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domenica 9 ottobre 2011

Come è stata svenduta l’Italia

IN BREVE ...

(…) il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia (…) si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.

La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.

Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.

Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.

L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite. L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.

Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni. (…)

Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite. (…)

Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti. (…)

Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.

Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.

A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.

Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.
di Antonella Randazzo

(segue l'articolo completo tratto da: http://www.disinformazione.it/svendita_italia2.htm )


Era il 1992, all'improvviso un'intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant'anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo. Né le denunce, né le proteste popolari (talvolta represse nel sangue), né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava.

Cos'era successo da fare in modo che gli italiani potessero avere, inaspettatamente, la soddisfazione di constatare che i loro sospetti sulla corruzione del sistema politico erano reali?

Mentre l'attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese.

Con l'uragano di "Tangentopoli" gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l'Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d'Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata "privatizzazione".

Il 1992 fu un anno di allarme e di segretezza. L'allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti, il 16 marzo, lanciò un allarme a tutti i prefetti, temendo una serie di attacchi contro la democrazia italiana. Gli attacchi previsti da Scotti erano eventi come l'uccisione di politici o il rapimento del presidente della Repubblica. Gli attacchi ci furono, e andarono a buon fine, ma non si trattò degli eventi previsti dal Ministro degli Interni. L'attacco alla democrazia fu assai più nascosto e destabilizzante.

Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali. Falcone aveva anche scoperto che alcuni personaggi prestigiosi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di rito scozzese, a cui appartenevano anche diversi mafiosi, ad esempio Giovanni Lo Cascio. La pista delle logge correva parallela a quella dei circuiti finanziari, e avrebbe portato a risultati certi, se Falcone non fosse stato ucciso.

Su Falcone erano state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un magistrato integro. La gente intuiva che le istituzioni non lo avevano protetto. Ciò emerse anche durante il suo funerale, quando gli agenti di polizia si posizionarono davanti alle bare, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Qualcuno gridò: "Vergognatevi, dovete vergognarvi, dovete andare via, non vi avvicinate a queste bare, questi non sono vostri, questi sono i nostri morti, solo noi abbiamo il diritto di piangerli, voi avete solo il dovere di vergognarvi".

Che la mafia stesse utilizzando metodi per colpire il paese intero, in modo da spaventarlo e fargli accettare passivamente il "nuovo corso" degli eventi, lo si vedrà anche dagli attentati del 1993.

Gli attentati del 1993 ebbero caratteristiche assai simili agli attentati terroristici degli anni della "strategia della tensione", e sicuramente avevano lo scopo di spaventare il paese, per indebolirlo. Il 4 maggio 1993, un'autobomba esplode in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli. Il 27 maggio un'altra autobomba esplode in via dei Georgofili a Firenze, cinque persone perdono la vita. La notte tra il 27 e il 28 luglio, ancora un'autobomba esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque persone. I responsabili non furono mai identificati, e si disse che la mafia volesse "colpire le opere d'arte nazionali", ma non era mai accaduto nulla di simile. I familiari delle vittime e il giudice Giuseppe Soresina saranno concordi nel ritenere che quegli attentati non erano stati compiuti soltanto dalla mafia, ma anche da altri personaggi dalle "menti più fini dei mafiosi".[1]

Falcone era un vero avversario della mafia. Le sue indagini passarono a Borsellino, che venne assassinato due mesi dopo. La loro morte ha decretato il trionfo di un sistema mafioso e criminale, che avrebbe messo le mani sull'economia italiana, e costretto il paese alla completa sottomissione politica e finanziaria.

Mentre il ministro Scotti faceva una dichiarazione che suonava quasi come una minaccia: "la mafia punterà su obiettivi sempre più eccellenti e la lotta si farà sempre più cruenta, la mafia vuole destabilizzare lo stato e piegarlo ai propri voleri", Borsellino lamentava regole e leggi che non permettevano una vera lotta contro la mafia. Egli osservava: "non si può affrontare la potenza mafiosa quando le si fa un regalo come quello che le è stato fatto con i nuovi strumenti processuali adatti ad un paese che non è l’Italia e certamente non la Sicilia. Il nuovo codice, nel suo aspetto dibattimentale, è uno strumento spuntato nelle mani di chi lo deve usare. Ogni volta, ad esempio, si deve ricominciare da capo e dimostrare che Cosa Nostra esiste".[2]

I metodi statali di sabotaggio della lotta contro la mafia sono stati denunciati da numerosi esponenti della magistratura. Ad esempio, il 27 maggio 1992, il Presidente del tribunale di Caltanissetta Placido Dall’Orto, che doveva occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci, si trovò in gravi difficoltà: "Qui è molto peggio di Fort Apache, siamo allo sbando. In una situazione come la nostra la lotta alla mafia è solo una vuota parola, lo abbiamo detto tante volte al Csm".[3]

Anche il Pubblico Ministero di Palermo, Roberto Scarpinato, nel giugno del 1992 disse: "Su un piatto della bilancia c’ è la vita, sull’altro piatto ci deve essere qualcosa che valga il rischio della vita, non vedo in questo pacchetto un impegno straordinario da parte dello Stato, ad esempio non vedo nulla di straordinario sulla caccia e la cattura dei grandi latitanti".[4]

Nello stesso anno, il senatore Maurizio Calvi raccontò che Falcone gli confessò di non fidarsi del comando dei carabinieri di Palermo, della questura di Palermo e nemmeno della prefettura di Palermo.[5]

Che gli assassini di capaci non fossero tutti italiani, molti lo sospettavano.

