martedì 20 dicembre 2011

La nuova Libia e la nuova Italia


Pochi giorni fa il leader dimissionario di un CNT perennemente in subbuglio, Abdul al Jalil, è giunto a Roma per una visita di Stato. Ha incontrato il neopremier Mario Monti, col quale ha siglato la solenne rientrata in vigore del Trattato d’Amicizia Italo ¨C Libico del 2008, congelato mesi fa, quando la destabilizzazione politica della Jamahiriya libica era giunta ad un punto di non ritorno. L’incontro è stato presentato come un indubbio successo politico e diplomatico per entrambi. Innanzitutto per Jalil, al quale Monti ha promesso di ricambiare la visita con un suo viaggio in Libia previsto per gennaio del 2012: dopo Cameron, Sarkozy, Erdogan, Clinton e McCain, un altro alleato importante del CNT visiterà il paese contribuendo a sdoganare il nuovo regime e la sua classe dirigente a livello internazionale. Ciò inoltre velocizzerà anche il recupero dei vecchi rapporti d’affari (le partecipazioni libiche ad alcune importanti aziende italiane da una parte e gli interessi economici ed energetici del nostro paese in Libia dall’altra) che la guerra aveva messo in sospeso. Va sottolineato come in quest’ultimi mesi il CNT sia al centro di una frenetica attività diplomatica che lo vede ricevere delegazioni praticamente da quasi tutti i vecchi partner della Jamahiriya (in primo luogo il Sudan e molti paesi dell’Africa Nera) e anche da qualche nuovo arrivato col quale in passato i rapporti non erano mai stati particolarmente brillanti (l’Iran). Il riavvicinamento all’Italia, del resto già iniziato sotto il governo Berlusconi, si presenta quindi come un passaggio tanto obbligato quanto prevedibile di questo processo di recupero della centralità nella politica estera di cui godeva la Libia fino al 17 febbraio di quest’anno. Ma se è evidente l’intento della dirigenza bengasina di riacquisire, almeno nella parvenza, la statura politica di Gheddafi, la sua condizione di fantoccio degli Stati Uniti, dell’Inghilterra, della Francia ed in particolare dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ne mette rapidamente a nudo tutti i limiti e le velleitarietà.

Anche l’Italia, seppure in quadro molto diverso, si trova a scontare spazi di manovra analogamente esigui, e che i fatti degli ultimi mesi hanno oltretutto contribuito a ridimensionare ancora di più. Come ben sappiamo, la guerra della NATO e dei suoi alleati contro la Libia di Gheddafi e a favore dei suoi beniamini di Bengasi è stata combattuta (oltre che per ostacolare ed eliminare il processo di unificazione africano guidato dalla Jamahiriya e vissuto dalle potenze occidentali come fortemente lesivo dei loro interessi coloniali e neocoloniali nel continente) soprattutto per garantire a Stati Uniti, Inghilterra, Francia e Qatar il controllo delle risorse energetiche ed idriche del paese; a tacere poi delle opportunità garantite dal potervi stabilire basi, dal lucrarvi sui costi della ricostruzione, dalle politiche sull’indebitamento o ancora dal contrabbando di reperti archeologici. Tutte cose già avvenute in Iraq e che un indomani potrebbero sciaguratamente ripetersi anche in Siria o persino in Iran. Fatto sta che, se fino ad un anno fa l’Italia era il principale partner economico e commerciale della Libia, oggi ciò non è più possibile perchè si deve semplicemente far posto a coloro che questa guerra l’hanno voluta e che ora reclamano la propria parte della preda, a danno ovviamente anche nostro.

L’ENI, su cui oltretutto pende la spada di Damocle di una possibile privatizzazione da parte di soggetti molto vicini a coloro che hanno voluto questa guerra, potrebbe in un non remoto futuro non gestire più in toto quel 30% di gas e di petrolio che il nostro paese annualmente importa dalla Libia. A condurre buona parte di quell’energie nelle nostre cisterne e nei nostri rubinetti potrebbero essere altri soggetti, angloamericani, francesi o addirittura qatarini, lasciando all’ENI quote di mercato minoritarie. Dopotutto le guerre si combattono, fra le tante cose, anche per impadronirsi di nuove quote di mercato: le compagnie dei paesi aggressori e vincitori avranno in Libia la parte del leone, sottraendo così alla concorrenza cinese, italiana, indiana, russa o brasiliana e soprattutto alla compagnia di Stato libica molte fette della torta; lo abbiamo già detto, è lo stesso copione già visto in Iraq. In ogni caso un ridimensionamento delle proprie attività in Libia per l’ENI non si trasformerebbe automaticamente in un danno economico: al pari dell’Iraq, le privatizzazioni e la svendita della sovranità faranno del petrolio libico uno dei più economici e convenienti al mondo per le compagnie straniere interessate alla sua estrazione. A maggior ragione se consideriamo che quello libico è tra i più poveri di zolfo che esistano, e quindi meno bisognoso di quei costosi trattamenti di raffinazione che devono invece essere praticati con abbondanza sul greggio saudita o ancor più su quello russo. La Jamahiriya tratteneva l’85% dei proventi derivanti dall’estrazione del greggio, mentre il CNT non andrà oltre il 25 o 30% a seconda dei casi: ciò significa che un 60% dei guadagni che prima restavano alla Libia ora andranno alle compagnie estrattrici, rendendo il petrolio libico davvero molto a buon mercato, soprattutto se confrontato a quello di paesi come la Russia che s’intascano l’80% per un petrolio su cui, oltretutto, dopo devono essere attuate costose procedure di decantazione. Se i guadagni per BP, Total Erg, Shell o Qatar Petroleum andranno alle stelle, anche quelli dell’ENI non saranno poi così male, nonostante il ridimensionamento delle percentuali di gas e petrolio estratti. Anche nel caso, tutt’altro che peregrino, di una riduzione ad un terzo dell’energia estratta rispetto ad un anno fa (ma Scaroni e Monti insistono che non è vero, ed anzi sbandierano la notizia secondo cui già adesso l’ENI sarebbe ritornato al 70% dei livelli prebellici, con la prospettiva di raggiungerli già a partire da marzo prossimo), gli utili resterebbero in pratica invariati proprio perchè compensati da un’eventuale triplicazione dei margini di guadagno. Ma perchè s’arrivi a questo è necessario che i contratti fra l’ENI e lo Stato libico siano rinegoziati adottando il modello già impiegato per la compagnia di Stato qatarina e quelle francesi, visto che finora l’estrazione continua ancora secondo le quantità e le percentuali sancite dalle leggi della Jamahiriya, che non sono certamente quelle da regime coloniale del CNT di Bengasi. Prima o poi vi s’arriverà, quantunque su pressioni dei vincitori e non per volontà italiana o bengasina: e sarà certamente un momento sgradito ad entrambe le controparti, visto che un contratto che consente un guadagno del 90% non fa schifo a nessun governante libico di ieri o di oggi o di domani; così come agli italiani, al di là della prospettiva di risparmiare o addirittura aumentare i propri guadagni, preoccupa comunque la possibilità di dover ridimensionare le proprie attività in Libia. Ma la NOC, la compagnia di Stato libica, prima o poi dovrà pur essere privatizzata (in toto o in parte, si vedrà: anche in questo caso vale l’esempio iracheno) ed i nuovi lotti e giacimenti da cui estrarre assegnati: i vincitori, lo abbiamo già detto, pretendono la loro parte. Hanno fatto questa guerra per entrare nel mercato libico, o meglio per impossessarsene.

Finmeccanica, altra azienda che fino a pochi mesi fa rivestiva un ruolo chiave nei rapporti economici fra Libia e Italia, ha anch’essa di fronte a sé un futuro decisamente buio. Le ultime vicende giudiziarie, che hanno portato alle dimissioni del presidente Guarguaglini, sembrano preannunciare proprio come per l’ENI un futuro disimpegno dello Stato italiano della quota azionaria ancora in suo possesso. Si continua ad ignorare che fine faranno le quote azionarie detenute dalle finanziarie libiche; un problema, questo, che riguarda pari pari anche l’ENI. Sicuramente Monti e Jalil avranno quantomeno sfiorato anche questo problema, nel corso del loro incontro romano di qualche giorno fa, e altrettanto sicuramente vi ritorneranno sopra in futuro. In quanto azionisti presenti nel capitale di queste due aziende, i libici al pari di tutti gli altri dovranno essere informati di eventuali decisioni del Tesoro italiano circa il futuro di ENI e Finmeccanica; e analogamente il nostro paese vorrà sapere se i libici sono a loro volta intenzionati a proseguire con la loro partecipazione in queste aziende con la stessa determinazione del passato o meno. Ma i problemi di Finmeccanica (e di ENI) non si limitano ai soli aspetti finanziari e proprietari. Con la Libia di Gheddafi Finmeccanica aveva messo a segno importanti contratti di fornitura, in particolare nel campo degli armamenti; com’è noto la scelta del vecchio governo libico di preferire il prodotto italiano a quello della francese Dassault aveva pesato non poco sulla decisione di Parigi (appoggiata dagli inglesi, che con la Francia hanno da tempo costituito una joint venture nel campo degli armamenti) di scatenare contro la Libia la destabilizzazione interna prima e la guerra d’aggressione esterna poi. C’è da scommettere che i futuri governanti libici, pur continuando a regalare all’industria italiana qualche contentino, d’ora in avanti preferiranno di gran lunga e in larga parte il prodotto franco-inglese e americano per la fornitura dei loro arsenali. Anche in questo caso l’esempio dell’Iraq, che preferisce gli armamenti americani a quelli della concorrenza (russa in primis), è decisamente molto valido.

Ultimo capitolo: le piccole e medie imprese italiane. Per loro s’inaugura un 2012 decisamente molto amaro, se è vero (come da dati di Confindustria) che per il nostro paese si prevedono un PIL a -1,6% e 800mila posti di lavoro in meno. Dalla Libia sono state espulse fin dai primi mesi della guerra, dato che le condizioni idonee al loro lavoro erano venute meno e che, con i nuovi assetti politici assunti dal paese, s’è definitivamente chiusa ogni prospettiva di un loro rientro. Molte PMI operanti in Libia fino all’inizio di quest’anno non vedranno mai più ripagati beni e servizi che avevano fornito anticipatamente, a tacere degli investimenti per inserirsi nel mercato libico che adesso dovranno essere considerati irrimediabilmente perduti. Anche questo è un duro colpo al tessuto economico e produttivo del nostro paese, per il quale il precedente governo non ha saputo elaborare alcuna cura; e non risulta che, al momento, il nuovo esecutivo abbia valutato alcuna iniziativa volta ad alleviare o sanare almeno in parte questo problema. Se ENI e Finmeccanica, in virtù della loro forza industriale, possono quantomeno contare sulla certezza della propria sopravvivenza e sulla possibilità d’individuare nuovi sbocchi economici e commerciali con cui compensare quelli perduti, le PMI (e non soltanto quelle che operavano in Libia) possono solo augurarsi di riuscire a festeggiare, dopo quello del 2011, anche il capodanno del 2012, per quanto sempre più ridimensionate e malandate.

