giovedì 29 settembre 2011

Iran. Colloqui sul nucleare in stallo, tra minacce e sanzioni

"... Il presidente Usa Barack Obama (il Premio Nobel per la Pace !?!?! n.d.r.), ha autorizzato in segreto la vendita a Israele di 55 potenti bombe “bunker-busting”, ovvero capaci di colpire gli obiettivi in profondità. Lo ha scritto nei giorni scorsi il magazine Newsweek, spiegando che, con tutta probabilità, l’obiettivo delle bombe ad alta penetrazione sono i siti nucleari iraniani. Il presidente democratico ha autorizzato la vendita delle GBU-28, ognuna delle quali pesa mille chili, nel 2009, mantenendola segreta. ... "


Procedono a rilento i colloqui tra la Repubblica Islamica e i Paesi impegnati nelle trattative sul programma nucleare di Teheran, in particolare i membri del Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania). Mentre su tutta la questione incombe l’ombra di un attacco militare contro le strutture iraniane, che, in caso, verrebbe volentieri portato a termine da Israele, che da tempo scalpita per colpire l’odiato nemico.

“Se falliamo nei negoziati con gli iraniani, il rischio di un intervento militare è elevato”, ha dichiarato ieri l’ambasciatore francese alle Nazioni Unite, Gerard Araud. Il diplomatico conosce bene le modalità di azione di Tel Aviv per aver lavorato a lungo in Israele come incaricato degli affari strategici al ministero degli Esteri francese.

Pur senza specificare quali Paesi sarebbero disposti a colpire l’Iran, Araud ha voluto mettere in guardia Teheran sulla crescente preoccupazione di “tutte le nazioni arabe” per il programma nucleare iraniano. “A titolo personale, sono convinto che i Paesi non accetteranno la prospettiva” di un Iran in possesso di armi nucleari, ha dichiarato rispondendo a una domanda.

In parte il diplomatico francese ha ragione: i Paesi arabi sunniti della regione, Arabia Saudita in primis, ostacolerebbero volentieri qualsiasi progresso dello storico nemico persiano (e sciita). Da alcuni documenti pubblicati da Wikileaks (?! ndr) emerse addirittura che Riad avrebbe fatto pressioni su Washington e Tel Aviv affinché attaccassero l’Iran. Ma la preoccupazione principale dei sauditi non è l’eventuale arsenale atomico di Teheran – che, anche volendo, avrebbe davanti ancora anni di ricerche per riuscire a diventare una potenza atomica – quanto piuttosto la crescente influenza economica e politica della Repubblica Islamica nella regione. Alla malcelata ostilità dell’Arabia Saudita si aggiungono le aperte minacce di Israele, che non perde occasione per invocare una dura punizione contro Teheran.

Per quanto riguarda gli altri protagonisti dei negoziati, ognuno è spinto da motivazioni contrastanti, che hanno portato le trattative a un apparente punto di stallo.

Gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati europei, sono intenzionati a isolare il più possibile il governo di Teheran dalla comunità internazionale, ma sono anche consapevoli che un conflitto armato nella regione avrebbe “conseguenze disastrose”, per usare le parole dello stesso Araud. Per questo motivo continuano ad alimentare le voci per cui l’Iran starebbe per costruire la bomba atomica. O meglio, si limitano a dire che Teheran “non è in grado di dimostrare che il suo programma nucleare è per scopi pacifici” (Barack Obama durante il suo intervento all’Onu). Probabilmente la figuraccia irachena ha insegnato agli statunitensi a essere più prudenti nelle dichiarazioni, in assenza di prove certe.

Mosca e Pechino, da parte loro, sono interessati a mantenere fruttuosi scambi commerciali con la Repubblica Islamica e cercano di diluire l’effetto delle sanzioni statunitensi e di arrivare a un accordo. In questi giorni il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha proposto all’Iran di “congelare temporaneamente la produzione di centrifughe” per l’arricchimento dell’uranio, come “primo passo” per prevenire un ulteriore inasprimento delle sanzioni.

Gli iraniani, però, sono restii ad accettare una simile proposta in mancanza di ulteriori garanzie. Il rischio è che, una volta spente le centrifughe, la loro riattivazione venga vincolata a una decisione del gruppo 5+1 e, di conseguenza, ogni tentativo iraniano di far ripartire la produzione potrebbe venire presentato come una violazione degli accordi. E il governo di Teheran non può permettersi una simile eventualità, anche perché un blocco del programma nucleare imposto dagli Usa verrebbe visto dall’opinione pubblica interna e da diversi esponenti politici come un’inaccettabile resa al “Grande Satana”.

Nel frattempo gli Stati Uniti armano Israele e minacciano i cinesi che fanno affari con l'Iran. Il presidente Usa Barack Obama, ha autorizzato in segreto la vendita a Israele di 55 potenti bombe “bunker-busting”, ovvero capaci di colpire gli obiettivi in profondità. Lo ha scritto nei giorni scorsi il magazine Newsweek, spiegando che, con tutta probabilità, l’obiettivo delle bombe ad alta penetrazione sono i siti nucleari iraniani. Il presidente democratico ha autorizzato la vendita delle GBU-28, ognuna delle quali pesa mille chili, nel 2009, mantenendola segreta.

E mentre arma i nemici della Repubblica Islamica, la Casa Bianca si preoccupa anche di minacciarne i partner economici. Durante la sua visita a Pechino, il sottosegretario Usa al Tesoro David Cohen ha avvertito le principali banche commerciali cinesi che “tutti gli istituti stranieri che intrattengono rapporti con la compagnia di assicurazioni iraniana Moallem rischiano di perdere la capacità di fare affari con gli Stati Uniti”.

Moallem assicura il principale trasportatore iraniano di container, Irisl (Islamic Republic of Iran Shipping Lines), che è sottoposto alle sanzioni statunitensi. Per questo motivo numerosi Paesi europei hanno chiuso i loro porti a Irisl, ma le sue navi continuano a lavorare in Asia.

di Ferdinando Calda
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10610

Il Pakistan e la "Rete Haqqani": L'ultima Minaccia Orchestrata all'America e la Fine della Storia

Avete mai sentito parlare di Haqqanis? Io non credo. Come Al Qaeda, di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima dell'11/9, la "Rete Haqqani" è apparsa nel momento del bisogno per giustificare la prossima guerra americana - Pakistan.

L'affermazione del presidente Obama di aver sterminato il leader di Al Qaeda Osama bin Laden ha sgonfiato la minaccia proveniente da quello spauracchio a lungo servizio. Un'organizzazione terroristica che ha lasciato il suo leader, inerme e indifeso, in balia di assassini non sembrava più così spaventosa. Ora è tempo di un nuovo, più minaccioso, spauracchio, l'inseguimento del quale manterrà in corso la "guerra al terrore".

Ora il "peggior nemico" dell'America è Haqqanis. Inoltre, a differenza di Al Qaeda, che non è mai stata legata ad un paese, la rete Haqqani, secondo l'ammiraglio Mike Mullen, presidente del US Joint Chiefs of Staff, è un "vero e proprio braccio" del servizio di intelligence del governo pakistano, ISI. Washington sostiene che l'ISI ha ordinato alla sua rete Haqqani di attaccare l'ambasciata americana a Kabul, in Afghanistan, il 13 settembre insieme alla base militare statunitense in provincia di Wadak.

Il senatore Lindsey Graham, membro della commissione per le Forze Armate e uno dei principali guerrafondai repubblicani, ha dichiarato che "tutte le opzioni sono sul tavolo" e ha dato al Pentagono la sua assicurazione che nel Congresso c'è ampio sostegno bipartisan per un attacco militare degli Stati Uniti al Pakistan .

Mentre Washington ha ucciso un gran numero di civili pachistani con i droni e ha costretto l'esercito pakistano a dare la caccia ad Al Qaeda quasi in tutto il Pakistan, producendo lo spostamento di decine di migliaia di pakistani o più nel processo, il senatore Graham deve avere in mente qualcosa di più grande .

Anche il governo pakistano la pensa così. Il primo ministro pachistano, Yousuf Raza Gilani, ha richiamato a casa il suo ministro degli Esteri dai colloqui a Washington e ha ordinato una riunione di emergenza del governo per valutare la prospettiva di un'invasione americana.

Nel frattempo, Washington sta perfezionando ulteriori motivi da aggiungere alla nuova minaccia da Haqqanis per giustificare la guerra al Pakistan: il Pakistan ha armi nucleari ed è instabile e le armi nucleari potrebbero cadere nelle mani sbagliate, gli Stati Uniti non possono vincere in Afghanistan fino a quando non avranno eliminato i santuari in Pakistan; bla-bla.

Washington ha cercato di costringere il Pakistan a lanciare un'operazione militare contro il proprio popolo nel Nord Waziristan. Il Pakistan ha buone ragioni per resistere a questa domanda. L'uso da parte di Washington della nuova "minaccia Haqqani" come scusa per l'invasione potrebbe essere il modo di Washington di superare la resistenza del Pakistan ad attaccare la sua provincia del Nord Waziristan, o potrebbe essere, come dicono alcuni leader politici pakistani, e come teme il governo pakistano, un "dramma" creato da Washington per giustificare un attacco militare su un altro paese musulmano.

Nel corso degli anni della sua servitù come fantoccio americano, il governo del Pakistan ha causato questo. I Pakistani hanno lasciato che gli Stati Uniti comprassero il ​​governo del Pakistan, addestrassero ed equipaggiassero il loro esercito, e congiungesse la CIA con i servizi segreti pachistani. Un governo così dipendente da Washington poteva dire poco, quando Washington ha cominciato a violare la sua sovranità, inviando droni e squadre delle forze speciali ad uccidere presunti membri di Al Qaeda, di solito donne, bambini, e agricoltori. Incapace di sottomettere dopo un decennio un piccolo numero di combattenti talebani in Afghanistan, Washington ha dato la colpa del suo fallimento militare al Pakistan, proprio come Washington ha addebitato la lunga estenuante guerra contro il popolo iracheno al presunto supporto dell'Iran alla resistenza irachena all'occupazione americana.

