venerdì 16 dicembre 2011

Inarrestabile Cina. L’Occidente corre ai ripari


La Cina ha sorpassato la Banca Mondiale come principale creditore dei Paesi in via di sviluppo, in particolare dell’Africa. Lo ha reso noto il giornale cinese The Shanghaiist, che ha citato uno studio dell’Asia Society. Secondo il rapporto, la Banca Mondiale ha elargito ai Paesi africani prestiti per 11,4 miliardi di dollari, ma la Cina ha prestato al solo Ghana 13 miliardi. In Angola, il principale partner di Pechino, gli investimenti cinesi dal 2003 ad oggi sono stati di 15 miliardi di dollari. In questi ultimi dieci anni, l’espansione economica cinese in Africa è di fatto inarrestabile.
 
L’Africa ha bisogno di infrastrutture, porti, strade, centri commerciali, università, ospedali che la Repubblica cinese realizza in cambio di materie prime, al contrario dell’Occidente che chiede costi troppo alti per Paesi già pesantemente indebitati. Una strategia chiamata soft power che si è dimostrata “vincente”. Pechino non fa altro che investire in diversi settori dell’economia africana, offrire prestiti a tasso zero, costruire infrastrutture sociali, stanziare borse di studio in Cina a migliaia di studenti africani permettendogli di studiare gratuitamente nelle migliore università del Paese e soprattutto cancellare i debiti contratti.
 
Si calcola che Pechino abbia cancellato il debito di ben 32 Paesi africani. È questa la chiave del successo cinese. In un forum economico del 2007, l’ex presidente zambiano Levy Mwanasawasa disse che “chi si oppone agli investimenti cinesi in Africa deve darci un aiuto uguale a quanto fa la Cina (…) Noi abbiamo guardato ad Oriente solo quando voi popoli dell’Occidente ci avete lasciati”. Dati alle mani, per ora, l’Europa e gli Stati Uniti hanno depredato il sottosuolo africano alimentando guerre civili, imponendo sanzioni ed embarghi, intromettendosi in questioni interne e usando la forza militare per esportare la “democrazia”.
 
Ne è un esempio la Somalia, dove gli Usa hanno scatenato una guerra civile che dura ancora oggi; il Sudan, oggi uno Stato diviso a causa delle pressioni internazionali; lo Zimbabwe, dove le sanzioni europee hanno distrutto l’economia un tempo florida; infine la Costa d’Avorio, dove la Francia si è intromessa in una crisi politica per riavere il monopolio del commercio di cacao e caffè e la Libia, dove l’Occidente ha esportato la “democrazia” a colpi di bombe.
 
La Cina, diversamente, preferisce non mettere bocca su questioni interne e pensa solo a concludere affari. Una strategia che attira le critiche dei Paesi occidentali che bollano l’espansione cinese come neo-colonialismo. In una recente intervista, Hu Jintao alla domanda di un giornalista occidentale se fosse preoccupato dalle critiche ricevute per la politica cinese in Africa, rispose: “La Cina è stata lungamente accusata di saccheggiare le risorse naturali africane e di praticare una forma di neo-colonialismo. Queste accuse, dal mio punto di vista, sono del tutto insostenibili (…) Chi è realmente a sollevare queste questioni? Sono gli Stati africani, oppure è l’Occidente che guarda nervosamente lo sviluppo degli eventi?”. Per arrestare l’espansione della Cina, i Paesi Occidentali sono corsi al riparo, scatenando negli ultimi mesi la guerra in Costa d’Avorio e in Libia. Inoltre, gli Stati Uniti guardano sempre con più attenzione quanto sta avvenendo in Somalia, dove il Kenya ha lanciato un’offensiva militare contro gli al Shabaab.
 
Nella sua visita a Gibuti, il capo del Pentagono Leon Panetta, parlando ai militari statunitensi di stanza nel Paese, ha detto che la lotta contro al Qaida si sta spostando in Africa e nella penisola Arabica, dopo i successi in Pakistan. “Gibuti è un punto chiave per portare avanti la nostra lotta al terrorismo - ha detto Panetta - abbiamo eliminato Bin Laden, abbiamo eliminato Anwar al Awlaqi, contribuiamo a rendere questa regione più sicura. È al Qaida che ha iniziato questa guerra. E noi ci siamo impegnati a dare la caccia a queste persone dovunque vadano e ad assicurarci che non sappiano dove nascondersi, che si tratti dello Yemen, della Somalia o di qualsiasi altro posto”. Droni Usa sono già partiti da Gibuti per bombardamenti in Somalia e pista di lancio sono state aperte anche in Etiopia e nelle Seychelles.


di Francesca Dessì




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