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sabato 23 aprile 2011

War in progress Siria


La piovra imperialista sta espandendo i suoi tentacoli. Stati Uniti e Francia sono alla guida del carrozzone internazionale buttatosi a capofitto nella conquista dei paesi arabi del Mediterraneo. Il vampiro capitalista ha bisogno di sangue fresco per quetare la vorace fame che attanaglia da sempre la sua esistenza.

Dopo Tunisia, Egitto e Libia, ora tocca alla Siria. Da fine Marzo ad oggi i morti sarebbero quasi 400, un centinaio solo ieri, trucidati dall’esercito siriano.

La modalità di protesta è della stessa matrice delle precedenti rivolte africane, nonchè con organizzazione molto simile alle “rivoluzioni colorate”. Ovviamente ai disordini interni sono seguite le condanne unanime e vergognosamente moraliste della comunità internazionale. Gli USA hanno alzato i toni: “Deploriamo l’uso della violenza“. Quasi da ridere se non ci fosse da piangere. Mentre la Francia ha chiesto nuova riforme al partito dittatoriale Ba’th, che da oltre 50 anni governa indisturbato la Siria. Già una volta in passato i galletti transalpini hanno provato a colonizzare la Siria, ma con scarsi risultati, ritentar non nuoce, anzi aumenta il Pil.

La Siria è uno stato con una posizione geo-strategico-militare unica. Confina con Turchia, Israele, Iraq, Giordania e Libano. Un boccone appetitoso per i guerrafondai a stelle e strisce, il cui obiettivo, in combutta con lo stato sionista, è di prendere totale possesso della regione mediorientale.

Giordania, Libano e Iran saranno le prossime tappe. La Palestina verrà cancellata delle mappe geografiche. La corsa al monopolio delle ultime risorse è già partita, l’oro nero e l’oro blu vengono prima di qualsiasi cosa. L’abisso è vicino, possiamo sentire già le sue vuote urla.

Noi “restiamo umani”.

di Italo Romano

Tratto da: http://www.oltrelacoltre.com/?p=10218

I volenterosi puntano ai capitali libici


L’obiettivo della guerra in Libia non è solo il petrolio, le cui riserve (stimate in 60 miliardi di barili) sono le maggiori dell’Africa e i cui costi di estrazione tra i più bassi del mondo, né il gas naturale le cui riserve sono stimate in circa 1.500 miliardi di metri cubi. Nel mirino dei «volenterosi» dell’operazione «Protettore unificato» ci sono anche i fondi sovrani, i capitali che lo stato libico ha investito all’estero.

I fondi sovrani gestiti dalla Libyan Investment Authority (Lia) sono stimati in circa 70 miliardi di dollari, che salgono a oltre 150 se si includono gli investimenti esteri della Banca centrale e di altri organismi. Ma potrebbero essere di più. Anche se sono inferiori a quelli dell’Arabia Saudita o del Kuwait, i fondi sovrani libici si sono caratterizzati per la loro rapida crescita. Quando la Lia è stata costituita nel 2006, disponeva di 40 miliardi di dollari. In appena cinque anni, ha effettuato investimenti in oltre cento società nordafricane, asiatiche, europee, nordamericane e sudamericane: holding, banche, immobiliari, industrie, compagnie petrolifere e altre.

In Italia, i principali investimenti libici sono quelli nella UniCredit Banca (di cui la Lia e la Banca centrale libica possiedono il 7,5%), in Finmeccanica (2%) ed Eni (1%): questi e altri investimenti (tra cui il 7,5% dello Juventus Football Club) hanno un significato non tanto economico (ammontano a circa 4 miliardi di euro) quanto politico.

La Libia, dopo che Washington l’ha cancellata dalla lista di proscrizione degli «stati canaglia», ha cercato di ricavarsi uno spazio a livello internazionale puntando sulla «diplomazia dei fondi sovrani». Una volta che gli Stati uniti e l’Unione europea hanno revocato l’embargo nel 2004 e le grandi compagnie petrolifere sono tornate nel paese, Tripoli ha potuto disporre di un surplus commerciale di circa 30 miliardi di dollari annui che ha destinato in gran parte agli investimenti esteri. La gestione dei fondi sovrani ha però creato un nuovo meccanismo di potere e corruzione, in mano a ministri e alti funzionari, che probabilmente è sfuggito in parte al controllo dello stesso Gheddafi: lo conferma il fatto che, nel 2009, egli ha proposto che i 30 miliardi di proventi petroliferi andassero «direttamente al popolo libico». Ciò ha acuito le fratture all’interno del governo libico.

Su queste hanno fatto leva i circoli dominanti statunitensi ed europei che, prima di attaccare militarmente la Libia per mettere le mani sulla sua ricchezza energetica, si sono impadroniti dei fondi sovrani libici. Ha agevolato tale operazione lo stesso rappresentante della Libyan Investment Authority, Mohamed Layas: come rivela un cablogramma filtrato attraverso WikiLeaks, il 20 gennaio Layas ha informato l’ambasciatore Usa a Tripoli che la Lia aveva depositato 32 miliardi di dollari in banche statunitensi. Cinque settimane dopo, il 28 febbraio, il Tesoro Usa li ha «congelati». Secondo le dichiarazioni ufficiali, è «la più grossa somma di denaro mai bloccata negli Stati uniti», che Washington tiene «in deposito per il futuro della Libia». Servirà in realtà per una iniezione di capitali nell’economia Usa sempre più indebitata. Pochi giorni dopo, l’Unione europea ha «congelato» circa 45 miliardi di euro di fondi libici.

L’assalto ai fondi sovrani libici avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25 paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di accrescerli nei prossimi cinque anni soprattuttto nei settori minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom (Regional African Satellite Communications Organization) che, entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana: la Banca africana di investimento, con sede a Tripoli; il Fondo monetario africano, con sede a Yaoundé (Camerun); la Banca centrale africana, con sede ad Abuja (Nigeria). Lo sviluppo di tali organismi permetterebbe ai paesi africani di sottrarsi al controllo della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, strumenti del dominio neocoloniale, e segnerebbe la fine del franco Cfa, la moneta che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi. Il congelamento dei fondi libici assesta un colpo fortissimo all’intero progetto. Le armi usate dai «volenterosi» non sono solo quelle dell’operazione bellica «Protettore unificato».

di Manlio Dinucci

venerdì 22 aprile 2011

Il caos organizzato che ci aiuta a non pensare

Avete presente il trucco usato dai gestori d’inceneritori, acciaierie, cementifici ed impianti sui generis, per aggirare i limiti di legge concernenti le emissioni inquinanti? Costruiscono camini più alti e più grandi, per aumentare la quantità di aria presente nei fumi, facendo si che le sostanze nocive pur rimanendo inalterate nella quantità e pericolosità si distribuiscano su un’area più vasta e risultino percentualmente più diluite, rientrando così nei limiti come per incanto, nonostante continuino ad ammazzare la gente come e più di prima.

Qualcosa di molto simile accade anche nell'informazione generalista (che è poi l’unica ad incidere realmente sull’opinione pubblica) dove le emissioni inquinanti sono costituite dalle notizie che dovrebbero preoccuparci ed i camini più alti somigliano da vicino al marasma di spazzatura mediatica all’interno del quale esse affogano dopo una breve agonia.

Nel corso dell’ultimo mese è accaduto praticamente di tutto, dalla tragedia di Fukushima alla guerra imperialista in terra di Libia, passando attraverso l’efferato assassinio di Vittorio Arrigoni, gli sbarchi di massa dei profughi tunisini ed il continuo acuirsi della crisi economica di cui non s’intravvede la fine, probabilmente perché connaturata nel decesso definitivo del modello di sviluppo al quale siamo aggrappati. Solo per citare gli avvenimenti più eclatanti fra quelli che meritano attenzione......

Tutti accadimenti di grossa rilevanza, perché in grado di condizionare il nostro presente ed il nostro futuro, la nostra salute e quella dei figli che abbiamo o che verranno. La possibilità di vivere in pace almeno una parte dei giorni che ci restano, l’aspirazione a poter rimanere uomini liberi che portano avanti le proprie idee, senza venire ammazzati da una mano nascosta nell’ombra. La capacità di ricostruire una società dove la vita, il lavoro ed i rapporti umani siano elementi declinati in chiave di arricchimento, anziché rappresentare incubi all’interno dei quali lasciarsi vivere senza una prospettiva.

Tutti accadimenti balzati sulle prime pagine dei giornali e della TV, nel momento in cui la “notizia” poteva essere monetizzata in termini di lettori ed ascoltatori, ma prontamente accantonati non appena la stessa imponeva approfondimenti e riflessioni che avrebbero indotto l’opinione pubblica a porsi delle domande, a mettere in moto le cellule grigie in via di atrofizzazione, a guardarsi intorno per domandarsi, guarda un po’ sulla cartina, ma abbiamo preso la strada giusta?

Accantonati, diluiti, nascosti, con tanta aria e camini più grandi. Metri cubi e metri cubi di notizie spazzatura intorno alle quali catalizzare l’attenzione dei cittadini, indurli a profondersi in dispute senza fine imperniate sul nulla, ipnotizzarli con la facile demagogia del dividi et impera, fuorviarli ricordando loro che in fondo non pensando troppo si vive più a lungo e soprattutto più felici.

Ed ecco Fukushima e la guerra di Libia, sprofondare sempre più in basso sulle pagine dei giornali, fino a scomparire o rimanere relegati nei trafiletti “cartolina” per fare spazio al nuovo look di Noemi o alle tette di Belen, alle quotidiane esternazioni di Berlusconi contro i giudici e dei giudici contro Berlusconi, alle invettive di Fini che litiga con i suoi ex compagni di partito, alla modifica dell’art 1 di una costituzione calpestata tutti i giorni dell’anno e ormai “superata” dal Trattato di Lisbona, senza che nessuno abbia avuto nulla da eccepire. Alle mirabolanti funzioni dei nuovi smart phone ed ai manifesti che qualche imbecille ha appiccicato in giro per Milano, alla fiera del pregiudicato fra i candidati del PD e del PDL per le prossime elezioni, alle parole di Bersani che offendono il silenzio ed ai comizi del premier che l’hanno offeso da tempo.

