martedì 14 giugno 2011

L’invasione cinese in Africa

L’Africa ha bisogno di infrastrutture, porti, strade, università,
che l’Impero di mezzo realizza, al contrario dell’Occidente guerrafondaio
Cinafrica. È il nuovo termine sempre più usato e diffuso per definire l’espansione economica della Cina in Africa. Un legame che, secondo un recente articolo del Guardian, si spiega nella più semplice delle formule: alla Repubblica popolare cinese sono necessarie le risorse africane quanto all’Africa sono necessarie le ricchezze della Cina.

L’interesse cinese al continente africano si fonda soprattutto su due “ossessioni” di Pechino: l’energia e il cibo. Il colosso cinese è povero di materie prime proprie, con la sola eccezione del carbone, mentre la sua economia richiede fiumi di petrolio e altre risorse minerarie. Per quanto riguarda il cibo, la Cina, dove c’è la più alta concentrazione demografica al mondo, teme la fine dell’autosufficienza. Di qui la corsa all’accaparramento delle concessioni petrolifere e di qui i programmi di sviluppo dell’agricoltura in molti Stati africani.

I primi passi della Cina in Africa

Non fu amore a prima vista tra due continenti. Si narra infatti che nel 1905 un famoso ammiraglio cinese, Zheing, preso dalla sua insaziabile sete di conoscenza, sbarcò sulle coste orientali dell’Africa e venendo in contatto con re e sudditi dotati di straordinaria intelligenza e cordialità, comprese le potenzialità di questo continente e le sue ricchezze così abbondanti da sembrare inesauribili. Scambiò porcellana cinese con pietre preziose e ritornò nella Terra del Drago. Fu chiamato al cospetto dell’imperatore, desideroso di ascoltare le sue avventure. L’ammiraglio cinese raccontò con entusiasmo e passione della terra “dal cuore nero”, finendo la sua storia con queste parole: “Mio Celestiale Imperatore a te rivolgo il dono più prezioso. Un continente dalle immense ricchezze che renderà la Cina ancora più potente e grandiosa”. Ma l’imperatore si arrabbiò e lo cacciò in malo modo ricordandogli: “Sei un uomo stolto o bugiardo. Non può esistere terra più grandiosa e ricca della Cina”.

A distanza di sette secoli, l’Impero di mezzo è tornato nella terra del cuore nero costatando che le parole dell’ammiraglio cinese che tanto fece infuriare l’imperatore sono state profetiche. Ma il suo ritorno è stato silenzioso e cauto tanto che l’Occidente ha scoperto la presenza di Pechino quando ormai era troppo tardi per metterci rimedio. E oggi sono in molti che accusano la Cina, vittima del colonialismo, di essere i nuovi colonizzatori dell’Africa.

I primi veri contatti dell’era moderna con il continente africano risalgono al 1955, con la conferenza di Bandung, che diede vita al gruppo dei Paesi “non allineati” e che rappresentò un primo tentativo della Cina di interagire con i capi di Stato africani. Nel 1963 l’allora primo ministro Zhou Ehlai visitò l’Africa, ricevendo però una fredda accoglienza, e nel 1982 Pechino offrì un programma di cooperazione cino-africano che rientrava nella strategia di spezzare l’isolamento della Cina, ma fu snobbato dai molti Paesi africani. I tempi non erano ancora maturi. L’Africa era prigioniera della guerra fredda tra la Russia e gli Stati Uniti e non aveva possibilità di scelta. Nonostante il fallimento iniziale, la Cina gettò le basi per i futuri legami economici. Finita la guerra, infatti, l’Impero di mezzo intensificò le relazioni diplomatiche ed economiche con l’Africa, approfittando del vuoto creatosi dalla caduta del blocco sovietico. E nel silenzio mediatico, i leaders cinesi hanno tessuto pazientemente negli anni una ragnatela di conoscenze, piccoli e grandi accordi economici, scambi culturali e progetti di cooperazione bilaterali. L’Occidente si accorge così della penetrazione cinese solo a partire dal 2003, quando ormai l’Impero di mezzo era ormai una temibile concorrente degli Stati Uniti e dell’Europa per il controllo delle ricchezze naturali del continente. Sulla difensiva, si è iniziato ad accusare la Cina di essere i nuovi colonizzatori dell’Africa, puntando il dito sullo scarso interesse cinese sul rafforzamento democratico e sulla violazioni dei diritti umani di molti Paesi africani. A differenza degli Usa e dell’Europa che hanno imposto il loro dominio mettendo voce in capitolo in questioni solo africane, come appunto i diritti umani, e usando la forza militare, la Cina ha scelto una strategia, chiamata “soft power”, che si è dimostrata vincente. La Cina apre le porte a massicci investimenti in diversi settori dell’economia africana, offre prestiti a tasso zero, costruisce ospedali, strade, scuole, ponti, stadi e altre infrastrutture sociali attraverso programmi di cooperazione bilaterali. Offre borse di studio in Cina a migliaia di studenti africani permettendogli di studiare gratuitamente nelle migliore università del Paese e soprattutto cancella i debiti contratti. Ad esempio, la Repubblica popolare cinese ha cancellato il debito di ben 32 Paesi africani di oltre un miliardo di dollari.

