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sabato 7 maggio 2011

SANZIONI EUROPEE ALLA SIRIA MA NON AL BAHRAIN

I 27 varano sanzioni contro Assad per la dura repressione delle proteste in Siria ma non contro il monarca bahranita Hamad al Khalifa che pure ha spento nel sangue il movimento del suo paese per le riforme e la democrazia. Al Khalifa è un buon alleato dell’Occidente.



Roma, 06 maggio 2011, Nena News – Potrebbero diventare operative già lunedì prossimo le prime misure restrittive dell’Unione europea (Ue) contro la Siria che verranno approvate oggi dai 27 paesi membri e dovrebbero colpire direttamente lo stesso Bashar Assad. A spingere affinchè il presidente siriano venga preso di mira subito – con divieto di concessione del visto e il congelamento dei beni personali all’estero – sono la Francia, la Gran Bretagna e la Germania. Altri paesi, preferirebbero «segnale forti» contro Damasco lasciando tuttavia una porta aperta alla diplomazia. L’Ue approverà l’embargo sulla fornitura di armi, congelerà il negoziato per l’accordo di associazione (in realtà già bloccato dall’ottobre 2009) e procederà alla revisione della cooperazione bilaterale, un fronte sul quale la Siria avrebbe potuto beneficiare, nel periodo 2011-2013, di circa 130 milioni di euro.

Le sanzioni arrivano mentre in Siria si è vissiua oggi una nuova giornata di proteste e tensioni con almeno sei manifestanti uccisi dalle Forze Armate a Homs e molte decine di feriti e di arresti “preventivi” in altre località. A Damasco è finito in manette anche il noto oppositore ed ex parlamentare Riad Seif (da poco era uscito di carcere). I suoi familiari hanno riferito che è stato portato via assieme ad altri dimostranti da agenti di polizia che lo hanno caricato a bordo di un veicolo nei pressi della moschea al Hassan, nel quartiere di Midan, dove era in corso una manifestazione

Non è prevista alcuna sanzione europea invece contro il monarca assoluto del Bahrain, Hamad al Khalifa, che pure ha represso nel sangue il movimento per le riforme e la democrazia di Piazza della Perla. Almeno quattro manifestanti sono stati condannati a morte, molti altri a pesanti pene detentive sulla base di accuse gonfiate e al termine di processi senza garanzie per gli imputati. Le ultime notizie da Manama riferiscono di una ulteriore stretta nei confronti della stampa. Da lunedì cesserà le pubblicazioni su ordine delle autorità al Wasat, l’unico quotidiano vicino all’opposizione.

Diverse donne del Bahrein peraltro denunciano di aver subito violenze sessuali dalle forze militari saudite entrate nel paese su richiesta di re Hamad. Fatima, una parente dell’attivista bahrainita Abdulhadi al-Khawaja (detenuto dall’inizio di aprile), ha detto all’emittente Press TV di essere stata stuprata nella sua abitazione da soldati sauditi. Press tv riferisce di altri casi di violenze sessuali. Nelle ultime ore è giunta anche denuncia di Navy Pillay, alto commissario dell’Onu per i diritti umani, che ha chiesto al regime bahranita di cessare la tortura dei detenuti politici.

Ma nel caso del Bahrain l’Europa e gli Stati Uniti fingono di non vedere e tacciono. Re Hamad è un ottimo alleato dell’Occidente, ospita la base della V Flotta Usa ed è ostile nei confronti dell’Iran che accusa di sostenere il movimento sciita in Bahrain e nel Golfo. «Meriti» che, a quanto pare, gli garantiscono una piena immunità.
 
Tratto da: http://www.vocidallastrada.com/2011/05/sanzioni-europee-alla-siria-ma-non-al.html

venerdì 6 maggio 2011

I FATTI DELL’ 11 SETTEMBRE 2001: POSSIBILI CAUSE ED AVVENIMENTI SUCCESSIVI - 1ª PARTE

Tempo fa ho letto questa tesi sull' 11 Settembre e mi ha molto impressionato per la semplicità con cui sono esposti i fatti. Fatti sotto gli occhi di tutti ma manipolati ad hoc per farci credere ciò che vogliono farci credere.
Per una questione pratica pubblicherò il documento suddiviso in varie parti, ma suggerisco vivamente la lettura integrale dello scritto disponibile al seguente link :


I FATTI DELL’ 11 SETTEMBRE 2001:
POSSIBILI CAUSE ED AVVENIMENTI SUCCESSIVI
1ª PARTE
di Franco Scarpa

PREMESSA


Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità.
Nessuno ci crede e tutti la prendono per pazzo!

Luigi Pirandello


11 settembre 2001. A day of terror, intitolava “The New York Times” il giorno dopo l’attacco al cuore degli Stati Uniti. Un avvenimento dei piu’ drammatici di tutta la storia contemporanea colpiva i luoghi simbolo del potere finanziario e militare occidentale. Le indagini portarono rapidamente a galla un complotto ordito dall’organizzazione terroristica araba “Al Qaeda” capeggiata dallo sceicco arabo Osama Bin Laden.

La risposta americana non si è fatta attendere: “ Da questa sera siamo una nazione risvegliata al pericolo, e chiamata a difendere la libertà” annunciava il presidente Bush di fronte al Congresso al termine di quella travagliata giornata. Così è stato: da quel giorno gli Stati Uniti sono intervenuti, talvolta anche contro il parere del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, per risolvere con le armi le controversie contro gli Stati accusati di nascondere terroristi o di agire con metodi antidemocratici.

Oggi è passato un tempo sufficiente per analizzare quei fatti senza l’enfasi e lo smarrimento che essi hanno provocato. Nel frattempo la versione ufficiale del Governo Statunitense ha prestato il fianco a dubbi e sospetti; una gran quantità d’informazioni è saltata fuori alla portata di tutti. Queste informazioni non si trovano a titoli cubitali sui grandi giornali, ma nelle pieghe della realtà oggi i dati ci sono, basta saperli trovare. E su Internet pieghe della realtà ce ne sono a sufficienza, ed è lì — e non sui mass media — che le informazioni vanno cercate.

Per meglio comprendere ciò che è accaduto, prima di addentrarci nei dati della vicenda credo sia utile impegnare qualche riga per cercare di capire il funzionamento e la struttura della mente umana. Come sostiene anche Gore Vidal nel suo saggio The enemy within,( www.analitica.com/bitblioteca/gore_vidal/enemy.asp ) più una bugia è grossa, più facilmente essa verrà creduta, se l'opzione di non crederci è sufficientemente dolorosa. La nostra psiche è strutturata in modo di credere ciò che ad essa convenga credere. Le verità dolorose vengono di norma negate dalla mente. Rispetto ad accogliere una verità troppo dolorosa, non è infrequente che una mente preferisca addirittura rifugiarsi nella follia.

Il popolo americano è rimasto profondamente traumatizzato dagli eventi dell'11 settembre 2001. Il solo fatto di prendere in considerazione una verità diversa, che veda magari il coinvolgimento di apparati interni allo Stato è impensabilmente doloroso per l'americano medio. Non importa quanto la verità circoli, sino a quando essa non verrà mostrata in televisione la maggioranza degli americani non la prenderà neanche in considerazione. La nostra mente si protegge di fronte a interpretazioni della realtà che essa non è pronta ad affrontare, conservando una visione familiare e rassicurante della cose. La mente giunge alle conclusioni alle quali ha convenienza a giungere.
(...)
Capitolo I: La potenza  Americana



1.1             La dimensione imperiale
Metà degli americani non hanno mai letto un giornale quotidiano.
Metà non hannomai votato per le elezioni presidenziali.
C’è da sperare che si tratti della stessa metà.
Gore Vidal


La Superpotenza Americana si è imposta al mondo dal 1945, al termine del secondo conflitto mondiale, durante il quale gli Stati Uniti affermarono la loro supremazia industriale e militare, ulteriormente incrementata dal fatto di non aver subito danni al proprio apparato tecnico-produttivo, contrariamente a quanto avvenuto a tutti i loro principali competitors. Conquiste fondamentali sono state il protettorato tedesco e quello giapponese, due punti d’appoggio essenziali al controllo del sistema economico mondiale.

Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti organizzarono la loro zona d’influenza imponendo un sistema globale impostato su regole commerciali e finanziarie liberiste, secondo una teoria imperante nelle grandi università americane, improntata sulla specializzazione produttiva dei singoli Stati e basata sul dogma dell’aggiustamento automatico da parte del mercato. Questa è stata una delle loro maggiori esportazioni culturali, insieme al cinema e alla musica.

Nei primi anni l’imperialismo statunitense si è contraddistinto in maniera positiva: il Piano Marshall, un atto di grande intelligenza economica e politica, ha fornito all’Europa i mezzi per la sua ricostruzione. Nel 1948 George Kennan, uno dei maggiori architetti della politica estera statunitense del dopoguerra, dichiarò, con una frase poi divenuta famosa, qual era l’obiettivo principale della politica americana dell’epoca: “Deteniamo circa il 50% della ricchezza mondiale ma siamo solo il 6,3 % della popolazione perciò non possiamo che essere oggetto d’invidia e risentimento. Il nostro vero compito nel tempo a venire è pianificare uno schema di relazioni che ci permetta di mantenere questo divario”. La politica estera americana nella seconda metà del Ventesimo secolo si è strettamente conformata ai dettami proposti da Kennan.

Negli anni Sessanta e Settanta gli americani furono indotti a credere che avrebbero mantenuto il loro standard di vita per sempre, mentre Kennan e la classe al potere sapevano che non sarebbe stato così sul lungo periodo. Avevano capito che il dominio militare sul mondo avrebbe solo potuto ritardare l’inevitabile resa dei conti.

Ma il dominio militare richiedeva l’impegno di ingenti capitali e il problema divenne quindi come affrontare queste spese e allo stesso tempo mantenere alti i consumi dei lavoratori americani. La sola soluzione era il consumo di massa a credito, finanziato dalla vendita di obbligazioni oltre oceano. Solo con il sostegno dei prestiti gli USA avrebbero potuto mantenere ciò che fu chiamato da allora in poi “lo standard di vita americano”, mentre la porzione di ricchezza reale che detenevano diminuiva costantemente. L’imperativo di nascondere la realtà economica ai cittadini americani e ritardare la resa dei conti spiega perché, a scanso d’ogni retorica, sono stati i Repubblicani i principali fautori del deficit americano nel secondo dopoguerra.


1.2               Verso la dipendenza economica.
Gli americani fanno sempre la cosa migliore…
dopo aver esaurito tutte le alternative.
Winston Churchill

La realtà americana è forse un’altra: lungi dall’essere invincibile, deve invece gestire l’inevitabile riduzione della sua potenza relativa in un mondo sempre più popolato e sviluppato. Quella che era una nazione indispensabile per il mondo, ha visto lentamente stravolgersi il suo ruolo economico, la cosiddetta Globalizzazione ha colpito la struttura interna della nazione dominante, indebolendone l’economia e deformandone la società. Il crollo del comunismo ha comportato un’accelerazione di questo processo, e il deficit commerciale americano è, soprattutto negli ultimi anni, aumentato in modo preoccupante: dai 180 miliardi di dollari del 1997 si è passati ai 450 miliardi del 2000.

L’America è lontana dal blocco Eurasiatico, il centro industriale e produttivo mondiale. Non è più un’iperpotenza e non può vivere della sua sola attività economica, basata essenzialmente sull’enorme capitalizzazione borsistica che attira ingenti capitali stranieri. Conscia della sua debolezza, l’America cerca però in tutti i modi di non farla trasparire all’esterno, basando il suo concetto di iperpotenza essenzialmente su un concetto di carattere militare, forse più teatrale e mediatico che effettivo. Questa è quindi la panoramica all’alba dell’ 11 settembre 2001: un’America sempre più debole e governata da un Presidente appoggiato (negli USA i dati dei finanziatori delle campagne elettorali sono resi pubblici) da potenti lobby di petrolieri e produttori di armi.

CAPITOLO II: 11 SETTEBRE 2001


2.1            I quattro aerei dirottati: la versione ufficiale.

L’11 settembre 2001 gli abitanti di New York e Washington in prima persona, e la popolazione mondiale in diretta televisiva, sono stati testimoni di violenti atti terroristici che hanno cambiato per sempre i destini del mondo. Fino a quella data la vita delle persone (quantomeno delle persone occidentali) trascorreva in un cauto e gioioso ottimismo, favorito anche da una crescita economica e tecnologica senza precedenti. Dopo questa data invece, il mondo non sarà più lo stesso, il sogno di prosperità e libertà di milioni di individui resterà per sempre turbato da quelli che sono subito apparsi come atti terroristici programmati da menti mussulmane criminali, votate al martirio e alla Jiad.

In quella mattinata 19 terroristi (di cui 15 arabi) prendono il possesso di ben 4 aerei di linea, armati con pericolosi taglierini da carta. Il primo, il volo Amercian Airlines 11, decollato alle 07:59 da Boston e diretto a Los Angeles, alle 08:16 inverte la rotta, alle 08:20 disattiva il transponder e, una volta direttosi verso New York, vi arriva alle 08:46 colpendo in pieno la torre WTC1. La popolazione è scossa, presa di sorpresa da questo inaspettato attacco al cuore finanziario mondiale.

Ma la tragedia non è finita, anzi, la parte peggiore è ancora di là da venire. Mentre un esercito di forze dell’ordine e soccorritori, seguiti da uno stuolo di giornalisti e cameraman si precipita al World Trade Center, il terrore volteggia ancora alto nei cieli. Ed ha le sembianze di un altro aereo dell’American Airlines, il volo 175, partito anch’esso da Boston in direzione Los Angeles, con una dinamica simile al primo velivolo, devia dalla sua rotta alle 08:42, disattiva il transponder alle 08:46 e oltrepassa Manhattan per poi tornare indietro ed impattare la torre WTC2 alle 09:02, giusto in tempo per essere ripreso in diretta dalle molte telecamere accorse sul luogo del primo impatto. L’impatto è meno preciso del primo, l’aereo colpisce la torre su un fianco, facendo fuoriuscire buona parte del carburante che esplode fuori da essa.

In seguito ai violenti incendi degli idrocarburi presenti nel serbatoio degli aerei e dagli arredi, la struttura portante delle torri cede, sciolta come burro nel forno. La torre 2, quella colpita per seconda, collassa alle 09:59, dopo aver bruciato per poco meno di un’ora. Una nube di polvere finissima e detriti invade Manhattan mentre l’altra torre, alle 10:28, ne segue l’identico destino, collassando in modo perfettamente verticale sbriciolandosi anch’essa come un grissino. Le prime stime dei morti sono allarmanti: si parla di quasi 30.000 morti, tra persone imprigionate nelle torri e i molti componenti delle squadre di soccorso che ne seguono le sorti in modo eroico. Stima destinata in seguito a scendere di parecchio, visto che alla fine i morti accertati saranno 2752. Questa dinamica dei fatti si evince dal rapporto della Commissione Nazionale sugli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti (nota anche come Commissione sull’11 settembre) edito il 22 luglio 2004. A tale spiegazione ne fa seguito un’altra, nel settembre 2005, edita dal NIST (National Institute of Standards and Technology) , al termine di un’indagine durata 3 anni e costata 20 milioni di dollari: gli aerei, nell’impatto, avrebbero asportato il rivestimento antincendio dell’acciaio esponendo quest’ultimo direttamente all’azione devastatrice del fuoco; le travature a ponte del WTC su cui facevano base i pavimenti, nel piegarsi per effetto del calore, avrebbero tirato all’interno i muri perimetrali provocando una “propagazione dell’instabilità” lungo le colonne perimetrali e stressando maggiormente le colonne centrali del nucleo (ogni torre era costituita da un nucleo centrale di 47 spesse colonne in acciaio) , già rese meno resistenti dagli incendi; l’energia dei piani posti sopra la zona dell’incendio innescò il “collasso globale”.