Alcuni analisti esperti dei quali non sentirete mai parlare nei "media mainstream", dicono che il complesso militare/sicurezza degli Stati Uniti e le sue puttane neoconservatori stanno orchestrando la Terza Guerra Mondiale prima che la Russia e la Cina possano prepararsi. Come risultato dell'oppressione comunista, una percentuale significativa della popolazione Russa è nell'orbita americana. Questi Russi si fidano di Washington più di quanto si fidano di Putin. I Cinesi sono troppo occupati con i pericoli di una rapida crescita economica per prepararsi per la guerra e sono molto lontani dalla minaccia.

La guerra, tuttavia, è la linfa vitale dei profitti del complesso militare/sicurezza, e la guerra è il metodo di elezione dei neoconservatori per raggiungere il loro obiettivo dell'egemonia americana.

Il Pakistan confina con la Cina e con parti costituenti l'ex Unione Sovietica in cui gli Stati Uniti hanno ormai basi militari ai confini della Russia. La guerra e l'occupazione da parte degli Stati Uniti del Pakistan rischia di risvegliare i sonnolenti Russi e Cinesi. Poichè entrambi possiedono missili balistici intercontinentali nucleari, l'esito dell'avidità del complesso militare/sicurezza per i profitti e l'avidità dei neoconservatori per l'impero potrebbe essere l'estinzione della vita sulla terra. (...)

Dr. Paul Craig Roberts

Fonte: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=26797
Traduzione: Anna Moffa per I Lupi di Einstein
Tratto da: http://ilupidieinstein.blogspot.com/2011/09/il-pakistan-e-la-haqqani-l-minaccia.html

mercoledì 28 settembre 2011

Obama il Fallito urla al fallimento altrui


La conoscete la storiella del ladro che grida al ladro? Beh accade la stessa cosa a Obama, il leader del "Yes we can", che ora non avendo il coraggio di dire ai suoi "No, we can't", getta tutta la croce addosso all'Europa, che intendiamoci, non sarà un granché e contro la quale la sottoscritta ne ha sempre scritte peste e corna, ma non dimentichiamoci che quell'Unione europea, primo passo verso il Nuovo Ordine Mondiale, fu incoraggiata e foraggiata proprio dagli uomini della Fed. Non è un caso che Geithner, il segretario al Tesoro di Obama, abbia partecipato all'ultima riunione con Trichet. Ci crederà il popolo americano a questa favoletta da "asilo Mariuccia" della serie , è tutta colpa dell'Europa? Ci sono 38 canali tv del Piffero pronti a rincretinire e lobotomizzare il popolo a stelle e strisce. Speriamo che qualcuno si svegli e che le marce su Wall Street vadano avanti più numerose e spedite che mai. Wall Street, BCE-Bruxelles e Piazza Affari-Milano. La Borsa è un covo di cocainomani schizzati e il troppo è troppo. Giocare a fiches con soldi virtuali per ottenere in cambio "soldi veri" (i nostri risparmi) è roba da Borse-ggiatori. Appunto!

(...) E' affascinante ascoltare mister "No We Can't " Obama e bimbo Geithner dare lezioni all'Europa su come dovrebbe essere gestita una crisi, affascinante ascoltare dei falliti che insegnano come si gestisce un fallimento!

Washington - Barack Obama attacca l'Europa, colpevole ai suoi occhi di «non aver agito rapidamente, come avrebbe dovuto» per affrontare il problema del debito.

Il duro atto d'accusa del presidente degli Usa è arrivato durante una conferenza durante la quale Obama ha risposto alla domande poste dal pubblico via Linkedin, una sorta di social network che collega in tutto il mondo professionisti e operatori dei più vari settori economici: secondo Obama, la crisi finanziaria che sta travolgendo l'Europa «spaventa tutto il mondo», anche perché i passi intrapresi dai paesi dell'Eurozona non sarebbero stati all'altezza della situazione.

Obama ha sottolineato che l'Europa «non s'è mai pienamente ripresa dalla crisi del 2007». Inoltre, ha osservato che i governi europei non hanno mai affrontato in maniera adeguata «le sfide e le difficoltà che il loro sistema bancario era chiamato a rispondere: tutto ciò è stato aggravato da quello che sta accadendo in Grecia».

Ma Obama è andato oltre, sostenendo che i problemi «mal risolti nell'Unione europea hanno superato i confini del continente, finendo per danneggiare anche l'economia americana». In ultima analisi, implicitamente, Barack Obama ha attribuito quindi all'Europa la responsabilità di molti dei problemi dell'economia americana, in particolare quello del lavoro, che mettono a rischio la sua rielezione nel 2012. (Il secolo XIX )

Obama ormai è un ragazzo disperato in prenda allo sconforto, la crisi europea starebbe per danneggiare l'America!

Hanno messo in piedi la più imponente frode e manipolazione della storia finanziaria mondiale, sotto gli occhi conniventi della politica, la metastasi subprime ha contaminato il mondo intero, un manipolo di esaltati falliti ha socializzato le perdite facendo esplodere il debito americano e mondiale e questo ragazzo ci viene a raccontare che la crisi europea rischia di danneggiare l' America.

Goldman Sachs ha suggerito alla Grecia l'arte della manipolazione dei bilanci, AIG ha seminato il mondo intero di credit default swap, di armi di distruzione di massa e le cinque principali banche americane detengono oltre il 95 % della manipolazione dei mercati finanziari mondiali e questo illuminato, premio Nobel per la Pace ci viene a dire che non abbiamo agito rapidamente per affrontare il problema del debito, che stiamo spaventando il mondo intero.

Ci sono oltre 47 milioni di americani che vivono con la gamella elettronica in mano, contando sui cosidetti foods stamp, "buoni pasto" quotidianamente per non morire di fame, di stenti, oltre 14 milioni di disoccupati ufficiali, senza contare coloro che lavorano a part.time per ragioni indipendenti dalla loro volontà, ben oltre il doppio se si contano quelli scoraggiati, la disoccupazione fantasma, milioni e milioni di famiglie buttate fuori di casa al ritmo di oltre 1 milione all'anno e oltre 11 milioni di famiglie a rischio e questo ragazzo ci viene a dire che non abbiamo affrontato in modo adeguato la crisi.

Comprendo che non è facile amministrare una nazione dove le lobbies industriali e finanziare sostengono la tua candidatura, non è facile agire e ragionare liberamente quando quotidianamente la pressione della finanza è costante ed asfissiante, ti tiene sotto sequestro e non puoi muovere un dito senza il suo consenso, ma per piacere evitiamo di fare brutte figure, e impariamo ad osservare ognuno la trave presente nelle proprie orbite!

Purtroppo come direbbe Oscar Wilde, tutti coloro che sono incapaci di imparare si sono messi a insegnare, un manipolo di falliti che ci insegna come evitare un fallimento! Sublime!


Tratto da: http://sauraplesio.blogspot.com/2011/09/obama-il-fallito-urla-al-fallimento.html

martedì 27 settembre 2011

Lettera ai PACIFINTI ...

Ora le popolazioni delle città libiche di Sirte, Bani Walid e Sabha rischiano di essere massacrate dagli insorti, sotto l'egida di una operazione ONU approvata "per proteggere i civili".

Non vi siete accorti che i paesi aggressori (USA, Francia, Gran Bretagna, Italia, paesi della NATO, monarchie arabe reazionarie come il Qatar e gli Emirati) sta­vano violando lo spirito e la lettera della risoluzione dell'ONU che parlava di una presunta azione di "protezione dei civili", ponendosi invece l'obiettivo di un cambio di regime con la forza delle armi?

Foto da: http://dadietroilsipario.blogspot.com/2011/09/la-guerra-in-libia-non-esiste-per-la.html

LETTERA APERTA AGLI ORGANIZZATORI DELLA MARCIA

PERUGIA-ASSISI ED A TUTTI I PACIFISTI ITALIANI

di MARINELLA CORREGGIA


Nel manifesto di convocazione della "Marcia per la Pace" sono contenuti generi­ci appelli contro "le guerre", "la violenza", "il commercio delle armi" ed a "met­tere fine alla guerra in Libia, in Afghanistan".

Ma allora vi chiediamo: da sei mesi è in corso in Libia, a soli 500 km dall'Italia, una sanguinosa guerra che ha comportato 9.000 azioni di bombardamento, che ha causato immani distruzioni e privazioni per la popolazione, migliaia, o forse decine di migliaia, di vittime civili innocenti, centinaia di migliaia di profughi.

DOVE ERAVATE IN QUESTI 6 MESI?
Eravate voltati dall'altra parte?

Piccoli gruppi come i nostri hanno tentato di sensibilizzare l'opinione pubblica con una serie di manifestazioni ignorate dalla stampa. Abbiamo manifestato davanti all'ambasciata di Francia, davanti a Montecitorio, in Piazza Venezia; ci sia­mo recati presso le ambasciate dei paesi non belligeranti del Consiglio di Sicu­rezza dell'ONU (Cina, Russia, India, Brasile, Sudafrica) per chiedere di favorire un cessate il fuoco immediato ed una mediazione tra le parti sotto l'egida di or­ganizzazioni neutrali quali l'Unione Africana o i paesi sudamericani. Tramite co­municati abbiamo invitato tutti a partecipare a queste azioni di sensibilizzazione dell'opinione pubblica, eppure ci siamo sempre ritrovati soli. Dove eravate? Quali iniziative per fermare la guerra avete intrapreso voi?