Accapigliatevi pure, litigatevi il nulla, dividetevi in fazioni e in fazioni delle fazioni, occhieggiate alla prosperosa maggiorata di turno, sognate la nuova BMW da 300 cv con felicità incorporata di serie, ma soprattutto non pensate, non riflettete, non carezzate parti inesplorate del cervello, quello si, potrebbe nuocere gravemente alla vostra salute, ben più di quel poco di radioattività che neppure si vede.
 
di Marco Cedolin

Tratto da: http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/04/il-caos-organizzato-che-ci-aiuta-non.html

Attacco droni Usa in Pakistan

Stamattina nel solito "giro" sui siti di Controinformazione trovo una notizia, cerco un approfondimento sul motore di ricerca e mi vengono visualizzati diversi articoli sull'argomento ... Inizialmente ho pensato che fossero diverse fonti che descrivessero lo stesso evento ed invece le date erano ben diverse ... insomma la notizia era la stessa, cioè Bombardamento di droni USA in Pakistan (stato sovrano non in guerra) ed uccisioni di civili, ma la cosa peggiore e che gli eventi erano diversi e numerosi ... vi posto tre (dei tanti) articoli trovati ...
Info Tricks

Pakistan: attacco droni Usa all’alba di Venerdì, 20 morti.
(22 Aprile 2011 ndr)

ISLAMABAD – La gente del villaggio di Miranshah, nel nord-ovest del Pakistan si è svegliata stamane con il tonfo delle bombe che cadevano ed esplodevano: 20 però non si sono nemmeno svegliate perchè uccise dai droni Usa. È questa l’ultima notizia dal Pakistan, dove stamane un’altro cruento bombardamento americano contro le zone civile ha fatto una strage tra i civili. Solo nel 2010, i droni Usa hanno ucciso 1180 persone nella zona tribale del nord-ovest del Pakistan.
 
Tratto da: Italian.irib.ir

Pakistan, Islamabad protesta con Washington per gli attacchi dei droni in Waziristan
(14 Aprile 2011 ndr)  

Protesta formale di Islamabad con Washington dopo l'ennesimo attacco avvenuto nel Waziristan del Sud, zona di confine con l'Afghanistan, dal parte di un drone Usa (velivolo senza pilota). L'attacco avrebbe causato diversi morti, tutti cittadini afgani,.

Il sottosegretario pakistano agli Esteri Salman Bashir all'ambasciatore Usa a Islamabad ha detto che "condanna con forza l'attacco condotto da un drone a Angoor Adda" e che "simili attacchi sono controproducenti e contribuiscono solo a rafforzare i terroristi".

Non solo. Una nota emessa dal ministero degli Esteri pakistano di legge che "gli attacchi con droni sono divenuti una cosa fastidiosa nell'ambito della lotta al terrorismo".

Gli attacchi dei droni Usa in Waziristan contro le basi talebane e dei miliziani di al-Qaeda, da settembre 2010 sono aumentati. Washington preme Islamabad affinché intensifichi la pressione contro i talebani presenti nella regione considerata uno degli "epicentri del terrorismo".



Pakistan. Attacchi droni Usa nel Waziristan: 13 morti
(2 Ottobre 2010 ndr)

Gli aerei senza pilota (droni) statunitensi sono entrati nuovamente in azione oggi, 2 ottobre, nella zona tribale pachistana del Waziristan settentrionale, colpendo con due razzi nel villaggio di Inzarkas, distretto di Dattakhel, alcuni veicoli ed uccidendo 4 persone che si trovavano al loro interno. Lo riferisce oggi DawnNews Tv.

In precedenza, a circa due chilometri di distanza, altri due droni avevano lanciato quattro razzi con cui avevano centrato una casa distruggendola completamente e causando 9 vittime.

I sorvoli dei velivoli Usa sono continuati per varie ore e secondo fonti giornalistiche gli obiettivi scelti appartenevano a militanti della cosiddetta ‘Rete Haqqani’ che solitamente attaccano le truppe della Nato nelle province orientali afghane.

Tratto da: Blitzquotidiano.it

giovedì 21 aprile 2011

Striscia di Gaza: Vittorio Arrigoni assassinato da Cia e Mossad

Venerdì 15 aprile 2011 fonti del governo palestinese di Gaza hanno riferito di aver ritrovato nelle prime ore dello stesso giorno il corpo senza vita di Vittorio Arrigoni, l’attivista italiano per i Diritti Umani dell’"International Solidarity Movement" (ISM), rapito in precedenza da un misterioso gruppo cosiddetto 'salafita'. Vittorio Arrigoni, che aveva raccontato e vissuto in prima persona l’aggressione israeliana di 22 giorni a cavallo tra il 2008 ed il 2009 contro la Striscia di Gaza, era considerato un’autentica fonte di informazioni e verità su Gaza e sui crimini commessi quotidianamente da parte del regime sionista contro la popolazione sotto assedio. Arrigoni, nato a Besana Brianza, in Lombardia, aveva trentasei anni e proprio per questa sua presenza attiva e per il suo coraggioso contributo all'informazione reale e non deformata, era stato minacciato a morte più volte dagli israeliani. Il pacifista italiano regolarmente pubblicava tutte le notizie su crimini israeliani sulla sua pagina di Facebook «Vik Utopia" e anche sul suo seguitissimo blog, «Guerrilla radio». Arrigoni nel 2009 pubblicò il libro «Restiamo umani» (tradotto in molteplici lingue), che era anche il monito con cui chiudeva le corrispondenze dalla Striscia di Gaza durante i giorni dell'aggressione sionista. I proventi sono stati devoluti interamente al "Center for Democracy and Conflict Resolution" per finanziare progetti di assistenza ai bimbi rimasti gravemente feriti o traumatizzati durante l'assedio. Filippo Fortunato Pilato, in un articolo pubblicato sulla rivista francese "Mondialisation", attribuisce al Mossad la responsabilità dell’assassinio di questo attivista italiano. L'articolo, dal titolo, "I salafiti di Cia e Mossad hanno ammazzato Vittorio Arrigoni" afferma: "Alla fine, la sentenza di morte emessa dal Mossad nei confronti di Vittorio Arrigoni, sin dai tempi di “Piombo Fuso”, è stata eseguita. Perchè nessuno ci può togliere la convinzione, anche se prove al momento non ne abbiamo, ma salteranno fuori, che la morte di Vittorio sia opera dei servizi israeliani infiltrati nella inesistente “rete fantasma” di Al-Qaeda: perchè sappiatelo, si scrive Al-Qaeda, ma si legge CIA e si pronuncia Mossad.
Il suo corpo privo di vita è stato trovato all’alba del venerdì 15 aprile, in una casa abbandonata, nella Striscia di Gaza.
Tre uomini armati, del gruppo jihadista salafita autodenominatosi “La Brigata del valoroso Compagno del Profeta Muhammad bin Muslima", avevano rapito nel centro di Gaza l’attivista pacifista del "Free Gaza Movement", membro pure dell’"International Solidarity Movement", richiedendo come riscatto ad Hamas, che ha in carico il governo della Striscia di Gaza, la liberazione di alcuni salafiti detenuti nelle carceri di Hamas a Gaza, tra cui anche Sheikh Al Saidani (meglio conosciuto come Abu Walid Al Maqdisi),  leader dei gruppi "Tawhid e Jihad", affiliati ad Al Qaida.
Hamas nella Striscia ha la mano pesante con i terroristi, quelli veri, che sono in odore di “servizi israeliani”, e le cui gesta disumane sono sfruttate come scusa per le rappresaglie sioniste ai danni della popolazioone di Gaza.
In caso di inadempienza alle richieste dei rapitori, entro le ore 17 locali di Gaza, Vittorio sarebbe stato ucciso.
I gruppi diretti da Al Maqdisi/Al Saidani hanno mietuto decine di vittime in attacchi ad obiettivi civili e fu arrestato dalle forze egiziane poco più di un mese fa con l’imputazione di diversi attentati terroristici, tra cui quello in un albergo del Sinai dove nel 2006 persero la vita una ventina di persone.
Fin qui la cronaca news tratte da varie agenzie internazionali in rete.
Ora una precisazione e una riflessione.
La precisazione. Intanto, per onestà intellettuale, diciamo subito che pur condividendo la stessa passione e slancio verso la comune causa di libertà e indipendenza per la Palestina (per noi Terra Santa), i rapporti d’amicizia con Vittorio si erano da tempo interrotti, a causa di sue posizioni intransigenti e oltraggiosamente irrispettose nei confronti di chi, come noi e come chi scrive, manifestava idee o fede diversa dalla sua. Questo detto per amore della sincerità, per non voler passare come quelli che si sperticano in lodi per farsi belli nei momenti di commozione e lutto. Ciò ovviamente non incide minimamente sul giudizio riguardo alle sue doti umane e sulla sua generosità d’animo dimostrata sul campo in questi anni, che ne fanno un uomo degno di essere ricordato con l’onore che merita.
 La riflessione. Quando diciamo “i salafiti di Al-Qaeda/Cia/Mossad hanno ammazzato Vittorio Arrigoni”, intendiamo dire esattamente e letteralmente quel che abbiamo detto. Che Al-Qaeda sia una creatura organica ai giochi di guerra d’occupazione americani e israeliani, anche un bambino ormai lo sa e l’ha capito. Chi parla del gruppo di Bin Laden e di Al-Qaeda come un’entità rivoluzionaria che persegue gli interessi dell’Islam, o è in mala fede, o è male informato, o non è abbastanza attento a quel che succede sullo scacchiere geopolitico internazionale in concomitanza delle operazioni “al-qaediste”. Perchè sempre, dalle operazioni in Afganistan contro i russi in poi, non c’è stata una sola operazione al-qaedista che non abbia portato con se occupazione militare, escalation belliche, intensificazione di operazioni geostrategiche per riposizionare le forze sul campo, pressioni politiche per condizionare scelte nazionali maggiormente repressive e intrusive nei confronti delle libertà dei cittadini. In parole più semplici, se Al-Qaeda non ci fosse, i servizi di intelligence israelo/americani avrebbero dovuto inventarla: ed infatti Al-Qaeda fu una creatura dei servizi, denominata “the base”, o meglio “the database”.
Ora, a prescindere che a Gaza nessuno conosce questo gruppo salafita denominato “La Brigata del valoroso Compagno del Profeta Muhammad Bin Muslima”, e a prescindere pure che fonti governative di Gaza dichiarano essere inesistente alcun gruppo operativo del genere all’interno della Striscia (vedi le dichiarazioni rilasciate sull’Agenzia Infopal), se non come microrealtà manovrate dall’intelligence israeliana per creare e generare conflittualità/provocazioni interne, contando su manovalanza pescata tra il fanatismo jihadista, dobbiamo chiederci assolutamente una cosa: perchè, per quale motivo, fantomatici gruppi islamici in dissenso con Hamas avrebbero dovuto rapire un italiano per far pressioni al fine di ottenere il rilascio di detenuti prigionieri nelle carceri di Gaza?
 Non ha senso. Per poter fare pressioni del genere si sarebbero dovuti rapire esponenti del governo di Gaza o rappresentanti islamici vicini ad Hamas. Altrimenti si sarebbe dovuto rapire un italiano per fare pressioni al fine di ottenere il rilascio di detenuti islamico-salafiti presenti nelle carceri italiane. Tutta questa operazione di kidnaping ha senso come rapire un tedesco per chiedere il rilascio di un cinese, detenuto in carceri cinesi?
E perchè, tra tutti gli attivisti internazionali presenti a Gaza, rapire proprio Vittorio Arrigoni? Vogliamo fare un reload e tornare indietro di un paio d’anni?
Vittorio, a differenza di inglesi, francesi, e altri, era l’unico italiano testimone di “Piombo Fuso”: aveva visto troppo, stava testimoniando, in lingua italiana, troppo. Suoi cablo di cronaca era riportati da giornali e riviste, on-line e cartacei.
Ma soprattutto su di lui era stata emessa una condanna a morte dalle milizie israelite, che ne avevano diramato comunicazione in rete sin dall’inizio del 2009, condite di minacce e folli proclami sionisti. Questa è la verità.
Emessa la sentenza, eseguita la condanna.
Riposa in pace Vittorio, restiamo in pace, o come diresti tu, “restiamo umani”.

