniani" dell'Europa occidentale, ma non convincono più i Russi, che cominciano a vedere in lui un fumoso parolaio funzionale all'affarismo; un affarismo che oggi costituisce un'oggettiva minaccia per la integrità della Russia, dato che proprio la vicenda di Gheddafi dimostra che le oligarchie occidentali non si accontentano di trovare partner d'affari, ma vogliono colonie.

Per le recenti elezioni russe si è parlato di brogli, ma in effetti anche i brogli hanno funzionato poco, visto che il partito comunista di Zyuganov si è avvicinato nei risultati alle sue dimensioni reali, che sono storicamente quelle del partito di maggioranza relativa. Zyuganov oggi è in piazza a protestare contro i brogli, ma probabilmente è il primo a rendersi conto che una situazione di instabilità prolungata rischierebbe di favorire non lui, bensì soluzioni del tipo "rivoluzione colorata", con l'emergere di qualche fantoccio della NATO, del genere di Vaclav Havel.[10]

Il problema è che in Russia non c'è solo Gazprom a fare affari, ma è rimasta ancora una presenza significativa ed incombente della multinazionale British Petroleum, che è oggi la seconda nel giro di affari del petrolio e del gas russi.[11]

La convivenza di BP con Gazprom è conflittuale, ma entrambe condividono il culto degli affari ed il timore nei confronti di Zyuganov. La rivoluzione colorata, con la conseguente colonizzazione e lo smembramento della Russia, diventerebbe una prospettiva concreta se alla crisi del putinismo non dovesse corrispondere un'immediata affermazione di forze decisamente anticolonialiste.

La British Petroleum è da sempre in simbiosi con i servizi segreti britannici. Le attuali legislazioni occidentali sul lobbying e sul conflitto di interessi non sono soltanto permissive, ma addirittura promuovono i rapporti tra imprese private e servizi segreti. Anche l'Italia si è adeguata a questa tendenza con la Legge 124/2007, che prevede e favorisce accordi diretti tra affaristi privati e servizi segreti. Appena l'anno scorso il servizio segreto interno, l'AISI, e Confindustria hanno stretto ufficialmente una sorta di patto d'acciaio.[12]

Questa ufficialità dei rapporti tra imprese private e servizi segreti consente oggi alle notizie a riguardo di uscire tranquillamente allo scoperto. Ha fatto di recente scalpore in Gran Bretagna la vicenda di un agente del servizio segreto MI6, un esperto di Russia e Cina, prepensionatosi per andare a fare il lobbista alla British Petroleum; tanto non c'è più rischio di incriminazione ad esibire certe "connection", che una volta avrebbero suscitato non solo stupore, ma anche scandali ed inchieste giudiziarie; magari poi insabbiate, ma comunque fastidiose.[13]

Le direttive del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e del WTO circa lo Sviluppo del Settore Privato (Private Sector Development) hanno infatti trasformato le istituzioni pubbliche in agenzie del lobbying delle imprese private, cioè in enti assistenziali per ricchi. Il conflitto di interessi non solo viene accettato, ma è stato anche consacrato dalla dottrina economica ufficiale.[14]

Nell'orticello italiano ciò ha fatto sì che un banchiere privato come Attilio Befera possa vantare il suo incredibile curriculum. Partito da Efibanca per presiedere dapprima una società per azioni a capitale pubblico come Equitalia, Befera è andato poi alla conquista della dirigenza del suo principale azionista, cioè l'Agenzia delle Entrate, dalla quale ora può controllare anche la Guardia di Finanza.[15]

A questo punto non è neppure più una sorpresa che Befera possa ostentare pubblicamente i suoi rapporti con i servizi segreti, andando a scrivere sull'organo ufficiale dell'AISI, la rivista "Gnosis". C'è una intossicazione informativa piuttosto diffusa che cerca di dirottare le notizie sui conflitti di interessi nel calderone del complottismo. Ma immaginiamoci il povero Befera intento ad organizzare un complotto: per mettere insieme Efibanca, Equitalia, Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza ed Aisi, sarebbe costretto a parlare sempre da solo.[16]