Tornando ai fatti della mattinata, i piani dei terroristi sono solo a metà. Difatti altri due aerei si trovano ancora nei cieli americani. Il volo AA 77, decollato da Washington alle 08:20 verso Los Angeles, alle 08:46 devia per la prima volta dalla sua rotta, alle 09:09 spegne il transponder e alle 09:37 riesce a schiantarsi su uno degli edifici più inaccessibili al mondo, il Pentagono, cuore nevralgico del sistema difensivo degli Stati Uniti. Dopo aver compiuto veloci evoluzioni, l’aereo si presenta rasoterra di fronte all’edificio volando per gli ultimi secondi a pochissimi metri dal suolo, impattando con una velocità stimata di circa 800 km/h. Una tale velocità ha consentito la polverizzazione pressoché totale del velivolo, di cui restano sul prato e dentro il Pentagono stesso pochissimi resti.

L’ultimo dei voli, il volo United Airlines 93, partito da New York alle 08:42, devia dalla sua rotta alle 09:36, disattiva il transponder alle 09:40 e sembra dirigere verso la Casa Bianca. Ma i dirottatori su questo volo devono fare i conti con il coraggio dei passeggeri, i quali impavidamente insorgono contro i malvagi arabi (circostanza confermata dalle telefonate che alcuni passeggeri riescono ad effettuare dai propri telefoni cellulari) che, perdendo il controllo del mezzo, fanno sì che questo si schianti in aperta campagna in Pennsylvania. Anche di quest’aereo non si è trovato alcun pezzo riconoscibile, soltanto minuti relitti della grandezza massima di una manciata di centimetri. 150 tonnellate d’aereo, 45 persone, 200 sedili e bagagli vari, 40 metri d’ali sono scomparsi, a causa del violento schianto, in una fossa di sei metri per tre e profonda pochi metri.

Una serie d’attentati di così vaste proporzioni che è riuscita a mettere in scacco la difesa militare più efficiente del mondo deve avere necessariamente avuto alle spalle una preparazione lunga e complessa. Ciò nonostante la polizia, gli enti federali e i servizi d’intelligence americani non sono stati in grado di sventare questi atti terroristici, subendo passivamente ogni azione scaturita da questi attacchi. Nonostante questa incredibile debacle, l’F.B.I riesce a rifarsi subito dopo e, la sera dell’11 settembre arriva una sentenza di straordinaria tempestività: ad organizzare l’evento è stato sicuramente lo sceicco arabo Osama Bin Laden. Nel giro di 48 ore le autorità presentano la lista completa dei 19 dirottatori, i cui veri nomi non compaiono nemmeno sulle liste di imbarco dei quattro aerei.

Logica risposta a questi efferati atti terroristici è stato l’attacco all’Afghanistan, reo di nascondere e proteggere uno dei più pericolosi criminali mai esistiti sulla faccia della terra. La cauta e minuziosa politica estera americana, una volta certa delle inconfutabili prove a carico di un altro tiranno, Saddam Hussein, ha poi provveduto nel 2003 ad attaccare anche l’Iraq, essendosi ormai la potenza Americana erettasi a paladina della democrazia e della giustizia.

Visti nell’ottica della versione ufficiale, le guerre succedute agli attacchi dell’11 settembre possono sembrare atti ragionevoli e giusti, ma andando ad indagare con un minimo di criticità e razionalità si potrebbero invece scoprire altre e più profonde verità.

2.2               Il movente: ragionevoli dubbi
In criminologia l’analisi del movente è un tassello fondamentale per giungere alla verità. Immaginiamo per un istante di metterci nei panni dei dirottatori: perché i terroristi si sono gettati contro le Torri Gemelle di primo mattino, quando esse erano pressoché vuote? Un paio d’ore dopo e le vittime sarebbero state decine di migliaia. Perché non le hanno colpite più in basso, aumentando a tal modo quantità di vittime e probabilità di crollo? In un evento del genere tutto viene meticolosamente ponderato e perfettamente analizzato da chi lo organizza, quindi nulla avviene a casaccio. Il timing — la scelta del momento - in questo genere di operazioni è un elemento essenziale. Perché allora gli aerei non sono stati dirottati contro le torri in un qualsiasi altro momento della giornata, facendo 10 volte più vittime? Perché non hanno destinato almeno uno degli aerei contro la centrale nucleare di Indian Point, a meno di 40 chilometri da New York?. Scegliendo la centrale nucleare tra l'altro i terroristi avrebbero minimizzato i rischi di venire intercettati dai caccia americani (come di norma sarebbe dovuto accadere ) nei sette minuti di volo che ancora ci volevano per raggiungere Manhattan e avrebbero potuto facilmente causare un disastro assai peggiore di quello di Cernobyl provocando milioni di morti (i reattori non sono stati costruiti per resistere all'impatto di un Boeing 767 pieno di carburante) e mettere davvero in ginocchio l'odiato nemico. Invece no, i terroristi crudeli non erano poi così cattivi, e chissà perché hanno agito in modo da provocare la minor quantità di morti possibile, con il massimo effetto spettacolare. Anche sul Pentagono avrebbero potuto fare danni assai più consistenti mirando a qualsiasi altro punto dell'edificio. Se ad organizzare l'attentato è stata veramente Al Qaeda, non ci sono forse gli estremi per ritirare loro la patente di terroristi, per manifesta incompetenza? Quale movente potevano avere i terroristi a causare la minor quantità di morti possibile con il loro attacco? E se la minor quantità di morti non era il loro obiettivo, perché essi non hanno agito diversamente, in modo assai più letale, dato che potevano farlo?

Ma il vero punto più debole è l'assurda passività dei servizi segreti americani, relegati al ruolo di spettatori inerti di quanto stava avvenendo, un ruolo che ad essi proprio non calza.

giovedì 5 maggio 2011

Ma quali complottisti?


Ho sempre detestato le etichette preconfezionate, i codici a barre che ti appiccicano addosso mentre sei voltato dall’altra parte, la presunzione di volerti a tutti i costi catalogare, classificare, enumerare, per introdurti a forza dentro ad una gabbia, dove dovresti sentirti obbligato a recitare la tua parte, come un animale dello zoo.

Fra tutti i maldestri tentativi di rinchiuderti in un luogo angusto dove tu non possa nuocere e ridurti allo stato di fenomeno da baraccone, senza dubbio quello più urticante è la qualifica di “complottista”, affibbiata a chiunque tenti di fare informazione (sul web o in altra sede) senza sottostare alle regole base imposte dai media mainstream.

Scrivere riguardo all’argomento che ti viene richiesto, farlo con il taglio che ti viene richiesto, non mettere mai in dubbio i dogmi su cui né fondata la società dell’informazione politicamente corretta, non scrivere mai qualcosa che possa mettere in cattiva luce il sionismo o gli Stati Uniti, fingerti un dotto analista e un letterato raffinato, anche quando fai fatica a mettere insieme una frase di senso compiuto e scrivi su giornalacci disposti a pubblicare immagini taroccate con fotoshop e notizie destituite di ogni fondamento, pur di alzare la tiratura e compiacere il padrone.....

Sei complottista quando ti permetti di mettere in luce le macroscopiche incongruenze del b-movie montato maldestramente per mistificare quanto accaduto l’11 settembre. Sei complottista se osi fare notare che quell’Osama Bin Ladin dato come assassinato un paio di giorni fa dai marines di Obama, non esisteva più da ormai dieci anni, se non come presenza olografica in messaggi video di dubbia provenienza e ancor più dubbia realisticità. E quando esisteva in carne ed ossa aveva ribadito pubblicamente a più riprese la propria estraneità rispetto agli attentati in oggetto.

