venerdì 18 marzo 2011

Energia: uccellacci e uccellini

Corvi, avvoltoi, ma anche struzzi, aleggiano nella voliera della disinformazione e dei luoghi comuni, a discapito della sovranità nazionale e dell’indipendenza energetica.

di: Fabrizio Fiorini
sinistra.nazionale@gmail.com

“Lei – chiede Totò al passeggero di un aeroplano in Fifa e arena del 1948 – vola spesso?” “Si” “Allora è un volatile!”. E aggiunge il principe De Curtis: “io sono un mammifero”, ed è proprio in quanto tali che cercheremo di analizzare il variegato mondo ornitologico saggiamente evocato, negli editoriali di questa settimana, dal direttore Gaudenzi - attraverso le figure del corvo e dell’avvoltoio - per descrivere le sagome di quanti, in questi giorni, sorvolano sulle discussioni sui piani energetici nucleari alla luce dei drammatici eventi nipponici successivi il sisma dell’11 marzo.

Il corvo, infatti, svincolato dai dignitosi significati esoterico-simbolici di cui era ammantato nella paganità europea e nella tradizione nativo-americana (non ci sono più neanche i corvi di una volta) è divenuto, nella tarda a-sacralità contemporanea, il più rappresentativo tra gli uccellacci del malaugurio, malaugurio che nell’ipotesi specifica si abbatte naturalmente sui popoli e sugli Stati che, a detta di costoro, andrebbero liberati dell’incubo atomico tramite la moratoria dell’installazione e dell’utilizzo di impianti industriali energetici nucleari; forma di energia che ad oggi – a meno di voler credere alle favole dei mulini a vento e delle dinamo che girano con la decomposizione delle rape – resta la sola strada possibile per l’autosufficienza energetica nazionale e continentale, che finalmente si svincolerebbe dalla cronica dipendenza dagli idrocarburi e si incamminerebbe su un virtuoso percorso di tutela ambientale.

Al corvo non può che associarsi la figura minacciosa dell’avvoltoio che, nutrendosi di carcasse, trae linfa vitale a sostegno delle proprie teorie dagli eventi luttuosi di questi giorni. Sfruttando la scia emotiva generata dalle immagini di morte che giungono dal Giappone, gli avvoltoi nazionali non ci hanno pensato su due volte e si sono lanciati a capofitto in una campagna di disinformazione mirata a frenare il piano pluriennale volto al rilancio dell’atomo sul territorio italiano, una delle rare mosse politiche valide e indovinate di questo governo.

Peccato che di palla colta al balzo si tratti e nulla di più: dimenticano, costoro, che analogie italiche con quanto avvenuto a Tokyo non possono essere avvalorate da alcuna efficace teoria scientifica. I motivi, in sintesi: 1) eventi sismici della portata di quello nipponico non sono fortunatamente ripetibili sul nostro territorio nazionale; 2) sono altresì fantascientifiche le ipotesi di maremoti e di conseguenti ondate c.d. tsunami di quelle dimensioni sulle coste adriatiche, tirreniche e mediterranee; 3) in Italia, a differenza delle isole nipponiche, esistono vaste aree a sismicità pressoché assente o estremamente limitata al punto da non poter rappresentare neanche la più blanda delle minacce per impianti energetici atomici o per depositi di scorie; 4) le centrali che verrebbero installate nel nostro Paese sarebbero di ultima generazione (“terza generazione avanzata”, o, addirittura “quarta generazione”, queste ultime ancora in fase sperimentale, caratterizzate da una maggiore sicurezza e da un basso livello di produzione di scorie) e non avrebbero nulla a che vedere con le vecchie centrali di prima generazione come appunto quella di Fukushima risalente a quarant’anni or sono, che nel campo della tecnologia nucleare è come parlare del neolitico. Queste semplici constatazioni non dirottano più di tanto il volo degli avvoltoi. Per loro valgono i loro tornaconti “referendari” fondati su di un informazione che si limita ai soporiferi piagnistei televisivi pomeridiani.

Il panorama aviario antinuclearista deve essere inoltre integrato da altre specie.

Non potevano mancare gli struzzi, per i quali è fondamentale il tema della paura. Anche per questo umano sentimento, in questa nazione, vigono due pesi e due misure. Pensateci: a quanti denunciano il tumore maligno dell’immigrazione incontrollata viene rinfacciato a ogni piè sospinto di voler “fare leva su infondate paure collettive” per i propri tornaconti politici o elettorali; quanti invece inibiscono lo sviluppo di un piano di autonomia energetica evocando incubi postatomici invece sono lungimiranti patrioti.