Nella grande arena internazionale, lo Sviluppo del Settore Privato (o Assistenzialismo per Ricchi) ha comportato che la British Petroleum oggi possa vantare tra i suoi lobbisti nientemeno che l'Unione Europea, che è quella che assiste e tutela gli affari di BP in Russia, ed intercede per essa quando finisce nel mirino delle autorità russe per averla fatta troppo grossa.[17]

C'è da chiedersi come Putin possa aver pensato di affrontare questi fior di criminali super-assistiti mantenendosi le mani legate. Ma l'avidità può ottundere anche l'istinto di conservazione.

Note
[1] http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_15/putin-contro-usa_b23498ea-2704-11e1-853d-c141a33e4620.shtml
[2] http://www.instablog.org/ultime/111834.html
[3] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.guardian.co.uk/world/2011/aug/23/sas-troopers-help-coordinate-rebels&ei=JfGwTs61HY7OswaBxuDrCg&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CDwQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dqatar%2Blibya%2Bguardian%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
[4] http://blog.panorama.it/mondo/2011/12/16/siria-la-russia-a-sorpresa-presenta-una-bozza-di-risoluzione-allonu/
[5] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.energytribune.com/articles.cfm/8444/TNK-BP-Gazprom-Lead-Russia-To-Record-High-Oil-Output&ei=69vsToavEav24QSz_9yQCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=10&ved=0CHEQ7gEwCQ&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Bvs%2Bbritish%2Bpetroleum%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%Dimvns
[6] http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://www.liveleak.com/view%3Fi%3D829_1183743028
[7] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.gazprom-germania.de/en/&ei=wtrsTrjCFoWM4gSflbDsCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=10&ved=0CF8Q7gEwCQ&prev=/search%3Fq%3Dgazprom%2Baffari%2Bgermania%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvns
http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/10/Germania_incorona_Putin_Lavora_per_co_9_110710021.shtml
[8] http://www.trend-online.com/ansa/fiat-marchionne-vola-in-russia/
[9] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-12-17/russia-entra-anni-negoziati-081533.shtml?uuid=Aae0Q5UE
[10] http://www.agenziastampaitalia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4768:zyuganov-il-neo-colonialismo-della-nato-minaccia-anche-la-russia&catid=3:politica-estera&Itemid=35
[11] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.bp.com/sectiongenericarticle.do%3FcategoryId%3D483%26contentId%3D2000676&ei=vt3sTs-gDI6K4gSMy8mICQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=1&ved=0CDAQ7gEwAA&prev=/search%3Fq%3Drussia%2Bbp%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns
[12] http://www.oipamagazine.eu/categoria1060/Imprese/Tecnologia-e-Business/aisi--confindustria-piano-per-la-tutela-delle-imprese-strategiche-italiane.html
[13] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://www.dailymail.co.uk/news/article-2015538/Revolving-door-row-ex-MI6-spy-lands-BP-job.html&ei=N6btTtHZL_D34QScleilCQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCsQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dbp%2Bmi6%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26prmd%3Dimvns
[14] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://wwwr.worldbank.org/fpd&ei=VNTwTpz5E8zY4QSRmOW0AQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=3&ved=0CEgQ7gEwAg&prev=/search%3Fq%3Dprivate%2Bsector%2Bdevelopment%2Bwto%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Dimvnsb
[15]http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/nsilib/nsi/agenzia/chi+siamo/organigramma+centrale+2009/direttore+agenzia+delle+entrate
[16] http://www.sisde.it/gnosis/Rivista19.nsf/ServNavig/13
[17] http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://archive.corporateeurope.org/docs/extracting_influence_russia.pdf&ei=MaLtTtbVEsPQhAeUrLmxCA&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=9&ved=0CGwQ7gEwCA&prev=/search%3Fq%3Dbritish%2Bpetroleum%2Bsecret%2Bservice%26hl%3Dit%26sa%3DG%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D507%26prmd%3Dimvns

Fonte: Comidad
Tratto da: http://informazioneconsapevole.blogspot.com/2011/12/putin-inseguito-dal-fantasma-di.html

domenica 1 gennaio 2012

Stretto di Hormuz: chi comanda davvero?