Tratto da: http://www.statopotenza.eu/1199/la-nuova-libia-e-la-nuova-italia

Disinformazione: tecniche d’egemonia


In un’epoca globale come la nostra, in cui internet permette la trasmissione di notizie dirette in tempo reale, l’informazione (e la disinformazione) giungono a detenere un ruolo fondamentale nello scacchiere internazionale. L’informazione rappresenta uno dei punti di forza su cui possono puntare gli attori internazionali per condizionare l’opinione pubblica e di conseguenza eventi globali di portata storica. Non è quindi trascurabile il ruolo che i mass media svolgono all’interno del contesto in cui operano. L’indipendenza dei media cosiddetti “ufficiali” è totalmente in discussione, soprattutto negli stati democratici dell’ovest. Essi detengono il pressoché totale monopolio, e rappresentano l’unica fonte diretta da cui i singoli attingono, prima di andare a formare la cosiddetta “opinione pubblica”. I mass media, in qualità di veri e propri “opinion makers” hanno dunque un ruolo che può avere effetti devastanti sul corso degli eventi. A ciò si aggiunga la morte del giornalismo “embedded”. A quest’ultimo si è sostituito un giornalismo privo di iniziativa investigativa, che si limita esclusivamente a recepire da fonti determinate e comunicare. La maggior parte dei giornalisti inviati sul campo contribuiscono, infatti, ormai ad instaurare un clima di manipolazione dalle loro stanze d’albergo, al sicuro dalle zone di scontro, ad attendere i bollettini ufficiali dei militari: una sola fonte dunque, una sola parte da ascoltare. Questo di certo non solo per l’incapacità dei giornalisti di smarcarsi da un controllo a tutto tondo, ma anche per la mancanza di professionalità. Nonostante tutto non mancano voci indipendenti e contrastanti nel circolo mediatico, di certo con una risonanza minore. Ecco come il giornalista Fracassi descrive la permanenza e le condizioni dei colleghi a Dahran, durante la guerra del golfo: “Nell’essere ammessi agli alberghi e accreditati presso il Jib, Joint Information Bureau, gli inviati dovevano accettare condizioni capestro. Eccole: Dovete sempre essere accompagnati da una scorta militare; È proibito informare sul tipo di armi, equipaggiamento, spostamenti, consistenza numerica delle unità; È proibito descrivere in modo dettagliato lo svolgimento delle operazioni militari, diffondendo notizie sui risultati delle operazioni stesse; È proibito identificare le località e le basi da cui partono le missioni: i servizi si possono datare con diciture come “Golfo Persico” , “Mar Rosso” , “Arabia Saudita Orientale “ , “Arabia Saudita Centrale” , “nei pressi del confine kuwaitiano” ; È proibito divulgare informazioni sulla consistenza dell’armamento delle forze nemiche; È proibito menzionare in dettaglio le perdite subite dalle forze della coalizione; si possono impiegare i termini “scarse” “moderate” “gravi”; Sono vietate le interviste non concordate.[1]. E ancora: “A noi, cioè ai giornalisti di tutte le altre parti del mondo, non restava altro che affittare una casella nella grande bacheca americana e comprare notizie censurate e di seconda mano. Tutto ciò per la modica cifra di 200 dollari a settimana. Anche per gli americani che teoricamente potevano avere accesso a qualche informazione diretta le cose non erano semplici. Ha scritto più tardi uno di loro, James LeMoyne: ‘Loro (i militari) decidono quali unità americane possono essere visitate dai reporter; quanto deve durare una visita, quali corrispondenti possono effettuare una visita, cosa i soldati possono rispondere, che cosa le telecamere possono mostrare e cosa può essere scritto’”[2]. Una condizione che di certo non permette indagini complete ed empiricamente valide, e risposte adeguate alle domande che si pone chi sta a casa, pronto a schierarsi con quelli che verranno dipinti come eroi, liberatori, pacificatori.

In Europa ed in Nord America in particolare si registra un controllo capillare da parte dei mass media, che filtrano ogni notizia, scelgono quelle più adatte ad essere pubblicate, e scartano quelle “scomode” (si tratta dell’“Agenda Setting”)[2], tutto naturalmente sotto il controllo degli interessati, in particolar modo del Pentagono per quanto riguarda l’Occidente, dove l’egemonia statunitense condiziona in modo asfissiante ogni singolo movimento, slogan, immagine, ecc. Nelle zone di guerra i media detengono una credibilità e fiducia indiscutibile per i più, essendo anche l’unica fonte cui attingere, trascurando le pubblicazioni multimediali (twitter, facebook e così via… che hanno avuto un ruolo primario soprattutto negli ultimi eventi della cosiddetta “primavera araba”) spesso prive di fonti e inaffidabili, ed i media indipendenti già citati. Senza scomodare nuovamente i fatti più volte ripetuti nelle menzogne e nella vera e propria propaganda che noi europei abbiamo subito prima, durante e dopo la guerra in Libia, si può fare qualche passo indietro, per comprendere come per il Pentagono la manipolazione mediatica occupi un posto primario nell’agenda strategica. Il tutto ovviamente si ripercuote anche sull’Europa, da anni sotto l’influenza non trascurabile d’oltreoceano.

L’“opinione pubblica” infatti può condizionare in modo piuttosto rilevante la politica dei paesi occidentali, appoggiando e sostenendo, in modo da darvi credibilità, le varie invasioni operate dai paesi della NATO negli ultimi venti anni. Gli Stati Uniti, facendo proprie le capacità di merchandising della cinematografia, hanno cominciato ad utilizzare gli stessi mezzi tanti anni fa. Fondamentale è l’impatto emotivo sulle persone, in modo che queste si sentano toccate personalmente da eventi, da frasi, da immagini, e che si indignino personalmente. Si tratta dell’”Atrocity Propaganda”[3], immagini o racconti atroci e struggenti che colpiscono il pubblico. Emblematico è il caso della guerra in Kuwait, che diede inizio ad una forte propaganda statunitense. Molti ricorderanno il caso della giovane Nayirah, di 15 anni, che pubblicamente raccontò di aver visto le armate di Saddam, in un ospedale, nel 1990, strappare dei neonati dalle incubatrici, e lasciarli dunque morire sul pavimento. La notizia fece il giro del mondo, tanto che il dott. Behbehani, alle Nazioni Unite, raccontò di essere un chirurgo e di aver assistito di persona al massacro di 40 bambini [4]. In realtà le notizie furono smentite poco dopo, e si scoprì che la giovane ragazza era in realtà la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano in America, convinta a mentire, mentre il secondo era semplicemente, come lui stesso confessò, un dentista che aveva accettato di avvalorare la menzogna costruita [5]. In questa vicenda fu fondamentale il ruolo della Hill&Knowlton, un’agenzia americana di pubbliche relazioni che detiene attualmente 86 uffici in 46 diversi paesi, compresa l’Italia (con sede a Milano e a Roma)[7]. Con un contratto da 11 milioni di dollari l’agenzia in questione rese servizio ad un gruppo di copertura, l’associazione Citizens for a free Kuwait (CFK), gruppo finanziato dall’emiro esiliato Al Sabah[8]. L’agenzia doveva occuparsi di “accrescere la sensibilizzazione internazionale sulla questione kuwaitaiana, attraverso una campagna mirata”[9]. Lo stesso schema fu applicato per l’invasione dell’Iraq nel 2003: questa volta – si scoprì poi nel 2005 – le armate statunitensi pagarono i giornali locali iracheni affinché pubblicassero articoli a lieto fine (scritti dalle armate statunitensi stesse) che condizionassero in positivo l’opinione indigena sull’occupazione militare. A fungere da intermediario – pagato – vi fu questa volta un’altra agenzia, la Lincoln Group, che aiutava a tradurre e piazzare gli articoli[10]. Negli articoli, ovviamente, si parlava degli Stati Uniti d’America come “liberatori democratici”, a scapito di anni di feroce dittatura. Come riporta Usa Today, nel 2005 il Lincoln Group, insieme ad altri gruppi, ha poi ottenuto altri contratti con il Pentagono per un valore di circa 100 milioni di dollari in un anno, al fine di costruire a tavolino slogan, articoli di giornale e spot alla radio, e dare sostegno e credibilità ai militari impegnati in Iraq[11]. Fu sempre Fracassi poi a scoprire come tutte le immagini della guerra nel Kuwait fossero in realtà girate altrove, poiché la censura di Saddam era totale e nessuna immagine poteva uscire dal paese[12]: erano infatti immagini di repertorio, girate in altri contesti. Si trattò dunque, ieri come oggi, di una realtà totalmente manipolata e fittizia, creata a tavolino per coinvolgere il pubblico, proprio come in un film, affinché si sentisse in sintonia con i “poliziotti internazionali”, con i “buoni”, ed arrivasse a giustificare i bombardamenti, anche al di fuori dell’ambito delle organizzazioni internazionali e dell’Onu. Tuttavia, non si tratta soltanto di eventi militari o di presunti crimini, genocidi o massacri. Per colpire il pubblico si utilizzano anche alcune scene apparentemente meno cruente ma utili a dipingere il nemico come un feroce dittatore senza alcuna lucidità mentale, che compie gesti insensati e governa il suo paese in modo arbitrario e folle. È il caso del cormorano agonizzante nel petrolio, sulla riva del Golfo Persico. Un’immagine che fece il giro del mondo e convinse l’opinione pubblica occidentale che Saddam fosse realmente un pazzo privo di ogni logica umana. La colpa infatti fu attribuita al presidente dell’Iraq, mostrandolo così insensibile anche di fronte alla natura, pur di raggiungere i suoi scopi. In realtà François Carné riuscì a strappare dalla CNN confessioni in cui alcuni giornalisti ammettevano di aver girato le scene in altri luoghi[13]. In effetti il Golfo Persico era sotto il pieno controllo delle armate irachene e non era comprensibile come emittenti straniere fossero riuscite a riprendere tali immagini. Un inviato dell’Evenement du Jeudi interrogò i maggiori ornitologi mondiali, giungendo alla considerazione che in quel periodo dell’anno non ci fosse alcuna possibilità che un cormorano si mostrasse sulle rive del Golfo[14]. Una vera e propria mossa cinematografica, ma al tempo stesso una mossa strategica che rientra a pieno titolo nel concetto di “guerra”, una guerra totale e senza limiti, come direbbero Liang e Xiangsui, autori del saggio Guerra senza limiti, che non esitano ad includere nell’arte bellica anche l’informazione e la disinformazione [15]. D’altro canto, sui campi di guerra, sono del tutto trascurate le versioni ufficiali dei media nazionali del paese invaso, quelle del governo, e quelle indipendenti ma avvalorate da fonti indiscutibili. Video e messaggi struggenti (sempre “atrocity propaganda”) vengono completamente trascurati quando non portano acqua al mulino degli invasori. In un’intervista comparsa su LibyanFreePress, durante la recente invasione della Libia, un uomo ferito afferma di essere un civile e di essere stato colpito da bombe Nato, a discapito della propaganda su cui l’intera missione era stata costruita: salvare i civili. Dirà poi di voler vivere e morire al fianco di Mohammar (Mohammar Gheddafi, nda): altro colpo duro alla propaganda che dipingeva una Libia totalmente in mano ai ribelli e posta, ancora per poco, sotto il giogo di un manipolo di mercenari assoldati dal tiranno [16]. Altro esempio è il massacro nascosto dei libici di colore, salvo poi essere timidamente emerso nei maggiori canali informativi.