Irresistibile Cina

La Repubblica popolare cinese ammalia, affascina, confonde e convince ovunque. L’Africa è affascinata dai cinesi, dai loro dollari, dalla rapidità con cui decide e agisce. Ammalia e convince i capi di Stato e governi. Non le interessa infatti degli affari interni. Non le interessa se la gente vive al di sotto della soglia della povertà. Non si preoccupa che i suoi dollari riempiono le casse dei presidenti corrotti. Il resto sono problemi dei governanti. E come Ponzio Pilato la Cina se ne lava le mani.

La Cina afferma infatti in un trattato internazionale che “ogni Paese ha il diritto di scegliere, nel corso del suo sviluppo, il suo sistema sociale, modello di sviluppo e modo di vivere secondo le proprie condizioni nazionali”. E “ha il diritto di scegliere il proprio approccio e modello di promozione e protezione dei diritti umani”. La Cina fa affari con tutti, anche con quelli che l’Occidente ha inserito nella lista dei Paesi canaglia. Uno tra tanti è lo Zimbabwe, che ha pagato a caro prezzo la decisione di Mugabe di togliere la terra ai bianchi per ridarla ai neri africani, gli originali proprietari. Un affronto che gli Stati Uniti e l’Europa non hanno digerito e hanno ben pensato di imporre dure sanzioni economiche contro lo Zimbabwe, la cui economia è ad un passo dal collasso. Di conseguenza, il presidente Mugabe, che di certo non è un santo, ha deciso di vendere il petrolio esclusivamente alla Cina, cacciando le multinazionali occidentali dal Paese. In una recente visita ufficiale ad Harare, il ministro degli Esteri della Repubblica Popolare cinese, Yang Jiechi, ha chiesto ai Paesi occidentali di porre fine all’embargo economico del Paese africano, facendo un lungo discorso contro l’Occidente: “Lasciate che sia sincero. Noi pensiamo che occorre mettere fine all’embargo economico contro lo Zimabbwe. La Cina crede che l’Africa appartenga ai Paesi africani e alla popolazione africana. Gli Africani devono essere artefici del loro destino e tutti gli stranieri soltanto degli ospiti. Noi crediamo che tutte le Nazioni devono rispettare la sovranità e l’integralità territoriale delle altre Nazioni. La Cina e lo Zimbabwe hanno una storica amicizia che è nata durante la lotta di liberazione contro il colonialismo occidentale. Fin dall’ora le relazioni tra i nostri Paesi si sono rafforzate su un piano di reciproco rispetto ed interesse. Questo dovrebbe essere l’esempio di relazione tra Stati da seguire”.

Là dove gli Usa e l’Europa cercano di mettere le mani sulle risorse naturali del continente nero alimentando guerre civili, imponendo sanzioni e embarghi, indebitando pesantemente i Paesi e esportando la cosiddetta “democrazia”, la Cina diversamente preferisce non mettere bocca su questioni interne e pensa solo a concludere affari, prestando soldi, regalando macchinari e costruendo infrastrutture per ottenere lo sfruttamento dei giacimenti minerali. Può piacere o no, ma l’Africa preferisce questo tipo di colonizzazione che non quella occidentale, che per ora ha portato solo guerra e povertà nel continente nero. In un forum economico del 2007, l’ex presidente zambiano Levy Mwanasawasa disse che “chi si oppone agli investimenti cinesi in Africa deve darci un aiuto uguale a quanto fa la Cina (…) Noi abbiamo guardato ad Oriente solo quando voi popoli dell’Occidente ci avete lasciati”. E quando l’export di democrazia dell’Occidente ha lasciato danni irreparabili in Africa. Basta guardare la Somalia, dove gli Stati Uniti hanno scatenato una guerra civile che tutt’oggi si protrae per mettere le mani sulle ricchezze del Corno d’Africa e controllare il commercio internazionale, o il Sudan dove l’Occidente ha alimentato un conflitto civile per accaparrarsi il petrolio, o