Minacce iraniane, controminacce USA.
Ma chi ha davvero il controllo dello Stretto di Hormuz, e chi può far rispettare le leggi?

Foto - Zerohedge
Avevo promesso di non parlare più dello Stretto di Hormuz fino almeno allo scoppio della guerra termonucleare globale. Ma chi non legge il blog insiste, e quindi credo di far cosa utile nel cercare lumi su come funzioni davvero questo fatidico braccio di mare.

Non sto a ripetere cose stradette (1, 2, 3, 4, e soprattutto 5). Ma gli iraniani continuano con le spacconate ("Chiudiamo lo Stretto!"), e gli USA replicano minacciando di scatenare le armate di Mordor. Così, è venuto naturale chiedermi chi comandi davvero su questo accidenti di Stretto.

E' territorio iraniano, e quindi l'Iran ha tutto il diritto di bloccarlo a suo piacimento? E' per caso acqua territoriale statunitense e io non lo sapevo, beata ignoranza? E' terra di nessuno, fascia di sicurezza ONU, proprietà privata di un pescatore, insomma come funziona?

Ebbene lo Stretto di Hormuz, nella sua parte più assottigliata, è largo appena 22 miglia. 11 miglia appartengono all'Iran, e 11 all'Oman. Per quanto riguarda le aree limitrofe (l'entrata e l'uscita, per capirsi) c'è un po' di discussione in corso, in quanto il diritto marittimo stabilisce che, qualora vi siano isole, le acque territoriali partano dalle isole e non dalla terraferma. Ne consegue che le isolette lì posizionate sono oggetto di diatriba mai risolta.

Non solo. Il diritto internazionale marittimo stabilisce che, nel passaggio di uno stretto, le navi mercantili godono di diritti inviolabili da parte dello Stato a cui appartengono le acque; persino le navi da guerra hanno diritto a mantenersi in stato di allerta, seppur monitorate da chi controlla lo Stretto.

Hanno ragione gli Stati Uniti, allora, a minacciare guerra contro chi ritiene di poter chiudere stretti a piacimento?

Qui arriva il paradosso divertente, che non manca mai. Ebbene: gli Stati Uniti non hanno mai ratificato il diritto internazionale marittimo. Non è una legge che riconoscono. Perché diamine allora si sentono in diritto di ergersi a paladini?

Mah. C'è anche da considerare un ultimo dettaglio sullo Stretto di Hormuz, un dettaglio geografico. Sembra che le sue acque siano troppo poco profonde perché le petroliere possano agevolmente passare: si trovano costrette ad una specie di zigzag per pescare i fondali più alti. E indovinate da che parte si trova il fondale profondo, nella parte più piccola dello Stretto? Esatto: proprio nelle acque iraniane. Una faccenda complicata, eh.
(Se siete interessati allo spiegamento militare iraniano in zona, trovate tutto qui, arma per arma.)
 
di Debora Billi
Tratto da: http://petrolio.blogosfere.it/2011/12/stretto-di-hormuz-chi-comanda-davvero.html
 
Link correlati:
LO STRETTO DI HORMUZ SI TRASFORMERA' NELLA PROSSIMA PEARL HARBOR ?
Washington e Teheran ai ferri corti
Iran: portaerei USA avvistata nello stretto di Hormuz
HORMUZ: IL BOTTONE DI UNA TERZA GUERRA MONDIALE ?

venerdì 16 dicembre 2011

Le smart bombs di Wall Street

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo.

Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato.

Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo.

Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti

di: Manlio Dinucci

Fonte: IlManifesto.it
Tratto da: Cori in Tempesta

giovedì 15 dicembre 2011

I rapporti tra Italia e Iran: T. Graziani e D. Scalea all’IRNA

Il presidente (dell'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie - IsAG - n.d.r) Tiberio Graziani e il segretario Daniele Scalea sono stati interpellati dall’IRNA, agenzia di stampa iraniana, a proposito dell’andamento dei rapporti tra l’Italia e l’Iran. L’articolo in farsi può essere consultato cliccando qui. Di seguito, le risposte che i due rappresentanti dell’IsAG hanno dato all’intervistatore:

È giusto secondo voi che l’Italia segua le politiche guerrafondaie degli Stati Uniti a discapito dei suoi propri interessi nei confronti dell’Iran, in una situazione di stallo se non addirittura di recessione economica, lasciando il posto alle imprese asiatiche e russe dopo tanti sforzi per guadagnarsi un mercato fiorente che dà lavoro anche a migliaia di persone in Italia?

Anche dopo l’inserimento del Patto Atlantico, l’Italia ha cercato a lungo di condurre una politica autonoma nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Purtroppo, gli artefici di questa linea di politica estera indipendente e “terzomondista” sono quasi tutti finiti male. Mattei e Moro sono stati uccisi, Craxi e Andreotti travolti da scandali giudiziari che ne hanno chiuso la carriera politica anzitempo. E’ così avvenuto che, dall’inizio degli anni ’90, l’Italia si sia allineata docilmente alla linea dettata da Washington. Vale a dire che, proprio nel momento in cui finiva la Guerra Fredda in Europa e cominciava a delinearsi con maggiore chiarezza la divergenza d’interessi tra le due sponde dell’Atlantico, l’Italia ha optato per una rigida disciplina di blocco. Oggi che il nostro paese è preda della speculazione internazionale, d’una grave crisi del debito, e retto da un governo di tecnocrati imposto dall’esterno, è arduo pensare che possa assumere iniziative autonome nella regione. Nei prossimi anni l’Italia sarà ancora più allineata a USA e Israele.

Quanto alle sanzioni, gli imprenditori italiani presenti sul territorio iraniano si preoccupano per il futuro delle loro imprese e affari, perché non possono più firmare alcun contratto con controparte iraniana e vedono sgretolarsi anni di lavoro in quel paese in mano ai Cinesi, Indiani e Russi.
Secondo il ministro Terzi, bisogna accrescere la pressione sull’economia iraniana anche se l’ impatto delle sanzioni sulla nostra economia è un aspetto fondamentale: più le pressioni si accrescono, più la nostra attenzione ed i nostri scrupoli sono evidenti.
Questo mentre l’interscambio commerciale tra i due paesi nel 2010, è arrivato a 7 miliardi di Euro e ora trovare un equilibrio tra politica ed interessi economici non sarà facile; ed è un problema per una diplomazia matura che intende superare la diplomazia del ridere e scherzare.
Lei cosa ne pensa?

Il punto non è conciliare politica ed interessi economici, ma l’interesse nazionale italiano con quello del blocco atlantico, ed in particolare del capoalleanza, gli USA. L’interesse nazionale italiano sarebbe ovviamente quello d’avere buoni rapporti con l’Iran così come con tutti i paesi della regione che va dal Nordafrica al Medio Oriente. L’interesse nazionale italiano è anche che questa regione sia pacifica e stabile, per potervi commerciare e fare affidamento come fonte d’approvvigionamento energetico. Al contrario, gli USA da anni perseguono una linea destabilizzante nell’area. Il problema è che gli USA riescono ad influenzare il governo italiano non solo tramite i contatti bilaterali (e multilaterali nella NATO), ma soprattutto grazie all’azione del loro “soft power”. Washington investe in Italia (come in altri paesi) milioni di euro ogni anno per finanziare istituti di ricerca, fondazioni, gruppi politici, singoli giornalisti o uomini di potere, persino studenti promettenti. Questi milioni di euro spesi sono un investimento, perché garantiscono agli USA un forte favore all’interno della classe dirigente italiana.

martedì 22 novembre 2011

Sarà l’Europa a muovere guerra al mondo arabo e poi alla Russia?