I casi di menzogne, occultamenti e realtà fittizie sono infiniti, e per citarli tutti non basterebbe un libro. D’altronde spesso la verità viene a galla ufficialmente, anche su quotidiani di spicco, ma quando ciò avviene gli ingranaggi della macchina della guerra si sono già messi in moto, e la smentita cade nel dimenticatoio, rifilato in qualche spezzone di rettifica o in qualche paginetta dei principali quotidiani, nel migliore dei casi.

Il fatto che tutte le notizie, fragili e inconsistenti, siano state riportate in modo arbitrario e prive di fonti, fa pensare che il giornalismo sia ormai quasi completamente privo di meccanismi meritocratici, e non badi alla qualità, ma che sia solamente interessato a “vendere” il prodotto, ovvero la notizia. Nessuno, fra le testate o i giornalisti di una certa importanza, ha messo in discussione le fondamenta, ricercando dati e fonti, o chiarimenti.

In periodo di guerra la morsa dei media è più stringente, ma ciò non esclude che l’enorme macchina propagandistica si muova, neanche troppo silenziosamente, in periodi meno sospetti. Ne è un esempio il lunghissimo caso di Sakineh, la donna adultera e omicida, la quale, nonostante la miriade di smentite e ridicolizzazioni subite dalla vicenda, campeggia ancora nella gigantografia affissa al Campidoglio.

Tutti i Paesi subiscono una schermatura ed una manipolazione dell’informazione, ma al giorno d’oggi il dominio spetta certamente agli Stati Uniti d’America, nonostante tutto ancora prima superpotenza, in fase egemonica. Il controllo capillare dell’informazione non esclude affatto l’Europa, suprema “impotenza” relegata a rango di vassallo del padrone d’oltreoceano. La propaganda mediatica che quotidianamente subiamo nei nostri paesi, da cittadini europei, è infatti paragonabile a quella che il Pentagono organizza nel proprio paese: è da lì infatti che i nostri media attingono con la bava alla bocca, non vedendo l’ora di fiondarsi su notizie accattivanti e “spettacolari” per il pubblico, fino a trascinarlo in una guerra contro se stesso, come accaduto per la guerra di Libia. Quotidianamente, su ogni TG, su quasi tutti i quotidiani, vengono operate mosse strategiche di guerra, manipolazioni che condizionano e influenzano il pensiero dei singoli, creando realtà fittizie e presunti buoni, presunti malvagi. Rientra in questa tecnica di guerra anche la terminologia quotidianamente adottata, basti pensare al rango di “Stati canaglia” e di “Dittatore” o all’abuso del termine “genocidio”.

Compito nostro, di europei intenzionati a mettere in discussione l’assetto geopolitico attuale e riaprire il dibattito su temi troppo a lungo mistificati è di contrastare, necessariamente in modo “asimmetrico” (attraverso la “democratica” rete), il predominio della propaganda atlantica. In questo il web è un’arma a doppio taglio. Chiunque scrive ciò che ritiene opportuno, o che crede giusto, o che vuole far credere. Per differenziarsi è dunque necessaria la credibilità, è doveroso smentire le fonti che si dicono ufficiali con dati, prove, imponendo altre fonti ufficiali e, dunque, un contraddittorio. È infatti impossibile sperare di cambiare le logiche del cittadino comune europeo, il suo sistema mistificato, la concezione mentale di “buoni”, di “cattivi”, di “democrazie” e di “canaglie”, senza partire dalla radice: dall’informazione. Gli Stati Uniti, vero ostacolo al raggiungimento di un pieno multipolarismo, basano e consolidano il proprio dominio anche grazie ad una propaganda costante, attraverso film, serie tv o slogan apparentemente innocui, che giorno dopo giorno si consolidano e si radicano nella cultura e nella mentalità europea.

Note:
[1] C. FRACASSI, 27/02/2006 . Un libro a puntate su internet sotto la notizia “niente”
[2] Ibidem.
[3] M. CHIAIS - Democrazia, informazione e guerra: i media e la manipolazione della realtà. Saggio raccolto in “Democrazie tra terrorismo e guerra”, a cura di Valter Coralluzzo, Edizioni Angelo Guerini e associati SpA
[4] Ibidem
[5] RONCAROLO 2003, pp. 235-36]
[6] Ibidem.
[7] Sito ufficiale Hill & Knowlton: http://www.hkstrategies.com/
[8] M. CHIAIS - Democrazia, informazione e guerra: i media e la manipolazione della realtà. Saggio raccolto in “Democrazie tra terrorismo e guerra”, a cura di Valter Coralluzzo, edizioni Angelo Guerini e associati SpA
[9] Ibidem
[10] Los Angeles Times, 30 Novembre 2005.
[11] Usa Today, 13/12/2005
[12] M. CHIAIS, Democrazia, informazione e guerra: i media e la manipolazione della realtà. Saggio raccolto in “Democrazie tra terrorismo e guerra”, a cura di Valter Coralluzzo, Edizioni Angelo Guerini e associati SpA
[13] Ibidem
[14] Ibidem
[15] Qiao Liang - Wang Xiangsui, Guerra Senza Limiti, 2001, libreria editrice Goriziana
[16] http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=j2JcH_X-rYc

Tratto da: http://www.statopotenza.eu/696/disinformazione-tecniche-degemonia

venerdì 16 dicembre 2011

Le smart bombs di Wall Street

Ci sono vari tipi di smart bombs, «bombe intelligenti», usate da quello che Les Leopold definisce efficacemente il «governo segreto di Wall Street», la potente oligarchia finanziaria che controlla lo stato (http://www.voltairenet.org/Wall-Street-secret-government). Le prime sono quelle propagandistiche che colpiscono il cervello, annebbiando gli occhi e facendo vedere cose inesistenti.

Sono oggi massicciamente impiegate per mistificare la realtà della crisi, per convincerci che essa è provocata dal debito pubblico e che, per salvarci, dobbiamo fare duri sacrifici tagliando le spese sociali. Il debito pubblico è però conseguenza, non causa della crisi. Essa è dovuta al funzionamento stesso del mercato finanziario, dominato da potenti banche e gruppi multinazionali. Basti pensare che il valore delle azioni quotate a Wall Street, e nelle Borse europee e giapponesi, supera quello di tutti i beni e servizi prodotti annualmente nel mondo.

Le operazioni speculative, effettuate con enormi capitali, creano un artificioso aumento dei prezzi delle azioni e di altri titoli, che non corrisponde a una effettiva crescita dell’economia reale: una «bolla speculativa» che prima o poi esplode, provocando una crisi finanziaria. A questo punto intervengono gli stati con operazioni di «salvataggio», riversando denaro pubblico (e quindi accrescendo il debito) nelle casse delle grandi banche e dei gruppi finanziari privati che hanno provocato la crisi. Solo negli Stati uniti, l’ultimo «salvataggio» ammonta a oltre 7mila miliardi di dollari, dieci volte più di quanto ufficialmente dichiarato.

Come ciò possa avvenire lo spiega il fatto che i candidati presidenziali sono finanziati, attraverso «donazioni» e in altri modi, dalle grandi banche, tra cui la Goldman Sachs, e che l’amministrazione Obama, appena entrata in carica, ha nominato in posti chiave loro persone di fiducia, facenti parte della Commissione Trilaterale. La stessa in cui Mario Monti, consulente internazionale della Goldman Sachs e ora capo del governo italiano, riveste il ruolo di presidente del gruppo europeo.

Non c’è quindi da stupirsi se il governo segreto di Wall Street impiega, in funzione dei suoi interessi, anche «bombe intelligenti» reali. Non a caso le ultime guerre, effettuate dagli Stati uniti e dalla Nato, hanno «intelligentemente» colpito stati situati nelle aree ricche di petrolio (Iraq e Libia) o con una importante posizione regionale (Jugoslavia e Afghanistan). Stati come l’Iraq di Saddam Hussein, che minacciava di sganciarsi dal dollaro vendendo petrolio in euro e altre valute, o come la Libia di Gheddafi, che programmava di creare il dinaro d’oro quale concorrente del dollaro e promoveva organismi finanziari autonomi dell’Unione africana, il cui sviluppo avrebbe ridotto l’influenza della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale. Per analoghe ragioni si prendono ora di mira Siria e Iran. Crisi e guerra sono due facce della stessa medaglia. Anche perché la guerra fa crescere la spesa militare che, appesantendo il debito pubblico, impone ulteriori sacrifici.

