venerdì 7 ottobre 2011

Solo una nuova strategia può salvare le economie europee

"La tassazione, delle misure repressive sulla speculazione e un restringimento alla libertà di circolazione dei capitali saranno indispensabili. E la politica di austerità che sta conducendo il Continente alla stagnazione, deve essere dovunque rovesciata. Sono urgenti politiche di reflazione e di investimento allo scopo di creare lavoro stabile e sostenibile, sia che queste siano compatibili con l'appartenenza all'euro o no."



Un'ulteriore dose di austerità per la Grecia non rappresenta la soluzione della profonda crisi che stiamo attraversando.

È molto arduo esagerare il malessere che sta avvolgendo l'economia europea. Le economie nazionali sono in stagnazione. Nuove crisi finanziarie si stagliano all'orizzonte. La fine dell'euro è apertamente dibattuta. Un debole riconoscimento di questi dati è ormai recepito anche da alcuni leader politici europei. A confronto con l'insistenza con la quale il FMI continua a sostenere che è tutto sotto controllo, vengono presentate e dibattute proposte intente a limitare i danni della nuova ondata recessiva che si profila minacciosa.

La crisi europea

Le istituzioni fallimentari hanno posto l'Europa nell'epicentro della crisi mondiale. La sola liberalizzazione finanziaria e monetaria ha dimostrato di essere letale. Quando i paesi membri entrarono nell'euro, nel 1999, fissarono i tassi di cambio relativi. Le economie del nord, e in particolare la Germania, aderirono con un tasso di cambio basso. L'Europa meridionale e periferica adottò invece un tasso di cambio alto. Il risultato è stato il prodursi di enormi squilibri commerciali, a causa dell'economicità delle esportazioni che prendevano la strada del sud Europa.

I permanenti surplus del nord erano accompagnati dai deficit del sud, senza che niente agisse come correttivo. E il sistema finanziario europeo liberalizzato giocava la sua parte, assicurando che i surplus venissero riciclati come debiti, nella strada che si inoltrava tra i paesi della periferia dell'eurozona.

Questa instabile combinazione ha retto per un decennio. È andata in frantumi in seguito alla crisi finanziaria del 2008-9. Le banche europee sono state coinvolte a causa dei titoli spazzatura che avevano acquistato in giro per il mondo. Il sistema bancario era ormai fallito, ed è stato condotto in porto il suo salvataggio, contemporaneamente alla riduzione delle entrate fiscali dovuta alla dura recessione e all'aumento della spesa pubblica. Questa combinazione ha fatto sì che i debiti e i deficit pubblici aumentassero a dismisura.

Accoppiato ai deficit nella bilancia dei pagamenti ciò ha comportato l'impossibilità per i PIIGS di far fronte alle spese.

È stata la crisi finanziaria, e non l'eccessiva spesa pubblica, a creare la crisi dei debiti sovrani. La Grecia, ad esempio, spende in percentuale rispetto al PIL, meno di quanto non facciano sia Germania che Francia. I salvataggi e la recessione hanno condotto i PIIGS al default, non la dissolutezza. E il default, al limite per la sola Grecia, è un'assoluta certezza: con i soli interessi che l'anno prossimo rappresenteranno il 15% del PIL la Grecia non ha alternative al default. Il debito è inesigibile.

L'UE e gli stati membri hanno negato questa realtà per un anno e più. Con i successivi salvataggi hanno tentato di aggirare il problema, prendendo tempo fino a quando, apparentemente, ciò si sarebbe magicamente risolto da sé. Il loro ostinato negare la realtà è frutto della paura. E la grande paura che assedia Parigi e Berlino è per il loro debilitato sistema finanziario. Il debito dei PIIGS è posseduto dalle banche francesi e tedesche. Quasi i due terzi del debito estero della Grecia è detenuto dalle istituzioni finanziarie francesi e tedesche. Quelle banche, già indebolite dalla crisi finanziaria, subirebbero un contraccolpo diretto in caso di un default. C'è un sostanziale pericolo che richiederebbe un ulteriore salvataggio.

La risposta in Europa si è realizzata nell'offerta di aiuto agli Stati attraverso l'acquisto da parte della BCE di titoli del debito pubblico ad alto rischio, e mettendo in atto i salvataggi nella sola logica di assicurare che il flusso del pagamento degli interessi rimanesse costante. Questo è stato supportato dalla stridente richiesta di crescenti misure di austerità – tagli alla spesa pubblica sempre più severi. L'austerità danneggia l'attività economica reale, come è ora ovvio da Dublino ad Atene. Essa privilegia gli asset finanziari, fabbricando i rimborsi del debito, anziché provvedere all'occupazione e alla crescita. Ma gli eterogenei governanti d'Europa non sono stati capaci, o non hanno voluto, trovare un accordo su niente.

A questo dobbiamo il fatto che ora la crisi sia così rovinosa. Lo shock finanziario del 2008 è stato trasformato in una crisi dei debiti sovrani. La crisi dei debiti sovrani ora si sta a sua volta ripercuotendo sul sistema finanziario. Il default del debito sovrano minaccia di causare il collasso finanziario. Ma esso è ormai inevitabile.