Non vi siete accorti che i paesi aggressori (USA, Francia, Gran Bretagna, Italia, paesi della NATO, monarchie arabe reazionarie come il Qatar e gli Emirati) sta­vano violando lo spirito e la lettera della risoluzione dell'ONU che parlava di una presunta azione di "protezione dei civili", ponendosi invece l'obiettivo di un cambio di regime con la forza delle armi? Non vi siete accorti che gli insorti erano continuamente riforniti di armi e appoggi logistici e militari e sobillati a non aderire ad alcuna trattativa? Non vedete che l'unico scopo di questa ope­razione è la spartizione delle risorse della Libia in un ambito neo-coloniale?

Perché non una parola di condanna avete espresso sui bombardamenti e le azioni militari degli aggressori? L'unica parola di condanna esplicita l'avete ri­volta contro un altro paese, la Siria, dove il governo ha aperto un dialogo con l'opposizione più responsabile. Ma anche in questo caso, come in Libia, frange di Al-Qaeda, integralisti islamici radicali ed ex-combattenti dell'Afghanistan ven­gono forniti di armi e sobillati da USA, Francia, Gran Bretagna e monarchie ara­be reazionarie (Arabia Saudita in testa) a destabilizzare il governo, negando ogni dialogo.

STATE FORSE INDICANDO AI BOMBARDIERI DELLA NATO
IL PROSSIMO OBIETTIVO?

Vi ricordiamo che tutte le guerre e le aggressioni precedenti sono state prece­dute da bugie palesi (armi di distruzione di massa di Saddam, massacro di 10.000 civili libici mai avvenuto con relative false immagini di fosse comuni, ecc.) e giustificate con la retorica dei "diritti umani" violati.

VI CHIEDIAMO: VI RISULTA CHE LE CONDIZIONI MORALI E MATERIALI DEI CIVILI DELL'IRAQ, DELLA SOMALIA, DELL'AFGHANISTAN, DEL KOSSOVO, ED OGGI DELLA LIBIA SIANO MIGLIORATE DOPO GLI INTERVENTI ARMATI "UMANITARI" OCCIDEN­TALI? L'UNICO RISULTATO SONO STATI MILIONI DI MORTI E DI PROFUGHI, GUER­RA CIVILE, DISASTRO UMANITARIO, CROLLO DI TUTTE LE CONDIZIONI DI VITA.

Ed ora le popolazioni delle città libiche di Sirte, Bani Walid e Sabha rischiano di essere massacrate dagli insorti, sotto l'egida di una operazione ONU approvata "per proteggere i civili" e con il silenzio-assenso vostro e di chi vi sostiene.

IN QUESTE CONDIZIONI LA "MARCIA DELLA PACE"
DIVENTA UN SEPOLCRO IMBIANCATO.

Questi sono i motivi per cui non aderiamo alla marcia in quanto associazioni. Non avalliamo iniziative rituali ed istituzionali, ma continueremo con le nostre iniziative concrete a favore di un cessate il fuoco e di un dialogo tra le parti in Libia, come in Siria.

Rete NoWar – Roma Citizens against War – Rome

Tratto da: http://www.peacelink.it/pace/a/34760.html

domenica 25 settembre 2011

Fermiamo la dittatura della BCE!


Mi rivolgo a voi, in questa giornata così carica di decisioni per il nostro Paese, con un appello accorato affinché non venga stracciata la nostra Costituzione, ed affinché l’Italia non ceda la propria sovranità nazionale alla Banca Centrale Europea, nella speranza di scongiurare così un attacco speculativo ai nostri titoli di stato che potrà essere fermato soltanto con misure ben più forti del divieto delle vendite allo scoperto per 15 giorni!

L’articolo 1 della Costituzione italiana recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Con la loro lettera al governo italiano, ed il ricatto esplicito a non sostenere i nostri titoli di Stato se non avessimo incluso il pareggio di bilancio nella Costituzione, Jean-Claude Trichet e Mario Draghi, attuale e futuro capo della BCE, hanno infranto i fondamenti stessi della sovranità sancita dalla nostra Costituzione. E forse era questo lo scopo dell’attacco mirato ai nostri titoli di stato, da parte degli stessi hedge fund speculativi che la Banca Centrale Europea sostiene a spada tratta, e che sono i primi beneficiari del Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria. La speculazione sui titoli di stato mira a salvare una bolla speculativa ormai irrecuperabile e destinata ad esplodere. Forse l’obiettivo era anche ricattarci affinché accettassimo una dittatura della BCE in Europa.

Fermare l’attacco speculativo contro i BTP e i BOT, e quindi lo spread tra BTP e Bund, richiedeva una sola misura, quella che il nostro movimento, e il movimento di LaRouche negli Stati Uniti, propongono da anni: il ripristino della legge Glass-Steagall negli Stati Uniti, voluta da Roosevelt nel 1933 per separare le banche commerciali dalle banche d’affari, e abrogata da Larry Summers nel 1999. In Italia un divieto delle vendite allo scoperto, CDS e derivati di qualunque tipo, soprattutto sui titoli di stato, ed un approccio diverso al debito pubblico, da titoli soggetti a compravendita continua – e quindi agli umori dei mercati – a strumenti stabili legati ad una prospettiva a lungo termine. E di queste due misure (Glass-Steagall e divieto dei derivati) la lettera di Trichet e Draghi non fa menzione alcuna.

Trichet l’ha ammesso più volte, candidamente, incalzato dalle domande del vicepresidente di MoviSol Claudio Celani: la BCE ha i poteri per vietare queste “speculazioni distruttive” (come le ha definite il ministro delle Finanze tedesco Schaeuble) contro i titoli di stato del nostro paese e di altri paesi (Grecia, Spagna, Portogallo, ora forse anche Francia e Germania), ma non intende farlo, nel nome del “libero mercato”. Sembra invece molto interessata a commissariare tutti i governi in Europa, imponendo tagli draconiani che sicuramente non servono a fermare l’attacco speculativo, né tanto meno a promuovere la crescita economica; anzi, la bloccano.

Come è possibile immaginare che portare a 65 anni l’età di pensionamento delle donne riesca a fermare l’attacco speculativo degli hedge fund contro i titoli di stato, che sicuramente riprenderà non appena saranno scaduti i 15 giorni di blocco decisi dalla Consob? Colpire gli enti locali, le fasce più deboli della popolazione, i diritti sindacali, non serve a colmare il deficit, serve unicamente a terrorizzare la popolazione italiana, per indurla ad accettare misure ancor più drastiche e dittatoriali, che la BCE imporrà a piacimento al nostro governo (chiunque lo diriga, non fa alcuna differenza a quel punto) una volta inserita nella Costituzione la clausola del pareggio di bilancio. Si rifarà sempre a quella clausola per bocciare qualsiasi misura presa dal nostro governo, o dal nostro Parlamento, per promuovere la crescita economica o per tassare le rendite finanziarie, piuttosto che i cittadini, misure invise alla BCE che punta unicamente a tutelare il diritto dell’oligarchia finanziaria a continuare ad arricchirsi con la speculazione, a spese dei nostri contribuenti. Dalla clausola sul pareggio di bilancio all’“Ermaechtigungsgesetz” che conferì pieni poteri a Hitler nel 1933, il passo è breve, come ha denunciato LaRouche negli Stati Uniti, a proposito dell’accordo imposto da Obama sul tetto del debito, scavalcando il Congresso.

È tempo che l’Italia si ribelli a questa dittatura europea. L’Unione Europea ci ha voltato le spalle quando abbiamo chiesto aiuto sull’emergenza dei migranti dalla Libia, e il Sistema dell’Euro ha favorito finora soltanto le banche, e non la popolazione, come hanno rilevato ultimamente il ministro Maroni e l’economista Paola Savona, chiedendo che l’Italia lasci l’Euro. L’Italia ha le risorse, economiche e morali, per far fronte alla crisi: siamo la culla del Rinascimento, il paese di Mattei e del miracolo economico.

Una riforma del sistema finanziario internazionale, a partire dal ripristino della legge Glass-Steagall attualmente in discussione al Congresso USA, col sostegno della confederazione sindacale americana AFL-CIO e della popolazione, viene invocata da più parti, negli Stati Uniti come in Europa, Russia, Cina e nel resto del mondo. LaRouche è stato più volte sentito dal Parlamento italiano su questa riforma e sulla Nuova Bretton Woods, richiesta anche dal ministro Giulio Tremonti. Al centro di tale riforma resta la sovranità nazionale in politica economica.

Se accetteremo il ricatto della BCE, includendo il pareggio di bilancio nella Costituzione, rinunceremo al nostro diritto di aver voce in capitolo in questa urgente riforma del sistema creditizio ed economico mondiale. Occorre rispondere con un deciso “no” al ricatto della BCE e difendere la nostra Costituzione!

di Liliana Gorini (Presidente del Movimento Solidarietà)
Fonte: http://www.movisol.org/11news141.htm
Tratto da: http://www.stampalibera.com/?p=31655

sabato 24 settembre 2011

Il ruolo delle agenzie di rating

 ... Le agenzie di rating, con le loro profezie ad orologeria, fungono quindi da strumento di pressione sui governi affinché operino determinate scelte a scapito di altre, per conto di alcuni apparati finanziari connessi non troppo segretamente al governo degli Stati Uniti, che hanno tutto l’interesse a creare instabilità in seno al Vecchio Continente.


Lo scorso 20 settembre l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha degradato il giudizio sulle obbligazioni italiane portandole da A+ ad A per quanto concerne il breve termine e da A1+ ad A1 relativamente al lungo periodo rivedendo in negativo le prospettive per i prossimi tempi (outlook) .
La motivazione addotta ufficialmente verte sul fatto che “le prospettive di crescita economica dell’Italia si stanno indebolendo”.