L’Italia, stima il Sipri, è arrivata a una spesa militare annua di 28 miliardi di euro, all’incirca il costo della manovra. Ma non se ne parla. Le bombe di Wall Street sono davvero intelligenti

di: Manlio Dinucci

Fonte: IlManifesto.it
Tratto da: Cori in Tempesta

Inarrestabile Cina. L’Occidente corre ai ripari


La Cina ha sorpassato la Banca Mondiale come principale creditore dei Paesi in via di sviluppo, in particolare dell’Africa. Lo ha reso noto il giornale cinese The Shanghaiist, che ha citato uno studio dell’Asia Society. Secondo il rapporto, la Banca Mondiale ha elargito ai Paesi africani prestiti per 11,4 miliardi di dollari, ma la Cina ha prestato al solo Ghana 13 miliardi. In Angola, il principale partner di Pechino, gli investimenti cinesi dal 2003 ad oggi sono stati di 15 miliardi di dollari. In questi ultimi dieci anni, l’espansione economica cinese in Africa è di fatto inarrestabile.
 
L’Africa ha bisogno di infrastrutture, porti, strade, centri commerciali, università, ospedali che la Repubblica cinese realizza in cambio di materie prime, al contrario dell’Occidente che chiede costi troppo alti per Paesi già pesantemente indebitati. Una strategia chiamata soft power che si è dimostrata “vincente”. Pechino non fa altro che investire in diversi settori dell’economia africana, offrire prestiti a tasso zero, costruire infrastrutture sociali, stanziare borse di studio in Cina a migliaia di studenti africani permettendogli di studiare gratuitamente nelle migliore università del Paese e soprattutto cancellare i debiti contratti.
 
Si calcola che Pechino abbia cancellato il debito di ben 32 Paesi africani. È questa la chiave del successo cinese. In un forum economico del 2007, l’ex presidente zambiano Levy Mwanasawasa disse che “chi si oppone agli investimenti cinesi in Africa deve darci un aiuto uguale a quanto fa la Cina (…) Noi abbiamo guardato ad Oriente solo quando voi popoli dell’Occidente ci avete lasciati”. Dati alle mani, per ora, l’Europa e gli Stati Uniti hanno depredato il sottosuolo africano alimentando guerre civili, imponendo sanzioni ed embarghi, intromettendosi in questioni interne e usando la forza militare per esportare la “democrazia”.
 
Ne è un esempio la Somalia, dove gli Usa hanno scatenato una guerra civile che dura ancora oggi; il Sudan, oggi uno Stato diviso a causa delle pressioni internazionali; lo Zimbabwe, dove le sanzioni europee hanno distrutto l’economia un tempo florida; infine la Costa d’Avorio, dove la Francia si è intromessa in una crisi politica per riavere il monopolio del commercio di cacao e caffè e la Libia, dove l’Occidente ha esportato la “democrazia” a colpi di bombe.
 
La Cina, diversamente, preferisce non mettere bocca su questioni interne e pensa solo a concludere affari. Una strategia che attira le critiche dei Paesi occidentali che bollano l’espansione cinese come neo-colonialismo. In una recente intervista, Hu Jintao alla domanda di un giornalista occidentale se fosse preoccupato dalle critiche ricevute per la politica cinese in Africa, rispose: “La Cina è stata lungamente accusata di saccheggiare le risorse naturali africane e di praticare una forma di neo-colonialismo. Queste accuse, dal mio punto di vista, sono del tutto insostenibili (…) Chi è realmente a sollevare queste questioni? Sono gli Stati africani, oppure è l’Occidente che guarda nervosamente lo sviluppo degli eventi?”. Per arrestare l’espansione della Cina, i Paesi Occidentali sono corsi al riparo, scatenando negli ultimi mesi la guerra in Costa d’Avorio e in Libia. Inoltre, gli Stati Uniti guardano sempre con più attenzione quanto sta avvenendo in Somalia, dove il Kenya ha lanciato un’offensiva militare contro gli al Shabaab.
 
Nella sua visita a Gibuti, il capo del Pentagono Leon Panetta, parlando ai militari statunitensi di stanza nel Paese, ha detto che la lotta contro al Qaida si sta spostando in Africa e nella penisola Arabica, dopo i successi in Pakistan. “Gibuti è un punto chiave per portare avanti la nostra lotta al terrorismo - ha detto Panetta - abbiamo eliminato Bin Laden, abbiamo eliminato Anwar al Awlaqi, contribuiamo a rendere questa regione più sicura. È al Qaida che ha iniziato questa guerra. E noi ci siamo impegnati a dare la caccia a queste persone dovunque vadano e ad assicurarci che non sappiano dove nascondersi, che si tratti dello Yemen, della Somalia o di qualsiasi altro posto”. Droni Usa sono già partiti da Gibuti per bombardamenti in Somalia e pista di lancio sono state aperte anche in Etiopia e nelle Seychelles.


di Francesca Dessì




giovedì 15 dicembre 2011

I rapporti tra Italia e Iran: T. Graziani e D. Scalea all’IRNA

Il presidente (dell'Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie - IsAG - n.d.r) Tiberio Graziani e il segretario Daniele Scalea sono stati interpellati dall’IRNA, agenzia di stampa iraniana, a proposito dell’andamento dei rapporti tra l’Italia e l’Iran. L’articolo in farsi può essere consultato cliccando qui. Di seguito, le risposte che i due rappresentanti dell’IsAG hanno dato all’intervistatore:

È giusto secondo voi che l’Italia segua le politiche guerrafondaie degli Stati Uniti a discapito dei suoi propri interessi nei confronti dell’Iran, in una situazione di stallo se non addirittura di recessione economica, lasciando il posto alle imprese asiatiche e russe dopo tanti sforzi per guadagnarsi un mercato fiorente che dà lavoro anche a migliaia di persone in Italia?

Anche dopo l’inserimento del Patto Atlantico, l’Italia ha cercato a lungo di condurre una politica autonoma nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Purtroppo, gli artefici di questa linea di politica estera indipendente e “terzomondista” sono quasi tutti finiti male. Mattei e Moro sono stati uccisi, Craxi e Andreotti travolti da scandali giudiziari che ne hanno chiuso la carriera politica anzitempo. E’ così avvenuto che, dall’inizio degli anni ’90, l’Italia si sia allineata docilmente alla linea dettata da Washington. Vale a dire che, proprio nel momento in cui finiva la Guerra Fredda in Europa e cominciava a delinearsi con maggiore chiarezza la divergenza d’interessi tra le due sponde dell’Atlantico, l’Italia ha optato per una rigida disciplina di blocco. Oggi che il nostro paese è preda della speculazione internazionale, d’una grave crisi del debito, e retto da un governo di tecnocrati imposto dall’esterno, è arduo pensare che possa assumere iniziative autonome nella regione. Nei prossimi anni l’Italia sarà ancora più allineata a USA e Israele.

Quanto alle sanzioni, gli imprenditori italiani presenti sul territorio iraniano si preoccupano per il futuro delle loro imprese e affari, perché non possono più firmare alcun contratto con controparte iraniana e vedono sgretolarsi anni di lavoro in quel paese in mano ai Cinesi, Indiani e Russi.
Secondo il ministro Terzi, bisogna accrescere la pressione sull’economia iraniana anche se l’ impatto delle sanzioni sulla nostra economia è un aspetto fondamentale: più le pressioni si accrescono, più la nostra attenzione ed i nostri scrupoli sono evidenti.
Questo mentre l’interscambio commerciale tra i due paesi nel 2010, è arrivato a 7 miliardi di Euro e ora trovare un equilibrio tra politica ed interessi economici non sarà facile; ed è un problema per una diplomazia matura che intende superare la diplomazia del ridere e scherzare.
Lei cosa ne pensa?

Il punto non è conciliare politica ed interessi economici, ma l’interesse nazionale italiano con quello del blocco atlantico, ed in particolare del capoalleanza, gli USA. L’interesse nazionale italiano sarebbe ovviamente quello d’avere buoni rapporti con l’Iran così come con tutti i paesi della regione che va dal Nordafrica al Medio Oriente. L’interesse nazionale italiano è anche che questa regione sia pacifica e stabile, per potervi commerciare e fare affidamento come fonte d’approvvigionamento energetico. Al contrario, gli USA da anni perseguono una linea destabilizzante nell’area. Il problema è che gli USA riescono ad influenzare il governo italiano non solo tramite i contatti bilaterali (e multilaterali nella NATO), ma soprattutto grazie all’azione del loro “soft power”. Washington investe in Italia (come in altri paesi) milioni di euro ogni anno per finanziare istituti di ricerca, fondazioni, gruppi politici, singoli giornalisti o uomini di potere, persino studenti promettenti. Questi milioni di euro spesi sono un investimento, perché garantiscono agli USA un forte favore all’interno della classe dirigente italiana.

lunedì 12 dicembre 2011

TEMPO DI SALDI AL DISCOUNT ITALIA


Per decenni l’Italia è stata un Paese a “sovranità limitata” con una politica estera e di Difesa coordinata e in molti casi imposta dai nostri principali alleati e soprattutto dagli statunitensi. Dal dopoguerra non era però mai successo che il nostro Paese si trovasse guidato da un “governo d’occupazione” che rispondesse direttamente alle “potenze occupanti” come accade oggi con il cosiddetto governo tecnico imposto dai franco-tedeschi e dalla nomenklatura della Ue e messo insieme dal Quirinale consultandosi anche con la Casa Bianca che ha suggerito i ministri di Esteri e Difesa. Due figure di sicura fede atlantista come l’ambasciatore a Washington Giulio Terzi e il chairman del Comitato Militare della Nato, l’ammiraglio Giampaolo Di Paola.

Uomini idonei a garantire che l’Italia resterà un fedele alleato dell’America e manterrà i suoi impegni militari in Afghanistan. Nella sua prima audizione in Parlamento, Di Paola ha infatti confermato questo impegno mentre il titolare della Farnesina (ormai un mito per la stampa italiana perché usa Twitter) ha esordito sulla crisi iraniana dichiarando che "l'Italia sostiene con piena convinzione il piano di sanzioni economiche nei confronti dell'Iran annunciato dall'Amministrazione statunitense". Più appiattiti di così! Dopo l’attacco all’ambasciata britannica a Teheran, Terzi ha ritirato il nostro ambasciatore nonostante sul piano commerciale l’Italia abbia molti interessi in Iran. Nel timore di apparire poco filo-americano si è poi recato in Turchia a perorare la causa dell’ingresso di Ankara nella Ue, come chiedono da tempo gli Usa. Posizioni che ci auguriamo siano state negoziate in cambio di robuste contropartite ma che temiamo costituiscono un pedaggio obbligato e gratuito nei confronti delle potenze occupanti. A Washington saranno certo soddisfatti ma per ora Terzi assomiglia più a un sottosegretario di Hillary Clinton che a un ministro italiano.

