martedì 20 dicembre 2011

Disinformazione: tecniche d’egemonia


In un’epoca globale come la nostra, in cui internet permette la trasmissione di notizie dirette in tempo reale, l’informazione (e la disinformazione) giungono a detenere un ruolo fondamentale nello scacchiere internazionale. L’informazione rappresenta uno dei punti di forza su cui possono puntare gli attori internazionali per condizionare l’opinione pubblica e di conseguenza eventi globali di portata storica. Non è quindi trascurabile il ruolo che i mass media svolgono all’interno del contesto in cui operano. L’indipendenza dei media cosiddetti “ufficiali” è totalmente in discussione, soprattutto negli stati democratici dell’ovest. Essi detengono il pressoché totale monopolio, e rappresentano l’unica fonte diretta da cui i singoli attingono, prima di andare a formare la cosiddetta “opinione pubblica”. I mass media, in qualità di veri e propri “opinion makers” hanno dunque un ruolo che può avere effetti devastanti sul corso degli eventi. A ciò si aggiunga la morte del giornalismo “embedded”. A quest’ultimo si è sostituito un giornalismo privo di iniziativa investigativa, che si limita esclusivamente a recepire da fonti determinate e comunicare. La maggior parte dei giornalisti inviati sul campo contribuiscono, infatti, ormai ad instaurare un clima di manipolazione dalle loro stanze d’albergo, al sicuro dalle zone di scontro, ad attendere i bollettini ufficiali dei militari: una sola fonte dunque, una sola parte da ascoltare. Questo di certo non solo per l’incapacità dei giornalisti di smarcarsi da un controllo a tutto tondo, ma anche per la mancanza di professionalità. Nonostante tutto non mancano voci indipendenti e contrastanti nel circolo mediatico, di certo con una risonanza minore. Ecco come il giornalista Fracassi descrive la permanenza e le condizioni dei colleghi a Dahran, durante la guerra del golfo: “Nell’essere ammessi agli alberghi e accreditati presso il Jib, Joint Information Bureau, gli inviati dovevano accettare condizioni capestro. Eccole: Dovete sempre essere accompagnati da una scorta militare; È proibito informare sul tipo di armi, equipaggiamento, spostamenti, consistenza numerica delle unità; È proibito descrivere in modo dettagliato lo svolgimento delle operazioni militari, diffondendo notizie sui risultati delle operazioni stesse; È proibito identificare le località e le basi da cui partono le missioni: i servizi si possono datare con diciture come “Golfo Persico” , “Mar Rosso” , “Arabia Saudita Orientale “ , “Arabia Saudita Centrale” , “nei pressi del confine kuwaitiano” ; È proibito divulgare informazioni sulla consistenza dell’armamento delle forze nemiche; È proibito menzionare in dettaglio le perdite subite dalle forze della coalizione; si possono impiegare i termini “scarse” “moderate” “gravi”; Sono vietate le interviste non concordate.[1]. E ancora: “A noi, cioè ai giornalisti di tutte le altre parti del mondo, non restava altro che affittare una casella nella grande bacheca americana e comprare notizie censurate e di seconda mano. Tutto ciò per la modica cifra di 200 dollari a settimana. Anche per gli americani che teoricamente potevano avere accesso a qualche informazione diretta le cose non erano semplici. Ha scritto più tardi uno di loro, James LeMoyne: ‘Loro (i militari) decidono quali unità americane possono essere visitate dai reporter; quanto deve durare una visita, quali corrispondenti possono effettuare una visita, cosa i soldati possono rispondere, che cosa le telecamere possono mostrare e cosa può essere scritto’”[2]. Una condizione che di certo non permette indagini complete ed empiricamente valide, e risposte adeguate alle domande che si pone chi sta a casa, pronto a schierarsi con quelli che verranno dipinti come eroi, liberatori, pacificatori.