Tratto da: http://europeanphoenix.com/it/index.php?option=com_content&view=article&id=43&catid=4&Itemid=4

Inchieste alla bufala

Il magistrato Antonio Ingroia
Quante puntate di Annozero ci ha dedicato Santoro sulla tv pubblica? Quante paginate quelli di Repubblica e Il Fatto Quotidiano? Quante Procure ci hanno basato le loro inchieste? Addirittura tre (Palermo, Caltanissetta e Firenze)! Ebbene, quel Massimo Ciancimino (figlio del mafioso Vito), che veniva portato in palmo di mano come autentico oracolo e icona dell'antimafia, vera e propria star televisiva, la cui attendibilità non poteva essere messa in discussione pena l'essere additati tra coloro che ostacolano la ricerca della verità sulle stragi di mafia del '92-'93 e sulla presunta trattativa Stato-mafia, è stato fermato oggi con l'accusa di «calunnia aggravata», perché dalle perizie condotte dalla polizia scientifica è emerso che uno dei "pizzini" da lui consegnati è stato volgarmente falsificato.

Non un pizzino qualsiasi, ma quello che avrebbe dovuto inchiodare l'ex capo della Polizia De Gennaro come il "signor Franco", l'agente dei servizi che tramite il padre Vito avrebbe trattato con i boss di Cosa Nostra per conto dello Stato. Ebbene, il nome di De Gennaro risulta essere stato sovrapposto a posteriori su un vecchio documento poi banalmente fotocopiato (e ci voleva la Scientifica per accorgersene!). E questo "pizzino" è l'architrave fondamentale su cui poggia l'intera ricostruzione del Ciancimino jr.

«Noi sempre rigorosi», si giustifica adesso Ingroia (il magistrato che parla ai comizi); con lui «nessun rapporto privilegiato», giura Messineo. Balle, balle, balle. Per anni Ciancimino è stato ritenuto attendibile dai pm, addirittura chiamato a testimoniare in aula, al processo dove sono imputati il generale dei Carabinieri Mori e il colonnello Obinu.

Ma le speranze delle tre procure che pendevano dalle labbra di Ciancimino jr., nonché dai "pizzini" e dai "papelli" da lui fabbricati, andavano ben oltre: collegare in qualche modo Berlusconi e Forza Italia alla mafia e alle stragi. Peccato che fino ad ora l'unico elemento certo emerso sulla presunta trattativa Stato-mafia è che in quegli anni, subito dopo le stragi, fu sospeso il 41 bis a centinaia di boss da un governo di centrosinistra guidato da Ciampi, ministro degli Interni Mancino e presidente della Repubblica Scalfaro.

Adesso è chiaro che per anni questi pm hanno rovistato nella spazzatura, sperperando soldi dei contribuenti, allontanandoci dalla "verità" sulle stragi e probabilmente facendo un grosso favore alla mafia.

Tratto da: Jimmomo

Proprio sicuri che l'America non possa fallire?

Ieri i mercati sono crollati dopo che un”agenzia di rating ha abbassato l’outlook sul debito americano. In realtà non è una sorpresa per chi osserva la realtà in modo disincantato. Da tempo, con il contributo di molti bligger, su Il Cuore del Mondo, sostengo che il debito americano è insostenibile e che pertanto la tripla A di cui beneficiano i Treasury bonds Usa è molto generosa, quasi un atto dovuto nei confronti di un Paese che, nonostante tutto, resta il pilastro del sistema finanziario internazionale.

Pilastro sì, ma con vistose crepe.

Il rapporto debito-Pil viaggia ormai verso quota 100% ed è posseduto in larga misura da stranieri.

Gli americani, contrariamente agli italiani, non solo non risparmiano, ma sono molti indebitati anche a livello personale; dunque la somma dei debiti (pubblici e privati) è colossale.

Molti Stati americani sono sull’orlo della bancarotta.

La Federal Reserve è una banca centrale che non è trasparente, agisce secondo logiche imperscrutabili e di fatto è messa nelle condizioni di sfuggire ai controlli.

I Treasury bonds già oggi sono poco appetibili e infatti un colosso come Pimco, già da qualche mese, se n’è liberato, saggiamente. Inoltre è strabiliante che oggi uno dei più grandi acquirenti di T bonds sia la stessa Federal Reserve, in uno straordinario corto circuito: Lo Stato si indebita, però non riesce a piazzare tutti i titoli di Stato, che allora vengono comprati dalla Banca centrale. Roba da Paese del terzo mondo sull’orlo della bancarotta.

Il presupposto è che l’America è too bog to fail ovvero troppo grande per fallire e pertanto tutti pensano che alla fine una soluzione si troverà. Lo spero e mi auguro che gli Usa riescano a far rientrare il loro gigantesco debito.

Però osservo anche che è troppo grande per essere salvata e che nella storia nessun impero si è salvato se non era intrensicamente sano. Alcuni sono falliti proprio per debiti, come l’impero Ottomano. E il mondo è andato avanti lo stesso… Per quanto grande sia un Paese non può sfidare le leggi della natura e della gravità.

Mi chiedo: siamo proprio sicuri che gli Usa non possano fallire?

Tratto da: Il Blog di Marcello Foa

mercoledì 20 aprile 2011

Iraq. Crolla anche l’ultima bugia sull’invasione anglo-americana

Il quotidiano britannico The Indipendent svela
gli interessi petroliferi dietro l’aggressione al Paese arabo
“Vorrei affrontare la questione del petrolio per chiarire che la teoria della cospirazione è onestamente una delle più assurde ipotesi che si possono fare quando si analizza la situazione, soprattutto perché le riserve dell’Iraq sono state anche le nostre riserve. E con questo voglio dire che probabilmente metteremo presto fine agli accordi petroliferi con Saddam. Non è il petrolio il problema, sono le armi”. Così il 6 febbraio del 2003, a poco più di un mese dall’invasione del Paese arabo da parte truppe anglo-americane, l’allora primo ministro britannico Tony Blair replicava alle accuse di chi intravedeva tra le tante false motivazioni che stavano spingendo Londra a entrare in guerra insieme a Washington la sola volontà di appropriarsi dell’oro nero di Baghdad.

Una posizione ribadita più volte dal governo della Gran Bretagna e dalla Casa Bianca fino a qualche mese fa, quando le bugie che hanno coperto per anni le reali motivazioni dell’aggressione all’Iraq hanno iniziato ad essere smascherate.

Una serie di rivelazioni iniziata con le denunce di manipolazione dei propri rapporti da parte degli ispettori Onu, inviati in Iraq per verificare la presenza di armi di distruzioni di massa, e che ha visto il suo culmine con la confessione del disertore iracheno che aveva fornito agli Usa le presunte prove dell’esistenza di un programma per la creazione di armi chimiche, sul quale l’uomo ha candidamente ammesso di essersi inventato tutto. Non serviva certo un grande analista per capire a questo punto che la reale motivazione che ha spinto Stati Uniti e Gran Bretagna a muovere guerra all’Iraq era impossessarsi delle risorse petrolifere del Paese arabo. Una motivazione in realtà apparsa chiara fin da subito, ma che soltanto ieri ha trovato una conferma ufficiale attraverso la pubblicazione sul quotidiano The Indipendent di alcuni appunti riguardanti il contenuto di riunioni riservate fra gli esponenti delle maggiori compagnie petrolifere britanniche e alcuni membri del governo londinese dell’epoca. Le note risalgono ai agli ultimi mesi del 2002 e ai primi del 2003 e mostrano come entrambe le parti pubblicamente abbiano sempre negato di aver fatto o ricevuto pressioni per partecipare all’invasione dell’Iraq insieme con gli Stati Uniti, mentre segretamente si accordavano per garantirsi una futura fetta delle riserve petrolifere di Baghdad.

Il 12 marzo 2003, circa una settimana prima dell’inizio del conflitto l’amministrazione della British Petroleum (Bp) emette una nota nella quale sottolinea di non avere “alcun interesse strategico in Iraq” auspicando però che “se ci sarà una guerra” e se qualcuno dovesse “arrivare al potere” condivida le risorse in maniera paritaria, ad ogni modo concludeva la nota “non siamo certamente noi a spingere per il coinvolgimento della Gran Bretagna”.