Del resto Obama non ne poteva più di Silvio Berlusconi che aveva avuto (forse l’unica iniziativa degna di nota del suo governo) l’ardire di sviluppare una politica energetica e strategica con la Russia di Putin e la Libia di Gheddafi che ci garantiva ampia autonomia, forse troppa per i nostri “tutori”. Sia chiaro, la classe politica è indifendibile e la sua colpa più grave non è solo di aver consentito questa nuova forma d’invasione straniera ma di esserne in qualche modo complice. Le opposizioni e parte della stessa ex maggioranza non hanno fatto altro che ripetere che l’Europa (parola pronunciata sempre con tono solenne, come faceva Romano Prodi) e “i mercati” volevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia avuto il coraggio di affermare che i governi italiani vengono fatti cadere dagli elettori italiani, non dalle banche, dagli speculatori, dagli stranieri e dai burocrati di Bruxelles. Invece sono tutti in ginocchio davanti a loro, divinità supreme ma sobrie. Nella migliore tradizione italiana, “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure i vertici del mondo bancario e della Ue non sono più credibili dei nostri politici. Numerose inchieste hanno dimostrato lo sperpero di miliardi di euro da parte di Bruxelles e Strasburgo, gli eurodeputati costano di più e hanno più privilegi di quelli nazionali e la Bce nel 2008 alzò il costo del denaro nonostante gli evidenti sintomi di crisi dell’economia per rallentare un’inflazione immaginaria determinata solo dal petrolio che aveva superato i 140 dollari al barile. Jean Claude Trichet ci ha riprovato nella primavera scorsa, ancora una volta confondendo l’inflazione con il petrolio alle stelle a causa della guerra libica.

Ha alzato di nuovo il costo del denaro (e dei nostri mutui) nonostante di ripresa si parlasse solo nelle preghiere. Giusto per dare un senso di continuità alle iniziative della Bce il nuovo presidente, Mario Draghi, ha deciso di riabbassarli dello 0,25 per cento la settimana scorsa. E poi ve lo ricordate il sobrio professor Monti magnificare all’Infedele di Gad Lerner il successo dell’euro che aveva costretto la Grecia ad assimilare “la cultura della stabilità”? Chi ci impone regole, governi e programmi economici non sembra brillare per competenza e autorevolezza. La costruzione dell’Europa del resto non ha mai avuto molto a che fare con il consenso popolare. Nessuno ha mai chiesto agli italiani e a molti altri popoli se volessero l’adesione all’Unione o all’euro. La Ue non è riuscita neppure ad avere uno straccio di Costituzione poiché quella messa a punto è stara bocciata negli unici due referendum indetti in Olanda e Francia. Poco amate dagli elettori europei (che eleggono i parlamentari nazionali da inviare a Strasburgo ma non i membri della Commissione) le elefantiache e costosissime caste che guidano la Ue e la Bce detestano referendum e suffragi popolari.

Quando in Grecia il premier Papandreu ha “osato” proporre un referendum per chiedere ai cittadini se volevano i sacrifici per restare nell’euro è stato “fucilato” da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, quest’ultimo lo ha anche insultato in uno dei suoi ormai consueti “fuori onda programmati”. Pochi giorni dopo il premier greco è stato costretto a dimettersi dalla defezione (casuale?) di quattro deputati del suo partito e a guidare il nuovo governo (ovviamente tecnico) è stato chiamato un banchiere, Lucas Demetrios Papademos, ex governatore della Banca Centrale greca ed ex numero due della Bce. Dovrà gestire un programma di austerity nel quale i saldi di Stato consentiranno ottimi affari per la grande finanza, i grandi investitori, gli speculatori e i grandi gruppi internazionali, soprattutto quelli franco-tedeschi perché le banche di Parigi e Berlino detengono buona parte del debito greco.

Nonostante l’Italia rappresenti l’ottava potenza economica mondiale non è stata trattata meglio. Anche Berlusconi ha avuto i suoi “traditori” e i suoi” avvertimenti”. Come l’attacco borsistico a Mediaset (meno 12 per cento in un sol giorno) che ha “consigliato” il premier di ritirare l’idea di posticipare le dimissioni e appoggiare la candidatura di Monti, nominato poche ore dopo senatore a vita dal Quirinale. Fino a pochi anni or sono sarebbe bastato molto meno per denunciare minacce alla democrazia o ingerenze esterne nella vita politica italiana. Appena nominato il sobrio premier Mario Monti è andato in ginocchio dal presidente della commissione europea Josè Manuel Barroso a farsi indicare le priorità della sua agenda, poi dal presidente del consiglio europeo Herman van Rompuy, da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy a promettere che “farà i compiti a casa” e a “impressionare” la cancelliera tedesca per le misure che adotterà delle quali non aveva però ancora informato né il Parlamento né l’opinione pubblica.

Ora però che la nuova manovra da 25 miliardi di euro sta prendendo corpo siamo impressionati anche noi ma non certo in positivo. Di fatto solo tasse per tutti, una stangata più che una manovra che sembra voler affossare ogni possibilità di sviluppo rendendoci ancora più sudditi e meno cittadini. E’ questa la rivoluzione liberale dei professori/banchieri? E’ questa la svolta che ridarà fiato all’economia italiana? Roba che non era più una novità già ai tempi dei governi Andreotti.

Per attuare queste misure non c’era bisogno di scomodare i luminari della Bocconi o il gotha dei banchieri, bastava e avanzava la nostra penosa classe politica. Infatti queste misure rivoluzionarie hanno soddisfatto la Merkel e Sarkozy che hanno espresso a Monti “fiducia e sostegno”, forse perché il professore ha accettato di trasformare l’Italia in un bel discount grazie all’impegno ad abrogare la “golden share”, il meccanismo che ha finora permesso allo Stato di conservare il controllo di aziende strategiche nei settori energetici di energia, comunicazioni e difesa: Eni, Snam rete gas, Enel, Telecom e Finmeccanica. Una questione di libertà di mercato sottolineano alla Ue e alla Bce, dove le pressioni sull’Italia in tal senso sono fortissime ma dove nessuno sembra aver fretta di demolire meccanismi simili presenti in Germania, Francia e altri Paesi dell’area euro per impedire “scalate” agli asset strategici nazionali.

Ma è possibile che con l’euro che rischia di andare a fondo l’asse franco-tedesco che domina Ue e Bce non abbiano di meglio a cui pensare che alla “golden share” italiana? Possibile che tutte le misure urgenti per le quali il governo Berlusconi era inadeguato e che dovevano essere adottate immediatamente (pena la catastrofe) non se ne sia vista nemmeno una ma si parli di “golden share”? Il motivo pare evidente e lascia aperti molti sospetti circa il perché all’Italia, con i conti per molti versi più in ordine di quelli francesi (che possono rifiutare il controllo di Bruxelles sul loro bilancio) o britannici (che hanno avuto la scaltrezza di restare fuori dalla truffa dell’euro), non sia stato concesso il privilegio di andare al voto come la Spagna. Prima di tornare ad essere un Paese democratico dobbiamo vendere, anzi svendere considerati i chiari di luna borsistici, le nostre aziende di punta agli stranieri, o per meglio dire ai nostri concorrenti. Quei Paesi (dagli Usa alla Gran Bretagna, dalla Francia alla Germania) che come si è visto chiaramente in questi ultimi tempi (dalle questioni finanziarie alla guerra in Libia) possono venire definiti partner solo da chi è in affari con loro.

Perché è evidente che nell’attuale situazione, con Finmeccanica che dopo il recente (casuale?) mega crollo borsistico ha una capitalizzazione di appena due miliardi ( solo i suoi beni immobili valgono il doppio), abrogare entro un mese la “golden share” significa consentire ai colossi anglo-americani e franco-tedeschi della Difesa (Thales e EADS in testa) di inglobare il gruppo italiano o le sue aziende più competitive. Pochi giorni or sono a Berlino è stato firmato un accordo di militare tra Italia e Germania che dovrebbe bilanciare l’asse franco-britannico nel campo della Difesa (a proposito di Europa unita !) e che prevede una stretta cooperazione industriale in diversi settori ma che potrebbe trasformarsi in sudditanza tecnologica dell’Italia se svendessimo le nostre aziende del settore. I segnali in questo senso ci sono tutti e un documentato articolo della Stampa (che riproponiamo nella sezione Industria) ha evidenziato il concreto interesse della francese Thales ad acquisire Oto Melara e Wass. Fino a un anno or sono coi francesi si discuteva di joint ventures paritetiche, oggi i Galli calano in Italia al grido di “guai ai vinti” come fece Brenno un po’ di tempo fa.

Certo il sobrio Mario Monti ha detto subito, nel discorso di presentazione del suo governo in Parlamento, che si offende a sentire parlare di “poteri forti”, di governo dei banchieri che ha usurpato il potere al popolo benché proprio la grande finanza sia stata all’origine della crisi nella quale ci dibattiamo dal 2008. Peccato che mentre la stampa italiana si è sdraiata adorante ai suoi sobri piedi a Parigi il quotidiano “Le Monde” abbia ricordato in un articolo del 14 novembre dal titolo eloquente ”Goldman Sachs, le trait d'union entre Mario Draghi, Mario Monti et Lucas Papadémos” che gli uomini al governo senza il consenso elettorale in Italia, Grecia e alla Banca centrale europea sono consulenti della grande banca statunitense la cui formidabile influenza in Europa sembra essere sfuggita a molti. Monti del resto ha ragione quando afferma che di poteri forti purtroppo non ne esistono in Italia.