ENERGIA: RUSSIA, IMPUGNEREMO TERZO PACCHETTO UE 11:48 18 NOV 2011

(AGI) Mosca – La Russia sta studiando come impugnare le norme contenute nel Terzo Pacchetto energetico varato dall’Unione europea. Lo ha detto il ministro dell’Energia russo, Serghei Shmatko, ricordando che l’accordo di cooperazione in vigore tra Russia ed Europa prevede il mantenimento delle esistenti condizioni economiche di lavoro per le societa’ russe che operano nell’Ue. Se applicato integralmente, il Terzo pacchetto, invece, comporterebbe un peggioramento di quelle condizioni, ha avvertito Shmatko. Il Terzo pacchetto prevede che chi produce non puo’ essere anche proprietario delle infrastrutture attraverso le quali il combustibile giunge nei Paesi.


Tradotto: la Russia non potrebbe disporre dei suoi oleodotti e sarebbe bloccata. Senza i proventi del gas la Russia finirebbe sotto il ricatto atlantico e immiserita.

Dopo la rapina della ricca Libia con l’espulsione di cinesi, russi e italiani da parte degli Angli più i francesi, siamo arrivati oggi alla guerra economica alla Russia. L’azione come potete leggere nella nota dell’AGI consiste nel bloccare la possibilità di distribuire il gas in Europa da parte della Russia. Sullo sfondo Israele vuole far presto e sta lanciando la Nato che si sta prepararando, alla devastazione della Siria. Damasco, patrimonio dell’umanità andrà distrutta come Tripoli o Sirte? E’ probabile. La eliminazione delle culture e degli Stati nazione è nel calendario perenne dei mondialisti. Intanto la Nato sta preparando la No fly zone, cioè il controllo dello spazio aereo di uno stato sovrano, ovvero il più potente atto di guerra. Parallelamente stanno istigando la Turchia che si vorrebbe accodare all’infame banchetto atlantico invadendo la Siria, il tutto mentre Israele potenza nucleare non soggetta ad alcun controllo gongola si lamenta e pungola l’Iran con i soliti dispacci dell’Aiea che hanno invertito la loro idea ed ora accusano l’Iran che un domani potrebbe trasformare il nucleare civile in nucleare per scopi bellici.


Questa annunciata, prossima guerra di sterminio e distruzione della Siria, cioè di ogni autorità nazionale, è la pre condizione per la conquista di Iran e Pakistan? A sterminio concluso la Russia sarà in gabbia e la Cina sarà isolata, sorvegliata e imbrigliata anche lei? Ovviamente nei piani dei criminali planetari la guerra la dovremo fare noi europei, come in Libia, con in più i tedeschi e turchi.

Gli Usa in fallimento non hanno altra via di scampo che accettare le condizioni e imposizioni bellicistiche delle Banche mondialiste controllate dai deviati che si coinsiderano popolo eletto? Gli elementi in nostro possesso portano a pensieri cupi. In caso contrario, cioè se non volessero lanciarsi in guerre, gli Usa collasserebbero in un battibaleno, come l’URSS per la quale è stata costruita ad hoc la crisi economica con lo stesso progetto di rapina delle risorse pubbliche ora evidente, ben conosciuto, praticato con reiterata perfidia ed oggi più che mai di moda..

Il momento poi è straordinariamente positivo, è quasi una congiunzione astrale per i nostri burattinai. Tutte le principali nazioni europee sono ormai controllate dalla Nato, cioè dagli Usa. Gli americani sono riusciti ad infiltrare in ogni governo, ed a capo della Ue e della BCE i loro guastatori per controllarla e guidarla dove conviene loro. In Italia hanno messo l’ambasciatore in Usa nel governo, come ministro degli Esteri. I politici dissidenti come quelli della Serbia, Norvegia e della Polonia sono provvidenzialmente defunti in attentati terroristici e misteriosi e improbabili incidenti. Oggi qualche flebile lamento si ode solo dalla lontana Ungheria.