Tuttavia stando a un memorandum del ministero degli Esteri londinese datato 13 novembre 2002, che riporta il contenuto di un’incontro con i vertici di Bp, per la compagnia petrolifera l’Iraq rappresentava “una prospettiva importantissima”, tanto che gli amministratori della società si dicevano “ansiosi” di mettere le mani sulle riserve del Paese arabo, premendo allo stesso tempo sul governo affinché lavorasse perché nessuno potesse impedire loro di impossessarsi del “potenziale” iracheno definito “enorme anche a lungo termine”.

Una posizione che aveva già trovato il sostegno dell’allora ministro del commercio Elizabeth Symons, secondo la quale sarebbe stato difficile accettare “che le compagnie petrolifere britanniche vengano estromesse dall’Iraq se la Gran Bretagna assumerà un ruolo fondamentale di supporto agli Usa nel risolvere questa crisi”. Il pericolo più grande per il governo e le società, si evince dai testi pubblicati, era che non partecipando all’invasione i contratti per l’estrazione finissero nelle mani di aziende nordamericane e francesi, con le quali Washington aveva già avuto alcuni incontri a riguardo. E tutto questo ben prima che il segretario di Stato Usa dell’amministrazione Bush, Colin Powell, mettesse in atto la sua arte interpretativa di fronte l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2003, quando per convincere gli alleati a sostenere l’attacco sventolò una boccetta di acqua sporca spacciandola per antrace proveniente dall’Iraq. In un promemoria del ministero degli Esteri britannico datato 6 novembre 2002 si legge infatti che il governo londinese invitava la Bp a un colloquio sulle opportunità nel Paese arabo “post cambio di regime”.

Tutto era già deciso, i dibattiti che ne sono seguiti, le questioni morali, le dichiarazioni e il voto dell’Onu erano solo una farsa per coprire le loro reali intenzioni, mostrandosi al mondo come i salvatori dell’Iraq, quegli “esportatori di democrazia” che però la democrazia non l’hanno nemmeno entro i propri confini.

di Matteo Bernabei

m.bernabei@rinascita.eu
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7785

Siria. Qualcuno soffia sul fuoco

Il Washington Post ha pubblicato oggi (18 aprile) una notizia tratta dagli ormai celeberrimi cablogrammi di Wikileaks e rimasta finora inedita. Nel 2006 il Dipartimento di Stato statunitense stanziò un finanziamento di 6 milioni di dollari a favore di un gruppo dell'opposizione siriana in esilio, facente base a Londra, il Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo, che gestisce anche una rete satellitare, Barada Tv.

Il canale televisivo ha cominciato le sue trasmissioni nel 2009, ma, in seguito ai disordini avvenuti in Siria nelle ultime settimane ha intensificato la programmazione. Secondo il quotidiano americano, i rapporti finanziari coi dissidenti siriani, cominciati dall'Amministrazione Bush, sarebbero proseguiti anche con Barack Obama alla Casa Bianca, almeno fino al settembre 2010.

A Londra si trova un altro dissidente siriano eccellente, Rifaat Assad, fratello minore dello storico presidente Hafez, il "Leone di Damasco", nonché zio dell'attuale presidente Bashar. Fu lui a guidare la cruenta repressione della città di Hama nel 1982, quando rivoltosi islamici si ribellarono contro il regime.

Rifaat cercò di succedere al fratello maggiore Hafez alla guida del paese nel 1983, quando questi cadde malato per problemi cardiaci. L'esercito si trovò spaccato tra i lealisti di Hafez e un gruppo di generali, in particolare alauiti, che non si sentivano sufficientemente rappresentati nel Comitato formato da sei membri che pro tempore gestiva il governo durante la malattia di Hafez. La crisi sembrava poter sfociare in scontro aperto quando nel 1984 Hafez, ristabilitosi, tornò al timone. Il presidente nominò il fratello suo vice ma la ricomposizione fu solo apparente. Rifaat fu ben presto inviato all'estero per missioni diplomatiche da cui, sostanzialmente, non fece più ritorno, salvo per partecipare ai funerali della madre nel 1992. Gli uomini del regime vicini a lui furono estromessi da ogni carica.

Nel 2000 Rifaat Assad ha contestato l'avvicendamento alla presidenza della Siria di suo nipote Bashar, considerandosi unico legittimato a succedere al fratello Hafez in qualità di vice-presidente, una carica che gli era nominalmente rimasta fino al 1999, e cancellata, secondo Rifaat in maniera anti-costituzionale, proprio per favorire il passaggio di potere verso Bashar.

Rifaat Assad detiene ancora sfere di influenze in Siria. È a capo del movimento Gruppo di Unità Nazionale, che raccoglie vari esponenti dissidenti siriani, che auspica il suo ritorno a Damasco e contesta l'attuale dirigenza siriana. Suo figlio Sumer dirige una piccola televisione, la Arab News Network, che è una sorta di organo che diffonde nel paese queste posizioni politiche. È inoltre considerato vicino alle posizioni del re dell'Arabia Saudita, Abdullah, con cui è anche imparentato (le mogli di Abdullah e Rifaat sono sorelle) ma si vocifera anche di suoi contatti sia con Israele sia con organizzazioni islamiche come i Fratelli musulmani. Il think-tank statunitense Stratfor lo ha indicato come uno dei possibili sospetti per l'assassinio del magnate libanese Rafiq Hariri, nel 2005, un attentato strategicamente destabilizzante per la Siria. Da quell'episodio nacque la cosiddetta "Rivoluzione dei Cedri" che portò le truppe siriane a ritirarsi da Beirut, mettendo fine ad un protettorato che durava da trent'anni.

In esilio si trova, dal 2005, un altro ex uomo forte del regime siriano. Si tratta di un altro "eterno vice-presidente", Abdel Halim Khaddam. Uomo della vecchia guardia baathista, fu progressivamente emarginato dal potere da Bashar Assad fino a diventarne uno dei più acerrimi avversari ed essere costretto a rifugiarsi in Francia. Da qui Khaddam ha lanciato numerose critiche al governo se non vere proprie accuse, come quella verso Bashar, di essere il mandante dell'assassinio di Rafiq Hariri. Khaddam ha formato un "governo siriano in esilio" e fondato un movimento politico, il Fronte di Salvezza Nazionale della Siria. Il suo feudo nel paese è la città costiera di Banias dove nei giorni scorsi si sono verificati gravissimi disordini. Mentre i media occidentali parlavano, indistintamente, di repressione nel sangue di proteste anti-regime, si stava verificando ben altro. Gruppi di rivoltosi, probabilmente con l'appoggio di fasce della popolazione, avevano occupato alcune moschee e fronteggiato in duri scontri i servizi di sicurezza. Un convoglio militare inviato per sedare la rivolta veniva attaccata sull'autostrada da uomini armati, provocando nove morti tra l'esercito. Solo l'intervento dei carri armati che hanno cinturato la città ha potuto ristabilire la calma, almeno apparentemente.

La televisione di stato iraniana, citata da Televideo Rai del 10 aprile, ha apertamente accusato Khaddam di complottare con alcune potenze straniere contro la Siria:

La tv di Stato iraniana ha accusato l'Arabia Saudita e la Giordania di aver organizzato le proteste in Siria, insieme a Usa e Israele, e di aver fornito armi all'opposizione. "Usa, Israele, Giordania e Arabia Saudita hanno formato un quartier generale congiunto nell'ambasciata saudita in Belgio per coordinare i disordini in Siria", ha affermato l'emittente, aggiungendo che l'operazione è diretta dall' ex vice presidente siriano, Khaddam. "Il complotto è nato per spezzare l'asse Teheran-Damasco-Beirut".

Il governo ha annunciato a Banias l'arresto di alcuni uomini indicati come vicini ad Abdel Khaddam, accusati di aver fomentato le proteste in accordo con alcune bande criminali. Che vi siano anche scellerati accordi tra eversori o addirittura spezzoni di potere e ambienti criminali a fomentare gli scontri è voce che corre di bocca in bocca a Damasco. Ne dà puntualmente conto Antonella Appiano, giornalista italiana che si trova da qualche tempo sul posto (vedasi il suo Diario da Damasco per Lettera43).

Secondo una testimonianza raccolta, potrebbero essere settori contrari alle riforme di Bashar Assad a creare la destabilizzazione e favorire così la linea dura del regime, l'ala più oltranzista che vuole preservare lo status quo: "fazioni dentro le strutture del potere ma scollegate dal regime. Un giro di droga, riciclaggio del denaro. Noi, in Siria, la chiamiamo mafia". Potrebbe quindi non essere un caso che si parli sempre più di due linee strategiche al vertice del paese. Una risalente a Bashar, tesa all'apertura, e una a suo fratello Maher, intransigente.

Il quadro internazionale è poi ovviamente ricco di posizioni anti-siriane. Ne avevamo già dato conto su Clarissa.it parlando di un accordo statunitense-saudita finalizzato a creare una complessa struttura sovversiva capace di agire su molteplici livelli per portare la destabilizzazione contro Damasco (si veda: Un piano di Arabia Saudita e Usa per destabilizzare la Siria? ).

Molto probabilmente aveva dunque ragione Bashar Assad quando durante il suo discorso alla Nazione tenuto nel Parlamento siriano lo scorso 30 marzo aveva dichiarato: "Diranno che crediamo alle teorie della cospirazione. In realtà non c'è alcuna teoria della cospirazione. C'è una cospirazione". Resta solo da capire chi, tra i tanti, sta soffiando sul fuoco.

di Simone Santini

Il morso del Grande Squalo Wasp


L'agenzia di rating Mood e Poor's valuta gli Stati Uniti declassandoli. Novità assoluta nella storia mondiale della finanza. Obama protesta e dice, giustamente, che si tratta di una decisione politica. A come stanno le cose oggi credo che Obama si piegherà a fare le cose che i repubblicani, partito primario del capitalismo e del potere finanziario, vogliono e dovrà accettare un compromesso consistente nel togliere ancora qualcosa ai poveri ed allo Stato Federale per darlo ai ricconi ed all'industria militare.