Infatti il nostro Paese è oggi in mano a poteri forti stranieri e non certo amichevoli. Non si spiega infatti perché le banche italiane siano sotto osservazione dalla Bce ma non lo siano invece quelle tedesche e francesi che, a differenza delle nostre, sono letteralmente zeppe di titoli-spazzatura. Molte banche greche, altro Paese sotto occupazione, sono in svendita e i grandi gruppi bancari internazionali sono già pronti a mangiarsele. Probabilmente molto presto i professori ci diranno sobriamente che le nostre aziende e banche vanno vendute agli stranieri, sacrificate sull’altare della riduzione del deficit e nel nome di un liberismo che è ufficialmente un dogma per tutti ma che i forti non applicano in casa loro e i deboli subiscono. Dopo aver fatto man bassa al “discount Italia” le potenze occupanti potrebbero anche farci tornare a votare, come un lander tedesco o un dipartimento d’oltremare francese.

di Gianadrea Gaiani
Fonte:  http://www.analisidifesa.it/anno12/numero124/testata/ita/indice.htm
Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9475

venerdì 9 dicembre 2011

L’Italia ritorna (?) ad essere una colonia


La fase internazionale di pieno fermento che stiamo vivendo è quasi in netto contrasto con la situazione italiana, che invece sembra decisamente avviarsi verso un rapido declino. L’insediamento del nuovo governo tecnico ha messo in chiaro ciò che molti dei nostri redattori e collaboratori andavano sostenendo ormai da almeno dieci mesi nelle testate o nei siti che raccoglievano le loro impressioni ed analisi. L’Italia è un Paese a sovranità quasi inesistente. Da oggi anche la sovranità formale del popolo (espressa attraverso le elezioni e la rappresentanza parlamentare) è venuta meno. Ogni record è stato battuto. Nessun governo tecnico, infatti, ha mai avuto il tempo di formarsi in appena dieci giorni, dalla nomina a senatore a vita dell’ex commissario europeo Mario Monti alla presentazione dei ministri del suo esecutivo dinnanzi al presidente della Repubblica. Proprio Napolitano, eletto uomo italiano dell’anno da numerosi osservatori negli Stati Uniti, può essere ridefinito il deus ex machina della politica italiana in questo 2011 così pesantemente e negativamente decisivo ai fini della determinazione delle sorti nazionali.

Il deciso piglio all’interventismo neo-coloniale durante la crisi libica, dove persino i falchi del centro-destra, tradizionalmente e culturalmente legati all’ideologia atlantica e alle ragioni della Nato, avevano esitato a dare il proprio convinto assenso, e l’ultimo determinato appello alla rapidità del regime-change, hanno contribuito a condurre il sistema Paese dalla padella alla brace. Quella che molti giornali legati alla “sinistra” riformista e borghese, denunciavano come la “scarsa credibilità internazionale” di Berlusconi, in seguito alle sue presunte frequentazioni di escort e prostitute, andava tradotta con un termine più preciso: ricattabilità. L’ex presidente del Consiglio dei Ministri era ormai in balìa delle pressioni internazionali più forti, a cominciare da quelle operate da Washington.

Il volta-gabbanismo nei confronti di Gheddafi rappresenta l’emblema di un “vorrei ma non posso” che ha contraddistinto nei fatti tutti gli ultimi tre anni della politica interna ed estera italiana. “Vorrei salvare la Piccola e Media Industria ma non posso”, “vorrei fornire un credito di Stato diretto a famiglie e piccole imprese senza passare per il filtro delle banche ma non posso”, “vorrei portare a termine l’accordo per il South-Stream con Putin ed Erdogan ma non posso”. Potremmo continuare per ore, ma bastino questi eloquenti esempi per comprendere tutta la portata di una simile condizione di inferiorità e sub-dominanza personale di Berlusconi come leder politico e di governo, a cui corrispondeva quasi perfettamente la condizione di inferiorità e sub-dominanza strategica ed economica dell’Italia come nazione, iniziata nel 1947-1948 con l’inclusione di Roma nel Piano Marshall, la vittoria democristiana e la conseguente adesione alla Nato (1949), e poi aggravatasi lungo gli ultimi trent’anni, sino all’incrinatura decisiva nel biennio post-Tangentopoli 1992-‘93. Da allora, in particolar modo, l’Italia è diventata un non-Stato, un agglomerato formale ma non sostanziale, amministrativo ma non esecutivo, geografico ma non geopolitico.

L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi nel 1994, non era affatto previsto e scontato, e contribuì a creare un’improvvisata scialuppa di salvataggio per buona parte della classe dirigente del vecchio Pentapartito, sbaragliato dalle inchieste – ancora tutte da chiarire e da comprendere – della Magistratura. Tuttavia, Berlusconi non era un politico, ma un uomo dell’impresa, un abile manager nei settori dell’edilizia, prima, e dell’editoria, poi. Nulla di più. La sua confidenza con la politica era pressoché nulla, e ad instradarlo nella direzione governativa del Paese, furono i suoi principali uomini di fiducia, oltre ad alcuni presumibili falchi del vecchio ordine industriale a partecipazione statale, ormai disossato dallo smantellamento dell’IRI nella tragica stagione delle privatizzazioni inaugurata dai due governi Amato e Ciampi, e proseguita dai governi di centro-sinistra di Prodi e D’Alema. Berlusconi era perciò un non-statista per un non-Stato. Malgrado la vittoria nel 1994, la sua affermazione politica definitiva non giunse prima del 2001, quando poté avviare un vero governo stabile e non più condizionato dagli umori ballerini e “movimentisti” di una Lega Nord ormai pienamente istituzionalizzata, pronta a giocare un suo ruolo di ago della bilancia nel teatrino di questa finzione politica tutta nostrana.

Complice una cultura popolare che spesso mescola la passione sportiva con le discussioni emerse tra i banchi della Camera e del Senato, Berlusconi si adeguò al clima e cominciò a descrivere il suo programma come un grottesco tentativo di resistenza a fantomatici “comunisti”. Nel frattempo, infatti, l’ex entourage quasi al completo del PCI aveva passato il giro di boa del biennio 1989-1991 non senza modificazioni drastiche ed indolori, portando a compimento un percorso di trasformazione che alcuni collocano addirittura alla metà degli anni Settanta, quando Berlinguer ed Ingrao conquistarono l’egemonia politica e culturale all’interno del Partito, ai danni della “destra” di Amendola e dei “filo-sovietici” di Cossutta. L’euro-comunismo, un progetto che aveva visto in Enrico Berlinguer un protagonista attivissimo, stava strappando quasi tutti i partiti comunisti del blocco occidentale dalle “grinfie” dell’Urss, finendo col generare autentici mostri politici, organismi geneticamente modificati e centauri con le gambe da comunista e la testa da liberale.

Si trattava di una generazione politica, cresciuta con i pantaloni a zampa d’elefante, che non di rado guardava con simpatia al mondo presunto “libero”, e soprattutto a quella New Left nata tra le fila dei notabili e facoltosi ambienti universitari degli Stati Uniti, aprendo alla Nato ed accettandone de facto la presenza militare. Tra questa schiera di rampolli si annoveravano personaggi poi risultati decisivi: Valter Veltroni, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Pierluigi Bersani e tutta la compatta squadriglia che avrebbe sostenuto e difeso senza riserve Achille Occhetto durante la svolta della Bolognina e la conseguente fondazione del PDS. La rimozione della falce e del martello, dunque, aveva soltanto sancito sul piano iconografico ciò che era già stato stabilito da tempo sul piano politico e culturale.

Unica forza politica che mai rispose in sede processuale durante l’inchiesta di Tangentopoli, questa nuova “gioiosa macchina da guerra” non aveva fatto i conti con quella maggioranza silenziosa che ancora vedeva nei suoi rappresentanti i “vecchi comunisti” di un tempo, pronti a sovvertire l’Italia del ceto medio “tranquillo”, “cattolico” e “conservatore”. Poco importava loro se nel frattempo quel partito era passato dal ruolo di referente principale di Mosca a quello di referente privilegiato di Washington, o che avesse cominciato a costruire il progetto dell’Ulivo, assieme a personaggi semi-sconosciuti e ad esponenti minori della vecchia Democrazia Cristiana come Romano Prodi (già in Goldman-Sachs e presidente dell’IRI nella fase di smantellamento), Pierluigi Castagnetti, Arturo Parisi, Dario Franceschini ed Enrico Letta (già in Goldman-Sachs e nella Commissione Trilaterale). L’inesauribile clima tutto italiano in tipico stile “Peppone e Don Camillo” ebbe la meglio, e l’alleanza tra Berlusconi e la nuova generazione post-missina capeggiata da Gianfranco Fini contribuì ad inasprire il clima della contrapposizione tra accuse di “fascismo” e di “comunismo”.

Ovviamente, a distanza di diciotto anni, sappiamo che nulla di tutto quanto veniva sbandierato era vero, ed il grandissimo ed imperscrutabile velo posto sopra le reali ragioni della contrapposizione è stato oggi definitivamente strappato via. Negli ultimi undici mesi lo scenario si è fatto notevolmente più limpido: il Partito Democratico, nato tre anni fa dalla definitiva fusione interna all’Ulivo (DS e Margherita), spinge per il governo tecnico e per l’interventismo della Nato ben oltre il tradizionale atlantismo di Berlusconi e Frattini, la Lega si oppone alla guerra in Libia, mentre Fini ha addirittura costituito un partito di chiare tendenze liberal-conservatrici (Futuro e Libertà per l’Italia) che ha scavalcato Berlusconi dal centro, creando una crepa pesantissima nel governo e compattandosi coi falchi centristi, promotori del governo tecnico, in un’alleanza definita Terzo Polo che lo vede impegnato al fianco di Casini, di Montezemolo e dell’immancabile Rutelli, ex radicale, ex ambientalista, ex ulivista ed ora neofita centrista con la sua creatura API.

La recente dichiarazione di Bersani, secondo cui è l’ora in cui la politica deve lasciare spazio alla “tecnica amministrativa”, sancisce ancora di più lo spaventoso vuoto politico, ideologico e culturale che (in)anima il Partito Democratico: una creatura informe quando non deforme, senza programma, senza un elettorato di rappresentanza (esclusi i voti clientelari della funzione pubblica e qualche nostalgico privo di coscienza politica) e senza una pur striminzita idea di riformismo in chiave social-democratica. Il suo ruolo pare essere quello di testimoniare in via permanente nel nostro Paese i “successi” politici di “grandi democratici” come Bill Clinton e Barack Obama, due criminali di guerra che il popolo serbo e il popolo libico ricorderanno senz’altro come i principali carnefici nel quadro di un’alleanza militare tra le più aggressive ed imperialiste della storia, ovvero quella Nato che – tra installazioni logistiche e basi vere e proprie – ancora oggi occupa il nostro territorio con oltre 110 avamposti militari, e che impedisce de facto qualunque sovranità politica, economica, strategica e perfino giuridica al nostro Paese.