“Ci aspettiamo – si legge nel comunicato diramato dall’agenzia – che la fragile coalizione di governo e le differenze politiche all’interno del Parlamento continuino a limitare la capacità dell’esecutivo di rispondere in maniera decisa alle sfide macroeconomiche interne ed esterne”.
Sull’Italia peserebbe, secondo il parere dell’agenzia, l’assenza di un esecutivo solido e compatto e l’endemica riluttanza dei propri dirigenti ad applicare riforme strutturali necessarie a favorire la crescita.

Dall’unione di questi due fattori scaturirebbe quindi una sinergia negativa in grado di minare la capacità del paese di onorare il debito contratto che attualmente ammonta a 1.911,801 miliardi di euro.
Il premier Silvio Berlusconi ha tuonato contro la decisione di Standard & Poor’s, lamentando un pesante condizionamento operato dagli organi informativi sul giudizio emesso dall’agenzia, inscenando una reazione dettata dalle proprie antiche ed incrollabili idiosincrasie.

I giganteschi punti esclamativi che aleggiano sulle due maggiori agenzie di rating riguardano infatti ben altri argomenti.
Standard & Poor’s è controllata da McGraw Hill, la stessa compagnia che detiene oltre il 31% di Moody’s, il cui 12,5% dell’intero pacchetto azionario è posseduto da Warren Buffet.

Così, mente Warren Buffet, padroneggiando come nessun altro le ben note arti divinatorie della finanza, assimilava i derivati ad “Armi di distruzioni di massa”, l’agenzia Moody’s da egli parzialmente controllata conferiva la tripla A ad un numero esorbitante di Collateralized Debt Obligation (CDO) che si rivelarono poi pura spazzatura finanziaria.

Sempre Moody’s aveva mantenuto il giudizio A2 sulla banca d’affari Lehman Brothers pochi giorni prima che fallisse, mentre alla compagnia assicurativa AIG aveva accordato il giudizio A3 una decina di giorni prima che la Federal Reserve erogasse un prestito di 85 miliardi di dollari per evitarne la bancarotta.

Facendo entrambe riferimento al medesimo centro finanziario che raggruppa noti e facoltosi operatori finanziari – il McGraw Hill controllato a sua volta, per il 30%, da un consorzio formato da T Rowe Prince Associates, Vanguard Group, World Investors, Blackrock e State Street – Moody’s e Standard & Poor’s rappresentano una delle più eminenti espressioni del conflitto di interessi.

Detenendo quote considerevoli delle due agenzie di rating in questione, il gruppo finanziario che le controlla ha la capacità di influenzare pesantemente il mercato in pura chiave geostrategica, intaccando arbitrariamente la solidità degli Stati per mezzo dell’emissione di giudizi falsi e tendenziosi dettati da esigenze della più pura tempra politica.

E chi tra le agenzie di rating e il governo statunitense esista un rapporto di stretta dipendenza è un fatto che pochi oseranno contestare, specialmente dopo il licenziamento in tronco di Deven Sharma, analista di Standard & Poor’s reo di aver declassato gli Stati Uniti dalla tripla A ad AA+.

Nell’entourage di Barack Obama militano o hanno militato il direttore del National Economic Council Larry Summers, il Segretario al Tesoro Timothy Geithner, l’ex presidente dell’Economic Recovery Advisory Board Paul Volcker, l’ex Segretario al Tesoro Henry Paulson, il capo dello staff presidenziale William Daley, i funzionari Robert Rubin e Gene Sperling.

Sono tutti elementi che avevano fatto le fortune di Citigroup, Goldman Sachs, JP Morgan Chase, Federal Reserve, Rotschild Group.

Non è un caso che i loro interessi coincidessero, nel caso specifico, con la degradazione dei debiti pubblici dei paesi dell’Eurozona, rientrante in una chiara strategia di guerra valutaria finalizzata a disintegrare l’Euro.

La fuoriuscita dall’Euro di Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna (i cosiddetti “PIIGS”) provocherebbe un’esorbitante impennata del valore della moneta – il cui cambio con il dollaro lambisce attualmente quota 1,40 – legato alla solidità strutturale della restante Germania.

Con un euro reso fortissimo dall’epurazione degli anelli deboli dell’Eurozona, la Germania incontrerebbe pesantissime difficoltà ad esportare le proprie merci – che raggiungerebbero prezzi esorbitanti – favorendo quelle cinesi e statunitensi, indicizzate alle rispettive monete mantenute a valori molto più bassi.

Le agenzie di rating, con le loro profezie ad orologeria, fungono quindi da strumento di pressione sui governi affinché operino determinate scelte a scapito di altre, per conto di alcuni apparati finanziari connessi non troppo segretamente al governo degli Stati Uniti, che hanno tutto l’interesse a creare instabilità in seno al Vecchio Continente.

di Giacomo Gabellini
Tratto da: http://www.eurasia-rivista.org/il-ruolo-delle-agenzie-di-rating/11325/

Gli Usa accerchiano la Cina


La crescita economica e militare della Repubblica Popolare cinese preoccupa Washington che sta accerchiando con basi e accordi militari il Celeste Impero. Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno accordato un pacchetto di “aiuti” militari a Taiwan per 5,8 miliardi di dollari, utili ad ammodernare i caccia F-16 di Taipei. In realtà dietro la commessa vi sarebbe l’invio di bombe intelligenti, missili teleguidati e uno studio di fattibilità per potenziare gli F16, nonché radar tecnologicamente avanzati (AESA), strumenti per la guerra elettronica, missili aria-aria e il sistema JDAM che trasforma le bombe in ordigni teleguidati ad alta precisione.

La notizia ha mandato su tutte le furie il governo cinese. L’ambasciatore Usa in Cina, Gary Locke è stato convocato d’urgenza e il ministero degli Esteri cinese ha diramato una nota: “Un errore quello degli Stati Uniti che minerà la relazioni bilaterali così come gli scambi e la cooperazione militare. Washington deve quanto mai ritrattare la decisione”. Il vice ministro degli Esteri Zhang Zhijiun ha espresso una formale protesta del suo governo all’inviato americano in Cina, così come ha fatto l’ambasciatore cinese negli Usa, Zhang Yesui. Ma non è la prima volta. Lo scorso anno infatti la vendita di un carico d’armi da 6,4 miliardi di dollari scatenò l’ira di Pechino. Dal canto loro esperti americani e cinesi hanno affermato che la persistente vendita di armi tecnologicamente avanzate a Taiwan da parte gli Usa costituisce un’autentica doccia fredda nei rapporti militari tra Cina e Stati Uniti che sembravano invece migliorare. Richard Bush, specialista in problematiche riguardanti i rapporti con la Cina e direttore del centro di ricerca sull’Asia nord-orientale dell’Istituto Brookings, ha sottolineato che la Cina non può assolutamente gradire le commesse americane a Taipei. Già in passato infatti Pechino aveva dichiarato che la vendita di armi a Taiwan, rappresentava un grosso ostacolo allo sviluppo dei rapporti tra i due eserciti.

E comunque il governo di Taipei non è il solo ad avere il sostegno statunitense che, da qualche tempo, ha deciso di circondare militarmente la Cina per frenare le mire strategiche di Pechino e mantenere il controllo su tutta l’area. E così il 13 settembre scorso a San Francisco si sono dati appuntamento i funzionari della difesa e della sicurezza statunitense ed australiana per gettare le basi di una più stretta cooperazione in ambito militare. All’evento hanno partecipato anche Leon Panetta e Hillary Clinton, rispettivamente segretario americano della Difesa e dello Stato, per una serie di colloqui con Stephen Smith e Kevin Rudd, le loro controparti australiane. Washington e Canberra hanno confermato di essere pronte a firmare gli accordi che daranno alle forze armate Usa libero accesso alle basi australiane. Un grande passo in avanti nelle strategie di Washington: l’intesa permetterà agli Stati Uniti di costruire un punto d’appoggio fra l’Oceano Indiano e il Pacifico. “L’Australia sarà un sostegno fondamentale nella regione indo-pacifica”, ha chiosato Patrick Cronin, esperto di Asia orientale militare presso il Center for a New American Security. L’accordo prevede che i militari americani avranno accesso alla base navale di Stirling (Australia Occidentale), a quella militare nei pressi di Townsville (Australia Settentrionale) e al porto di Darwin (Australia Settentrionale). Già lo scorso anno Washington e Canberra hanno firmato un trattato di difesa commerciale che ha dato all’Australia pieno accesso all’hardware militare degli Stati Uniti. In più Canberra sarebbe pronta ad acquistare anche 100 caccia F-35 dagli Stati Uniti, per un affare da 16 miliardi di dollari.

La strategia americana però non si ferma qui. Washington infatti coopera militarmente con Corea del Sud, Giappone, Filippine, Singapore, Vietnam e India, e possiede due enormi basi militari: una situata nell’isola di Guam, nell’Oceano Pacifico occidentale, la più grande e meridionale dell’arcipelago delle Marianne, e l’altra a Diego Garcia, la più grande dell’arcipelago delle Isole Chago, nell’Oceano Indiano, a 1.600 km dall’India. L’obiettivo degli Usa è quello di frenare l’ascesa di Pechino, e impedire le rivendicazioni del Dragone sul Mar Cinese meridionale (in particolare sulle isole Spratlay e Paracel, particolarmente ricche di idrocarburi) e su tutta l’area che va dall’Oceano Indiano al Pacifico, per tagliare le forniture energetiche di cui l’economia cinese ha un ardente bisogno.

di Andrea Perrone
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10519

venerdì 23 settembre 2011

Il Cnt e il governo che non c’è

 ... le forze del Cnt hanno cessato di combattere contro gli uomini rimasti fedeli a Muammar Gheddafi a causa della mancanza di munizioni ... Ma niente paura, in soccorso arriva l’Ue, che ieri, assieme allo scongelamento dei beni delle compagnie petrolifere e alla riapertura degli spazi aerei europei all’aviazione libica, ha deciso anche la rimozione parziale dell’embargo sulle armi.
Sono le misure adottate dal Consiglio europeo a “supporto della ricostruzione economica della Libia dopo la guerra civile”.