Ricordate? Accadde già con černobyl’. Correvano gli anni Ottanta, e l’Italietta coloniale era ancora una colonia relativamente instabile, che si portava dietro gli ultimi strascichi di tutela della sovranità nazionale mantenuti in vita dopo la sconfitta bellica da uomini quali Enrico Mattei e Bettino Craxi. A quell’Italia non potevano essere concessi ulteriori margini di autonomia, che anzi di lì a poco sarebbero stati ulteriormente limitati. Il piano nucleare già all’epoca avviato, e che già a quei tempi si attestava su livelli di eccellenza tecnologica, fu quindi fermato col referendum popolare alimentato con palate di terrore e di disinformazione conseguenti i drammatici eventi della centrale sovietica, in seguito ai quali alcune organizzazioni “ambientaliste” diffusero dati terroristici che parlavano di milioni di decessi collegati all’esplosione del reattore nell’arco di molti anni, trascurando il precetto scientifico secondo cui – lo ricordammo in un precedente intervento sulla questione – la ricaduta in termini di vite umane in seguito a una causa determinata deve constare esclusivamente delle vittime contestuali all’evento (che il quel caso furono 65) e quelle “epidemiologicamente rilevate”, cioè verificatesi in un arco di tempo e per cause riconducibili con certezza e legame causale all’evento stesso (a černobyl’ non più di 5000). Allora come oggi, la testa finì sotto la sabbia, e fuori rimasero i temi fondamentali che non possono e non devono essere trattati: la sovranità nazionale e l’autonomia energetica.

Come ci riuscirono? Allora come oggi accorsero in loro aiuto i pavoni. Tronfi e policromatici, fanno di una falsa modestia e di uno sciatto buonismo la loro ruota. Dicono che non si possano trattare questi argomenti se non si è geofisici o scienziati nucleari, come se servisse essere dei giuslavoristi per dire che la legge Biagi è una porcheria o degli storici di chiara fama per affermare che l’olocausto è una montatura; il concetto di divulgazione scientifica è a loro alieno; se poi qualcuno si azzarda a fare riferimento a delle teorie scientifiche da altri elaborate, allora questi altri sono scienziati “marchettari”, al servizio dell’Enel, o di Berlusconi, o di zio Paperone, o dei padroni delle miniere di uranio. Gonfiato il petto e drizzate le penne, poi, i pavoni nazionali starnazzano al cielo il loro Verbo, di cui si reputano unici depositari: “non esisterà mai una centrale sicura al 100%”. E quindi? Nessun impianto industriale è “sicuro al 100%”. Bhopal e il Vajont, stabilimenti industriali “classici”, non lo erano, e hanno causato un numero di vittime largamente superiore a quello della totalità degli incidenti che hanno coinvolto centrali atomiche. Oppure dicono: in Italia c’è corruzione, e questa inficerebbe sulla sicurezza degli impianti. Certo: allora siccome i magistrati sono incompetenti, aboliamo il codice penale; o siccome i professori ci insegnano che gli americani ci hanno liberati e che i partigiani erano stinchi di santo, allora chiudiamo le scuole e le università. E’ chiaro che il nucleare debba essere pubblico e tutto il suo indotto saldamente nelle mani dello Stato: ma l’ipotesi che ciò non potrà accadere senza difficoltà e ostracismi non può inficiare il giudizio positivo d’obbligo per una forma di approvvigionamento energetico vitale per una nazione. E pensare che alcuni di costoro hanno il cattivo gusto di definirsi “rivoluzionari”.

A proposito di rivoluzionari. Un’altra specie avicola si aggira in questo ameno raduno faunistico, specie molto diffusa anche tra ambienti culturalmente e politicamente a noi affini o che tali si pretendono: l’uccello impagliato. Sono coloro che confondono il modernismo con la modernità, il cieco culto del progresso con la necessità di adeguare la società a schemi tecnologici e funzionali ottimali e adeguati, che fanno un tutt’uno con tradizione e bigottismo, mischiando un po’ di indole nimby con l’attrazione per una rusticità retrò, coloro per cui la “tradizione” si avvicina di più alla concezione che ne hanno i mormoni dell’Ohio che non alla necessità di inverare la forma tradizionale nella sostanza contemporanea. Sono coloro che hanno bruciato in piazza religioni, bandiere, ideologie, testi più o meno sacri, breviari e corni olifanti per sostituirli con la nuova Verità svelata al mondo, la panacea ultima e definitiva per ogni genere di male: la decrescita. Quella decrescita che da lodevole e fondata teoria mirata allo sradicamento sociale del nocivo surplus generato dall’economia capitalista, si è trasformata in feticcio antimoderno tout-court, in virtù del quale non è l’esistenza stessa del presente l’essenza del problema, e non la sua scorretta gestione.

Uccellacci e uccellini, dunque. Dai mille colori, fatture, movenze. Tutti imbrigliati nella loro visione laterale e nelle loro paure, nei loro condizionamenti sapientemente indotti. Che si perdono su questioni che nel loro piccolo mondo reputano fondamentali, perché ai veri padroni torna comodo che il loro pensiero si fermi lì. Ma i grandi temi, la sovranità, la nazione, il socialismo, la libertà, la riscossa sociale, la vita, sono ad un passo, appena fuori dalle gabbie e dalle voliere in cui hanno rinchiuso il vostro pensiero. Apritele.

Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7145&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Rinascita-Tutti+%28Rinascita+-+Tutti%29

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