Mi sono riproposto un interrogativo che mi pongo da quando gli USA fecero pagare carissima all'Italia la sua scelta di centro-sinistra obbligandola ad una perdita in titoli di circa quarantamila miliardi di lire dell'epoca, una cifra gigantesca da far girare la testa a Ciampi. Il potere delle agenzie di rating, e delle istituzioni internazionali può essere tanto penetrante ed incisivo da obbligare a cambiamenti di politica che coinvolgono la vita di milioni di persone, di Stati Sovrani?

Quando contano i Parlamenti ed i Governi dell'Occidente se un team di persone spesso spinte da pulsioni oscure, da segreti condizionamenti ed input, con una decisione che ha un riflesso immediato sulle borse di tutto il mondo, può rovinare Stati sovrani annullando anni di loro sforzi, di crescita, di sacrifici per tenere in piedi una giostra di interessi finanziari in grande parte oscuri ed illegittimi? E' questa la democrazia che ossessiona tanto da indurre ad esportarla a costo di guerre sanguinosissime?

Che cosa è la democrazia se il signor Rothschild alza il telefono, impartisce un ordine ad un suo tirapiede in una delle tre agenzie di rating e fa la rovina di milioni di persone in Portogallo, in Grecia, in Spagna, in Irlanda e domani in Italia o altrove?

E' stato detto che la globalizzazione ha bisogno di regole che tuttavia non vengono portate avanti da destra e neppure dalle opposizioni che sono sempre più inconsistenti ed omologate. Queste regole dovrebbero riguardare in primo luogo la salvaguardia degli Stati Sovrani dalla speculazione attraverso una diversa negoziabilità dei titoli di Stato e delle quotazioni della moneta. Il FMI dovrebbe cambiare completamente baricentro e da boia dei popoli in difficoltà diventare fattore di aiuto e di cooperazione. Le politiche della UE dovrebbero essere assai meno jugulatorie e liberiste e prevedere una distribuzione dei redditi meno ingiusta. Ma di tutto questo non si farà niente fino a quando il "nuovo" che sta maturando con la crescita di Brasile, Turchia, Cina, Russia ed India non darà vita a strutture mondiali diverse a cominciare dall'ONU.

La decisione di M&P, coltellata alla schiena di Obama, costringerà gli USA non a cambiare la loro politica di indebitamento esterno e di produzione cartacea di denaro senza reale copertrura, ma a togliere quel poco di welfare che la disgraziata popolazione americana infantilizzata dalla TV e da massmedia bugiardi non sarà in grado di difendere.

Ma potrebbe anche darsi che tutto quello che ho scritto non corrisponda al vero e che in effetti la mossa di declassamento degli USA serve in una manovra di una complessa partita a scacchi tra gli USA ed il mondo per scaricare l'immenso peso di un apparato militare che inghiotte sempre più risorse e per legittimare altri declassamenti riguardanti il sistema occidentale che oggi viene chiamato a dissanguarsi ancora per lo zio Sam come ha fatto appena ieri con i derivati-spazzatura.

Oppure trattasi di un rude e crudele avvertimento della lobby ebraica che appoggia Israele oggi in difficoltà e che vorrebbe mano libera nel bombardamento atomico dell'Iran e magari in un intervento armato in Siria. Aron Sharon lo ho detto anni orsono: Israele ha nelle mani gli Stati Uniti! Certo non attraverso il Congresso che non conta niente ma attraverso Wall Street.

di Pietro Ancona
Tratto da: http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/2011/04/il-morso-del-grande-squalo-wasp.html 

IL TRAVAGLIATO TRAVAGLIO - LO STRANO CASO DI UN INFORMATORE DISINFORMATO


Qual è la differenza fra informazione e propaganda?

La prima non può ignorare il terreno storico, politico o economico su cui si incentra la notizia, mentre la seconda trae forza dall’ignorarlo. Infatti, scopo della propaganda è quello di attrarre l’attenzione su questioni particolari o su informazioni parziali, prive del nucleo che consentirebbe una vera comprensione. Più cresce l’ignoranza verso la Storia, la politica e l’economia e maggiore efficacia ci sarà nella propaganda.

Oggi molti confondono l’informazione con la propaganda, non avendo strumenti conoscitivi per distinguerle e riponendo la propria fiducia in personaggi che sulla propaganda hanno edificato la propria carriera, spacciandosi però per giornalisti seri e interessati a dare una vera informazione.

La professione giornalistica, in un sistema basato sulla manipolazione mediatica delle opinioni, è senza dubbio assai importante. Per questo motivo, chi controlla i media si cura di non dare spazio a coloro che possono far emergere aspetti non lusinghieri del sistema, e anche a coloro che possono stimolare a pensare, a riflettere sul sistema politico-economico.

Lo scopo principale dei mass media è quello di renderci “etero-diretti”, ovvero di fare in modo che tutti scelgano il proprio stile di vita, la propria alimentazione, l’abbigliamento e persino le idee politiche e le opinioni, sulla base del mondo mediatico. Far diventare le persone etero-dirette significa renderle fortemente condizionabili, senza che esse ne abbiano piena consapevolezza, poiché se ne avessero consapevolezza gli effetti sarebbero drasticamente ridotti. Significa creare una sorta di “pensiero collettivo” che tenderà ad uniformare menti, pensieri, opinioni e scelte, in modo tale che qualora apparisse un’idea inconsueta, fuori dal controllo del sistema, si sarebbe indotti a guardare in modo sospetto chi la produce, come se “cantare fuori dal coro” rappresentasse di per sé un pericolo. Da sempre in Italia sono messi in primo piano soprattutto giornalisti politicamente aggregati, che non toccano mai alcuni tasti “tabù” del sistema. Molti di questi giornalisti sono facilmente riconoscibili come asserviti ad una determinata area politica. In alcuni casi è più difficile capire chi li paga e chi li promuove, avendo la capacità di spacciarsi per “obiettivi” o addirittura per paladini degli interessi collettivi contro i potenti. A quest’ultima categoria appartiene Marco Travaglio. Travaglio è uno scrittore e giornalista che è riuscito ad avere molta popolarità e a suscitare molta fiducia. Egli ha scritto diversi libri su Silvio Berlusconi e su altri personaggi che include nella “casta”. Per questo suo filone di cronaca giudiziaria con riferimento a fatti legati all’antimafia e alla corruzione, si è guadagnato molta simpatia, in un paese afflitto ormai da molto tempo dalla corruzione politica e dall’oppressione mafiosa. Ma andando oltre la facciata delle cronache giudiziarie fornite da Travaglio, si può tristemente scoprire un mondo assai lontano dal desiderio di onestà e di “pulizia” morale auspicato dai suoi fans. Si scopre un insospettabile mondo di opportunismo, faziosità e disinformazione, in cui le cronache giudiziarie assumono una funzione catartica e illusoria, impedendo una vera chiarezza informativa sul sistema, e i conseguenti passi per cambiarlo veramente. Si scopre una serie di tabù imposti ai giornalisti dei mass media, e si scoprono persino episodi in cui chi vorrebbe discutere tali temi, come lo strapotere delle banche, le vere motivazioni delle guerre, le mistificazioni dell’informazione ufficiale, il “terrorismo”, ecc. si trova ad essere ridicolizzato, etichettato o, nella migliore delle ipotesi, considerato irrazionale e credulone. Ovviamente non abbiamo nulla di personale contro un personaggio che nel complesso appare simpatico e divertente, ma occorre capire come egli incarna il tipo di giornalista in voga negli ultimi decenni, in un contesto attanagliato dall’assenza di una vera informazione. E’ chiaro che mettendo in evidenza i limiti dell’attuale sistema mediatico attraverso l’analisi dei metodi usati da Travaglio non si vuole affatto sminuire la gravità di molti reati da lui denunciati o prendere le parti dei personaggi da lui considerati. Si vuole semplicemente far emergere che la corruzione e la mafia hanno cause ben precise. Non ci possono essere i corrotti se non ci sono anche i corruttori. La mafia esiste in quanto c’è convenienza ad attuare traffici illeciti, e questi traffici illeciti sono possibili grazie a precise persone. Si dice che la mafia sia un “problema sociale” ma non è la società civile italiana a consentire la produzione di droga o a controllare il traffico di armi. Come questo libro fa emergere, ci sono responsabilità che non appartengono al nostro Parlamento anche se le nostre istituzioni non operano efficacemente per impedire i traffici mafiosi e spesso appaiono corrotte. Come spiega il Procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato: “Come mai parlamenti, consigli regionali e comunali, organi di governo e di sottogoverno sono affollati di pregiudicati o inquisiti per mafia, tanto da insinuare il dubbio che quel che combattiamo fuori di noi sia dentro di noi? Come mai, oggi come ieri, tra i capi organici della mafia vi è uno stuolo di famosi medici, avvocati, professionisti, imprenditori, molti dei quali già condannati con sentenze definitive? Come mai commercianti e imprenditori a Palermo, a Napoli, in Calabria continuano a pagare in massa il pizzo e, a differenza del fruitore medio, non si bevono la buona novella che la mafia è alle corde? Come mai i vertici di Confindustria lanciano tuoni e fulmini contro i piccoli commercianti che non hanno il coraggio di denunciare gli estorsori, minacciandoli di espellerli dall’organizzazione, ma vengono colti da improvvisa afasia quando si chiede loro perché intanto non comincino a prendere posizione nei confronti delle centinaia di imprenditori, inquisiti o già condannati, che hanno azzerato la libera concorrenza e costruito posizioni di oligopolio utilizzando il metodo mafioso? Ecco, quando a un fruitore medio ponete queste e altre domande, lo vedrete annaspare cercando vanamente possibili risposte nell’infinita massa di fotogrammi, immagini e battute stipate nelle sue sinapsi, dopo centinaia di ore trascorse a vedere fiction e film che raccontano le note storie di brutti sporchi e cattivi… Se, come diceva Hegel, il demonio si nasconde nel dettaglio, nel dettaglio di questa storia è leggibile il segreto dell’irredimibilità e della dimensione macropolitica del problema mafia, al di là delle imposture e dei depistaggi alimentati dal sapere ufficiale che lo spaccia come quella vicenda di bassa macelleria criminale di cui dicevo all’inizio. Di storie simili se ne potrebbero raccontare per mille e una notte. Sono tutte racchiuse in un enorme giacimento a cielo aperto a disposizione di chiunque: le pagine dei tanti processi che con un tributo altissimo di sangue hanno per la prima volta in Italia portato sul banco degli imputati non solo i soliti brutti sporchi e cattivi, i bravi di Don Rodrigo, ma anche il “Principe” di cui essi sono stati instrumentum regni e scoria, e senza la cui protezione e complicità sarebbero stati da tempo spazzati via”.[1]