In Europa ed in Nord America in particolare si registra un controllo capillare da parte dei mass media, che filtrano ogni notizia, scelgono quelle più adatte ad essere pubblicate, e scartano quelle “scomode” (si tratta dell’“Agenda Setting”)[2], tutto naturalmente sotto il controllo degli interessati, in particolar modo del Pentagono per quanto riguarda l’Occidente, dove l’egemonia statunitense condiziona in modo asfissiante ogni singolo movimento, slogan, immagine, ecc. Nelle zone di guerra i media detengono una credibilità e fiducia indiscutibile per i più, essendo anche l’unica fonte cui attingere, trascurando le pubblicazioni multimediali (twitter, facebook e così via… che hanno avuto un ruolo primario soprattutto negli ultimi eventi della cosiddetta “primavera araba”) spesso prive di fonti e inaffidabili, ed i media indipendenti già citati. Senza scomodare nuovamente i fatti più volte ripetuti nelle menzogne e nella vera e propria propaganda che noi europei abbiamo subito prima, durante e dopo la guerra in Libia, si può fare qualche passo indietro, per comprendere come per il Pentagono la manipolazione mediatica occupi un posto primario nell’agenda strategica. Il tutto ovviamente si ripercuote anche sull’Europa, da anni sotto l’influenza non trascurabile d’oltreoceano.

L’“opinione pubblica” infatti può condizionare in modo piuttosto rilevante la politica dei paesi occidentali, appoggiando e sostenendo, in modo da darvi credibilità, le varie invasioni operate dai paesi della NATO negli ultimi venti anni. Gli Stati Uniti, facendo proprie le capacità di merchandising della cinematografia, hanno cominciato ad utilizzare gli stessi mezzi tanti anni fa. Fondamentale è l’impatto emotivo sulle persone, in modo che queste si sentano toccate personalmente da eventi, da frasi, da immagini, e che si indignino personalmente. Si tratta dell’”Atrocity Propaganda”[3], immagini o racconti atroci e struggenti che colpiscono il pubblico. Emblematico è il caso della guerra in Kuwait, che diede inizio ad una forte propaganda statunitense. Molti ricorderanno il caso della giovane Nayirah, di 15 anni, che pubblicamente raccontò di aver visto le armate di Saddam, in un ospedale, nel 1990, strappare dei neonati dalle incubatrici, e lasciarli dunque morire sul pavimento. La notizia fece il giro del mondo, tanto che il dott. Behbehani, alle Nazioni Unite, raccontò di essere un chirurgo e di aver assistito di persona al massacro di 40 bambini [4]. In realtà le notizie furono smentite poco dopo, e si scoprì che la giovane ragazza era in realtà la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano in America, convinta a mentire, mentre il secondo era semplicemente, come lui stesso confessò, un dentista che aveva accettato di avvalorare la menzogna costruita [5]. In questa vicenda fu fondamentale il ruolo della Hill&Knowlton, un’agenzia americana di pubbliche relazioni che detiene attualmente 86 uffici in 46 diversi paesi, compresa l’Italia (con sede a Milano e a Roma)[7]. Con un contratto da 11 milioni di dollari l’agenzia in questione rese servizio ad un gruppo di copertura, l’associazione Citizens for a free Kuwait (CFK), gruppo finanziato dall’emiro esiliato Al Sabah[8]. L’agenzia doveva occuparsi di “accrescere la sensibilizzazione internazionale sulla questione kuwaitaiana, attraverso una campagna mirata”[9]. Lo stesso schema fu applicato per l’invasione dell’Iraq nel 2003: questa volta – si scoprì poi nel 2005 – le armate statunitensi pagarono i giornali locali iracheni affinché pubblicassero articoli a lieto fine (scritti dalle armate statunitensi stesse) che condizionassero in positivo l’opinione indigena sull’occupazione militare. A fungere da intermediario – pagato – vi fu questa volta un’altra agenzia, la