Ogni istituzione pare non riuscire ad eludere il controllo asfissiante di questa struttura opprimente che ogni giorno di più trasuda i pericolosi e catastrofici progetti imperialisti degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, mascherati attraverso il filtro mediatico delle “cause umanitarie”. Chi crede ancora alla tragicomica storiella relativa al sali-scendi del fantomatico spread, come se la finanza rappresentasse una dimensione iper-uranica che detta vincoli e condizioni alle masse dall’alto, probabilmente risente pesantemente della droga mentale che i teorici del capitalismo e dell’unipolarismo statunitense gli hanno somministrato in grandi quantità negli anni Ottanta e Novanta, quando la ricetta individuata per risolvere i disastri causati da istituti finanziari e management industriali decotti finiva con l’essere il drastico taglio alla spesa sociale, all’impiego e al lavoro dipendente: una cultura liberista, recitata come un mantra e ripetuta come una liturgia, in base alla quale la stabilità dell’intero sistema economico andrebbe privilegiata rispetto alla sicurezza sociale della popolazione. Tutto ciò, naturalmente, “per il bene della collettività”. In poche parole, dovremmo darci una martellata sulle dita, sorridendo e felicitandoci del fatto che tra qualche anno qualcuno ci porterà un cubetto di ghiaccio per alleviarci la lesione procurata. Nel frattempo, le nostre dita ovvero le nostre condizioni sociali saranno distrutte, i settori strategici e produttivi del nostro Paese saranno completamente dismessi e inghiottiti da qualche polo economico-strategico statunitense o nord-europeo e il lavoro diventerà, specie fra le giovani generazioni, un vero e proprio gioco al massacro e alla competizione.

Eppure, tutti i partiti che oggi appoggiano il governo tecnico, a cominciare dal PD e dall’UDC, cercano di difendere l’operato di questo esecutivo e di ribadire in tutti i modi la necessità di dover sacrificarsi per una “missione” più grande: quella di mantenere in piedi l’Euro, che a questo punto diventa una specie di divinità, un totem che deve vederci ballare attorno a sé, doloranti ma soddisfatti. Una dittatura mediatica, culturale e politica che Orwell, se fosse stato in buona fede (e non una voce della propaganda imperialista degli anni Cinquanta), avrebbe senz’altro riferito al mondo atlantico piuttosto che a quello sovietico: un mondo in cui i concetti e i vocaboli vengono relativizzati, manipolati in continuazione a seconda degli interessi occidentali, in barba alla sovranità degli altri Stati e degli altri popoli. Essi non contano, anzi, in alcuni casi, sono persino “canaglie” da eliminare e distruggere con interventi unilaterali in ogni caso, ed al più corretti da un multilateralismo di facciata, in cui l’Europa e l’Italia in particolare, hanno lo stesso peso di un due di briscola e una quasi totale incapacità di smarcamento dai progetti di espansionismo strategico e di egemonizzazione capitalistica che animano la Casa Bianca. Ormai Washington può dormire sonni tranquilli: con i nuovi ministri alla Difesa, l’Ammiraglio della Nato Di Paola, e agli esteri, l’ex ambasciatore italiano negli Stati Uniti e in Israele Terzi di Sant’Agata, tutto sarà rimesso in carreggiata. L’Italia, dopo due anni e mezzo di timidi e pavidi tentativi sovranisti, si appresa a ridiventare la fedelissima portaerei nord-atlantica nel Mediterraneo.

giovedì 8 dicembre 2011

L’Europa reagisce poco e male contro le agenzie di rating

L’annuncio di Standard&Poor’s di poter declassare il giudizio sui titoli tedeschi e francesi è parte dell’attacco Usa all’euro.


La minaccia dell’agenzia di rating statunitense Standard&Poor’s di tagliare la valutazione di massima solvibilità dei titoli del debito pubblico di 15 Paesi Ue, come la Germania e la Francia contrassegnate dalle famose tre A, è stata accolta molto male non solo dai governi direttamente interessati ma anche dal presidente dell’Eurogruppo, il lussemburghese Jean Claude Juncker che l’ha definita “esagerata e ingiusta” in quanto “nella zona euro è in corso un processo per rimettere le cose in ordine”.

La reazione di Juncker appare in realtà come uno spreco di fiato perché riflette l’atteggiamento passivo dei Paesi dell’euro che offrono la chiara impressione di non avere il coraggio di mettere sotto accusa le agenzie di rating come parte di una strategia più complessa Usa e britannica che ha come obiettivo primaria il crollo dell’euro e la conseguente sopravvivenza del dollaro e della sterlina. Ora si possono avere tutte le avversioni possibili per la moneta unica europea, per la Banca centrale di Francoforte e per l’Unione europea come strumenti per svuotare di sovranità gli Stati nazionali e trasferirla alla tecnocrazia di Bruxelles e Francoforte, formata da burocrati che vantano un passato lavorativo negli ambienti dell’Alta Finanza e delle multinazionali. Ma a nessuno può sfuggire che in questa fase siamo di fronte ad una lotta per la sopravvivenza tra Europa da una parte e gli Stati Uniti dall’altra, con la Gran Bretagna a fungere da cavallo di Troia di Washington nell’Unione europea. Non è un caso infatti che la speculazione finanziaria che da un anno a questa parte si è scatenata contro i Paesi deboli (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) dell’area dell’euro sia partita in maniera coordinata dalle piazze finanziarie di Wall Street e della City. Non è nemmeno un caso che alle prime voci sull’intenzione della Germania di modificare i trattati europei per obbligare i Paesi membri sotto la minaccia di sanzioni, a ridurre debito e disavanzo, S&P abbia lanciato questo siluro per fare girare l’idea che in fondo nemmeno Berlino e Parigi sono messe poi così bene. Voci insistenti danno per certo che, in previsione del crollo dell’euro, la Germania progetti di dare vita ad una moneta riservata ai Paesi europei con i conti pubblici a posto, se non addirittura di rinunciare all’euro e tornare al marco

Nonostante tutto, le reazioni di Angela Merkel e di Nicolas Sarkozy, seppure condizionate dalla rabbia, non sono state conseguenti con quella che è la realtà dei fatti. L’Unione europea e i suoi Paesi guida sembrano non avere il coraggio di replicare duramente e nel merito alle manovre di Washington mirate a fare saltare l’euro. Si può ricordare che al vertice del G20, il segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, si è potuto permettere di rampognare i Paesi europei per la loro presunta incapacità di tenere sotto controllo la dinamica della spesa pubblica. E nessuno dei presenti l’ha mandato a quel paese, non fosse altro perché all’inizio di agosto il Congresso Usa aveva visto un accordo tra democratici e repubblicani per alzare il tetto legale del debito pubblico Usa fino al 100% sul Prodotto interno lordo, dove peraltro già si trovava. Una percentuale che poi sale al 130% contando il debito degli enti locali. Eppure Standard&Poor’s e Moody’s continuano ad attribuire la massima valutazione di affidabilità e solvibilità futura al debito pubblico Usa. Un debito che non preoccupa Washington che è in grado di ripagarlo in ogni momento attraverso la semplice stampa di dollari, un moneta che è sopravvalutata e che sopravvive soltanto in conseguenza del ruolo degli Usa come prima potenza militare del globo e quindi come moneta di occupazione. Un debito che si somma a quello commerciale che è arrivato a 650 miliardi di dollari annui e che testimonia la realtà di un Paese i cui cittadini vivono ben al di sopra delle proprie possibilità e si indebitano per qualsiasi operazione commerciale e finanziaria.

Angela Merkel ha minimizzato l’iniziativa di S&P. Quello che fanno le agenzie di rating sono affari loro, ha spiegato. Giovedì e venerdì il Consiglio europeo prenderà quelle decisioni che sono importanti ed essenziali per la zona euro. Così si contribuirà alla stabilizzazione della zona euro e si riconquisterà la fiducia dei mercati. Certo, ha ammesso, sarà un processo lungo che richiederà molto tempo ma è un percorso che è stato già definito due giorni fa nel corso della riunione con Nicolas Sarkozy, dove è stato ribadito il no agli eurobond ed è stato deciso (la cosiddetta bozza Merkozy) di proporre all’Unione europea di prevedere sanzioni automatiche per quei Paesi che sforassero il tetto del debito e del disavanzo.

Chi sembra invece avere le idee molto chiare è il presidente della Banca di Francia, Christian Noyer, che ha affermato che la metodologia applicata da Standard & Poor's per i rating del debito pubblico ultimamente è molto cambiata e lo dimostrano le argomentazioni usate. Tale metodologia sta diventando sempre più politica e sempre meno legata ai fondamentali economici del Paese esaminato. Le agenzie sono state il motore della crisi del 2008. E adesso, si è domandato, stanno diventando il motore della crisi attuale? Questa, ha concluso, è la vera questione su cui si deve riflettere. Più cauto il ministro delle Finanze François Baroin per il quale la minaccia di S&P rafforza la necessità di una regola tassativa che imponga ai membri dell'eurozona di impegnarsi nel pareggio di bilancio.

Appare quindi significativo che per gli analisti dell’americana Cmc Marketsm, l’annuncio di S&P possa rappresentare un ostacolo imprevisto sulla strada della ratificazione delle modifiche ai trattati sui quali Francia e Germania stanno ormai discutendo da settimane come premessa ad un via libera per il raggiungimento di quell'unione fiscale che lasci le mani libere alla Bce e che permetta la nascita degli eurobond.

di Filippo Ghira
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=11942

mercoledì 7 dicembre 2011

L'Europa dice no alle sanzioni all'Iran

L'Europa non vuole sanzionare l'Iran. Perché a rimetterci, saremmo solo noi:
specialmente Grecia, Spagna e Italia.


Nella foto (Flickr): contestatori a New York chiedono che l'ENI smetta di comprare petrolio dall'Iran.
Hanno promesso che in cambio ce lo regalano loro.
 Uh oh. Questa sì che è una notizia, infatti non la riporta nessuno. Leggo su Upstream Online, autorevolissima rivista internazionale che si occupa di produzione di petrolio, che l'Europa sta riconsiderando l'idea di porre sanzioni all'Iran.

L'EU ci sta ripensando, sul piazzare sanzioni verso le importazioni di petrolio iraniano. Così sostengono sia i traders che i diplomatici, perché sale la consapevolezza che l'embargo danneggerebbe l'economia europea senza dare grandi risultati nel tagliare gli introiti iraniani.