Sei complottista se manifesti scetticismo nei confronti dell'europa dei burocrati e dei banchieri , se ti preoccupi per le conseguenze della globalizzazione, se hai l’ardire di mettere in evidenza lo strapotere delle banche e l’egemonia economica delle multinazionali, se provi ad indagare sulle nuove tecnologie , se cerchi di leggere le motivazioni di una guerra, andando appena un poco più in profondità rispetto alle frasette di circostanza esperite nei TG e nei salottini chic dei commentatori televisivi. Se incautamente ti senti in dovere di portare a conoscenza dei “meno” (perché quello è il tuo pubblico) verità scientifiche appurate contro ogni ragionevole dubbio, ma sottaciute dai media a causa della propria scomodità.

Se esterni perplessità sulla campagna di terrore per l’influenza suina, montata ad arte per vendere un vaccino dannoso che doveva rimpinguare le casse delle multinazionali farmaceutiche. Se dimostri dati alla mano che in merito all’alta velocità ferroviaria stanno raccontando una sequela di fesserie , se ti preoccupi per le sorti di un ecosistema in via di decomposizione, se non ti rivolgi al cemento conl'espressione adorante e lo sguardo trasognato e se ti permetti di puntualizzare che il mondo è un sistema finito , a differenza dell’imbecillità che sembra davvero non finire mai.

E diventeresti un complottista ancora più pericoloso, se per caso insistessi troppo sui massacri di Gaza, se solo carezzassi l’idea di approfondire argomenti tabù quali il signoraggio, Haarp, le scie chimiche o il nuovo ordine mondiale, se giungessi a partorire pensieri pericolosi come quello che fare informazione significa anche guardarsi intorno con spirito aperto e non restare chiuso nel proprio gusto di certezze autoreferenziali.

Servo o complottista, senza che mai venga presa neppure in considerazione quella terza via che consiste nel tentativo di fare informazione seriamente, senza altro padrone che la propria onestà intellettuale, con il rischio di sbagliare connaturato in ogni azione umana, ma anche la consapevolezza di avere offerto il tuo pensiero a chi nutre il piacere di leggerlo, anziché esperire una sequela di “marchette” ben pagate per il migliore offerente.

PUTIN SI PREPARA A SCARICARE ANCHE ASSAD?


Nonostante sia sempre occupato in "ben altri problemi", il presidente USA, Barack Obama, ha trovato il tempo di riconfermare ed inasprire le sanzioni economiche contro la Siria, spingendo inoltre l'Unione Europea ad accordarsi ed accodarsi a queste misure, che sono dei veri e propri atti di guerra. Il pretesto attuale per questa nuova ondata di sanzioni è la repressione delle rivolte interne alla Siria, ma in effetti la Siria è sotto sanzioni praticamente da sempre.

Il governo siriano aveva sperato che con l'elezione di Obama si aprisse una possibilità di ritiro delle sanzioni. Al contrario, Obama le ha riconfermate esattamente due anni fa, nel maggio 2009, motivandole con le consuete accuse, peraltro mai provate, di rapporti della Siria con organizzazioni terroristiche. Quindi, se la Siria è povera, non lo si deve soltanto alla malvagia dittatura degli Assad, ma anche ad un'aggressione coloniale degli Stati Uniti.(1)

Da anni la Siria sta cercando di ristabilire normali relazioni diplomatiche ed economiche con gli USA. A questo scopo nel 2007 il governo siriano aveva persino accettato di partecipare alla conferenza di Annapolis sul Medio Oriente, una kermesse diplomatica messa su dall'allora presidente Bush e da Condoleeza Rice al solo scopo di isolare l'Iran.(2)

Da oltre mezzo secolo la Siria costituisce un tiepido alleato della Unione Sovietica prima e della Russia poi, e lo strascico di questa lunga alleanza è costituito dalla presenza della marina militare russa nel porto siriano di Tartus. Tra il 2008 ed il 2009 si era parlato addirittura di un rafforzamento della presenza militare russa in Siria, ed anche del progetto di una serie di basi militari russe, che avrebbero dovuto interessare persino la Libia e lo Yemen.(3)

Di fatto nessuno di questi progetti di espansione della collaborazione militare russo-araba sembra avere avuto un particolare seguito. A poco meno di tre anni dal viaggio a Mosca di Gheddafi per discutere della possibilità della costruzione di una base navale russa a Bengasi, Putin ha infatti mollato senza scrupoli lo stesso Gheddafi, bollandolo come un "cadavere politico". In questi giorni lo stesso Putin si è fatto venire qualche ripensamento sulla legittimità del tentativo della NATO di assassinare Gheddafi e la sua famiglia, ma si è rimasti alle dichiarazioni di circostanza, senza alcuna richiesta di convocazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

In realtà il fatto nuovo che ha messo in crisi questo tiepido, ma storico, asse Russia-Siria, sembra essere l'accordo di cooperazione militare russo-israeliano del settembre 2010. La notizia dell'accordo militare russo-israeliano è stato lanciata con enfasi dall'agenzia russa Novosti, e confermata da fonti occidentali.(4)

Di questo inatteso accordo russo-israeliano si è parlato pochissimo, tanto più che esso costituiva, secondo il ministro della difesa israeliano Barak, la premessa per convincere Putin a rinunciare alla prevista vendita alla Siria di sistemi missilistici di ultima generazione. Ora appare davvero difficile evitare di contestualizzare l'attuale offensiva della NATO in Libia, e l'intensificarsi delle minacce verso la Siria, nella situazione determinata da questo ulteriore cedimento della strategia russa.

La propaganda ufficiale di questi giorni sta infatti già manipolando l'opinione pubblica per orientarla ad invocare un intervento NATO anche contro la Siria. I media lamentano, come già fecero per la Libia, la presunta "assenza" dell'Occidente di fronte alla repressione in Siria, e si sa che quando la propaganda comincia a dire che "l'Occidente è assente", allora vuol dire che la pioggia di bombe è in arrivo. Dato che pare che in Siria vi sia poco petrolio, i bombardamenti NATO potranno risultare ancora più altruistici e meritori davanti agli occhi della pubblica opinione.

Un ulteriore aspetto della propaganda riguarda quell'opinionismo di sinistra che sottolinea l'indifendibilità della dittatura di Assad, in base a quel consueto trucco retorico - ripreso di recente anche da Rossana Rossanda contro Gheddafi - secondo cui non basta essere nemico degli Stati Uniti per essere amico nostro. Con questi slogan confusionali, tutte le questioni si riducono alla alternativa tra filo-americanismo ed anti-americanismo, e magari tra dittatori e democrazia, consentendo così di cancellare l'evidenza delle aggressioni coloniali.

In realtà, come si è visto, né Gheddafi, né Assad, volevano essere nemici degli Stati Uniti; ma sono gli Stati Uniti ad aggredirli, ed hanno accentuato questa aggressione non appena la Russia ha lasciato aperto il varco. I teorici del "declino americano" fondano le loro valutazioni su un'idea astratta di imperialismo, basata su esperienze imperiali storiche che nulla hanno a che fare con il colonialismo commerciale statunitense. All'imperialismo commerciale non serve riuscire a conquistare definitivamente un territorio o detenerne l'assoluto controllo; non serve neppure conseguire vittorie militari. Al colonialismo commerciale è sufficiente destabilizzare, impedire cioè che certi Paesi giungano ad una loro autonomia economica.

Anche se il piano della NATO di una Cirenaica trasformata in un novello Kosovo dovesse fallire, una Libia ridotta in macerie sarà comunque costretta a rinunciare per decenni ai suoi piani di espansione economica, mentre anche l'ENI ne risulterà inevitabilmente ridimensionato. Come ha spiegato Noam Chomsky, il fatto che gli Stati Uniti non abbiano conseguito con la guerra in Vietnam tutti gli obiettivi che si prefiggevano, non vuol dire affatto che abbiano "perso" quella guerra, dato che le distruzioni belliche hanno ritardato di almeno mezzo secolo l'indipendenza economica dell'Indocina nei confronti del ricatto delle multinazionali.