La Libia viaggia a vele spiegate verso un futuro democratico e prospero. Almeno nelle dichiarazioni di esponenti del Cnt e della Nato, gli alleati anti-Gheddafi che hanno sulla carta battuto il leader libico. Se non fosse che la guerra continua e che i bastioni lealisti restano esattamente dove sono nonostante ne venga annunciata la caduta un giorno sì e l’altro pure. Ma secondo il Cnt, in otto mesi questo Paese dilaniato da una guerra nella guerra si doterà di istituzioni democratiche. Certo, ha sottolineato l’esponente dei ribelli Elamin Belhai in un’intervista alla Cnn, bisognerà attendere la liberazione completa della Libia. Ecco il punto: la liberazione completa. Se si dovesse stare agli annunci quotidiani dei numerosi portavoce dei ribelli Gheddafi è già stato ucciso una decina di volte, più o meno tante quante volte è fuggito dal Paese. I suoi figli pure, come il suo portavoce, Mussa Ibrahim, dato per morto la scorsa settimana e tuttavia ancora ieri in piena attività. Questi otto mesi, dunque, con ogni probabilità slitteranno a data da destinarsi. E se l’iter di formazione del governo comincerà solo quando le forze anti-Gheddafi avranno preso il controllo di tutte le frontiere e liberato le ultime città (Bani Walid, Sirte e Sabha, almeno secondo i ribelli), gli attuali leader dei ribelli privi di un governo anche se provvisorio - caduto a causa di mal celate tensioni interne - resteranno i rappresentanti di Tripoli per chissà quanto tempo. Parliamo di Mustafa Abdel Jalil e Mahmud Jibril, oramai identificati come i rappresentanti della nuova Libia, che fino a pochi giorni fa davano l’esecutivo come prossimo al varo.

L’ampliamento del Cnt, quando il governo vedrà la luce, prevede che dai 43 membri attuali si arriverà a contarne un’ottantina per essere rappresentativo di tutte le componenti del Paese. Poi verrà creato un esecutivo ad interim, con un premier che nominerà i ministri, previa approvazione del Cnt. Entro 8 mesi verranno quindi indette le elezioni dei 200 rappresentanti del Congresso Nazionale e verrà redatta la Costituzione, che sarà sottoposta a referendum popolare. Una strada ancora lunga alla quale, ha assicurato l’esponente del Cnt, stanno partecipando i libici “tutti insieme”, islamisti e non, negando le voci di divisioni all’interno delle forze anti-Gheddafi. Lo stesso Belhai però ha legami con gli islamisti ed ed è accusato di essere vicino ad Al Qaida. Mentre si attende che le ostilità finiscano per mettere mano alla struttura politica della nuova Libia, mercoledì sera le forze del Cnt hanno annunciato di aver conquistato la totalità di Jufra, l’oasi a 700 km da Tripoli, avamposto nel deserto del Sahara. Qui, secondo il portavoce degli insorti Fathi Bashaagha, sarebbe stato trovato un vasto deposito di armi chimiche delle truppe lealiste. Considerato però che gran parte delle notizie diffuse dai ribelli raramente risponde a realtà, anche la Nato ha preferito chiarire: “Si potrebbe trattare di armi o prodotti chimici non ancora trasformati in armi che sono presenti in territorio libico da oltre 30 anni. Finora non abbiamo certezze in merito, ma continuiamo a monitorare la situazione”, ha spiegato il generale canadese Charles Bouchard, capo della missione Unified Protector. Intanto sul fronte est della città di Sirte le forze del Cnt hanno cessato di combattere contro gli uomini rimasti fedeli a Muammar Gheddafi a causa della mancanza di munizioni. Lo ha affermato il comandante sul campo Mustafa ben Dardef. Ma niente paura, in soccorso arriva l’Ue, che ieri, assieme allo scongelamento dei beni delle compagnie petrolifere e alla riapertura degli spazi aerei europei all’aviazione libica, ha deciso anche la rimozione parziale dell’embargo sulle armi. Sono le misure adottate dal Consiglio europeo a “supporto della ricostruzione economica della Libia dopo la guerra civile”.

di Alessia Lai
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10504

giovedì 22 settembre 2011

I droni di Obama sbarcano alle Seychelles

La Cia sta creando una catena di basi nel Corno d’Africa e in Arabia per aumentare gli attacchi (illegali) in Yemen e Somalia

La guerra segreta della Cia, tramite i bombardamenti con gli aerei senza pilota, si sta espandendo in tutto il mondo, e dalle montagne afgane si porta anche nella penisola araba e nel Corno d’Africa. In particolare Yemen e Somalia saranno i Paesi che presto vedranno crescere la pratica delle uccisioni dal cielo da parte dei famigerati droni “hunter-killers” (cacciatori-uccisori). Il giudice, la giuria e il boia di questo raffinato tipo di esecuzioni sono tutti incarnati in un operatore della Cia che, da un monitor situato in una base (segreta) a centinaia di chilometri di distanza, deciderà la sorte degli “obiettivi” inquadrati dai sensori del drone.

Una pratica che in Pakistan, al confine con l’Afghanistan, ha già portato alla morte di circa tremila persone (tra cui centinaia di civili) in quasi trecento raid compiuti dal 2004 ad oggi, in particolare sotto la presidenza di Barack Obama.

Adesso, come riporta il Washington Post citando anonimi ufficiali Usa, gli Stati Uniti stanno cercando di esportare massicciamente questa pratica in altre “zone calde”, come appunto lo Yemen e la Somalia. Per questo motivo stanno creando in segreto una capillare catena di basi della Cia nel Corno d’Africa, nella Penisola arabica e anche altrove.

Una delle nuove basi, riporta il Washington Post, è in fase di completamento in Etiopia (Paese che già aiuta la Cia ad “interrogare” i sospetti terroristi lontano dalle leggi sui diritti umani). Un’altra funziona già da tempo nel vicino Gibuti. Mentre una terza è stata installata alle Seychelles, da dove le operazioni dei droni contro la Somalia sono iniziate il mese scorso, dopo che una missione sperimentale (ufficialmente avviata per combattere la pirateria nell’Oceano Indiano) aveva dimostrato la piena fattibilità di pattugliamenti a una distanza tanto ingente. L’arcipelago, infatti, si trova quasi 1.300 chilometri a sud-est di Mogadiscio. Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense, inoltre, la Cia sta costruendo un’ulteriore base nella Penisola arabica, allo scopo di colpire lo Yemen.

Per quanto riguarda la base delle Seychelles, era già noto che, dalla fine del 2009, il piccolo arcipelago a nord del Madagascar ospitasse un’esigua flotta di droni MQ-9 Reaper. Ufficialmente, però, i velivoli venivano usati esclusivamente per missioni di ricognizione tese ad individuare i pirati che infestano le acque dell’Oceano Indiano. Nel novembre del 2009 fu anche organizzata una piccola dimostrazione per una trentina di giornalisti nell’aeroporto di Victoria, con l’esibizione di uno dei quattro Reaper statunitensi ospitati in un hangar poco distante dal terminal da dove sbarcano i turisti destinati alle famose spiagge.

Tuttavia alcuni cablogrammi diplomatici pubblicati da Wikileaks hanno svelato come i droni partiti da quella base abbiano anche condotto raid armati in Somalia. Il tutto con il beneplacito del governo locale, che tuttavia si era preoccupato affinché l’opinione pubblica non ne venisse a conoscenza.

In un incontro con il presidente James Micheles del 18 settembre 2009, i diplomatici statunitensi spiegarono che il governo Usa avrebbe “richiesto in modo riservato l’autorizzazione” di armare i Reaper “se il desiderio di farlo si fosse presentato”. Da parte sua Micheles si dichiarava “non contrario in linea di principio” all’utilizzo di droni per missioni armate, ma raccomandava agli statunitensi di non sollevare la questione con “nessun altro del governo al di fuori del presidente”, come disse l’allora capo dello staff di Micheles ora ministro degli Esteri.

Presto i droni decideranno chi uccidere

L’esercito statunitense sta compiendo dei test con droni in grado di individuare, analizzare e colpire obiettivi in totale autonomia, senza bisogno dell’intervento dell’operatore umano. Lo si legge in un articolo pubblicato martedì scorso dal Washington Post, secondo cui in futuro queste nuove “armi” potranno ridurre enormemente i tempi di reazione, grazie alla loro capacità di “decidere” da sole se colpire o meno l’obiettivo, incrociando dati, esaminando fotografie e ritratti.

Tuttavia lo sviluppo di armi del genere solleva anche nuove questioni dal punto di vista etico e legale.

Infatti, nel caso un drone “automatizzato” uccidesse un giornalista scambiando il suo teleobbiettivo per un mitra, o sterminasse per errore un gruppo di ragazzini intenti a raccogliere la legna, o sparasse contro truppe governative credendoli miliziani (errori già commessi in passato dall’operatore umano), su chi dovrebbe ricadere la responsabilità di queste morti innocenti?

di Ferdinando Calda

mercoledì 21 settembre 2011

Dalle agenzie di rating attacco concentrico all’Italia


Con la sua tradizionale tempestività, l’agenzia statunitense Standard&Poor’s ha declassato il rating, ossia il giudizio, sulla capacità futura dell’Italia di fare fronte all’impegno finanziario per rimborsare il debito pubblico. Il rating è così passato da “A+” ad un semplice “A” mentre è stato confermato un Outlook negativo per la più generale situazione dell’economia italiana. Tre giorni fa Moody’s aveva abbassato il rating sulla solvibilità degli enti locali a seguito della manovra aggiuntiva. Quella manovra che ha drasticamente ridotto i trasferimenti di risorse dal governo centrale a regioni, province e comuni.