Lincoln Group, che aiutava a tradurre e piazzare gli articoli[10]. Negli articoli, ovviamente, si parlava degli Stati Uniti d’America come “liberatori democratici”, a scapito di anni di feroce dittatura. Come riporta Usa Today, nel 2005 il Lincoln Group, insieme ad altri gruppi, ha poi ottenuto altri contratti con il Pentagono per un valore di circa 100 milioni di dollari in un anno, al fine di costruire a tavolino slogan, articoli di giornale e spot alla radio, e dare sostegno e credibilità ai militari impegnati in Iraq[11]. Fu sempre Fracassi poi a scoprire come tutte le immagini della guerra nel Kuwait fossero in realtà girate altrove, poiché la censura di Saddam era totale e nessuna immagine poteva uscire dal paese[12]: erano infatti immagini di repertorio, girate in altri contesti. Si trattò dunque, ieri come oggi, di una realtà totalmente manipolata e fittizia, creata a tavolino per coinvolgere il pubblico, proprio come in un film, affinché si sentisse in sintonia con i “poliziotti internazionali”, con i “buoni”, ed arrivasse a giustificare i bombardamenti, anche al di fuori dell’ambito delle organizzazioni internazionali e dell’Onu. Tuttavia, non si tratta soltanto di eventi militari o di presunti crimini, genocidi o massacri. Per colpire il pubblico si utilizzano anche alcune scene apparentemente meno cruente ma utili a dipingere il nemico come un feroce dittatore senza alcuna lucidità mentale, che compie gesti insensati e governa il suo paese in modo arbitrario e folle. È il caso del cormorano agonizzante nel petrolio, sulla riva del Golfo Persico. Un’immagine che fece il giro del mondo e convinse l’opinione pubblica occidentale che Saddam fosse realmente un pazzo privo di ogni logica umana. La colpa infatti fu attribuita al presidente dell’Iraq, mostrandolo così insensibile anche di fronte alla natura, pur di raggiungere i suoi scopi. In realtà François Carné riuscì a strappare dalla CNN confessioni in cui alcuni giornalisti ammettevano di aver girato le scene in altri luoghi[13]. In effetti il Golfo Persico era sotto il pieno controllo delle armate irachene e non era comprensibile come emittenti straniere fossero riuscite a riprendere tali immagini. Un inviato dell’Evenement du Jeudi interrogò i maggiori ornitologi mondiali, giungendo alla considerazione che in quel periodo dell’anno non ci fosse alcuna possibilità che un cormorano si mostrasse sulle rive del Golfo[14]. Una vera e propria mossa cinematografica, ma al tempo stesso una mossa strategica che rientra a pieno titolo nel concetto di “guerra”, una guerra totale e senza limiti, come direbbero Liang e Xiangsui, autori del saggio Guerra senza limiti, che non esitano ad includere nell’arte bellica anche l’informazione e la disinformazione [15]. D’altro canto, sui campi di guerra, sono del tutto trascurate le versioni ufficiali dei media nazionali del paese invaso, quelle del governo, e quelle indipendenti ma avvalorate da fonti indiscutibili. Video e messaggi struggenti (sempre “atrocity propaganda”) vengono completamente trascurati quando non portano acqua al mulino degli invasori. In un’intervista comparsa su LibyanFreePress, durante la recente invasione della Libia, un uomo ferito afferma di essere un civile e di essere stato colpito da bombe Nato, a discapito della propaganda su cui l’intera missione era stata costruita: salvare i civili. Dirà poi di voler vivere e morire al fianco di Mohammar (Mohammar Gheddafi, nda): altro colpo duro alla propaganda che dipingeva una Libia totalmente in mano ai ribelli e posta, ancora per poco, sotto il giogo di un manipolo di mercenari assoldati dal tiranno [16]. Altro esempio è il massacro nascosto dei libici di colore, salvo poi essere timidamente emerso nei maggiori canali informativi.