Nel 1998 il presidente USA Clinton, con il solito pretesto di una rappresaglia per attentati terroristici, distrusse con un bombardamento missilistico una fabbrica farmaceutica in Sudan, annullando anche per il futuro la possibilità di una indipendenza del Sudan in campo sanitario.(5)

Non a caso, anche l'effetto pratico immediato della squallida messinscena della uccisione di Bin Laden, è stato quello di mettere sotto accusa il Pakistan, di tenerlo sotto costante minaccia di aggressione; ed un Pakistan destabilizzato risulta dipendente a livello economico e commerciale.

Ora a trovarsi sotto tiro, ed a rischio di frantumazione etnica, è la Siria, la quale, come Cuba, non dispone di grandi risorse petrolifere da saccheggiare, ma ha comunque risorse idriche, e soprattutto una posizione geografica che la rende un crocevia commerciale essenziale per il Medio Oriente. Dopo l'accordo militare russo-israeliano dello scorso settembre, basterà quel che rimane della base militare russa di Tartus a salvare la Siria dai bombardamenti della NATO?


Note:
(1) http://translate.google.it/translate?hl=it&langpair=en%7Cit&u=http://english.aljazeera.net/news/americas/2009/05/20095815106605431.html
(4) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://en.rian.ru/mlitary_news/20100906/160482544.html&ei=Udu_TcKKNMHFswb88cjCBQ&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=6&sqi=2&ved=0CFcQ7gEwBQ&prev=/search%3Fq%3Drussia%2B%2Bisrael%2Bagreement%26hl%3Dit%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26prmd%3Divns

A.A.A. Nocchiero/nocchieri cercasi …



E’ purtroppo ricorrente, su questo quotidiano, la triste constatazione del perdurare dello stato di sovranità limitata al quale l’Italia è stata condannata dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale.

In questi sessantasei anni di cattività atlantica si sono contati soltanto tre tentativi di recupero, almeno parziale, della dignità nazionale. Spezzati però tutti e tre di netto assieme ai loro artefici.

Ci riferiamo a Enrico Mattei e al consolidamento di una indipendenza energetica italiana dalle multinazionali del petrolio, a Aldo Moro e alla sua politica di amicizia e cooperazione economica con il mondo arabo e a Bettino Craxi con la sua politica mediterranea di sostegno ai palestinesi e di confronto-scontro con gli Usa.

Sappiamo tutti quale sia stata la loro fine.

E conosciamo bene in quale vicolo cieco - voluto dai “Regolatori”- oggi si trovi un’Italia priva di proprie fonti di energia e di conseguenza artigliata nel campo minato del debito pubblico e dell’usura della grande finanza e in quel “nuovo ordine internazionale” che ha imposto la svendita del nostro patrimonio pubblico, delle nostre industrie strategiche, a colpi di privatizzazioni e di “mercato unico globale”.

Lo abbiamo anche scritto: a volte, nei momenti più cupi di riflessione, ci sembra di agitare a vuoto moniti e inviti ad un minimo di decoro nazionale e sociale... perché ci sentiamo costretti nel ruolo inutile di un don Chisciotte della Mancia.

Naturalmente è a noi ben noto che possediamo soltanto delle armi spuntate, infinitesimali: la macchina da guerra che ci sovrasta è possente. Ma ci culliamo lo stesso nell’idea di servire comunque al futuro della nostra povera patria.

L’unica certezza che ancora ci sorregge è l’evidenza storica. Ogni parentesi del cammino umano - anche la più lunga - è destinata comunque a chiudersi.

Di là dal nostro ristretto guscio, ogni tanto, scorgiamo altre ombre che si dichiarano decise a mutare lo stato di prigionia del nostro popolo.

Gente che si presenta, di primo acchito, come incarnazione di potenziali Cola di Rienzo. Un uomo che, nel periodo più buio del fondamentalismo cristiano, riuscì comunque a lasciare in eredità una lieve impronta di libertà ai posteri.

Già. Cola di Rienzo.

Quel popolano che, ottenuto il potere, lottò contro i feudatari e l’insicurezza sociale, ripristinò il buongoverno e il culto della memoria di Roma e iniziò una politica estera, tra Avignone, Venezia, i Comuni e la corte imperiale. Abbagliato dagli elogi e tradito dai potenti fu però artefice del suo stesso declino: si proclamò cavaliere, usò le leggi a sua discrezione, si abbandonò al lusso, impose nuove gabelle, si alienò gli amici. E fu trascinato alla morte dal suo stesso popolo. Una fine tragica che non auguriamo certo, noi, a nessuno.

Ecco.
Di nuovi Cola di Rienzo, oggi, l’Italia non sa che farsene.

Occorre invece qualcuno dalla postura dritta, dal carattere forte e dalla mente gelida.
Che non navighi come una barca senza nocchiero, una volta a dritta e l’altra a manca. Che sappia affrontare la tempesta con una rotta precisa, quella del bene comune, anche a costo di perdere un po’ dell’equipaggio arruolato a suon di oro, di lusinghe, di promesse.

Dov’è, esiste, quest’uomo? Dov’è quella terra d’Italia nella quale può nascere chi sappia raddrizzare il nostro futuro?
Verrà, verrà.

Fiduciosi attendiamo che si volti pagina.

di: Ugo Gaudenzi

Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7960://

mercoledì 4 maggio 2011

Gendarmerie UE, anzi USA

Praticamente non ne ha parlato nessuno. Praticamente la ratifica di Camera e Senato è avvenuta all’unanimità. Praticamente stiamo per finire nelle mani di una superpolizia dai poteri pressoché illimitati. Che sulla carta è europea, ma che nei fatti è sotto la supervisione statunitense. Tanto è vero che la sede centrale si trova a Vicenza, la stessa città dove c’è il famigerato Camp Ederle delle truppe USA.

Alzi la mano chi sa cos’è il trattato di Velsen. Domanda retorica: nessuno. Eppure in questa piccola città olandese è stato posto in calce un tassello decisivo nel mosaico del nuovo ordine europeo e mondiale. Una tappa del processo di smantellamento della sovranità nazionale, portato avanti di nascosto, nel silenzio tipico dei ladri e delle canaglie.

Il Trattato Eurogendfor venne firmato a Velsen il 18 ottobre 2007 da Francia, Spagna, Paesi Bassi, Portogallo e Italia. L’acronimo sta per Forza di Gendarmeria Europea (EGF): in sostanza è la futura polizia militare d’Europa. E non solo..... Per capire esattamente che cos’è, leggiamone qualche passo. I compiti: «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici» (art. 4). Il raggio d’azione: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche» (art. 5). La sede e la cabina di comando: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile con sede a Vicenza (Italia). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero - l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR» (art. 3).

Ricapitolando: la Gendarmeria europea assume tutte le funzioni delle normali forze dell’ordine (carabinieri e polizia), indagini e arresti compresi; la Nato, cioè gli Stati Uniti, avranno voce in capitolo nella sua gestione operativa; il nuovo corpo risponde esclusivamente a un comitato interministeriale, composto dai ministri degli Esteri e della Difesa dei paesi firmatari. In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non si limitano a missioni militari, sottoposti alla supervisione di un’organizzazione sovranazionale in mano a una potenza extraeuropea cioè gli Usa, e che, come se non bastasse, è svincolata dal controllo del governo e del parlamento nazionali.

Ma non è finita. L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art. 21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art. 23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art. 28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art. 29). Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto.

Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia. La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Come ha fatto notare il giornalista che ha scovato la notizia, il freelance Gianni Lannes (uno con due coglioni così, che per le sue inchieste ora gira con la scorta), non soltanto è una vergogna constatare che i nostri parlamentari sanciscano una palese espropriazione di sovranità senza aver neppure letto i 47 articoli che la attestano, ma anche che sia passata inosservata un’anomalia clamorosa. Il quartiere generale europeo è insediato a Vicenza nella caserma dei carabinieri “Chinotto” fin dal 2006. La ratifica è dell’anno scorso. E a Vicenza da decenni ha sede Camp Ederle, a cui nel 2013 si affiancherà la seconda base statunitense al Dal Molin che è una sede dell’Africom, il comando americano per il quadrante mediterraneo-africano.