la Costa d’Avorio dove la Francia si è intromessa in una crisi politica, portando la guerra, per riavere il monopolio del commercio di cacao e caffè, che da solo traina l’intera Africa occidentale. Ha quindi ragione il primo ministro cinese, Wen Jiabao, che qualche mese fa, nel corso di un’intervista, alla domanda di un giornalista occidentale se fosse preoccupato dalle critiche ricevute per la politica cinese in Africa, rispose: “La Cina è stata lungamente accusata di saccheggiare le risorse naturali africane e di praticare una forma di neo-colonialismo. Queste accuse, dal mio punto di vista, sono del tutto insostenibili (…) Chi è realmente a sollevare queste questioni? Sono gli Stati africani, oppure è l’Occidente che guarda nervosamente lo sviluppo degli eventi?”

Crescita vertiginosa della Cina

In meno di un decennio, il commercio cinese con l’Africa è cresciuto da 11 miliardi di dollari nel 2000 a 107 miliardi di dollari nel 2008. Nel 2009 le importazioni cinesi nel continente sono aumentate del 50%, mentre le esportazioni, soprattutto di materie prime del 81%. La Cina è presente in Angola, Sudan e Nigeria per il petrolio, in Benin, Mali, Togo e Camerun per il cotone; in Guinea Equatoriale, Gabon, Liberia per il legname, nella Repubblica Democratica del Congo e in Zambia per il cobalto e il coltan; per l’uranio in Niger e per platino, oro e diamanti nel Sudafrica. Compra platino e cromo dal Zimbabwe, ferro, carbone nickel e alluminio in ogni angolo del continente. Nel settore petrolifero la sola Angola contribuisce alla metà delle esportazioni di greggio dall’Africa alla Cina. In cambio sono stati garantiti prestiti a fondo perduto per un valore di 3 miliardi di dollari destinati alla modernizzazione le infrastrutture petrolifere statali. In Nigeria, nel luglio 2005 la PetroChina International e la Nigerian National Petroleun Corporation hanno firmato un accordo commerciale per la vendita di 800 milioni di dollari di petrolio, assicurandosi una fornitura di 30.000 barili di greggio al giorno. La Cina ha inoltre firmato accordi aggiuntivi per 4 miliardi di dollari per il diritto di estrazione del petrolio. Questi accordi includono oltre al pagamento delle royalities anche programmi di cooperazione tecnologica, donazioni di medicinali anti malaria e sostegno alla produzione di riso attraverso moderne tecnologie agricole. E poi c’è il Sudan dove da almeno quattro anni la Cina detiene più del 40% delle esportazioni di greggio, monopolizzando di fatto i pozzi petroliferi nel Darfur. Ma l’obiettivo dell’Impero di mezzo non è solo quello di importare materie prime e risorse energetiche ma anche lo sviluppo di buone opportunità in campo industriale, nel settore delle infrastrutture e in quello agricolo. Tra gli ultimi progetti cinesi realizzati in Africa vi è la costruzione di cinque Zone Economiche Esclusive (Zes) realizzate con capitali cinesi e sfruttate da imprenditori cinesi. L’operazione è cominciata nel settembre del 2009 quando vennero stanziati 450 milioni di dollari per una Zes in Zambia e 750 milioni per una nella Repubblica delle Mauritius, per farne un’area di produzione di tessuti, prodotti elettronici e farmaceutici. In Nigeria verrà creata una Zes per una zona manifatturiera ed estrattiva; in Etiopia per un parco industriale per la lavorazione del ferro, mentre l’ultima verrà creata in Egitto. L’ammontare degli investimenti totale sarà di circa 2.500 milioni di dollari e porterà alla creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro, contribuendo ad estendere le infrastrutture del continente africano. È abbastanza comprensibile perché la presenza stabile della Cina in Africa preoccupa di non poco le grandi potenze occidentali.

