mercoledì 20 aprile 2011

Iraq. Crolla anche l’ultima bugia sull’invasione anglo-americana

Il quotidiano britannico The Indipendent svela
gli interessi petroliferi dietro l’aggressione al Paese arabo
“Vorrei affrontare la questione del petrolio per chiarire che la teoria della cospirazione è onestamente una delle più assurde ipotesi che si possono fare quando si analizza la situazione, soprattutto perché le riserve dell’Iraq sono state anche le nostre riserve. E con questo voglio dire che probabilmente metteremo presto fine agli accordi petroliferi con Saddam. Non è il petrolio il problema, sono le armi”. Così il 6 febbraio del 2003, a poco più di un mese dall’invasione del Paese arabo da parte truppe anglo-americane, l’allora primo ministro britannico Tony Blair replicava alle accuse di chi intravedeva tra le tante false motivazioni che stavano spingendo Londra a entrare in guerra insieme a Washington la sola volontà di appropriarsi dell’oro nero di Baghdad.

Una posizione ribadita più volte dal governo della Gran Bretagna e dalla Casa Bianca fino a qualche mese fa, quando le bugie che hanno coperto per anni le reali motivazioni dell’aggressione all’Iraq hanno iniziato ad essere smascherate.

Una serie di rivelazioni iniziata con le denunce di manipolazione dei propri rapporti da parte degli ispettori Onu, inviati in Iraq per verificare la presenza di armi di distruzioni di massa, e che ha visto il suo culmine con la confessione del disertore iracheno che aveva fornito agli Usa le presunte prove dell’esistenza di un programma per la creazione di armi chimiche, sul quale l’uomo ha candidamente ammesso di essersi inventato tutto. Non serviva certo un grande analista per capire a questo punto che la reale motivazione che ha spinto Stati Uniti e Gran Bretagna a muovere guerra all’Iraq era impossessarsi delle risorse petrolifere del Paese arabo. Una motivazione in realtà apparsa chiara fin da subito, ma che soltanto ieri ha trovato una conferma ufficiale attraverso la pubblicazione sul quotidiano The Indipendent di alcuni appunti riguardanti il contenuto di riunioni riservate fra gli esponenti delle maggiori compagnie petrolifere britanniche e alcuni membri del governo londinese dell’epoca. Le note risalgono ai agli ultimi mesi del 2002 e ai primi del 2003 e mostrano come entrambe le parti pubblicamente abbiano sempre negato di aver fatto o ricevuto pressioni per partecipare all’invasione dell’Iraq insieme con gli Stati Uniti, mentre segretamente si accordavano per garantirsi una futura fetta delle riserve petrolifere di Baghdad.

Il 12 marzo 2003, circa una settimana prima dell’inizio del conflitto l’amministrazione della British Petroleum (Bp) emette una nota nella quale sottolinea di non avere “alcun interesse strategico in Iraq” auspicando però che “se ci sarà una guerra” e se qualcuno dovesse “arrivare al potere” condivida le risorse in maniera paritaria, ad ogni modo concludeva la nota “non siamo certamente noi a spingere per il coinvolgimento della Gran Bretagna”.

Tuttavia stando a un memorandum del ministero degli Esteri londinese datato 13 novembre 2002, che riporta il contenuto di un’incontro con i vertici di Bp, per la compagnia petrolifera l’Iraq rappresentava “una prospettiva importantissima”, tanto che gli amministratori della società si dicevano “ansiosi” di mettere le mani sulle riserve del Paese arabo, premendo allo stesso tempo sul governo affinché lavorasse perché nessuno potesse impedire loro di impossessarsi del “potenziale” iracheno definito “enorme anche a lungo termine”.

Una posizione che aveva già trovato il sostegno dell’allora ministro del commercio Elizabeth Symons, secondo la quale sarebbe stato difficile accettare “che le compagnie petrolifere britanniche vengano estromesse dall’Iraq se la Gran Bretagna assumerà un ruolo fondamentale di supporto agli Usa nel risolvere questa crisi”. Il pericolo più grande per il governo e le società, si evince dai testi pubblicati, era che non partecipando all’invasione i contratti per l’estrazione finissero nelle mani di aziende nordamericane e francesi, con le quali Washington aveva già avuto alcuni incontri a riguardo. E tutto questo ben prima che il segretario di Stato Usa dell’amministrazione Bush, Colin Powell, mettesse in atto la sua arte interpretativa di fronte l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003, quando per convincere gli alleati a sostenere l’attacco sventolò una boccetta di acqua sporca spacciandola per antrace proveniente dall’Iraq. In un promemoria del ministero degli Esteri britannico datato 6 novembre 2002 si legge infatti che il governo londinese invitava la Bp a un colloquio sulle opportunità nel Paese arabo “post cambio di regime”.

Tutto era già deciso, i dibattiti che ne sono seguiti, le questioni morali, le dichiarazioni e il voto dell’Onu erano solo una farsa per coprire le loro reali intenzioni, mostrandosi al mondo come i salvatori dell’Iraq, quegli “esportatori di democrazia” che però la democrazia non l’hanno nemmeno entro i propri confini.

di Matteo Bernabei

m.bernabei@rinascita.eu
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7785

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