La deduzione è quasi ovvia: aver scelto proprio Vicenza sta a significare che la Gestapo europea dipende, e alla luce del sole, dal Pentagono. Ogni 25 Aprile i patetici onanisti della memoria si scannano sul fascismo e sull’antifascismo, mentre oggi serve un’altra Liberazione: da questa Europa e dal suo padrone, gli Stati Uniti. 


di Alessio Mannino

Tratto da: http://ariachetira.blogspot.com/2011/04/gendarmerie-ue-anzi-usa.html#more

Morto un Osama, se ne fa un altro


Sono un po' disconnessa in questi giorni, causa trasloco, non ho la TV e Internet soltanto per qualche ora al giorno. Così, mi sono limitata a riflettere su quello che ho letto riguardo alla morte del mitico Osama Bin Laden. A me pare una buffonata. L'impiccagione di Saddam ci è stata mostrata urbi et orbi con tanto di video raccapricciante, e qui non esiste uno straccio di fotografia, se escludiamo quelle taroccate che circolano da anni. La sepoltura in mare?

Il mare è a oltre 1000 chilometri da dove si trovava lo sceicco, e poi prassi vuole che quando si uccide un ricercato si compiano indagini, ricerche, rilievi sul corpo, e non che ci si affretti a caricarlo su un aereo e a lanciarlo in mare come un desaparecido qualsiasi. Infine, si tratta di un miliardario membro di una delle famiglie più influenti del mondo intero, che non ha bisogno di nascondersi in una catapecchia pakistana. Gli bastano una bella villa blindata a Ginevra e le sue guardie del corpo per non essere disturbato.

Ma non ho modo di provare alcunché, quindi basta così con le illazioni sul percome e perquando.

Non riesco però a non provare una sottile vena di rimpianto leggendo i titoloni su Internet, e pensando invece a Fukushima che continua a spargere veleno, alle bombe che cadono sulla Libia, ai palestinesi che cercano almeno di far pace tra loro, al barile che tocca i 115$, alla crisi alimentare, ai tornado e ai terremoti che imperversano su mezzo pianeta. Tutto questo è svanito nel nulla, per fare posto alla morte di un fantasma.

Quando sarà finito l'effetto Osama, bisognerà trovarne subito un altro. Un altro spettro che nasconda le magagne del mondo con i suoi effetti speciali, e che ci lasci a fare ohh e ahh guardando il solito dito invece dell'ormai dimenticata Luna.

di Debora Billi
Tratto da: http://www.megachipdue.info/tematiche/democrazia-nella-comunicazione/6081-morto-un-osama-se-ne-fa-un-altro.html

martedì 3 maggio 2011

La morte di Osama bin Laden

E’ morto un uomo che non è mai esistito.

Intendiamoci, un signore di nome Osama bin Laden su questa terra è esistito, per un certo periodo di tempo, ma la sua vita reale non ha avuto nulla a che fare con quello che crede la gente. Il vero Osama bin Laden, di professione sceicco, si è dedicato negli anni ’80 all’organizzazione della militanza islamica contro l’invasione russa in Afghanistan. Per fare questo ha avuto l’appoggio, concreto e programmato, della CIA, che gli ha fornito non soltanto “armi e munizioni”, ma anche gli stessi uomini importati dai paesi arabi – i cosiddetti Mujaheddin – per combattere al suo fianco.

Da questa figura tridimensionale, già di per se sfuggevole ed ambigua, è nato il personaggio a due dimensioni ad uso strettamente mediatico, che tutti conoscono come Osama bin Laden. Naturalmente, per poter gestire con disinvoltura il personaggio a due dimensioni, è stato necessario uccidere quello reale. Risale alla primavera del 2002 un articolo, in lingua pakistana, che riportava la notizia della morte dello sceicco saudita. Anche Benazir Bhutto ne diede - in modo apparentemente involontario - la conferma. Ma questa notizia fu naturalmente ignorata dai media mainstream, che potevano così iniziare ad allevare il loro prezioso pargolo bi-dimensionale, che gli avrebbe fruttato centinaia di titoloni a nove colonne nel corso di quasi un decennio.



Sulla inconsistenza – ridicolaggine, anzi – di questo personaggio fittizio non ci dilungheremo di certo. Abbiamo già abbondantemente smentito la sua reale esistenza più volte, e lo abbiamo fatto in modo a nostro parere del tutto esaustivo.

Nè peraltro dobbiamo sforzarci più di tanto per dimostrare che anche questa notizia della sua uccisione non sia che un’ennesima, patetica messinscena: non solo la foto “ufficiale” del cadavere - messa in circolazione, a quanto pare, dalle autorità pakistane – è un falso plateale, ma anche se esistesse una foto genuina del cadavere di bin Laden nulla potrebbe garantire che sia stata scattata ieri, e non otto anni fa.


Di fatto erano nove anni che non vedevamo più una immagine credibile di bin Laden da vivo, e questo dovrebbe bastare a risolvere la questione sulla vera data della sua morte.

Ci resta ora da valutare perchè sia stato scelto proprio questo momento per dare questa (falsa) notizia-bomba alle agenzie di tutto il mondo.

Per prima cosa, salta all’occhio un dettaglio molto interessante: tutti sanno infatti che sia buona regola dare le “brutte notizie” (scandali presidenziali, crolli in borsa, ecc.) il venerdì sera, in modo da approfittare del week-end – notoriamente “morto”, da un punto di vista mediatico – per attenuarne in qualche modo gli effetti negativi. Appare invece curioso che la notizia della morte di bin Laden sia comparsa sulle testate di tutti i giornali del mondo proprio il lunedì mattina, quasi si volesse ottenere l’effetto contrario: usare tutta la settimana per avere il massimo rimbombo su questa notizia, andando a coprirne eventualmente di altre meno accattivanti.

Si chiama “Wag the Dog” – dal titolo del famoso film – ed è un trucco che è stato usato spesso di recente dai presidenti americani (il più famoso di tutti è il caso di Clinton, che decise di far bombardare un impianto chimico in Sudan - creando una grande eco mediatica – proprio nel momento in cui stava per esplodere lo scandalo Lewinsky).

Ebbene, forse non tutti sanno che la scorsa settimana il presidente Obama ha rilasciato il suo “vero“ certificato di nascita. Lo ha fatto nel tentativo di placare una volta per tutte le polemiche sul suo reale luogo di nascita, che molti sostengono non essere stato quello delle Hawaii. Peccato per lui che il “vero“ certificato di nascita sia risultato essere un falso clamoroso. Ci hanno messo dai 14 ai 18 minuti, gli esperti di Photoshop, per cogliere in quel documento una serie di manipolazioni talmente evidenti da non lasciare nessuna speranza a chi voglia sostenere che sia autentico.

Finora i media americani avevano finto di ignorare quello che in Intenet già tutti sanno, e cioè appunto che il certificato sia falso, ma sembra evidente che prima o poi qualcuno della destra avrebbe raccolto queste informazioni, e la Fox non avrebbe certo risparmiato il presidente da una figuraccia planetaria.

Figuraccia che gli costerebbe di certo la rielezione.

A questo si aggiunga il fatto che proprio la settimana scorsa il Pakistan ha apertamente invitato il governo dell’Afghanistan ad abbandonare la sua alleanza con gli Stati Uniti e ad appoggiarsi invece, come già stanno facendo loro, al nascente impero cinese.

Quale occasione migliore, si potrebbe pensare, perché la Casa Bianca tirasse fuori questo splendido asso nella manica? Ora che Osama non c’è più, infatti, cadranno molte delle motivazioni che trattengono i soldati americani in Afghanistan (non era per questo che ci eravamo andati, dopotutto?), e questo potrebbe evitare che il governo afghano arrivi all’esasperazione e scelga davvero di passare dalla parte dei cinesi.

Resta infine una considerazione da fare: il popolo americano in prima fila, ed in qualche modo anche buona parte del resto del mondo, sono stati presi in giro per ben tre volte con la stessa invenzione: sono stati presi in giro quando gli è stato detto che fosse Osama il responsabile degli attacchi dell’11 settembre. Sono stati presi in giro quando gli è stato detto che eravamo in Afghanistan per cercare di catturarlo, e sono stati presi in giro ora che gli hanno detto che è stato ucciso soltanto ieri.