L'eterno ritorno dell'uguale

C'è in un certo senso, infine, una severità di circostanze che si realizza sull'Europa e sugli stati membri. Se bisogna prestare fede alle voci non verificate, la soluzione proposta, alla quale la conferenza dell'eurozona è giunta dopo sei settimane, è semplicemente una nuova versione, ancora più rozza e gonfiata, della precedente fallimentare soluzione.

Il Fondo Europeo di Stabilità, il meccanismo da 400 miliardi di euro messo su per provvedere un fondo di salvataggio per i Paesi in difficoltà, è stato gonfiato fino a una cifra da far venire le lacrime agli occhi, 2000 miliardi di euro. La speranza è che il fondo sia sufficientemente ricco da calmare il panico sui mercati mentre si negozia il taglio del debito pubblico greco in modo da disinnescare la crisi.

È improbabile che ciò funzioni, per motivi collegati tra di loro. Primo, non ci sono reali garanzie che giunti al momento della verità il fondo sborsi realmente i quattrini. Anche se i sottoscrittori fossero in via di principio d'accordo tra di loro – ma non è affatto certo – potrebbero non esserlo nella pratica. Per un membro dell'eurozona una cosa è promettere soldi. Ben altra cosa è sganciarli. La riuscita dell'intera operazione del Fondo di Stabilità ampliato dipende da una sospensione dello scetticismo sui mercati finanziari, cioè essi devono autoilludersi (malgrado tutte le apparenze indichino il contrario) che i maggiori Stati dell'eurozona nutrano una sconfinata voglia di sborsare denaro. Se ciò non dovesse tenere – e i mercati sono, correttamente, sempre più cinici – l'operazione fallirebbe.

Secondo, sono state preannunciate ulteriori misure di austerità per le nazioni più colpite. Queste nazioni, e la Grecia in modo drammatico, si stanno avvicinando al punto di non ritorno.

Non è pensabile che possa essere ancora estorto dalla società greca più di quanto non sia già stato preso. E anche se fosse possibile cavare ancora un po' di sangue a beneficio dei finanzieri, l'economia sarà condotta alla stagnazione e al declino. Le misure prese per facilitare il pagamento del debito lo stanno rendendo ancora più pesante. Il governo socialista ha, finora, in totale spregio dei suoi elettori, fatto ciò che le organizzazioni internazionali gli hanno chiesto. Ma potrebbe non essere in grado di farlo ancora a lungo. Un default che ricalchi quello dell'Argentina nel 2001, con o senza fuga in elicottero dei leader politici, è una chiara possibilità.

Terzo, dovesse occorrere un maggiore default, anche il fondo rimpolpato sarebbe rapidamente sopraffatto. Il debito sovrano greco è sparso per il Continente: le banche greche ne posseggono un terzo, quelle francesi e tedesche una fetta ancora maggiore, e anche la BCE ora ne detiene una somma sostanziosa. Un default maggiore spazzerebbe via il valore di questi debiti. Le banche potrebbero diventare insolventi, sopratutto in Francia. Ma quelle banche sono legate a loro volta ad altre banche in qualche altro luogo. Il Regno Unito ha limitato il possesso di quote del debito greco. Ma è maggiormente esposta con le banche in Francia e Germania. Le banche britanniche sarebbero colpite se lo shock da Atene si diffondesse attraverso il sistema. Il contagio finanziario, con il sistema bancario in caduta attraverso l'Europa per effetto domino, è una reale possibilità.

L'alternativa

La situazione è sconfortante. L'UE, il FMI e la BCE sembrano incapaci di offrire nient'altro che le stesse ricette dimostratamente fallimentari. Eppure un'effettiva risposta alla crisi è rapidamente necessaria. Per la Grecia questa risposta sarà il default. La società greca non deve fungere da capro espiatorio per il fallimento del sistema finanziario europeo. Ma ciò comporterà anche un'uscita dall'euro, aprendosi così la possibilità di usare la leva monetaria per l'economia. Nel resto d'Europa, una repressione della finanza sarà necessaria per evitare il contagio.

Anche il FMI ora è costretto ad ammettere che i controlli agli spostamenti dei capitali rappresentano un mezzo efficace di arginare la diffusione della crisi finanziaria.

La tassazione, delle misure repressive sulla speculazione e un restringimento alla libertà di circolazione dei capitali saranno indispensabili. E la politica di austerità che sta conducendo il Continente alla stagnazione, deve essere dovunque rovesciata. Sono urgenti politiche di reflazione e di investimento allo scopo di creare lavoro stabile e sostenibile, sia che queste siano compatibili con l'appartenenza all'euro o no.

I costi saranno alti e il risultato incerto. Ora non abbiamo da proporre facili soluzioni. E le proposte alternative non offrono in realtà nulla.

di James Meadway
Fonte: http://www.neweconomics.org/blog/2011/09/26/only-a-new-strategy-can-save-europes-economies

Traduzione per Megachip a cura di Piergiuseppe Mulas.
Tratto da: MegachipDue

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