I poteri forti hanno quindi molta fretta; Sarkozy l’americano che ha consegnato la Francia agli Usa sta per uscire di scena, come Napolitano l’altro americano, come Obama, Monti è un precario a tempo che ha l’appoggio certo solo della sinistra (che appoggiando la tassa dell’ICI sulla prima casa perderà ulteriori consensi) e transfughi di centro, il guerrafondaio europeo Barroso al suo secondo mandato è un sorvegliato speciale. Zapatero in Spagna è stato cacciato dagli elettori. La Grecia ha anche lei un governo loro, ovvero tecnico.

Difficilmente i burattinai delle banche potranno avere la rappresentanza o meglio potranno avere nel prossimo fiuturo il controllo sull’Europa che hanno adesso.

La situazione merita quindi di essere compresa al più presto. Dobbiamo prevenire l’escalation bellica prevista dai criminali mondialisti. Dobbiamo fare ogni sforzo e mettere in guardia quante più persone pensanti possibili. Adesso l’acqua è alla gola.

Ah, se solo gli ingenui di sinistra, i tronfi di destra, e perdenti del federalismo capissero!

di Lino Bottaro

venerdì 14 ottobre 2011

USA: Siamo al complottismo più screditato


Una settimana dopo il veto con cui Cina e Russia hanno bocciato l'ultimatum che ingiungeva ai siriani di sbarazzarsi del loro governo nel giro di trenta giorni, gli Stati Uniti tornano alla carica. Cavano dal cilindro il più classico, screditato e inverosimle complottismo. In pompa magna e squilli di tromba annunciano che l'Iran è responsabile di aver ordito un complotto per assassinare l'ambasciatore dell'Arabia saudita. Dove? Naturalmente a Washington, non in qualsiasi altra capitale dei 193 Paesi restanti del globo (dove sarebbe più facile raggiungere lo scopo). Prove? Dopo le fialette

esibite all'ONU come "prova" dell'esistenza delle armi di distruzione di massa di Saddam...c'è da aspettarsi di tutto. Stavolta, tutto si basa su di un venditore d'auto usate iraniano del Texas, che avrebbe ordito la congiura in combutta con i narcos messicani (sic). Ma va...! Difficile crederlo, ma questa é la tesi della Casa Bianca. Tanto è bastato affinchè prima fila del governo nordamericano, desse fuoco alle polveri mediatiche e lanciasse minacce a destra e a manca del pollaio globale. Con relativo e rituale messaggio mafioso: "contro l'Iran non si esclude nessuna opzione". Ma riuscite ad immaginarvi gli ayatollah iraniani complottare con la narcomafia messicana dei Zetas? Mmuh....

Ricapitoliamo: un iraniano condannato, atti giudiziari ancora segreti, indagini dei "servizi" aperte da otre 6 mesi, ma il governo di Obama sceglie proprio questo momento per chiamare a raccolta tutti i vassalli d'0ccidente e i liberi paladini dei liberi "mercati" . Basta un giudice di provincia e Washington grida "al lupo, al lupo!". Pretende di essere creduto, sulla parola. E' credibile? No, sembra una foto in bianco e nero dell'epoca del senatore McCarthy, per illustrare una trama datata anni 50. Sul fronte dell'ONU non hanno potuto frenare la Palestina, che vedrà riconosciuta la sua indipendenza dai due terzi dell'Assemblea generale e da 9 Paesi sui 15 che formano il Consiglo di sicurezza. Sulla radicalzzazone accelerata del conflitto in Siria sono stati bloccati dal veto incrociato dei russi e dei cinesi. In Libia, Sirte non cede, il sud è in mano a Gheddafi, mentre Tripoli e Bengasi, salve gli aeroporti, tutto il resto è in disputa.

Internamente, gli Stati Uniti sono scossi da un movimento di protesta contro l'oligarchia finanziaria e le politiche sociali finora seguite. Si tratta di un movimento trasversale che ha toccato 66 città, dove sono attive forze provenienti da diversi settori -incluso veterani e soldati delle "guerre contro il terrore" smobilitati- che hanno per obiettivo principale l'elite finanziaria. Nella situazione interna, caratterizzata da accentuata destrutturazione dell'ortodossia liberista, affiorano segnali preoccupanti di decomposizione sociale. Propri di realtà in cui la proliferazione di disoccupati degenera in disperazione di de-classati.