Il declassamento che è stato comunicato lunedì sera per amplificarne gli effetti sull’apertura delle Borse, cosa puntualmente verificatasi, se viene collegato a quello fatto in precedenza da Moody’s, evidenzia che l’Italia si trova sottoposto ad un attacco concentrico che ha come obiettivo i nostri titoli di Stato, in particolare i Btp decennali e il governo in carica che nelle intenzioni della finanza angloamericana dovrebbe essere sostituito da un governo “tecnico” che completi il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche, in primis Eni, Enel e Finmeccanica, che ci garantiscono la possibilità di esercitare un minimo di una autonoma politica estera. Mentre crollava il valore di mercato dei Btp, il differenziale con i Bund tedeschi dopo aver toccato i 399 punti chiudeva così a 392,87.

In ogni caso, anche se Berlusconi ci sta mettendo molto di suo per essere rovesciato, soltanto ad uno sprovveduto può sfuggire il fatto che gli attacchi all’Italia da parte delle agenzie di rating Usa, e in parallelo quelle della finanza anglo-americana, hanno come obiettivo finale l’euro che, al di là del giudizio negativo che si deve avere nei suoi confronti come strumento pensato per svuotare di sovranità gli Stati nazionali, rappresenta una reale alternativa alla supremazia di fatto del dollaro come moneta di riferimento nelle transazioni internazionali. L’Italia rappresenta infatti una preda molto più appetibile per gli speculatori e per gli strateghi anglo-americani di quanto possano essere Paesi come Irlanda, Spagna, Portogallo e Grecia. Siamo infatti una delle prime quattro economie continentali, se crolliamo noi, salta tutto il sistema della moneta unica. Se salta la Grecia, aveva ammonito Angela Merkel, salta pure l’Unione europea e l’euro. Figuriamoci l’Italia. Standard&Poor’s si è giustificata precisando che pure la bassa crescita dell’economia prevista per i prossimi anni, con uno 0,7% annuo di media (contro l’1,3% inizialmente previsto) fino al 2014, quindi le minori entrate contributive e fiscali, ha contribuito al declassamento.

Ma resta comunque la sensazione, per non dire la certezza, che i giudizi delle agenzie Usa siano mirati e rispondano al famoso dettato: “marciare divisi per colpire uniti”. In giornata S&P è tornata alla carica e un suo analista ha annunciato che nei prossimi 12-18 mesi, ci potrebbe essere un nuovo taglio del rating se non ci sarà un'accelerazione della crescita, che la stessa S&P esclude. Molti si rendono conto solo ora che il problema delle agenzie di rating dipende dal ruolo abnorme e spropositato che hanno assunto nel corso degli ultimi anni nell’indirizzare le scelte di investimento di tutta una serie di banche e società finanziarie loro clienti e che ad esse si affidano. Ma come tutte le strutture composte da uomini i loro giudizi, quando non sono volutamente campati in aria, devono essere presi con le dovute cautele. Dominique Strauss Kahn, ex direttore del Fondo monetario internazionale, prima di perdere la carica a causa del suo clintoniano “rapporto inappropriato”, aveva invitato a non prenderle troppo sul serio. Del resto Moody’s, prima della crisi finanziaria del 2007-2008, giurava e spergiurava sulla solidità finanziaria e patrimoniale della poi fallita banca d’affari Lehman Brothers. Lo stesso segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, unitamente a Barack Obama, era rimasto piuttosto scocciato quando nell’aprile scorso Standard&Poor’s aveva tagliato la tripla A al debito federale, che rappresenta il massimo grado di solvibilità. Una mossa peraltro scontata visto che il debito Usa è pari al 100% del Prodotto interno lordo, che sale al 130% con quello degli enti locali e che in agosto il Congresso ha alzato il livello legale del debito. La presa di posizione di Geithner è stata peraltro dovuta ad un errore di 2 mila miliardi di dollari che S&P avrebbe compiuto nei suoi calcoli. Se si pensa che il PIL Usa è pari a 14 mila miliardi di dollari non è una cifra da poco. Così in Italia, alla denuncia delle associazioni dei consumatori, si sono aggiunte le inchieste di alcune procure per “abuso di informazioni privilegiate” e “turbative di mercato”. In particolare Adusbef e Federconsumatori hanno accusato le agenzie di rating (la terza più nota è Fitch) di operare in una situazione di conflitto di interesse a causa dei loro rapporti di consulenza con fondi speculativi e banche di affari. Un fatto che inficia la loro credibilità ma che è tale da provocare sconquassi sui mercati. I Governi europei dovrebbero quindi imporre rigidi paletti e regole urgenti all'operato di una “cupola” (di tipo mafioso) che, dopo aver imposto manovre alla lacrime e sangue, vuole portare l'Europa e l'euro alla bancarotta per mere finalità speculative.

Contro l’Italia si è mosso anche il Fmi che ha visto al ribasso le previsioni di crescita della nostra economia quest’anno (+0,6%) e nel 2012 (+0,3%). Calerà invece l’inflazione dal 2,6% all’1,6%. La crescita bassa, insiste il Fmi, deve spingere il governo a continuare nell’opera di risanamento del bilancio. Andrà meglio per il disavanzo che a fine anno sarà al 4%, nel 2012 al 2,4% e nel 2013 all’1,1%. Per l’Italia vede nero pure l’economista francese Jacques Attali, ex consigliere di Mitterrand. A suo avviso dopo la Grecia chi rischia di più è l’Italia che ha un enorme debito pubblico, non riesce a varare leggi adeguate e non è più credibile nel realizzare le riforme, tipo rendere il lavoro più flessibile e precario e tagliare le pensioni. L'Italia, ha concluso, è un Paese molto ricco ma uno Stato molto povero. Ma se crolla l’Italia, ha avvertito, crolla tutta l’Europa.

di Filippo Ghira
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10456

Perchè la Norvegia non ha "debito pubblico"?


La Norvegia non ha debito pubblico, perchè:

1 - Non ha aderito all'euro. La moneta Norvegese è la Corona.

2 - Non ha privatizzato le aziende energetiche - petrolio (Statoil), energia idroelettrica (Statkraft), alluminio (Norsk Hydro), la principale banca del paese (DnB NOR), e le telecomunicazioni (Telenor).

3 - Circa il 30% di tutte le aziende quotate alla borsa di Oslo è statale.

4 - I titoli di stato rendono il 6,75% netto ai risparmiatori (clicca qui).

5 - Pur essendo il principale produttore di petrolio europeo, NON fa parte dell'OPEC. Per la cronaca, l'Italia è il secondo produttore europeo e in Basilicata è stato individuato il più grande giacimento d'Europa su terraferma, clicca qui.

Naturalmente, in Norvegia, non si sognano di parlare di privatizzazione dell'acqua o privatizzazione della raccolta di rifiuti, come fanno i nostri politici e NON hanno alcun debito pubblico, anzi! Hanno un avanzo di bilancio statale del 10%, mentre noi, che abbiamo privatizzato quasi tutto, abbiamo un debito pubblico pari al 115% del nostro PIL...

lunedì 19 settembre 2011

SVENDITA AL PEGGIORE OFFERENTE: ”STORIA DI UNO STATO DISMESSO”

Escursus storico della svendita Italiana (1992-2002) che oggi viene riproposta come unica via per uscire dalla crisi, ma che invece porterà solo un ulteriore  impoverimento della nostra Italia. (I.T.)


Prima di affrontare e di incamminarci direttamente verso il tema centrale dell’articolo, c’è bisogno di fare un “piccolo” excursus storico che affonderebbe le sue radici addirittura negli anni ’30 del ‘900, ma per semplificare il flusso di questa storia, con tante ombre e poche luci, partiamo dal dopoguerra. Dopo la seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica, i maggiori partiti italiani dell’epoca, la DC e la sinistra facente capo al PCI, si trovarono a decidere insieme quale struttura economica dare al nascente Stato italiano. Vennero rifiutati entrambi i sistemi dominanti dell’epoca, cioè il liberismo statunitense e il collettivismo sovietico; la nuova forma economica che prese vita fu quella dello stato imprenditore. Con questo modello il potere economico statale si trovava a competere con le leggi del mercato, in concorrenza con i privati, con lo scopo di incoraggiare, anche con l’ausilio privato, l’economia del paese. Questo è il sistema della cosiddetta “terza via”, che aiuterà l’Italia a crescere dal dopoguerra in avanti

Alla base dello stato imprenditore vi era l’IRI, nato nel 1933 come ente di “salvataggio”, che dopo il 1948 divenne il vero e proprio regolatore dei rapporti statali nel mondo industriale ed economico. Dagli anni cinquanta in poi fu il vero strumento di ammodernamento del paese; il suo campo d’azione era vastissimo e comprendeva: acciaierie, autostrade, telecomunicazioni, settore finanziario, settore alimentare, trasporti, ecc. Sostanzialmente l’IRI fu una delle strutture produttive nazionali complesse, capace di misurarsi e competere con i settori di alta tecnologia e alta produttività sorti nel resto d’Europa. Un altro ente importante per comprendere al meglio la presenza dello stato nell’economia era l’ENI, impegnato nel settore degli idrocarburi. Esso gestiva le partecipazioni statali nel settore dell’industria petrolifera e nei settori della petrolchimica, e fu all’avanguardia nella ricerca, lo sfruttamento e il trasporto degli idrocarburi. Da menzionare per la loro relativa importanza nel campo dell’intervento statale, l’EFIM (ente finanziamento industria meccanica) e l’EGAM (ente gestione aziende minerarie). Al fine di coordinare al meglio lo Stato imprenditore, nel 1956 fu istituito il “ministero delle partecipazioni statali”, che si basava sull’idea dell’azienda pubblica come motore di sviluppo economico e strumento di politiche sociali ed occupazionali.[2]

Fin qui la storia sembrerà sicuramente didascalica e scolastica, però tutto ciò è necessario conoscerlo, per affrontare la parte interessante e “sconvolgente” di questa narrazione avendo acquisito una buona dose di concetti base.

