giovedì 22 settembre 2011

I droni di Obama sbarcano alle Seychelles

La Cia sta creando una catena di basi nel Corno d’Africa e in Arabia per aumentare gli attacchi (illegali) in Yemen e Somalia

La guerra segreta della Cia, tramite i bombardamenti con gli aerei senza pilota, si sta espandendo in tutto il mondo, e dalle montagne afgane si porta anche nella penisola araba e nel Corno d’Africa. In particolare Yemen e Somalia saranno i Paesi che presto vedranno crescere la pratica delle uccisioni dal cielo da parte dei famigerati droni “hunter-killers” (cacciatori-uccisori). Il giudice, la giuria e il boia di questo raffinato tipo di esecuzioni sono tutti incarnati in un operatore della Cia che, da un monitor situato in una base (segreta) a centinaia di chilometri di distanza, deciderà la sorte degli “obiettivi” inquadrati dai sensori del drone.

Una pratica che in Pakistan, al confine con l’Afghanistan, ha già portato alla morte di circa tremila persone (tra cui centinaia di civili) in quasi trecento raid compiuti dal 2004 ad oggi, in particolare sotto la presidenza di Barack Obama.

Adesso, come riporta il Washington Post citando anonimi ufficiali Usa, gli Stati Uniti stanno cercando di esportare massicciamente questa pratica in altre “zone calde”, come appunto lo Yemen e la Somalia. Per questo motivo stanno creando in segreto una capillare catena di basi della Cia nel Corno d’Africa, nella Penisola arabica e anche altrove.

Una delle nuove basi, riporta il Washington Post, è in fase di completamento in Etiopia (Paese che già aiuta la Cia ad “interrogare” i sospetti terroristi lontano dalle leggi sui diritti umani). Un’altra funziona già da tempo nel vicino Gibuti. Mentre una terza è stata installata alle Seychelles, da dove le operazioni dei droni contro la Somalia sono iniziate il mese scorso, dopo che una missione sperimentale (ufficialmente avviata per combattere la pirateria nell’Oceano Indiano) aveva dimostrato la piena fattibilità di pattugliamenti a una distanza tanto ingente. L’arcipelago, infatti, si trova quasi 1.300 chilometri a sud-est di Mogadiscio. Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense, inoltre, la Cia sta costruendo un’ulteriore base nella Penisola arabica, allo scopo di colpire lo Yemen.

Per quanto riguarda la base delle Seychelles, era già noto che, dalla fine del 2009, il piccolo arcipelago a nord del Madagascar ospitasse un’esigua flotta di droni MQ-9 Reaper. Ufficialmente, però, i velivoli venivano usati esclusivamente per missioni di ricognizione tese ad individuare i pirati che infestano le acque dell’Oceano Indiano. Nel novembre del 2009 fu anche organizzata una piccola dimostrazione per una trentina di giornalisti nell’aeroporto di Victoria, con l’esibizione di uno dei quattro Reaper statunitensi ospitati in un hangar poco distante dal terminal da dove sbarcano i turisti destinati alle famose spiagge.

Tuttavia alcuni cablogrammi diplomatici pubblicati da Wikileaks hanno svelato come i droni partiti da quella base abbiano anche condotto raid armati in Somalia. Il tutto con il beneplacito del governo locale, che tuttavia si era preoccupato affinché l’opinione pubblica non ne venisse a conoscenza.

In un incontro con il presidente James Micheles del 18 settembre 2009, i diplomatici statunitensi spiegarono che il governo Usa avrebbe “richiesto in modo riservato l’autorizzazione” di armare i Reaper “se il desiderio di farlo si fosse presentato”. Da parte sua Micheles si dichiarava “non contrario in linea di principio” all’utilizzo di droni per missioni armate, ma raccomandava agli statunitensi di non sollevare la questione con “nessun altro del governo al di fuori del presidente”, come disse l’allora capo dello staff di Micheles ora ministro degli Esteri.

Presto i droni decideranno chi uccidere

L’esercito statunitense sta compiendo dei test con droni in grado di individuare, analizzare e colpire obiettivi in totale autonomia, senza bisogno dell’intervento dell’operatore umano. Lo si legge in un articolo pubblicato martedì scorso dal Washington Post, secondo cui in futuro queste nuove “armi” potranno ridurre enormemente i tempi di reazione, grazie alla loro capacità di “decidere” da sole se colpire o meno l’obiettivo, incrociando dati, esaminando fotografie e ritratti.

Tuttavia lo sviluppo di armi del genere solleva anche nuove questioni dal punto di vista etico e legale.

Infatti, nel caso un drone “automatizzato” uccidesse un giornalista scambiando il suo teleobbiettivo per un mitra, o sterminasse per errore un gruppo di ragazzini intenti a raccogliere la legna, o sparasse contro truppe governative credendoli miliziani (errori già commessi in passato dall’operatore umano), su chi dovrebbe ricadere la responsabilità di queste morti innocenti?

di Ferdinando Calda

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