Travaglio particolarizza la situazione italiana, la riduce alle beghe politiche e ad un gruppo di corrotti e mafiosi, di cui denuncia le malefatte, convinto che altri paesi, persino l’Albania, siano migliori del nostro. Egli usa luoghi comuni, ad esempio dice “bisogna che ci sia un ricambio della classe politica” o “il cittadino deve essere attivo”, ma non spiega come mai da parecchi anni si dicono queste stesse cose e la situazione rimane invariata. Per capire, occorrerebbe indagare su ciò che è davvero il sistema partitico e su chi crea la classe politica. Non tutto quello che non va e che intralcia la crescita del nostro paese è dovuto ad una classe politica incapace e disonesta. C’è a monte qualcosa di importante, che determina la situazione di debito pubblico, di sprechi, di corruzione e di degrado. Mettere il “mostro” in prima pagina può nascondere una tragica volontà di non far capire come stanno veramente le cose. Rimanere alla superficie dell’iceberg significa gridare allo scandalo “corruzione”, che certamente esiste davvero, ma si rischia di farlo per coprire i veri responsabili che stanno al vertice e i meccanismi che stanno alla base del sistema di potere attuale. Peraltro, ci sarebbe da chiedersi, come qualcuno ha fatto, come mai Travaglio sia in grado di argomentare le malefatte di Berlusconi e di trovare elementi di condanna e invece la magistratura no. E’ evidente che il sistema prevede che alcune persone siano al di sopra delle leggi.

Non è dunque questione di dimostrare che in Italia ci siano molti mafiosi e politici corrotti, questa è una tragica realtà di cui tutti ormai siamo al corrente, il problema è capire le basi da cui origina tale situazione, che è diventata talmente involuta da bloccare lo sviluppo di un paese creativo e splendido come il nostro. Non è questione di paragonare l’Italia ad altri paesi esteri per far emergere che il nostro paese sarebbe peggio di tutti gli altri, questi sono luoghi comuni sterili e talvolta distruttivi.

Occorre invece capire chi ha trascinato il nostro paese nella situazione attuale e come poterne uscire.

Da alcuni anni Travaglio gira l’Italia per presentare i suoi libri o per accompagnare Beppe Grillo, e dal 2008 conduce Passaparola, una trasmissione in streaming sul blog di Beppe Grillo. In questi interventi, egli non va mai alla radice del male, limitandosi a dare ai suoi lettori il quadro del degrado.

Negli ultimi tempi Travaglio si è avvicinato a Grillo e a Di Pietro, e ha dichiarato di votare per l’Italia dei Valori, influenzando così i suoi fans. Di fatto, Grillo non è soltanto un comico che fa spettacoli divertenti, e Travaglio non è soltanto una fonte giornalistica. Questi personaggi, come questo libro spiega, stanno svolgendo un ruolo ben preciso che è quello di operare una sorta di catarsi della rabbia e di alimentare illusioni per raccogliere adesioni politiche.

Negli ultimi anni i veri giornalisti indipendenti e le testate davvero scomode hanno subito molte vessazioni: faticano a trovare inserzionisti per la pubblicità, non ricevono finanziamenti pubblici, sono marginalizzati nella distribuzione e nelle edicole. Sono come vasi di coccio fra vasi di ferro. I mass media non spiegano bene questa situazione e non si fa capire che i finanziamenti all’editoria vengono dati soprattutto alle testate più grandi e a quelle di partito, al contrario di ciò che dovrebbe essere, dato che dovrebbero servire ad aiutare i più piccoli per garantire il pluralismo.

Questo libro prende a pretesto il caso di Travaglio per far emergere alcuni fenomeni fondamentali per comprendere il sistema mediatico e politico attuale. Si tratta, fra gli altri, del fenomeno dei gatekeepers, ovvero di controllo sull’informazione pubblica. Letteralmente il termine “gatekeeping” significa “la custodia al cancello”, ovvero la possibilità di esercitare un controllo attraverso criteri che favoriscono alcune notizie su altre. In termini professionali il gatekeeping comprenderebbe “tutte le forme di controllo dell’informazione che possono determinarsi nelle decisioni circa la codificazione dei messaggi, la diffusione, la programmazione, l’esclusione di tutto il messaggio o di sue componenti… le esigenze organizzativo-strutturali e le caratteristiche tecnico-espressive di ogni mezzo di comunicazione di massa (in quanto) elementi cruciali nel determinare la rappresentazione della realtà sociale fornita dai media”.[2] Generalizzando possiamo considerare gatekeepers tutti coloro che, pur parlando ad un pubblico ampio attraverso i media, si astengono dal dire alcune verità importanti. I giornalisti gatekeepers usano fonti altisonanti, oppure dicono frasi convincenti come “questo è ormai risaputo”, o “se approfondisci capirai”, ma attraverso frasi rassicuranti e persuasive essi vestono di “abiti assoluti” punti di vista relativi, e bocciano come “leggende metropolitane” tutto quello che può contrastare le loro tesi, nascondendo dietro l’apparente “liberalità” il più dogmatico atteggiamento mentale. Essi segnalano una questione “morale” o pericoli di “attentati alla libertà di informazione” e nel far questo vogliono apparire obiettivi e democratici. Ma sono traditi dal comportamento che hanno verso chi non la pensa come loro. Infatti, oggi l’ambiente giornalistico, come questo libro documenta, è diventato un antro di litigiosità, in cui l’uno vuole mettersi in mostra più dell’altro. Per prevalere ci si assoggetta al padrone, curandosi di assecondarlo in qualsiasi modo, e facendosi beffe del diritto del cittadino ad una vera informazione. Si dice che il giornalismo attuale è come un "guardiano del potere", ovvero esso sostiene il potere nel non far trapelare verità scomode e utilizza tecniche per impedire una vera presa di coscienza dei cittadini sulla realtà finanziaria, politica, economica e mediatica. Si cerca persino di addolcire tutto questo facendo diventare l'informazione uno spettacolo attraente, emozionante oppure raccapricciante, ma comunque sempre emotivamente "forte" e quanto possibile stuzzicante.

Gli obiettivi principali sarebbero la disinformazione, la distrazione e il condizionamento necessario per non mettere in pericolo il sistema. Spiega il giornalista Ignacio Ramonet: (Il telegiornale) "è strutturato per distrarre, non per informare... la successione di notizie brevi e frammentate ha un duplice effetto di sovrinformazione e di disinformazione: troppe notizie e troppo brevi... pensare di informarsi senza sforzo è un'illusione vicina al mito della pubblicità più che all'impegno civico".[3]

Oltre ai giornalisti, possono assumere il ruolo di gatekeepers anche scrittori, opinionisti, intellettuali, scienziati, politici, ecc.

I giornalisti accreditati dalle grandi testate non possono parlare di diversi argomenti, e nella maggior parte dei casi si autoregolano, ovvero sanno quello che possono dire e quello che non possono dire, senza bisogno che qualcuno glielo dica esplicitamente. Lo stesso Montanelli denunciava l'autocensura dei giornalisti. Negli anni Sessanta scriveva sull'Europeo:

"La maggior parte dei giornalisti, quando compongono un articolo, lo fanno interrogando la censura. Quale? Quella che hanno in corpo da secoli e di cui ormai non riescono a fare a meno”.[4]

Montanelli tralasciava di dire che esistono anche giornalisti che non intendono autocensurarsi, che vengono estromessi dai canali ufficiali, oppure messi nelle condizioni di non nuocere. Ovviamente i ruoli migliori e di prestigio vengono dati a coloro che si autocensurano e che hanno l'abilità di non darlo a vedere.

Oggi le tecniche mediatiche per suscitare consensi politici, o per vendere prodotti sono diventate sempre più sottili ed efficaci, ci vedono ignari di subirle, e pochi sospettano della loro esistenza.

Ad esempio, una tecnica si basa su quello che è stato denominato effetto “Interazione Parasociale” (IPS), ovvero la creazione di personaggi che producono affezione e dunque agiscono da esche per catturare consenso o per vendere prodotti (commerciali o ideologici). L’effetto IPS è la tendenza psicologica a stabilire legami con personaggi dei media. E’ stato appurato che la presenza di un determinato personaggio può alzare gli indici di ascolto, così come il successo di un programma può dipendere dalla capacità del conduttore di stabilire un “legame” affettivo con il pubblico. L’effetto IPS agisce in modo da farci dimenticare che le persone che hanno ruoli mediatici non sono così empaticamente vicine come possono apparire.

Si tratta di persone che ovviamente i cittadini conoscono soltanto come immagini mediatiche, ma ispirano fiducia per ciò che dicono e per lo spazio mediatico che viene loro riservato, e di conseguenza giungono ad avere potere di influenzare una certa quantità di persone. Il loro guadagno e la loro importanza mediatica saranno proporzionali al grado di fiducia suscitato e al conseguente potere di condizionare le persone. I personaggi più efficaci, nei periodi in cui i cittadini nutriranno poca fiducia nelle istituzioni, saranno quelli che si mostreranno come paladini della gente comune, ma al contempo saranno guidati da chi detiene il potere, curandosi di nascondere accuratamente la loro vicinanza verso ambienti da essi criticati a parole.