Entriamo finalmente nel vivo, e arriviamo alle avvisaglie di quello sarà poi il grande saccheggio della nostra Nazione.

Anni ’80, qui incontriamo i primi due personaggi chiave: Romano Prodi e Carlo De Benedetti. Il primo venne nominato presidente dell’IRI nel 1982, il secondo, invece, era ed è il proprietario del gruppo Repubblica/Espresso. Prodi, nei 7 anni che sarà alla guida dell’IRI, darà prova di grande ambiguità e scaltrezza, infatti, in qualità di presidente concederà alla società di consulenze finanziarie “Nomisma”, della quale è dirigente, incarichi miliardari (alla faccia del conflitto di interesse). Il primo grande colpo di Prodi alla presidenza dell’IRI fu la vendita dell’Alfa Romeo alla FIAT, dalla quale la sua Nomisma prese grosse somme in tangenti, per soli 1000 miliardi a rate, mentre la FORD offriva 2000 miliardi in contanti (il fiuto per gli “affari” è sicuramente innato!).[3] E’ nel 1986 che Carlo De Benedetti sale in cattedra. Infatti, un anno prima, il governo presieduto da Bettino Craxi decise di privatizzare il comparto agro‐alimentare dell’IRI, la SME, che presentava bilanci in deficit. Il consiglio di amministrazione dell’IRI fu incaricato dell’operazione, anche se la decisione finale spettava al governo.[4] Il buon Romano Prodi si mise subito all’opera. Con accordi privati con la Buitoni (presieduta da De Benedetti), svende il 64,36% della SME a soli 393 miliardi, quando il valore complessivo di mercato era di circa 3.100 miliardi.[5] Naturalmente, secondo chissà quale visione economica naif, Prodi non prende neanche in esame le offerte maggiori degli altri acquirenti interessati alla SME. Alla fine, comunque, a rompere le uova nel paniere al duo De Benedetti‐Prodi è Bettino Craxi, il quale non diede autorizzazione di vendita e ritenne di mantenere la SME nell’ambito pubblico.[6] Queste sono solo le prime avvisaglie di un “colpo grosso”, che porterà allo smantellamento completo dell’assetto economico italiano.

Gli anni ’90 si aprirono subito con grandi sconvolgimenti e grandi temi da affrontare: iniziò la stagione di “mani pulite”, furono assassinati i giudici antimafia Falcone e Borsellino, il debito pubblico arrivò ai massimi storici e vi fu un attacco speculativo alla lira e alle altre valute europee, da parte del finanziere George Soros, che portò alla distruzione del “sistema monetario europeo”.[7]

Andiamo con ordine, è il 2 giugno 1992, sul panfilo “BRITANNIA” di sua Maestà la Regina Elisabetta, ci fu un incontro più o meno riservato tra top manager italiani e britannici. Erano presenti i presidenti di ENI, INA, AGIP, SNAM, ALENIA e Banco Ambrosiano, oltre all’ex ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e al direttore generale del Tesoro “Mario DRAGHI”. La discussione fu incentrata sul tema delle “privatizzazioni” del comparto pubblico italiano, e la discussione si basò soprattutto su una critica al sistema italiano, reo di essere “lontano da un vero processo di privatizzazioni per ragioni culturali, di sistema politico e di specificità delle aziende da cedere“, come ebbe a dire sullo “yacht reale” il presidente dell’INA Lorenzo Pallesi.[8] Ad inasprire il dibattito ci pensò il consigliere di Confindustria Mario Baldassarri, che incalzò:” Per privatizzare servono 4 condizioni: una forte volontà politica; un contesto sociale favorevole; un quadro legislativo chiaro; un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni. Da noi oggi non se ne verifica nemmeno una”.[9] Quindi, se in quell’Italia la volontà politica non era propensa alle privatizzazioni, i vari manager pubblici e persone del calibro di Draghi, uomo della finanza internazionale, erano già catapultati verso il nuovo indirizzo economico, e la loro volontà veniva incontro agli interessi degli “amici” britannici, che avevano fretta nel spartirsi una bella torta dal valore di circa 100 mila miliardi di lire.

Torniamo indietro di 5 mesi, andiamo al 17 febbraio 1992, data dell’arresto di Mario Chiesa, che darà avvio alla stagione di “mani pulite”. Da lì a pochi mesi un’intera classe politica sarà spazzata via dalle inchieste di Di Pietro & co. I partiti letteralmente distrutti da questa stagione giudiziaria furono la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista, i quali avevano una caratteristica comune: erano fortemente intrisi di “statalismo”, cioè erano fortemente inseriti nella concezione delle partecipazioni statali, e non avevano scrupoli ad offrire prebende ed elargizioni di Stato per comprare il consenso dei cittadini. Sicuramente, questo era un sistema lontano anni luce da quello degli affaristi della “city” di Londra e dei nuovi liberal/liberisti italiani. Da qui inizia la fase dei cosiddetti “governi tecnici” e nel 1993 il Presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi e il suo governo istituiscono il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, con presidente Mario Draghi (vedi “Britannia”), e il ministro degli Esteri Beniamino Andreatta (vedi “Britannia”) istituirà accordi con il commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert, affinché le aziende di Stato possano diventare appetibili per il capitale privato.[10]

Avete notato cosa è successo? Ricordate le 4 condizioni per le privatizzazioni del “Britannia”?

Numero 1 (una forte volontà politica): dopo la scomparsa, causa Tangentopoli, dei partiti storici DC/PSI, si avvicendarono al governo vari “tecnici”, tutti fortemente propensi al nuovo corso economico; i nomi e cognomi di questi tecnici sono: Carlo Azeglio Ciampi, Giuliano Amato, Lamberto Dini, i già citati Andreatta e Draghi ed in seguito anche altri protagonisti.[11]

Numero 2 (un contesto sociale favorevole): beh, in quegli anni di grande caos, dove l’indignazione contro una classe politica “corrotta”(e statalista) che veniva spazzata via dalle inchieste(?) era alta, e dove il debito pubblico schizzava alle stelle, anche se non era un reale problema, il contesto era sicuramente favorevole per lasciare spazio alle privatizzazioni.

Numero 3 (un quadro legislativo chiaro): il quadro normativo cominciò ad essere chiaro dal 1993, con il già citato accordo Andreatta/Van Miert, che regolava la ricapitalizzazione del settore siderurgico a patto che lo si privatizzasse e l’azzeramento del debito delle imprese statali. Inoltre, con il cosiddetto “decreto Amato” si trasformarono in società per azioni l’IRI, l’ENI, l’ENEL e l’INA, e con successivi decreti verrà regolamentata la pratica delle privatizzazioni.[13]

Numero 4 (un ufficio centrale del governo che coordini tutto il processo di privatizzazioni): ed ecco anche l’ufficio, cioè il “Comitato Permanente di Consulenza Globale e Garanzia per le Privatizzazioni”, presieduto dal tecnocrate Draghi.

Ecco, ora i tasselli del puzzle sembrano incastrarsi meglio, nel giro di pochi anni gli interessi della grande finanza sono riusciti a mettere tutte le cose in ordine, grazie a: tangentopoli (giustizia a orologeria?) e ad una classe politica completamente asservita (vedi sopra). Vediamo ora il secondo step di questo processo e cioè le privatizzazioni vere e proprie.

Nel corso del 1993 ritorna in auge un personaggio che abbiamo già incontrato nella nostra storia: Romano Prodi. Ritornato alla presidenza dell’IRI, dopo esser stato consulente per la Goldman Sachs, Prodi procedette alla svendita del gruppo Cirio-Bertolli-De Rica (comparto SME), alla società Fisvi, la quale non aveva i requisiti necessari per l’acquisto. Ed ecco perché questo giochetto: la Fisvi acquista a due soldi il gruppo, e a sua volta cederà il controllo della Bertolli all’UNILEVER (multinazionale alimentare anglo-olandese). Chi era “l’advisory director” (direttore per le consulenze) dell’UNILEVER?? La risposta è semplice: l’impareggiabile Romano Prodi.[14] Risale al 1993 anche la prima privatizzazione di una delle grandi banche pubbliche, il “Credito Italiano”. La “Merril Lynch” (banca d’affari americana), incaricata come consulente dall’IRI, valuterà il prezzo di vendita del Credito Italiano in 8/9.000 miliardi, ma alla fine verrà svenduta per 2.700 miliardi, e cioè il prezzo stabilito dalla “Goldman Sachs”(altra banca d’affari americana).[15] Sempre quell’anno verranno cedute anche le quote della COMIT, che assieme al Credito Italiano e alla BNL detenevano il 95% delle azioni della Banca d’Italia. Come consulenti per la cessione delle banche furono chiamati uomini come Mario Monti, Letta, Tononi e Draghi, tutti gravitanti nell’orbita “Goldman Sachs”.[16] Nel 1994, dopo le prime elezioni post Tangentopoli, al governo andrà il centrodestra guidato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sul quale peserà il sospetto di eccessiva accondiscendenza ad Alleanza Nazionale, che aveva in Antonio Parlato, sottosegretario al Bilancio, e nel vicepremier Giuseppe Tatarella due posizioni fortemente contrarie alle privatizzazioni.[16] Comunque, il governo Berlusconi durò pochi mesi, e alla presidenza del consiglio fu sostituito dal “tecnico” Dini. Con Dini, nel 1995, cominciò la prima fase di privatizzazione dell’ENI, dove fu dismesso circa il 15% dell’intero pacchetto azionario.[18] Nel 1996, a vincere le elezioni è il centrosinistra guidato dal “santo spirito” Romano Prodi, che cede un altro 16% delle quote ENI ed inoltre privatizzò la Dalmine e la Italimpianti appartenenti al gruppo IRI. E’ nel 1997 che Prodi dà il meglio di sé, infatti, ritorna a “trattare” col suo vecchio amico l’Ingegner Carlo De Benedetti. Sugli “affari” fatti dai due, l’ex segretario del Partito Liberale ed ex ministro dell’Industria Renato Altissimo sentenziò: “Infostrada — cioè la rete telefonica delle Ferrovie dello Stato – fu ceduta all’Ingegnere per 750 miliardi di lire da pagare in comode rate. Subito dopo De Benedetti vendette tutto per 14mila – ripeto – 14mila miliardi di lire ai tedeschi di Mannesman”.[19] Un vero e proprio regalo si direbbe! Sempre quell’anno Prodi mise sul mercato “Telecom”, con le azioni che furono vendute ad un prezzo irrisorio, infatti, appena un anno dopo le stesse azioni varranno sul mercato 5 volte di più (+ 514%).[20]