L'idea è che basterebbe un piccolo aumento nel prezzo del barile per compensare Teheran di eventuali perdite dovute al riorientamento del suo mercato verso la Cina e l'India. Insomma, non ci rimetterebbero proprio un bel nulla.

Viceversa, molto ci rimetterebbe l'Europa, specialmente le economia più deboli che già hanno problemi per le mancate forniture dalla Libia e per la sfiducia dei mercati nel vendere loro il petrolio. Chi pressa perché l'Europa sanzioni l'Iran, insomma, ha poco a cuore la sicurezza mondiale e molto più il colpire l'economia europea. Mica lo dico io, lo dice un trader:

Forse lo scopo delle sanzioni è aiutare l'Italia, la Grecia e la Spagna a collassare e rendere l'Europa un club più ristretto.

Che complottisti questi traders. Scherzi a parte, una notizia del genere fa immaginare come nelle segrete stanze stiano avvenendo parecchie discussioni, e che il problema della fornitura energetica europea sia ai primi posti durante questa crisi. C'è da sperare che si faccia buon uso di realpolitik, piuttosto che inseguire i mulini a vento.

di Debora Billi
Tratto da: http://petrolio.blogosfere.it/2011/12/leuropa-dice-no-alle-sanzioni-alliran.html

lunedì 5 dicembre 2011

Il massacro servito a cena


Scriviamo queste brevi note mentre è in corso la riunione del Consiglio dei ministri. Stasera (Dom. 4 dic. ndr), all'ora di cena, gli italiani si ritroveranno nel piatto la più odiosa e classista delle manovre economiche. Per farla è stato necessario sostituire il Buffone di Arcore con l'uomo delle cupole finanziarie. Torneremo domani, in maniera più dettagliata, sui provvedimenti del governo Monti. Ma le anticipazioni diffuse alla stampa sono più che sufficienti per un primo commento.

Si tratta di una manovra dura ed antipopolare, guidata da una ferocia classista senza pari. Ci vengono in mente gli improvvidi festeggiamenti del 12 novembre, il consenso bulgaro al «governo dei professori», l'uniforme atteggiamento della stampa, l'entusiasmo di Bersani e Vendola per alcune frasi della Fornero. Ora alcuni sembrano svegliarsi (vedi le critiche dei sindacati confederali), ma finora dov'erano?

La verità è che Monti ha fatto quello che era naturale facesse, quello che tutti sapevano avrebbe fatto. Altro che equità! I diritti pensionistici vengono semplicemente devastati, le pensioni ridotte, i tempi del pensionamento dilatati per tutti (la soglia di riferimento è ormai quella dei 70 anni...), l'adeguamento all'inflazione bloccato. E pensare che qualcuno riteneva esagerato che si parlasse di massacro sociale.

Ma non ci sono solo le pensioni. C'è il ritorno dell'Ici (che ora si chiamerà Imu) sulla prima casa, si annunciano tagli agli enti locali, alla sanità (nuovi ticket in arrivo) ed ai trasporti pubblici. In compenso aumenterà l'addizionale regionale dell'Irpef. Ed infine, ciliegina sulla torta, si annuncia un aumento dell'IVA, due punti nel 2013 più mezzo punto nel 2014.

Se i destinatari del «dare» sono i soliti noti, idem per quelli dell'«avere»: mentre gli unici sgravi fiscali sono per le aziende, le banche avranno il debito garantito dallo Stato per sette anni. Che poi questa stangata venga presentata come «equa», giocando propagandisticamente su misure assai secondarie, come la tassazione di alcuni beni di lusso, è semplicemente una presa in giro che grida vendetta.

Il «bello» è che questa porcheria - perfino la Camusso ha dovuto dichiarare che «fanno cassa sui poveri» - non basterà di certo a placare la sete dei cosiddetti «mercati», quei vampiri della finanza internazionale che sono i veri burattinai di questo governo golpista. E non servirà a salvare l'euro, contrariamente a quanto vorrebbero farci credere.

L'assenza di una vera patrimoniale è la riprova del fatto che anche il governo dei bocconiani galleggia, come quello precedente, in attesa che qualcuno sbrogli la matassa a Bruxelles, Berlino e Francoforte. Città dove il club dell'euro in effetti si agita ma senza convinzione, mentre in molti si chiedono ormai come verrà gestito l'Eurocrac, un evento di cui nei posti che contano si discute oggi più del «come» che del «se».

Le misure del governo non rispondono dunque ad alcun «interesse nazionale», ma solo a quelli della classe dominante. Finora l'uomo della Trilateral ha agito quasi in una curiosa situazione da laboratorio asettico, in assenza di opposizione sia in parlamento che nel Paese. Da domani, ne siamo convinti, non sarà più così. Il luogo dell'opposizione non saranno però le aule parlamentari, ma le piazze ed i luoghi di lavoro e di studio.

Con Berlusconi anche l'antiberlusconismo sta passando a miglior vita. Ora il volto del vero nemico è finalmente più distinguibile. Il nemico è il capitalismo finanziario, quello che chiamiamo anche capitalismo casinò, i cui agenti fondamentali nel nostro Paese sono proprio quelli che hanno preso i palazzi del potere, certo senza sparare un colpo, ma anche senza prendere un voto.

E' questo dunque il momento della lotta, per difendere i diritti sociali, le condizioni di vita, la stessa democrazia. E' il momento di svegliarsi, di porre fine ad ogni pigrizia, di chiamare tutto il popolo lavoratore alla ribellione. Sappiamo che non sarà facile. Forte è la sfiducia, la rassegnazione, il senso di una sconfitta vissuta da molti come ineluttabile. Lavorare per vincere questa sfiducia, per battere la rassegnazione, per riavviare il conflitto sociale è il compito che abbiamo davanti.

Ma siamo fiduciosi, perché c'è pur sempre un momento in cui si dice basta. E molti indicatori ci dicono che la misura è davvero ormai colma.

Tratto da: CampoAntimperialista

giovedì 1 dicembre 2011

PRESTITO DEL FMI? PER L’ITALIA UN RIMEDIO PEGGIORE DEL MALE

"… Una volta accettata la linea di credito del Fmi per l’Italia si chiuderebbe la via di accesso al mercato, perché tutti i prestiti effettuati dal Fondo sono ‘senior’ cioè hanno il diritto ad essere pagati prima di ogni altra obbligazione dello Stato debitore. Con questa condizione chi comprerebbe più un Btp? ... "

... inoltre (ndr) ...

"... Il Fondo Monetario costringerebbe l’Italia a privatizzare tutte le aziende e le infrastrutture pubbliche oltre che a varare a misure fiscali draconiane che deprimerebbero il paese per i prossimi dieci anni. Ma anche questo non servirebbe a tirarci fuori dai guai. Gli interventi del Fmi hanno avuto successo solo quando sono stati accompagnati da massicce svalutazioni della moneta del Paese in crisi, non si è mai verificato nella storia il salvataggio di un Paese a cambio fisso ..."


Il meccanismo per cui un paese "viene salvato dal Fondo Monetario" perchè offre una linea di credito come adesso all’Italia al 4% invece che all’8%, è il copione classico utilizzato in Brasile, Messico, Argentina, Filippine ecc… in passato per succhiare la ricchezza di un paese. I passaggi sono sempre quelli, se leggi qualcosa sulla "Tequila Crisis" del Messico del 1992 e ci ritrovi il copione della crisi dell’Italia del 2011 già scritto.

1) Scegli un paese che abbia accumulato molto debito verso l’estero e quando è il momento adatto affondi con rumors, report allarmistici e speculazione al ribasso i suoi bonds per cui i rendimenti schizzando dal 4 all’8% ad esempio per i BTP. Se il governo eletto non è malleabile (vedi Berlusconi che solo un mese aveva rifiutato il Fondo Monetario) spingi il "panico sui mercati" e sui media mondiali che chiedono tutti un nuovo governo e lo si ottiene perchè altrimenti "le banche falliscono" (di nazionalizzarle come ha fatto la Svezia nel 1992 non viene in mente a nessun "esperto" o mass media).

2) Dopo un altro momento o due di panico ancora, per fiaccare tutte le resistenze politiche e psicologiche, ecco il colpo di scena, arriva il Fondo Monetario (in combinazione con la FED o BCe o Banca Mondiale), che generosamente offre credito… agli stessi rendimenti che il paese pagava… solo tre mesi prima. Thank You ! Ma come siete buoni voi del Fondo a Washington ! Ovviamente i soldi del FMI hanno poi precedenza su qualunque altro credito, per cui d’ora in poi sai che in caso di crisi i tuoi titoli di stato sono passati di categoria, prima si rimborseranno i 600 miliardi del FMI e poi si penserà ai tuoi CCT o BOT. In questo modo nessuno (tra chi capisce di queste cose) compra più titoli di stato. Soprattutto ora comanda il Fondo Monetario, dato che ti ha dato generosamente soldi al 4%, quando come stato sovrano potresti finanziarti allo 0% stampando moneta come fanno gli inglesi, americani, giapponesi e cinesi. E quindi ti fa vendere a interessi finanziari esteri connessi al FMI beni, infrastrutture e società importanti dello stato in questione.

3) Ma il Fondo Monetario non vuole assolutamente che tu invece svaluti, assolutamente no, devi tenere la tua valuta ancorata al dollaro USA (se sei le Filippine, Messico, Argentina ...) oppure al marco/fiorino, non devi avere voce in capitolo sulla tua valuta. E vuole sacrifici ed austerità, la massa della popolazione deve ridurre il reddito per pgare gli interessi alle istituzioni finanziarie estere e stati esteri che finanziano il Fondo.

4) Dato però che mantenere un tasso di cambio artificialmente elevato riduce le esportazioni che sono l’unica vera risorsa del paese, che pagare interessi e rate di debito in una valuta troppo cara ti strozza finanziariamente e l’austerità fiacca l’economia nazionale dopo un poco sei di nuovo in crisi perchè sei sempre più intrappolato. I conti del paese peggiorano, sia come bilancia commerciale che come reddito che come debito pubblico. E inizia la seconda crisi, quella vera e definitiva, in cui alla fine dai default e svaluti in modo secco dall’oggi al domani. Ma sempre mentendo al pubblico fino all’ultimo in modo che si fidi a tenere i soldi nelle banche locali fino all’ora X in cui arriva il crac.