giovedì 4 agosto 2011

Egitto-Israele-Libano: le nuove rotte dell'energia (e nuovi possibili conflitti ? n.d.r.)

(Immagine di Cisano Carmelo http://www.cisano.net/)

di Giuseppe Dentice

La questione degli approvvigionamenti energetici è una problematica molto sentita nel Vicino Oriente, che a differenza dei Paesi dell'area Golfo non dispone di grandi risorse naturali. Le scoperte di grandi giacimenti di idrocarburi nel Mediterraneo e la crescita di importanza del gasdotto egiziano nel Nord Africa e nel Levante arabo hanno modificato le rotte dell'energia, aprendo nuovi scenari nei rapporti di forza regionali. Gli attacchi di questi mesi all'Arab Gas Pipeline nel Sinai e le controversie sui confini marittimi tra Israele e Libano hanno prodotto negli establishment politici regionali nuove consapevolezze e hanno delineato nuove strategie per la corsa agli approvvigionamenti energetici. Ad oggi, questo triangolo che abbraccia la parte più produttiva del Mashreq rischia di esplodere nuovamente per i problemi legati alle forniture energetiche e alle risorse naturali presenti sul territorio. Il Cairo, Tel Aviv e Beirut hanno aperto una nuova “corsa all'oro” per lo sfruttamento di vasti giacimenti di gas naturali che garantirebbero non solo il fabbisogno nazionale ma permetterebbero ai singoli Paesi di divenire esportatori. Le potenzialità del gasdotto e della piattaforma nel Mediterraneo Orientale potrebbero modificare i rapporti di forza esistenti e divenire nuove cause di conflitto nel Vicino Oriente.
Tragitto dell'Arab Gas Pipeline (fonte Limes)

Egitto-Israele

Il Sinai, una delle zone apparentemente fuori dal controllo egiziano a causa dei numerosi sequestri contro stranieri e degli episodi di violenza contro i simboli delle autorità centrali del Cairo, potrebbe diventare nel prossimo futuro un'importante piattaforma strategica per la politica energetica ed economica dell'Egitto. In questa regione desertica ricca di petrolio e di gas naturale, il governo ha deciso di far passare un’importante infrastruttura: l’Arab Gas Pipeline, un gasdotto che si snoda a verso Nord con Israele e verso Sud con il Golfo di Aqaba, per proseguire poi in direzione della Giordania, Libano e Siria. Da qui, in prospettiva potrebbe arrivare fino in Turchia, con l'ambizione di rifornire addirittura il mercato europeo. Ha una capacità massima di circa 10 miliardi di m³ l’anno. Grazie a questa importante infrastruttura l’Egitto si è ritagliato un ruolo da protagonista nell'area, divenendo uno dei maggiori produttori di gas naturale dell'Africa (secondo i dati del CIA World Factbook, il Paese produce circa 63 miliardi di m³ l’anno), secondo solo all’Algeria. Nell'ultimo decennio, il commercio di gas naturale e di gas naturale liquefatto (GNL), aumentato all'incirca del 7% l'anno (dati del Ministero dell'Energia egiziano), ha garantito al Paese ampi sbocchi commerciali verso la UE, la Turchia e gli altri Paesi del Maghreb. A el-Arish, principale snodo del gasdotto nel Nord del Sinai, l’Arab Gas Pipeline si divide in due e si dirama verso Nord-Est verso la città di Ashkelon, in Israele. Tramite il “braccio” di el-Arish-Ashkelon, l’Egitto rifornisce di gas naturale Israele, in virtù di un accordo stipulato qualche anno fa ed entrato in vigore nel 2008. Il 5 febbraio scorso e successivamente per altre quattro volte fino al 30 luglio, il gasdotto è stato oggetto di attentati da parte di sconosciuti nei pressi di el-Arish. Secondo alcune notizie di quotidiani arabi stranieri, agenti di al-Qaeda, membri di Hamas e mercenari di Hezbollah sarebbero stati attivi nel Sinai, cosa che però il governatore del Sinai ha smentito con veemenza. Ad ogni modo, gli attentati hanno prodotto un'interruzione dell'approvvigionamento energetico israeliano, facendo paventare a Tel Aviv minacce di compensazioni economiche nei confronti del Cairo per l'atto di sabotaggio subito.