Dopo la caduta del governo Prodi nell’Ottobre 1998, a prendere il suo posto è Massimo D’Alema, uno dei tanti post-comunisti convertitisi alla causa liberista, che nel Novembre dello stesso anno privatizzerà la BNL, con la consulenza della JP Morgan (altra banca d’affari americana).[21] Nel 1999, dopo il “decreto Bersani” che liberalizzava il settore dell’energia, venne privatizzata l’ENEL e sempre quell’anno venne ceduta la società Autostrade alla famiglia Benetton (quella delle magliette). L’ultima fase di privatizzazione riguarda quel poco che era rimasto all’ENI, infatti, l’onnipresente Goldman Sachs acquisterà l’appetibile patrimonio immobiliare dell’ente per il valore di 3000 miliardi di lire. La cara Goldman farà incetta anche di altri immobili, come quelli della Fondazione Cariplo, mentre la Morgan Stanley (ennesima banca d’affari americana) si catapulterà all’acquisto dei patrimoni di Unim, Ras e Toro. Secondo studi eseguiti dal “Sole 24 ore”, i gruppi esteri oramai posseggono più patrimoni ex-pubblici di quanti ne posseggano gruppi italiani.[22] La fase delle privatizzazioni si può ritenere chiusa nel 2002, con la dismissione e la liquidazione dell’IRI.

Così, in meno di 10 anni, un intero sistema economico viene distrutto e tutto quello che ha reso l’Italia uno dei più grandi paesi a livello internazionale viene ridotto a poco più che uno spezzatino. Grazie allo scempio di queste svendite l’Italia si è giocata il 36% del suo PIL, e cioè della sua ricchezza. I maggiori artefici di questo processo predatorio dello Stato italiano sono gli stessi uomini che ci hanno consegnato nelle mani dell’Europa e nella morsa della moneta unica. Sono gli stessi che oggi vengono pontificati come profeti della buona politica,“grandi statisti”; ma prima o poi arriverà anche per loro, il giorno in cui dovranno rispondere al tribunale della storia e a tutti gli italiani per il loro alto tradimento alla patria. Per gli affaristi, che hanno svenduto l’Italia e gli italiani al peggiore offerente, quel giorno arriverà.

Sperando che giustizia ci sia.

A.D.G. La Voce del Corsaro


note:
[1] http://www.youtube.com/watch?v=lD_qRPGf0ug&feature=player_embedded
[2] http://dipeco.economia.unimib.it/persone/Marzi/didatticaPolEconB/Le%20privatizzazioni%20In%20Italia.pdf   
[3] http://informatorepolitico.ej.am/de-benedetti-romano-prodi.htm
[4] http://it.wikipedia.org/wiki/Vicenda_SME
[5] vedi nota 3
[6] vedi nota 4
[7] http://www.movisol.org/privatizzazioni.pdf
[8] http://archiviostorico.corriere.it/1992/giugno/03/Inglesi_cattedra_privatizzazioni_fate_come_co_0_92060319034.shtml
[9] vedi nota 8
[10] http://www.emigrazione-notizie.org/public/upload/Il_Piu_Grande_Crimine.pdf
[11] http://www.emigrazione-notizie.org/public/upload/Il_Piu_Grande_Crimine.pdf
[13] http://dipeco.economia.unimib.it/persone/Marzi/didatticaPolEconB/Le%20privatizzazioni%20In%20Italia.pdf  
[14] http://archiviostorico.corriere.it/1996/novembre/26/Vendita_Cirio_processi_Prodi__co_0_96112610938.shtml  
[15] http://www.impresaoggi.com/it/stampa.asp?cacod=60
[16]  http://www.conflittiestrategie.it/2010/11/05/svendita‐italia‐labc‐panfilo‐britannia‐dinicoletta‐forcheri/ 
[17] vedi nota 15
[18] http://www.impresaoggi.com/it/stampa.asp?cacod=61
[19] http://www.ilgiornale.it/interni/de_benedetti_vi_spiego_chi_e_davvero/30‐08‐2009/articolo‐id=378414‐page=0‐comments=1
[20] http://www.disinformazione.it/telecom_e_le_storie.htm
[21] http://www.tesoro.it/ufficio‐stampa/comunicati/?idc=297
[22] http://ladiscussione.ilcannocchiale.it/2011/04/24/draghi_il_britannia_le_privati.html

Tratto da: http://www.stampalibera.com/?p=28688

Offensiva di Usa e Ue contro lo Stato palestinese


Fermare la richiesta dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) del pieno riconoscimento della Palestina come Stato membro delle Nazioni Unite. È questa la parola d’ordine che da giorni circola tra i diplomatici statunitensi ed europei. Categorici i commenti che provengono da Washington, dove l’iniziativa di Mahmud Abbas è già stata bollata come “controproducente”, invocando invece un ritorno ai negoziati ormai congelati.

Apparentemente più accomodante la posizione dell’Unione Europea, in particolare di Francia e Spagna, che puntano quantomeno a ridimensionare le richieste palestinesi, evitando un ricordo al Consiglio di Sicurezza per il pieno riconoscimento come 194esimo Stato membro dell’Onu.

L’obiettivo sarebbe quello di far ottenere alla Palestina lo status di osservatore permanente delle Nazioni Unite in qualità, però, di “Stato non membro”. La stessa situazione del Vaticano, o, per lunghi anni, della Svizzera. Per fare questo occorrerebbe solo il voto dell’Assemblea generale – dove l’Anp può contare su un diffuso consenso – e non ci sarebbe bisogno di portare il caso davanti al Consiglio di Sicurezza, dove gli Stati Uniti hanno già annunciato l’intenzione di porre il veto.

Tuttavia, in cambio della loro campagna tra i membri dell’Ue a favore del riconoscimento (se pur parziale) della Palestina all’Onu, Parigi e Madrid chiedono all’Anp di astenersi, oltre che dal presentare ricorso al Consiglio di Sicurezza, anche dall’avanzare denunce contro Israele davanti alla Corte penale internazionale (Cpi).

Sembra essere proprio questo, infatti, uno dei punti che più preoccupa Tel Aviv, che si sta opponendo con tutti i mezzi a un qualsiasi tipo di riconoscimento da parte dell’Onu dello Stato palestinese, anche se come semplice osservatore. Nei giorni scorsi, fa sapere il quotidiano Haaretz, il ministero degli Esteri di Tel Aviv ha convocato gli ambasciatori dei cinque Paesi principali dell’Ue (Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia e Spagna) spiegando loro che la cosiddetta “Opzione Vaticano” “contrasta con gli interessi di Israele”.

A questo proposito, sembra che la rappresentate della politica estera dell’Ue, Catherine Ashton, abbia cercato di assecondare le richieste israeliane, con un’iniziativa personale che ha però contrariato gli altri Paesi membri. Dopo aver parlato con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la Ashton ha presentato una proposta secondo la quale l’Autorità palestinese non verrebbe riconosciuta come Stato alle Nazioni Unite, ma otterrebbe uno status inventato ex novo per l’occasione, diverso persino da quello del Vaticano e, ovviamente, con meno diritti. In particolare, ed è quello che più interessa Tel Aviv, non darebbe ai palestinesi la possibilità di presentare ricorsi davanti alla Corte penale internazionale. Lo stesso Netanyahu avrebbe detto di essere pronto ad accettare un avanzamento dello status palestinese all’Onu, a patto però che non si configuri come Stato. L'iniziativa della Ashton, tuttavia, è stata criticata da alcuni Paesi europei, che le hanno rinfacciato di avere agito senza consultarsi e quindi senza effettiva autorità.

I dubbi di Hamas

L’iniziativa dell’Anp all’Onu è un atto puramente “simbolico” che “non obbligherà Israele a ritirarsi di un solo passo dai Territori palestinesi”. È questa l’opinione di Hamas, che esprime dei dubbi sull’efficacia della richiesta alle Nazioni Unite che Mahmud Abbas ha intenzione di presentare la prossima settimana. Ad ogni modo, il portavoce del partito Sami Abu Zuhri, citato dal quotidiano israeliano Yediot, ha sottolineato che i palestinesi “non accetteranno nulla di meno che vedere la propria bandiera sventolare” in cima al Palazzo di Vetro. Il riferimento è al possibile fallimento del ricorso in seno al Consiglio di Sicurezza a causa del veto Usa e del conseguente ripiegamento sul riconoscimento dell’Assemblea generale come Stato non membro.

La Cina avverte gli Usa sui rischi del veto

“Se gli Stati Uniti scelgono di andare contro l’opinione pubblica mondiale bloccando la richiesta palestinese la prossima settimana, non solo Israele si troverà ulteriormente isolato, ma le tensioni nella regione saranno ancora più forti”. È questo l’avvertimento, non privo di fondamento, lanciato da un editoriale del quotidiano statale cinese “China Daily”. “La maggior parte della comunità internazionale – si legge ancora nel quotidiano in lingua inglese – considera uno stato indipendente un diritto inalienabile dei palestinesi”.