L’espansione cinese spaventa l’Occidente

Molti criticano la strategia della Cina in quanto non aiuterebbe i Paesi poveri che, già molto indebitati, sono così costretti a privarsi delle principali ricchezze. Si fa spesso l’esempio della Repubblica democratica del Congo. La Cina le ha prestato 9 miliardi di dollari per costruire ferrovie e dighe. Ma le opere sono state appaltate alle cinese China Railway Group e Sinohydro Corp, il prestito è stato gestito dalla Export-Import Bank of China e in cambio Pechino ha preteso i diritti di sfruttamento per le miniere di cobalto e di rame. Si è subito gridato allo scandalo. Il Fondo monetario internazionale ha criticato l’accordo in quanto il prestito concesso dalla Cina avrebbe fatto crescere il debito pubblico del Congo, minacciando il governo di Kinshasa di far saltare l’accordo per la riduzione del quasi 90% del debito. Il Fmi ha posto come condizione la rinuncia del contratto con Pechino. Un ricatto che l’istituzione finanziario internazionale, uno strumento in mano agli Usa, fa spesso con i Paesi africani, che sono fortemente indebitati. Tra le tante critiche mosse contro la Cina c’è anche quella per le condizioni dei minatori e degli operai, spesso fatti lavorare per salari miseri e in condizioni insalubri e pericolose. È anche vero che le ditte cinesi fanno venire dalla madre patria non solo i tecnici ma anche gli operai per gli appalti ottenuti, aiutando poco l’economia locale e soprattutto la disoccupazione dilagante in Africa. Ma l’Africa ha bisogno di infrastrutture, porti, strade, università, che l’Impero di mezzo realizza al contrario dell’Occidente che chiede costi troppo alti per Paesi già pesantemente indebitati. Gli investimenti che vanno dalle costruzioni all’energia, dall’agricoltura all’abbigliamento, dal petrochimico al commercio di armi, hanno rafforzato la presenza della Cina nel continente africano.

In una recente mappa delineata dal Sole 24 ore, è notevole notare come i cinesi siano ovunque in Africa: nei cosiddetti Paesi del Maghreb - Marocco, Algeria, Libia, Tunisia, Egitto, Mauritania - la Cina è presente soprattutto nell’edilizia e nel commercio - nell’Africa dell’Est - Eritrea, Etiopia, Sudan, Uganda, Kenya, Somalia - nel commercio di armi e materie prime - nell’Africa dell’Ovest - Senegal, Mali, Niger, Ciad, Guinea, Liberia, Costa d’Avorio, Togo, Benin, Nigeria e Camerun – nel settore del petrolio, dell’edilizia e delle tecnologie.

L’invasione cinese se preoccupa poco l’Africa spaventa molto l’Occidente. Solo per fare un esempio, le principali aziende minerarie hanno chiesto l’intervento delle Nazioni Unite per impedire alla Cina di escluderle dallo sfruttamento delle risorse del continente africano.
Siamo di fronte a una nuova guerra fredda. I contendenti sono gli Stati Uniti e la Cina, ma in mezzo ci sono la Francia, che con la guerra in Libia e in Costa d’Avorio è ritornata nel palcoscenico internazionale, e Gran Bretagna. La presenza delle multinazionali statunitensi si estende lungo la costa atlantica dell’Africa , dalla Mauritania all’Angola, passando per Sao Tomé e Principe, ormai diventato una base Usa, Gabon e Guinea Equatoriale. In questi Paesi si gioca una partita all’ultimo sangue con la Cina.

di Francesca Dessì
Tratto da: Rinascita

1 commento:

  1. Mi sembra ormai chiaro che questo sarà il secolo cinese e quello della decadenza definitiva dell'occidente.Quatti quatti,senza tante guerre,da anni i cinesi si son infiltrati dappertutto,detengono la maggior parte del debito americano (e in parte anche quello europeo),hanno un surplus commerciale mensile da far paura e un tasso di crescita intorno all'8-9% annuo.Certo,anche per loro verranno tempi di congiuntura e problemi sociali,ma finora sembra aver prevalso la loro famosa saggezza e intelligenza.
    Poi sai,con un miliardo e mezzo di abitanti,se si la gran parte dei rurali si mette a lavorare e consumare,non ce n'é più per nessuno...

    Significativa,tra le tante cose che hai ben spiegate,è il tentavivo di impossessarsi in Congo del Coltan,un materiale stratgico di enorme importanza per una miriade di cose,dai pc all'industria spaziale.
    Ho visto un paio d'anni fa un servizio sulla tv francese su questo argomento e dove pareva che i cinesi avessero sbaragliato tutti i concorrenti.
    Proprio il caso di dire Cina uber alles...sperando bene,non vedo nessun Gordon Flash all'orizzonte...

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