D’altronde, come dicono i saggi, “vulgus vult decipi”. Ergo decipiatur.


di Massimo Mazzucco
Tratto da: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3739

Benazir Bhutto rivelò che Osama Bin Laden era stato assassinato

Il 2 novembre 2007 Benazir Bhutto, appena scampata ad un attentato, parla, intervistata da Al Jazeera in lingua inglese.

Dice, testualmente, che fra i suoi nemici vi è Omar Sheikh «l'uomo che ha assassinato Osama Bin Laden».


L'intervistatore, David Frost, è un giornalista esperto. Ma assorbe la notizia come se non l'avesse sentita. Non si stupisce!

Non chiede nemmeno «quando?».

Omar Sheikh, 34 anni, che lavorava per l' ISI (servizi segreti Pakistano) e negli anni ‘90, per il servizio segreto di Sua Maestà britannica, il famoso Mi 6.

Omar Sheikh, alias Mustafa Muhammad Ahmad, coinvolto nell’inchiesta sul barbaro omicidio del giornalista Daniel Pearl, è lo stesso uomo che nel 2001, qualche giorno prima dell’11 settembre, consegnò a Mohammed Atta, il capo dei dirottatori, una valigetta con 100 mila dollari e che, sempre secondo l’inchiesta ufficiale del Congresso, si trovava proprio a Washington durante l’attacco al Pentagono.

Non un solo giornale ha ripreso la notizia.

Solo il TG1 l'ha fatta vedere. Nemmeno Al Jazeera!

Non un solo governo commenta. Nemmeno la CIA, nemmeno l’FBI.

Neppure per smentire.

Benazir è stata ammazzata, al secondo tentativo, il 27 dicembre 2008.

Non ci potrà più dire nulla delle sue fonti d'informazione. Nessuno di coloro che l'hanno pianta, o commemorata, ha ricordato la sua rivelazione del 2 novembre.

Nemmeno l'illustre Economist, che ha dedicato al Pakistan la copertina di un suo numero, con il titolo «Il paese più pericoloso del mondo», ha fatto caso alle parole di Benazir.

Tutti molto distratti.

Una domanda: quest'uomo ha ucciso Osama Bin Laden?

Allora ha incassato 25 milioni di dollari,

dead or alive, vivo o morto?

Una precisazione:
Nel primo, fallito attentato suicida contro il suo corteo di auto a Karachi, in occasione del ritorno in patria ad ottobre, un uomo tentò di darle il bambino da prendere in braccio, ma non ci riuscì. Così lo passò alla polizia. Il piccolo fu portato in un furgone, che esplose pochi istanti dopo!

Tratto da: http://tuttouno.blogspot.com/2008/09/benazir-bhouto-rivel-che-osama-bin.html

Wojtyla ed il potere della Chiesa


Una scenografia da fare invidia ai migliori professionisti di Hollyvood alla lunghissima, estenuante cerimonia di beatificazione di Papa Wojtyla. Una folla enorme, il gregge di Dio, ha resistito per ore ed ore stretta in piedi in piazza San Pietro e nelle vie e piazze circostanti quasi nessuno era in grado di vedere o sentire qualcosa a parte i suoi vicini. Una folla convenuta da tutti i continenti per partecipare all'evento e raccontare poi si esserci stata. Qualcosa di simile quanto si vede in Arabia Saudita per il pellegrinaggio alla Mecca senza i giri concentrici attorno alla pietra nera reliquia del Profeta. Le religioni hanno bisogno di reliquie e di luoghi sacri. La reliquia scelta per Papa Woitila sarà una ampolla del suo sangue conservato miracolosamente per tanti anni ora chiusa in un prezioso oggetto simile a quello che racchiude il sangue di San Gennaro. Tra i convenuti anche sedici Capi di Stato e tanti tanti politici italiani desiderosi di farsi vedere e notare.

Il Papa sfoggiava paramenti e vesti sicuramente assai più lussuosi di quelli lussuosi che normalmente indossa. Una manifestazione di potenza della Religione-Stato voluta il giorno del 1 Maggio in cui i lavoratori di tutto il mondo ricordano i loro martiri e fanno bilanci delle loro lotte. Debbo dire che ho sempre provato un senso di grande fastidio tutte le domeniche nel vedere la folla di Piazza san Pietro anche se abbiamo notizie certe di un calo della religiosità in tutto l'Occidente. Ancora di più ne ho provato per questa manifestazione nella quale più di un milione di persone, di cui bisogna rispettare il sentimento di fede, convengono a Roma fornendo un pubblico enorme ad un Papa e alla sua corte schierata in ordine di importanza, distinta financo per colori, che svolge un rito quasi esoterico di concelebrazione di se stessi e del proprio potere. Napolitano e Berlusconi erano tra la folla dei fedeli seppur nella zoma riservata ai potenti e francamente non ho provato piacere a vederli li, nella veste di fedeli, in posizione certamente di soggezione difronte al Papa Monarca che li dominava dall'alto della sua pretesa di rappresentare Dio in terra. E' stata quella di ieri una delle più alte manifestazioni di potere della Chiesa Cattolica che ha voluto aumentare la sua presa e la sua importanza nel gioco dei potenti del mondo. La figura stessa del Papa scelta per la beatificazione è un messaggio di ciò che la Chiesa è diventata e vuole sempre di più diventare: una entità non di fede religiosa ma di potenza della fede religiosa. Una operazione di marketing per lanciare con forme nuove e sempre più esigenti il vecchio prodotto del potere temporale della Chiesa che nel corso di molti secoli di storia ha fatto e disfatto Stati e Governanti come oggi gli USA fanno e disfanno bombardando o invadendo le nazioni. Basti ricordare la lunghissima notte europea della lotta tra Papato ed Impero, delle lotte alle dissidenze interne come quella dei Catari, della guerra contro i protestanti. Papa Wotila è stato scelto perchè il più "temporale" dei papi moderni, colui che ha partecipato all'assalto ed alla conquista dell'URSS e del comunismo europeo, che ha sostenuto le dittature di destra dell'america latina, che ha represso i movimenti progressisti cattolici, come quello della teologia della Liberazione e dei preti operai, tacciandoli di marxismo, che ha dato un assetto di centro-destra al corpo del Vaticano non consentendo alcuno spazio se non alle correnti integriste dei cattolici come Comunione e Liberazione e sopratutto l'Opus Dei, la struttura più misteriosa rivolta all'alta borghesia mondiale ed ai suoi interessi terreni nella finanza e nel controllo degli Stati.

Mentre il Governo appare sempre più debole e confuso cresce l'influenza clericale sulla Italia ad opera di cardinali come Bagnasco Bertone Ruini ed altri abili e grossi personaggi assai scaltri. L'influenza della Chiesa sulla politica italiana è diventata tale che i laici che hanno sempre sollecitato leggi per realizzare libertà essenziali sono diventati timorosi di proporle dal momento che oramai il Parlamento ne promuove del tutto opposte alle loro speranze giungendo financo ad imporre gravissime limitazioni ai diritti della persona come la legge sul diritto di disporre della propria vita. Siamo al punto che si afferma essere la vita umana non nella nostra disponibilità ma soltanto di Dio e cioè della Chiesa che ne può disporre a piacere.

Credo che con la esibizione di potenza di ieri crescerà in Italia molto l'influenza della Chiesa anche se non cresce e non si diffonde la fede e c'è addirittura una crisi di vocazioni e di frequentazione delle parrocchie. Berlusconi sospettoso degli USA che non sembrano gradirlo come una volta si appoggia sempre di più alla Cei ed a questo Papa che non hanno nei suoi confronti alcuna remora di natura morale o di scandalo per il suo libertinaggio. Con il centro destra sempre meno laico e disponibile avremo leggi sempre più oscurantiste e un potere della Chiesa sullo Stato sempre più evidente. Lo sapremo presto a cominciare dalle nomine del nuovo direttore della Rai e dei suoi massimi collaboratori.

di Pietro Ancona

Tratto da: http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/2011/05/wojtyla-ed-il-potere-della-chiesa.html

lunedì 2 maggio 2011

La morte di Bin Laden tra opportunità e sospetti ...