Surriscaldare la caldaia del Medoriente, gocando la pericolosa carta dell'Iran, non è azzardo di nuovo conio ma ossessiva insistenza, che oggi è vera e propria fuga in avanti. Come riveló il generale W. Clark, dopo l'Iraq, Afganistan e Somalia, il programma bellico prevedeva soggiogare il Libano (obiettivo fallito), Siria (stand by), Libia (impantamento) e Iran. Le screditate classi dirigenti dell'Unione Europee daranno una mano all'incendiario o cercheranno di circoscrivere l'incendio?
 
di Tito Pulsinelli
Tratto da: Selvas.org

mercoledì 14 settembre 2011

Il significato geopolitico di Bushehr

D. Scalea al “Secolo d’Italia”



Dopo 36 anni di tentativi falliti, allarmi e minacce, ieri, a Bushehr, l’Iran ha inaugurato la sua prima centrale nucleare. La reazione nella comunità internazionale è stata minima: nulla di paragonabile al clamore che ha accompagnato il programma atomico della Repubblica islamica negli anni e, in particolare, da quando al potere c’è Ahmadinejad.

Vi sarebbero precise ragioni geopolitiche, che si riassumono nel tentativo di allentare le tensioni con Teheran. Si tratterebbe di un’azione combinata e sottotraccia che coinvolge principalmente Usa e Russia. A spiegarlo è il segretario scientifico dell’Isag, l’Istituto di alti studi in geopolitica e scienze ausiliarie, Daniele Scalea. In quest’ottica, dunque, la presenza all’inaugurazione del ministro dell’Energia russo, Sergei Shmatko, e del capo dell’agenzia atomica russa, Sergei Kiriyenko, non era legata al solo fatto che sono loro a fornire le materie prime. «Da parte della Russia – ricorda Scalea – negli ultimi anni c’era stata una chiusura quasi totale verso il programma atomico iraniano, ora l’apertura della centrale rappresenta un’improvvisa accelerazione». A questo va aggiunta la proposta di Mosca di creare una sorta di reciprocità tra iraniani e comunità internazionale: a ogni passo compiuto da Teheran potrebbe corrispondere un alleggerimento delle sanzioni. Un approccio decisamente più soft dell’aut aut attuale, per cui o l’Iran accetta il pacchetto completo o non se ne fa nulla. Scalea mette in guardia sulle difficoltà di capire i russi fino in fondo, ma spiega che un aiuto per leggere il loro atteggiamento viene da Washington: «La mia impressione è che gli Stati Uniti non abbiamo più intenzione di spingere troppo sull’Iran, hanno i loro problemi interni e Obama è propenso ad allentare le tensioni». Dunque, l’accelerazione dei russi sarebbe il frutto di una strategia condivisa con la comunità internazionale. Dialogando con Teheran, Mosca starebbe facendo quello che nessun altro può fare, ma che tutti auspicano. «E va ricordato – prosegue Scalea – che loro forniscono il combustibile nucleare e poi se lo riprendano, in modo che non possa essere utilizzato a fini militari». In questo quadro, però, «c’è sempre chi potrebbe far saltare il banco». «Israele come la prenderà?», domanda lo storico ed esperto di geopolitica, ricordando che «in questo momento tra Tel Aviv e gli Stati Uniti ci sono forti divergenze di opinione anche sulla primavera araba e sull’appoggio di Washington alle correnti islamiste». «Gli Stati Uniti – conclude Scalea – cercano di chiudere il dossier iraniano, ma Israele potrebbe essere tentata di riaprirlo e, in quest’ottica, va anche letto il monito di Sarkozy su un attacco preventivo all’Iran».

Fonte: “Il Secolo d’Italia“, 13.09.11 (titolo di “Eurasia”)
Tratto da: http://www.eurasia-rivista.org/il-significato-geopolitico-di-bushehr-d-scalea-al-secolo-ditalia/11176/