mercoledì 13 luglio 2011

Obama vuole scaricare il crack Usa sul resto del mondo


L’economia mondiale, trainata dalla inevitabile bancarotta degli Stati Uniti, si avvia verso un crollo generalizzato con una progressione che sembra inarrestabile. Una bancarotta che Washington vorrebbe che si verificasse in presenza di una situazione di quasi bancarotta nell’Unione Europa. Non è certo un caso che dopo gli attacchi speculativi a Paesi economicamente marginali come Portogallo, Irlanda e Grecia, siano arrivati ora quelli a Paesi di peso del sistema dell’euro come Spagna e Italia.

Se saltiamo noi, pensano a Washington, dovete saltare pure voi europei, in maniera tale che il nostro crollo venga in parte ammortizzato dal vostro e che al momento che i nostri e i vostri titoli di Stato vengano dichiarati carta straccia, non ci sia un euro che possa presentarsi come moneta alternativa al dollaro sui mercati internazionali. Un ragionamento ineccepibile quello di Barack Obama e del suo degno compare Timothy Geithner (nella foto), segretario al Tesoro, che stanno svolgendo in maniera ottimale il compito che gli è stato assegnato dagli ambienti finanzieri.

Il maggiordomo di Wall Street, dopo aver salvato dal fallimento la Goldman Sachs che gli aveva finanziato la campagna elettorale, sta trattando con la minoranza repubblicana al Congresso un massiccio taglio alla spesa pubblica che nelle intenzioni iniziali avrebbe dovuto essere accompagnata da aumenti delle tasse per i cittadini con redditi sopra i 250 mila dollari. Una ipotesi questa finora respinta con forza dai repubblicani maggioritari alla Camera (242 contro 189) e minoritari al Senato (51 a 47). Il tempo comunque stringe, ci sono vincoli legali che impongono che il nodo del debito pubblico debba essere risolto entro il 2 agosto, pena la bancarotta, che si avrebbe una volta superato il 100%.

Così una delle ipotesi allo studio è quella di trovare un escamotage, ossia una legge truffa che veda concordi democratici e repubblicani, per alzare legalmente il tetto del debito pubblico Usa, e rimandare l’inevitabile regolamento dei conti, che non è una battuta in chiave western. Geithner ha fatto capire che questo sarà il traguardo finale e che il fallimento non è un'opzione. Fallire oggi non si può, nel 2012 ci sono le presidenziali, meglio farlo più in là.

In effetti il livello del debito è altissimo, A fine marzo era pari a 14.260 miliardi di dollari, che è pari al 97,3% del Prodotto interno lordo. Ma contando anche i debiti degli enti locali, il suo livello è pari al 130% del Pil, cifra che fa impallidire l’attuale 120% italiano. Se poi si tiene conto che anche la bilancia commerciale Usa è in profondo rosso (600 miliardi di dollari nell’intero 2010 e 50 miliardi solo nel maggio scorso, il record degli ultimi tre anni) si ha una chiara idea del fatto che i cittadini degli Stati Uniti vivono ben al di sopra delle proprie possibilità e che i costi del loro sostentamento sono scaricati sul resto del mondo.

Questo è possibile soltanto in virtù del fatto che il dollaro, nonostante le debolezze del sistema economico che rappresenta (tra debito pubblico e commerciale e debito delle famiglie), resta la moneta per eccellenza negli scambi internazionali e soprattutto è la moneta di riferimento nell’acquisto delle materie prime, da quelle energetiche, petrolio e gas, fino a quelle alimentari, come il grano. Se si ponesse come forte e reale un’alternativa al dollaro, rappresentata da un’altra moneta, sia essa l’euro o lo yuan cinese, per il biglietto verde sarebbe notte fonda. Oggi però, e non ci stancheremo mai di ricordarlo, il dollaro continua ad imporre la sua supremazia in quanto rappresenta la prima potenza militare del globo che, avendo centinaia di migliaia di suoi cittadini sotto le armi, deve poter disporre di una moneta con la quale poter sancire il proprio ruolo di Paese occupante. E questo vale sia per i Paesi in cui sono in corso conflitti, sia per i tradizionali alleati degli Stati Uniti che gli hanno concesso l’utilizzo di basi militari sul proprio territorio, dalle quali partire per una delle tante crociate che sono la caratteristica degli Usa a partire dalla guerra dei primi del Novecento contro la Spagna per il controllo di Cuba.

E poiché stiamo parlando di corsi e ricorsi storici c’è da ricordare che il 15 agosto del 1971, a Borse chiuse, Richard Nixon decretò la fine della convertibilità del dollaro in oro, prendendo atto che era così alta la quantità di banconote verdi in circolazione, derivanti dal commercio di greggio, i cosiddetti “petrodollari”, pompati dalla Casa Bianca e dal Tesoro per tenere bassi i prezzi praticati dai Paesi produttori, da rischiare di vedere prosciugate le riserve auree Usa. Quest’anno Ferragosto cade di lunedì ed essendo gli uffici pubblici in molti Paesi chiusi per festa, alla Casa Bianca si offrirebbero tre giorni buoni per fare un annuncio eclatante e tentare di ammortizzarne i contraccolpi.


di Filippo Ghira (f.ghira@rinascita.eu)
Tratto da: Rinascita

1 commento:

  1. Per ora c'è una situazione di stallo sul dollaro,nel sendo che molti paesi (cina in testa) si rendon conto che il corso di mercato di questa moneta è gonfiato oltremisura,ma che avendo nelle loro riserve enormi quantitativi di dollari non convien loro tirar troppo la corda e veder le loro riserve e crediti verso gli Usa svalutati. (ancora Cina in testa).
    Ma é una situazione che non può durare e già si pensa di sostituirlo come moneta dei pagamenti internazionali.
    Oltre ai petroldollari,considera anche il notevole surplus di moneta che girava in Europa col nome di eurodollari,un bel tricco per tener lontana l'inflazione dagli Usa.

    Ma sai,chi ha il coltello dalla parte del manico...l'intervento nella guerra mica é stato gratis! Però ormai son passati più di sessantanni e il mondo é cambiato come pure gli Usa,sempre meno potenza egemone.

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