La joint-venture israelo-egiziana sulla fornitura di gas risale al marzo del 2008, quando l’Egitto ha iniziato a esportare gas naturale ad Israele, secondo quanto previsto da un accordo firmato nel 2005 dalla israeliana Israel Electricity Corporation (IEC) con l’egiziana East Mediterranean Gas Company (EMG). L’accordo prevede che l’EMG rifornisca Israele ogni anno con 1,7 miliardi di metri cubi di gas naturale per 15 anni. Il contratto prevede, inoltre, la possibilità di aumentare la quantità di gas esportato del 25% e di aggiungere altri 5 anni ai 15 previsti. Pur tra numerose proteste in Egitto di islamisti, secolaristi e anti-governativi, l'accordo è stato raggiunto e ha funzionato perfettamente fino agli incidenti di questi mesi. Infatti per Israele, sebbene il volume energetico dell'accordo sia modesto, rappresenta comunque una importante risorsa di approvvigionamento. Attualmente, Israele è energicamente dipendente dall’Egitto che gli fornisce circa il 40% del consumo totale.

Israele-Libano
Confini marittimi contesi della riva Est del Mediterraneo.
In rosso la linea contestata (fonte swissinfo)
La corsa agli approvvigionamenti energetici da parte di Israele è una problematica molto sentita, ma la scoperta dei giacimenti di gas naturale Dalit, Tamar e soprattutto Leviathan, nel Nord del Paese, al largo di Haifa, potrebbe rivestire un ruolo fondamentale negli equilibri geopolitici e geostrategici regionali. La capacità dei nuovi giacimenti di ben tre volte superiori alle stime egiziane potrebbero modificare totalmente i rapporti di forza nella regione. Se le esplorazioni fatte dalla norvegese PGS e dalla statunitense Noble Energy confermassero le capacità stimate di 6,43 miliardi di m³, ciò garantirebbe ad Israele un notevole grado di autosufficienza energetica tale da renderlo, addirittura, Paese esportatore.

L’ubicazione del giacimento si trova a metà strada tra le acque territoriali di Cipro, Libano e Israele, appunto. A differenza di Cipro, che ha raggiunto un accordo con le controparti per delimitare le Zone Economiche Esclusive (ZEE) dei due Paesi e per stabilire, quindi, le possibili quote di gas, la questione con il Libano è molto più complicata. Tanto le autorità libanesi, quanto le controparti israeliane hanno difeso le rispettive prerogative dei Paesi ad avere una politica energetica indipendente, in quanto sia Tel Aviv, sia Beirut hanno poco interesse non solo all’eventualità di dover dividere gli introiti del giacimento, ma anche a trovare un accordo di compartecipazione per lo sfruttamento dello stesso. Al di là della questione in merito alla proprietà del giacimento secondo il diritto internazionale, per comprendere l'importanza economica e strategica del bacino levantino è necessario analizzare le stime della banca UBS sui benefici al PIL israeliano: secondo l'istituto finanziario svizzero, l’impatto dell'estrazione e della vendita di idrocarburi liquidi, gassosi ed idrogenati potrebbe produrre nell’economia israeliana introiti pari allo 0,2% del PIL all’anno durante il decennio 2011-2021, mentre saliranno allo 0,6% all’anno nel periodo 2022-2025. L’attivismo israeliano in materia energetica trova giustificazione nei sabotaggi all'Arab Gas Pipeline che hanno interrotto il flusso di gas dall’Egitto e ha lasciato intravedere la costruzione di futuri gasdotti verso l’Europa attraverso Cipro e la Grecia. Ma anche il Libano mira a risollevare le sorti della sua disastrata economia attraverso lo sfruttamento del bacino.