L’effetto IPS farà in modo che le persone percepiscano il personaggio come positivo, e qualora si diventasse consapevoli dell’effetto, il potere condizionante sarebbe drasticamente ridotto. La caratteristica principale di questi “legami” affettivi è quella di non avere una vera conoscenza del personaggio, la cui personalità potrebbe essere completamente diversa rispetto all’immagine mediatica; e nemmeno potrà esistere una reciprocità, poiché i “fans” non avranno modo di avvicinare il personaggio per sviluppare un vero rapporto umano. La relazione rimarrà dunque sbilanciata e fittizia. Il fans potrebbe dire “Io so chi tu sei, conosco la tua immagine mediatica, ma tu non mi conosci, ed io rimango anonimo anche se nutro fiducia verso di te e baso la mia opinione sulle informazioni che tu mi dai”. Lo studioso Giuseppe Mininni parla di “fabbrica dei divi” e spiega:

“I media sono rivelatori e insieme costruttori dello star system. Non solo le posizioni di potere – economico, politico, simbolico – trovano visibilità nell’azione dei mass media, ma questi alimentano in modo possente la tendenza inerente a ogni istituzione sociale, cioè quella di operare per >… i divi dello spettacolo, dall’attore… cantante o conduttore sono ammirati perché i media li fanno apparire vincenti e quindi li presentano come modelli di personalità capaci di sottrarsi alle derive omologanti della società attuale”.[5]

Nella situazione mediatica attuale sembra che la professionalità, la serietà e la discrezione non contino più. Oggi abbiamo una situazione in cui sarà il “personaggio mediatico”, a diventare più importante di quello che dirà. Le sue notizie saranno considerate vere non in quanto verificate o verificabili ma in quanto date da lui. Paradossalmente, non sono i contenuti ad avere un ruolo primario ma è il personaggio a rendere “veri” i contenuti che esprime. Egli indirizza l’attenzione, pone priorità, decide chi è da considerare e chi no. Si erge a realtà potendo, in virtù della fiducia suscitata, decidere il significato da dare alla notizia.

Negli ultimi anni, a causa della disaffezione dei cittadini alla politica corrotta degli attuali personaggi, hanno guadagnato spazio persone che informano su ciò che i media non dicono, come il comico Beppe Grillo. Il fattore IPS in questo caso ha agito formando gruppi di fans assai “fidelizzati”, a tal punto da trovare nel personaggio un punto di riferimento saldo per comprendere la realtà e cercare di fare qualcosa per contrastarne gli aspetti negativi. In questi casi vi può essere, secondo Mininni, un vero e proprio culto della personalità: “Il fan non si rende conto di inserire l’oggetto della sua ammirazione in un vero e proprio culto della personalità perché la sua relazione di identificazione parasociale è ispirata a slanci idealistici. I fan… reinterpretano un certo materiale simbolico attraverso l’investimento totale delle proprie risorse – cognitive e affettive, di tempo e di denaro -, ritenendo naturalmente di trarne un vantaggio in termini di benessere o di soddisfazione personale”.[6]

In assenza della necessità di essere preparati e di dare una corretta informazione, viene creata una situazione in cui ogni giornalista vuole prevalere e diventare una “star” mediatica.

I giornalisti accreditati diventano interessati, oltre al guadagno, anche all'apparire i migliori, i più forti e dunque i "vincitori" delle beghe mediatiche che essi stessi innescano. Le beghe sono alimentate dalla creazione di un "centro-destra" e di un "centro-sinistra", che permettono sempre nuove occasioni di scontro, facendo in modo che i reali interessi degli italiani cadano nel dimenticatoio o siano oggetto di contesa che risulterà sterile ma darà nuovi materiali per nuove beghe. Questi giornalisti diventano agitatori faziosi, talvolta arroganti e aggressivi, come se per informare si dovesse lottare gli uni contro gli altri e non basarsi sulle conoscenze e sui fatti. Si applica la legge del più forte anche ai media, e chi ostenta vanagloria, egocentrismo, cinismo, disinteresse assoluto verso i criteri dell'informazione corretta, diventa personaggio mediatico, promosso e divulgato come un prodotto funzionale al sistema, e dunque "giusto". Al contrario, chi non ha mire egocentriche, e tiene fede ai vecchi valori dell'informazione, risulta non adattato alla nuova corrente e dunque destinato a raggiungere un pubblico esiguo, o a cambiare mestiere.

Al giornalista accreditato da un gruppo politico viene concesso potere. Ovviamente non è il potere del politico di approvare le leggi, ma è potere di orientare l’attenzione, di creare opinioni, di creare consenso.

Il giornalista di oggi non deve essere un intellettuale, deve sapere quanto basta. Deve essere un personaggio di spettacolo, un “animale da palcoscenico”, in modo tale da diventare “uomo mediatico”. Il suo valore è misurato non in quanto persona che può dare qualcosa perché ha preparazione ed esperienza, ma in quanto appare, diventa familiare, viene visto come “uno di noi” che ha a cuore il nostro interesse. Nel momento in cui il giornalista-personaggio fa la dichiarazione di voto, i suoi “fans” lo seguiranno. Egli dunque è prezioso nell’attrarre voti in una determinata formazione politica, che avrà interesse ad assoldarlo.

Travaglio è trattato da personaggio mediatico persino nella trasmissione Annozero, in cui ha un “palcoscenico” esteso, nel quale dietro di lui appare la sua foto ingrandita e davanti a lui c’è un grande tavolo sul quale appare ingrandita la sua firma. E’ evidente l’obiettivo di dare “lustro” al personaggio, esaltando la firma, che è simbolo di ciò che si produce in modo individuale, personale; che è proprio di quella persona e non di altre.

Nel contesto attuale persino la manipolazione dell'informazione può essere spacciata come "normale". Lo scrittore Bruno Ballardini osserva che addirittura nei settori specifici possono essere utilizzati termini come "disinformazione costruttiva" per indicare i metodi di manipolazione delle informazioni. Un manuale statunitense che tratta tali metodi prende il titolo: "Come manipolare i mass media: metodi di guerriglia per far passare le vostre informazioni alla TV, alla Radio, nei giornali",[7] facendo credere che l'informazione richieda, più che abilità giornalistiche, capacità aggressive e manipolatorie.

Come osserva lo studioso Luciano Canfora, c'è il pericolo di "una vasta, capillare ed efficace diseducazione di massa, resa possibile nelle società cosiddette avanzate o complesse dalla potenza, oggi illimitata, degli strumenti di comunicazione e manipolazione delle menti".[8]

In effetti, nel contesto in cui ci troviamo attualmente si potrebbe dire che l’informazione è “personalizzata”, come fosse un prodotto offerto come un oggetto, con un marchio e un “colore”.

C’è chi esprime l’informazione a “marchio” ultraliberista” esaltando la presunta “competitività” e la necessità di “ordine” e “gerarchia”; c’è chi esprime un altro tipo di prodotto informativo, di più largo “consumo” che vede la denuncia di alcuni personaggi corrotti, oppure fa emergere qualche magagna del sistema, ma rimanendo sempre innocuo, ovvero senza smuovere nulla, pur denunciando “caste” e mafiosi. Queste immagini parziali della realtà sono presentate come l’intera realtà, lasciando fuori quello che non è funzionale, che non è utile, o può essere dannoso, nel formare l’opinione pubblica che si vuole. Si lasciano fuori, ad esempio, i problemi dei lavoratori, la povertà di milioni di persone, il crescente degrado dei servizi pubblici, i problemi collegati al debito pubblico, il potere imperiale delle autorità egemoni, ecc.

Il giornalista-uomo-mediatico non è mai a servizio dei cittadini, anche se in alcuni casi può sembrarlo. Più appare tale e più viene pagato, dato che egli risulterà utile ad attrarre milioni di persone in una determinata orbita politica.

Da alcuni anni negli Usa e in Europa si parla di “left gatekeepers” ad intendere personaggi, scrittori, intellettuali e giornalisti anche di fama mondiale, che agirebbero per conto delle “sinistre” politiche, al fine di denunciare, in modo non pericoloso per il sistema, alcuni crimini delle corporations e di singoli personaggi, senza però andare a smascherare completamente il gruppo di potere. Si tratterebbe di persone che devono apparire degne di fiducia per assolvere il compito di canalizzare il malcontento o i sospetti dei cittadini in modo non nocivo all’assetto di potere. Questi gatekeepers possono essere riconosciuti dal fatto che non sollevano, ad esempio, il problema del potere della Federal Reserve o della Bce, e non condannano l’intero sistema. Di solito questi personaggi trattano i problemi come se si trattasse semplicemente di schierarsi (pro o contro, a destra o a sinistra), anziché capire a fondo la realtà.

I “left gatekeepers” sarebbero indispensabili poiché è proprio il cittadino più critico a dover essere tenuto sotto controllo da personaggi che appaiono come lui, ma che di fatto propongono una percezione della realtà che non minaccia affatto l’assetto di potere. In altre parole, il sistema ha oggi bisogno di creare gli stessi dissidenti o intellettuali critici, affinché i cittadini più attenti non si rivolgano ai veri dissidenti, tenuti ai margini della realtà mediatica. Questi gatekeepers fungono da esche, per tenere ancorate al sistema persone che altrimenti se ne allontanerebbero pericolosamente.

Alcuni left-gatekeepers potrebbero trattare argomenti scottanti in modo marginale, mistificato o addirittura dicendo menzogne, come ad esempio che gli eserciti occidentali fanno “missioni” di pace o che il sistema partitico basterebbe a proteggere la democrazia.

Diversi left-gatekeepers possono trattare argomenti che preoccupano i cittadini, ma lo faranno in modo parziale. E’ il caso di uno dei maggiori bersagli dei left-gatekeers italiani, il personaggio inquietante e controverso Silvio Berlusconi. Questo personaggio si è posto in modo ambiguo e truffaldino, facendo credere di essersi arricchito perché capace nell’imprenditoria, mentre in realtà dietro la sua storia molti sanno che ci sono aspetti poco chiari, che lo vedono legato ad ambienti mafiosi e massonici. La sua storia è stata raccontata da Marco Travaglio e da altri, che però non hanno messo in luce l’ambiente politico, mafioso e massonico che gli ha permesso di diventare così ricco e potente. Moltissime cose su Berlusconi ancora oggi non si sanno. Di sicuro egli non si limitava a pagare mazzette per vendere i suoi palazzi ad enti pubblici, si occupava anche di altri affari illeciti. Spiega il giornalista e scrittore Mario Guarino: “La Edilnord (società di Berlusconi) produceva anche “fondi neri” di miliardi destinati al gruppo Fininvest: riserve di denaro illecito ottenute medianti frodi fiscali nelle compravendite, e utilizzate proprio per pagare tangenti”.[9]

La “ragnatela berlusconiana” suggerisce un panorama ben più ampio di quello sviscerato da Travaglio. Oltre che i “colpevoli” occorre anche trovare i “mandanti”, e nel caso di Berlusconi, come in altri casi di crimini, i mandanti stanno molto in alto, sono coloro che hanno creato e controllano il sistema, curandosi di tenere sottomessi i popoli, anche attraverso la disinformazione.