Dopo il conclamato annuncio del'uccisione di Bin Laden, il Presidente Obama sembra aver messo una seria ipoteca sulla sua rielezione alle Presidenziali del 2012 nonostante la sua credibilità e il suo indice di gradimento, fino a ieri, sembravano in netto ribasso ... inoltre le "buone notizie" (dell'uccisione del tanto odiato e ricercato nemico e del conseguente colpo ad Al-Qaeda)  danno una boccata d'ossigenno a Dollaro e Borsa oggi in forte rialzo proprio in un momento cruciale della crisi economica statunitense.

Non convince inoltre in merito alla  morte del "Principe del Male" la foto (del viso sfigurato)  prima fatta circolare e data per vera e successivamente smentita quando si è rivelata grossolanamente falsa.

Infine la fretta con cui si sono disfatti del cadavere in mare adducendo come (falsa) motivazione una presunta usanza islamica non aiuta a dissipare i sospetti.

Questi i fatti, a voi le conclusioni ...

Per approfondire l'argomento posto di seguito alcuni articoli ...
Info Tricks

Obama accoppa Osama?


Il vecchio «asset» dei creatori della Guerra Infinita è morto. La notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden passa per il Pakistan, il Paese in cui c’è una tale compartecipazione tra servizi segreti e gruppi islamisti che la contiguità è così forte da rendere sempre difficile capire chi muove le proprie pedine. In un simile contesto ogni notizia diviene ambigua, e perfino ripetuta. Quante volte in questi dieci anni dall’11/9 dal Pakistan giungevano notizie sulla morte del grande spauracchio e della sua improvvisa ricomparsa, in barba e turbante?
Anche in Iraq non andava meglio: Abu Omar al-Baghdadi, un altro inafferrabile superterrorista, veniva ucciso e ricatturato per i media svariate volte. Il sistema dell’oblio televisivo era sufficientemente rodato da consentire la farsa senza danno. L’immagine attuale del cadavere sfregiato di Osama, oro colato per i media, richiederebbe invece analisi per verificarne l’attendibilità. PeaceReporter l'ha fatto, e ha scoperto subito che l'immagine è un grossolano fotomontaggio. Non sarà l'unica rivelazione su questa operazione, possiamo starne certi.

Mentre ora esplode l’isteria nelle piazze americane in favore di Obama che accoppa Osama, preferiamo ricordare un concetto: «Al-Qa'ida è morta», ormai da molti anni. Lo affermava poco tempo fa Alain Chouet, l'uomo che ha plasmato l'antiterrorismo francese ai vertici dei servizi segreti di Parigi esattamente negli anni in cui Washington e Londra fabbricavano invece i miti e gli spettri che venivano periodicamente richiamati per giustificare la Guerra Infinita.
Milioni di morti dopo, la macabra rappresentazione sarà utilizzata per puntellare il traballante potere imperiale. Il premio Nobel della pace viene acclamato come uno sceriffo texano, e i media non avranno l’imbarazzo di trasmettere funerali di bambini in Libia, morti sotto le bombe del Nobel, perché saranno oscurati dalla notizia del Male estirpato.
di Pino Cabras
Tratto da: http://www.megachipdue.info/finestre/zero-11-settembre/6077-obama-accoppa-osama.html

 

Obama uccide Osama

 La morte di Osama Ben Laden  – a parte il respiro di sollievo  psicologico di qualcuno  in Arabia Saudita –  avrà conseguenze  politiche più nella politica asiatica che in quella araba.Il Pakistan ha consegnato il suo “ospite” e questo è il fatto più rilevante. A questo risultato non è forse estraneo lo scontro a fuoco  che spinse l’agente della CIA Raymond Davis a uccidere due agenti pakistani  che lo pedinavano ( di cui abbiamo dato notizia il 20 febbraio nel post “Pakistan:colto in flagrante un terrorista. Sorpresa:è della CIA)) e al suo rilascio  altrimenti  inspiegabile.
Resta da capire se  il governo pakistano  abbia consegnato Osama  a seguito di prevalente  costrizione o a seguito di un mercanteggiamento . Lo capiremo dalle decisioni che verranno  presto prese riguardo all’Afganistan che il Pakistan ha sempre considerato  una zona di propria prevalente influenza.
Paradossalmente, un miglioramento del rapporto tra USA e Pakistan potrebbe accentuare i rischi di guerra data la precarietà dei rapporti tra il governo di Islamabad e l’India. Sono entrambe potenze atomiche e si contendono il controllo del Kashmir dal 1948. Hanno una storia di ben tre guerre tra loro e si potrebbe dire con Cesare  che mutuo metu separantur.
Se la “cessione” di Ben Laden è stata frutto di prevalente  coercizione, l’India premerà  sugli USA per farsi “consegnare”  l’autore degli attentati terroristici  che l’hanno insanguinata anche di recente e che rappresentano una autentica minaccia al benessere ed all’attrazione degli investimenti nella penisola  indiana. 
Questo scenario  – al momento ipotetico –  metterebbe  certamente in ballo le recenti intese  commerciali India-Cina-Indonesia  che potrebbero essere il prezzo che gli USA richiederebbero per utilizzare la loro influenza .   Obama concluderebbe  in tal modo l’accerchiamento dell’impero di mezzo con un magistrale  colpo di GO.
Se invece  la “cessione” è stata frutto di prevalente trattativa, la posizione del Pakistan diverrà in breve quella di alleato ascoltato e preferenziale nel decidere il futuro dell’Afganistan e nel contenzioso per l’esclusione dell’Iran dal club delle potenze nucleari.  
La sola cosa certa è che Barak Obama si è conquistato la rielezione ad onta del tasso di disoccupazione. Barak in arabo vuol dire fortuna.

Tratto da: http://corrieredellacollera.com/2011/05/02/obama-uccide-osama/

Il cadavere di Osama Bin Laden seppellito in mare?

Tuttavia la sepoltura in mare non sarebbe coerente con la tradizione islamica. E’ questo quanto dichiarato all’Ansa da Mahmoud Ashour, autorevole esponente dell’accademia delle ricerche islamiche di Al Azhar, il più prestigioso centro de sapere sunnita. Per Ashour, infatti, gettare il corpo in mare e non seppellirlo in terra rappresenterebbe un “peccato”. L’esponente di Al Azhar, stuzzicato sulla possibilità che la sepoltura di Bin Laden possa rappresentare un luogo di pellegrinaggio ha risposto: “Che lo seppelliscano in terra senza mettere nessuna indicazione sulla sua tomba“.
Anche Abdel Mouti al-Bayoumi, membro del Comitato dei ricercatori dell’università egiziana di Al Azhar, ha le idee chiare sulla questione: “Per la legge islamica – ha detto – è consentito seppellire un morto in mare solo se si trova su una barca lontano dalla costa e non ci sono possibilità di arrivare sulla terra ferma per una sepoltura normale“. Lo studioso ha quindi invitato gli americani a rispettare la sharia.
Nonostante però fonti statunitensi riferiscono che il cadavere sia stato gettato in mare, restano ancora alcuni dubbi sulla faccenda. Già, perché alcuni siti estremisti hanno segnalato che la foto del cadavere di Bin Laden mostrata dalle tv pakistane risalirebbe a 5 mesi fa. La foto in questione sarebbe infatti apparsa sul sito iraniano Tabnak.ir il 10 dicembre del 2010. Ma a sollevare dubbi in proposito è anche il sito Peacereporter.org che sposta ancora più indietro la data in cui sarebbe stata scattata la foto. Per Peacereporter, infatti, risalirebbe addirittura al 2006 e, per l’occasione, sarebbe stata solamente modificata con un programma di foto ritocco.