Risvolti regionali della corsa energetica

Lo scoppio delle rivolte in Egitto, il tentativo di riconciliazione tra Hamas e Fatah e gli attacchi in serie al gasdotto (ben 5 attentati dall'inizio dell'anno), hanno profondamente allarmato Tel Aviv che ha iniziato a rivedere non solo i rapporti economici, ma anche quelli politici con l'ex alleato egiziano. Secondo i dati ufficiali del governo di Tel Aviv, si stima che fra dieci anni Israele riescirà a generare il 20% della propria elettricità grazie al GNL egiziano, ma, allo stesso tempo, vuole evitare la dipendenza energetica dall'Egitto e non incorrere nel rischio di avere tagli alle forniture. Per questi motivi, il governo israeliano ha dato avvio da tempo ad esplorazioni nei fondali marini a nord di Haifa, dove potrebbero esserci delle ricche riserve petrolifere. Le importazioni di gas dall’Egitto interessano sia il mondo arabo, sia Israele, ma il fatto che quest'ultimo possa avere nuove mire altrove rischia tanto di indebolire ulteriormente il Cairo, quanto di incorrere nel rischio di allargamento dello scontro, finora diplomatico, con Beirut in merito alla piattaforma contesa.

Ad oggi Israele gioca un ruolo principale nella contesa e nei possibili scenari futuri. Le ipotesi in merito sono almeno due. Al di là dello sfruttamento più o meno ingente del gas egiziano, Tel Aviv 1) decide di concentrare tutte le sue risorse sulla piattaforma al largo di Haifa, dopo aver trovato un accordo con Beirut; oppure 2) entra in rotta di collisione con Beirut in merito alla questione dello sfruttamento del bacino. Tanto nel primo caso, quanto nel secondo, se vi sono forze endogene all'Egitto che mirano a indebolirlo, soprattutto, nelle sue strutture economiche come l’Arab Gas Pipeline e, in particolare, nella variante che guarda verso Ashkelon, questo elemento potrebbe essere in grado di avere ricadute anche sui rapporti dell’Egitto con l’esterno. In questo caso, il rischio di una possibile interruzione delle forniture di gas naturale verso Israele potrebbe favorire, anche indirettamente, un accordo o uno scontro totale con il Libano. Ora rispetto al primo caso, Israele potrebbe continuare a mantenere il contratto energetico con l'Egitto nonostante i sabotaggi, ma subordinandolo di importanza all'obiettivo principale, ossia il grande giacimento “Leviathan”. Israele e Libano potrebbero unilateralmente considerare l’area contestata come “zona cuscinetto” stabilendo che i reciproci interessi economici sarebbero ben più rilevanti delle mere beghe ideologiche. Nel secondo caso, invece, Israele, entrando in rotta di collisione con il Libano a causa della mancanza di un accordo sui confini, potrebbe sfruttare questo episodio come nuovo casus belli per un ulteriore conflitto con il vicino libanese per lo sfruttamento esclusivo del bacino levantino che garantirebbe sia all'uno, sia all'altro un incremento massivo del rispettivo PIL nazionale. Il gas e il petrolio nelle acque antistanti la costa dei due Paesi potrebbe soddisfare le esigenze energetiche di entrambi per i prossimi trenta-quarant'anni, liberando i rispettivi Paesi dalla morsa energetica nei quali si trovano. La definizione di un accordo non pare essere, però, cosa così scontata, innanzitutto, perché i due Paesi sono ancora in guerra, e in secondo luogo, perché sia Beirut sia Tel Aviv mirano ad uno sfruttamento esclusivo del giacimento. Inoltre, il valore dei giacimenti offshore di Dalit, Tamar e Leviathan supera i 100 miliardi di dollari e la loro contesa a lungo andare potrebbe generare quindi un nuovo confronto militare. In entrambi gli scenari, gli Stati Uniti inviterebbero le due parti alla moderazione, tentando la via del negoziato, ma ciò sarà possibile solo se l'Iran, intervenuto in favore del Libano nelle ispezioni delle acque territoriali con tecnologie e personale specializzato, fornirà un ruolo di moderatore o se ne asterrà nella controversia marittima. Le nuove rotte energetiche attribuiranno, quindi, una giusta importanza al ruolo geo-strategico del Vicino Oriente e, conseguentemente, ai suoi rapporti di forza. Bisognerà però assistere nuovamente ad un rischio concreto di nuovi conflitti?

Tratto da: http://blogloball.blogspot.com/2011/08/egitto-israele-libano-le-nuove-rotte.html

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