Travaglio appare fra i giornalisti più preparati. Tuttavia, c’è qualcosa che non quadra. Egli, tanto preciso e preparato su alcuni argomenti, specialmente sulle malefatte di Berlusconi e di altri politici, diventa improvvisamente vago e impreciso, se non addirittura impreparato, quando gli vengono rivolte domande su alcuni argomenti. Ad esempio, sulla questione d’Israele o sul potere delle banche. Egli appare talvolta reticente, in osservanza col diktat del sistema.

La realtà di oggi è che tutti i giornalisti delle grandi testate nazionali, e quelli televisivi, per rimanere al loro posto o poter fare carriera non possono parlare di alcuni argomenti. Questa realtà non è presente soltanto nel nostro paese. Ad esempio, l’Associazione spagnola indipendente “La Prosperidad”, ha messo a punto un progetto educativo e sociale con lo scopo di accrescere la conoscenza dei metodi ingannevoli dei mass media. I risultati della ricerca sono stati pubblicati in un manualetto dal titolo Tecniche di disinformazione.[10] La ricerca ha messo in luce che l'informazione in molti paesi non è veramente tale, in quanto chi controlla i media è portatore di interessi di vario genere (politici, economici, sociali, ecc.):

“In una società che voglia essere considerata democratica è necessario che l’informazione sembri libera… il risultato è un sistema ampio e sottile di manipolazione… Ci sono banche che finanziano i mezzi di comunicazione, le imprese che ne sono proprietarie o che ne posseggono le azioni… sull’orientamento dell’informazione influisce l’ideologia dei giornalisti e dei redattori… la loro fedeltà all’impresa ed anche una certa tendenza all’autocensura… Il contesto di una notizia, quello passato e quello presente, è fondamentale per una comprensione ed un’analisi reale. Solo così è possibile valutare seriamente un avvenimento e formarsene un’opinione. Ma quando al lettore mancano gli elementi base di un fatto, è assai difficile che riesca a farsene un’opinione. Ragion per cui… al giornale risulta più facile imporre la sua. La decontestualizzazione può essere di due tipi:

Decontestualizzazione storica… (e) notizie-puzzle: cioè la dispersione e la frammentazione delle cause/effetto di un fatto che ne impediscono, o quanto meno ne complicano, la visione d’insieme e le possibili conseguenze… In tutti i paesi c’è una lista di “questioni riservate”, censurate e chiuse a tutta l’informazione… La conoscenza (di queste questioni) è proibita per decisione politica… L’informazione sui partiti politici, sulle loro beghe interne, sui loro problemi, è ampia e continua… (mentre) di alcuni argomenti non si parla mai… (ad esempio) delle banche, (delle) multinazionali… implicati nei commerci internazionali più torbidi e redditizi… (del) Fmi, la Bm, il Gatt, l’Omc… Chi controlla questi organismi? Chi ed in funzione di quali criteri decidono le politiche da attuare?... La scelta delle fonti risponde spesso ad una strategia di manipolazione…(spesso) la pubblicazione di (un) fatto era funzionale a determinati interessi... Le notizie considerate più importanti vengono pubblicate nelle prime pagine, quelle più lette... il livello di arbitrarietà è elevato. Per esempio è quantomeno arbitrario, e spesso interessato, che alle dichiarazioni dei politici, ai loro continui 'deliri', alle risse tra i partiti, alle strategie che mutano il giorno dopo, venga attribuita una rilevanza nazionale... Le foto vengono utilizzate per altre 'funzioni nascoste'... molti lettori non sanno che le foto possono essere rifatte, rimodellate come se si trattasse di una frase... (ad esempio) sui paesi arabi... le foto sono piene di violenza e di fanatismo, ritraggono sempre masse vocianti di gente o donne che indossano il burka. E' il modo classico per associare, attraverso una ripetizione continua, la cultura araba e la religione musulmana".[11]

Potrebbe essere considerato divertente mettere l’enfasi sulle gaffes di Berlusconi, spesso gravi e sintomo di poca sensibilità, ma se ciò avviene a discapito della giusta informazione risulta essere un metodo degno dei gatekeepers. Ad esempio, quando Berlusconi disse la frase infelice sul presidente Obama, che lo definiva “bello giovane e abbronzato”[12] , i giornalisti si scatenarono, mettendo in evidenza il razzismo del cavaliere. Certo non sbagliavano le loro considerazioni, ma omettevano argomenti senza dubbio assai più rilevanti, come ad esempio che in quell’incontro col presidente russo Medvedev, avvenuto nel novembre 2008, Berlusconi non pronunciò soltanto frasi vergognose e ridicole, ma anche frasi clamorose sulla situazione che si era creata precedentemente in Ossezia. Egli disse anche: “Ringrazio il presidente Medvedev per avere apprezzato la posizione italiana in merito al conflitto con l’Ossezia. Questa posizione era basata sulla conoscenza dei fatti. E io penso che questi fatti dovrebbero aiutare la comunità internazionale a comprendere che cosa sia accaduto in realtà e superare la disinformazione che spostò l’opinione pubblica lontana dalla realtà.”[13]

Travaglio, come del resto anche gli altri giornalisti, non parlò del fatto molto indicativo di una presidente del consiglio italiano, ovvero di una nazione della NATO che riconosce che la versione dei fatti sull’Ossezia propagandata dalle autorità statunitensi è falsa, e che la versione giusta è quella russa.

Paradossalmente, un uomo di destra, “creato” dalla mafia e dalla massoneria, sta dicendo una cosa che svergogna il potere Usa, mostrandone la propaganda.

Tutti i giornalisti invitarono a parlare soltanto della questione del presidente “bello e abbronzato”, mentre soltanto un personaggio controverso come Giulio Andreotti, consigliava discretamente a Berlusconi di stare attento a trattare certi argomenti. Il commento del senatore sparirà dopo una breve permanenza sulla versione on-line del Corriere della Sera.

Questo libro si pone l’obiettivo di portare alla luce alcune caratteristiche proprie dell’informazione mediatica attuale, attraverso un personaggio molto apprezzato anche in ambienti culturali, che negli ultimi tempi ha ricevuto diversi premi e riconoscimenti.

Prendendo a pretesto un giornalista molto popolare come Travaglio, che si spaccia per indipendente, faremo un viaggio verso i tabù dell’informazione, toccando argomenti come il signoraggio bancario, l’11 settembre, le scie chimiche, la questione di Israele, i “poteri forti” che creano la “casta”, la mafia e il sistema di corruzione dei partiti. Senza alcuna pretesa di essere esaurienti, faremo emergere le motivazioni che impediscono a tali argomenti di trovare spazio adeguato nei media ufficiali.

Nel primo capitolo parleremo della formazione di Travaglio, con riferimento ad un altro giornalista suo “maestro”, Indro Montanelli.

Nel secondo capitolo parleremo dei tabù di cui Travaglio non parla o di alcuni argomenti che egli cerca di mistificare per non essere allontanato dai mass media.

Nel terzo capitolo parleremo dei legami politici di Travaglio, delle sue tecniche per apparire al di sopra delle parti e delle varie beghe fra giornalisti.

L’obiettivo principale di questo libro, anche se tratta un preciso caso di gatekeeper, non è quello di criminalizzare nessuno, dato che Travaglio è soltanto uno dei tantissimi personaggi che operano a sostegno del sistema. Lo scopo è quello di capire i meccanismi del controllo mediatico in casi in cui il personaggio suscita molta fiducia, a tal punto da formare un gruppo alquanto numeroso di “fans”.

Capire i meccanismi di manipolazione mediatica è fondamentale dato che il controllo mediatico può creare consenso o dissenso. Potrebbe avere addirittura il potere di spingere ad agire contro i propri interessi.

Capire questi meccanismi significa oggi poter rivendicare quella democrazia tanto decantata quanto impedita.

di Antonella Randazzo
Fonte: http://antonellarandazzo.blogspot.com/
Tratto da: "IL TRAVAGLIATO TRAVAGLIO. LO STRANO CASO DI UN INFORMATORE DISINFORMATO" - INTRODUZIONE

NOTE
[2] Wolf Mauro, Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, Milano 1995, p. 152.
[3] Cit. Morresi Enrico, Etica della notizia, Edizioni Casagrande, Bellinzona 2003, p. 182.
[4] Cit. Murialdi Paolo, La stampa italiana dalla liberazione alla crisi di fine secolo, Laterza, Bari 2003, p. 154.
[5] Mininni Giuseppe, Psicologia e media, Laterza, Bari 2004, p. 27.
[6] Mininni Giuseppe, Psicologia e media, Laterza, Bari 2004, pp. 28-29.
[7] Alexander D., How You Can Manipulate the Media: Guerrilla Methods to Get Your Story Covered by TV, Radio and Newspapers, Paladin Press, Boulder, Colorado 1993, cit. Ballardini Bruno, Manuale di disinformazione. I media come arma impropria: metodi, tecniche, strumenti per la distruzione della realtà, Castelvecchi, Roma 1995.
[8] Canfora Luciano, Critica della retorica democratica, Laterza, Roma-Bari 2002, p. 68.
[9] Guarino Mario, Fratello P2 1816. L’epopea piduista di Silvio Berlusconi, Kaos Edizioni, Milano 2001, p. 96.
[10] Escuela Popular “La Prosperidad” di Madrid, Tecniche di disinformazione, Datamews, Roma 2004.
[11] Escuela Popular “La Prosperidad” di Madrid, Tecniche di disinformazione, op. cit., pp. 9-52.


ALCUNE DOMANDE A CUI IL LIBRO RISPONDE:

Perché Travaglio non può considerarsi così indipendente come dice di essere?
Perché Di Pietro e Grillo, a cui Travaglio si è aggregato, non sono degni di fiducia?
Come funziona veramente il nostro sistema politico?
Cosa sono i "poteri forti" che creano la "casta" e che Travaglio, nella sua "informazione", ignora?
Cos'è stato davvero l'11 settembre?
Che scopi ha il terrorismo occidentale?
Qual è la verità sulla questione palestinese?
Perché ai grandi banchieri è concesso un potere enorme?

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