I casi di menzogne, occultamenti e realtà fittizie sono infiniti, e per citarli tutti non basterebbe un libro. D’altronde spesso la verità viene a galla ufficialmente, anche su quotidiani di spicco, ma quando ciò avviene gli ingranaggi della macchina della guerra si sono già messi in moto, e la smentita cade nel dimenticatoio, rifilato in qualche spezzone di rettifica o in qualche paginetta dei principali quotidiani, nel migliore dei casi.

Il fatto che tutte le notizie, fragili e inconsistenti, siano state riportate in modo arbitrario e prive di fonti, fa pensare che il giornalismo sia ormai quasi completamente privo di meccanismi meritocratici, e non badi alla qualità, ma che sia solamente interessato a “vendere” il prodotto, ovvero la notizia. Nessuno, fra le testate o i giornalisti di una certa importanza, ha messo in discussione le fondamenta, ricercando dati e fonti, o chiarimenti.

In periodo di guerra la morsa dei media è più stringente, ma ciò non esclude che l’enorme macchina propagandistica si muova, neanche troppo silenziosamente, in periodi meno sospetti. Ne è un esempio il lunghissimo caso di Sakineh, la donna adultera e omicida, la quale, nonostante la miriade di smentite e ridicolizzazioni subite dalla vicenda, campeggia ancora nella gigantografia affissa al Campidoglio.

Tutti i Paesi subiscono una schermatura ed una manipolazione dell’informazione, ma al giorno d’oggi il dominio spetta certamente agli Stati Uniti d’America, nonostante tutto ancora prima superpotenza, in fase egemonica. Il controllo capillare dell’informazione non esclude affatto l’Europa, suprema “impotenza” relegata a rango di vassallo del padrone d’oltreoceano. La propaganda mediatica che quotidianamente subiamo nei nostri paesi, da cittadini europei, è infatti paragonabile a quella che il Pentagono organizza nel proprio paese: è da lì infatti che i nostri media attingono con la bava alla bocca, non vedendo l’ora di fiondarsi su notizie accattivanti e “spettacolari” per il pubblico, fino a trascinarlo in una guerra contro se stesso, come accaduto per la guerra di Libia. Quotidianamente, su ogni TG, su quasi tutti i quotidiani, vengono operate mosse strategiche di guerra, manipolazioni che condizionano e influenzano il pensiero dei singoli, creando realtà fittizie e presunti buoni, presunti malvagi. Rientra in questa tecnica di guerra anche la terminologia quotidianamente adottata, basti pensare al rango di “Stati canaglia” e di “Dittatore” o all’abuso del termine “genocidio”.

Compito nostro, di europei intenzionati a mettere in discussione l’assetto geopolitico attuale e riaprire il dibattito su temi troppo a lungo mistificati è di contrastare, necessariamente in modo “asimmetrico” (attraverso la “democratica” rete), il predominio della propaganda atlantica. In questo il web è un’arma a doppio taglio. Chiunque scrive ciò che ritiene opportuno, o che crede giusto, o che vuole far credere. Per differenziarsi è dunque necessaria la credibilità, è doveroso smentire le fonti che si dicono ufficiali con dati, prove, imponendo altre fonti ufficiali e, dunque, un contraddittorio. È infatti impossibile sperare di cambiare le logiche del cittadino comune europeo, il suo sistema mistificato, la concezione mentale di “buoni”, di “cattivi”, di “democrazie” e di “canaglie”, senza partire dalla radice: dall’informazione. Gli Stati Uniti, vero ostacolo al raggiungimento di un pieno multipolarismo, basano e consolidano il proprio dominio anche grazie ad una propaganda costante, attraverso film, serie tv o slogan apparentemente innocui, che giorno dopo giorno si consolidano e si radicano nella cultura e nella mentalità europea.

Note:
[1] C. FRACASSI, 27/02/2006 . Un libro a puntate su internet sotto la notizia “niente”
[2] Ibidem.
[3] M. CHIAIS - Democrazia, informazione e guerra: i media e la manipolazione della realtà. Saggio raccolto in “Democrazie tra terrorismo e guerra”, a cura di Valter Coralluzzo, Edizioni Angelo Guerini e associati SpA
[4] Ibidem
[5] RONCAROLO 2003, pp. 235-36]
[6] Ibidem.
[7] Sito ufficiale Hill & Knowlton: http://www.hkstrategies.com/
[8] M. CHIAIS - Democrazia, informazione e guerra: i media e la manipolazione della realtà. Saggio raccolto in “Democrazie tra terrorismo e guerra”, a cura di Valter Coralluzzo, edizioni Angelo Guerini e associati SpA
[9] Ibidem
[10] Los Angeles Times, 30 Novembre 2005.
[11] Usa Today, 13/12/2005
[12] M. CHIAIS, Democrazia, informazione e guerra: i media e la manipolazione della realtà. Saggio raccolto in “Democrazie tra terrorismo e guerra”, a cura di Valter Coralluzzo, Edizioni Angelo Guerini e associati SpA
[13] Ibidem
[14] Ibidem
[15] Qiao Liang - Wang Xiangsui, Guerra Senza Limiti, 2001, libreria editrice Goriziana
[16] http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=j2JcH_X-rYc

Tratto da: http://www.statopotenza.eu/696/disinformazione-tecniche-degemonia

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