Il Ministro Martelli, durante una visita in Sudamerica, dichiarò: "Cerco legami tra l’assassinio di Falcone e la mafia americana o la mafia colombiana".[6] Lo stesso presidente del consiglio Amato, durante una visita a Monaco, disse: "Falcone è stato ucciso a Palermo ma probabilmente l’omicidio è stato deciso altrove".

Probabilmente, le tecniche d'indagine di Falcone non piacevano ai personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell'anno. Quel considerare la lotta alla mafia soprattutto un dovere morale e culturale, quel coinvolgere le persone nel candore dell'onestà e dell'assenza di compromessi, gli erano valsi la persecuzione e i metodi di calunnia tipici dei servizi segreti inglesi e statunitensi. Tali metodi mirano ad isolare e a criminalizzare, cercando di fare apparire il contrario di ciò che è. Cercarono di far apparire Falcone un complice della mafia. Antonino Caponnetto dichiarò al giornale La Repubblica: "Non si può negare che c’è stata una campagna (contro Falcone), cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha delegittimato. Non c’è nulla di più pericoloso per un magistrato che lotta contro la mafia che l’essere isolato".[7]

L'omicidio di due simboli dello Stato così importanti come Falcone e Borsellino significava qualcosa di nuovo. Erano state toccate le corde dell'élite di potere internazionale, e questi omicidi brutali lo testimoniavano. Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, Procuratore distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati: "Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato. Quell’attentato terroristico è un gesto di paura... Credo che una mafia che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi... è condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della popolazione entro la quale si muove".[8]

Infatti, quell'anno gli italiani capirono che c'era qualcosa di nuovo, e scesero in piazza contro la mafia. Si formarono due fronti: la gente comune contro la mafia, e le istituzioni, che si stavano sottomettendo all'élite che coordina le mafie internazionali.

Quell'anno l'élite anglo-americana non voleva soltanto impedire la lotta efficace contro la mafia, ma voleva rendere l'Italia un paese completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, che avrebbe dominato attraverso il potere finanziario.

Come segnalò il presidente del Senato Giovanni Spadolini, c'era in atto un'operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: "Il fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre lo stesso: delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona".[9]

Anche Tina Anselmi aveva capito i legami fra mafia e finanza internazionale: "Bisogna stare attenti, molto attenti... Ho parlato del vecchio piano di rinascita democratica di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa sobbalzare. E’ in piena attuazione... Chi ha grandi mezzi e tanti soldi fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale. Ho parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesi dell’est... Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e alberghi… Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti regolarmente attraverso le banche".[10]

Anni dopo, l'ex ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: "Tutto nacque da una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde e supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei leaders dei partiti di governo".

Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane. Sul panfilo c'erano alcuni appartenenti all'élite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).

In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d'Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell'Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell'Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c'erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.

La stampa martellava su "Mani pulite", facendo intendere che da quell'evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.

Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell'Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.

Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l'élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.

L'inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell'élite. L'incarico di far crollare l'economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.

Soros ebbe l'incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall'élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.

Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull'Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d'Italia. C'erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell'élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d'Italia.

La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra, venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest'ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l'Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione finanziaria dell'Europa e dell'Asia, Soros venne incaricato di creare una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa.

In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira. L'accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani.

La privatizzazione è stata un saccheggio, che ancora continua. Spiega Paolo Raimondi, del Movimento Solidarietà:

Abbiamo avuto anni di privatizzazione, saccheggio dell'economia produttiva e l'esplosione della bolla della finanza derivata. Questa stessa strategia di destabilizzazione riparte oggi, quando l'Europa continentale viene nuovamente attratta, anche se non come promotrice e con prospettive ancora da definire, nel grande progetto di infrastrutture di base del Ponte di Sviluppo Eurasiatico.[11]

Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo. Nell'ottobre del 1995, il presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili-Solidarietà, Paolo Raimondi, presentò un esposto alla magistratura per aprire un'inchiesta sulle attività speculative di Soros & Co, che avevano colpito la lira. L'attacco speculativo di Soros, gli aveva permesso di impossessarsi di 15.000 miliardi di lire. Per contrastare l'attacco, l'allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, bruciò inutilmente 48 miliardi di dollari.

Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d'Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.

Spiegano il Presidente e il segretario generale del "Movimento Internazionale per i Diritti Civili - Solidarietà", durante l'esposto contro Soros:

È stata... annotata nel 1992 l'esistenza... di un contatto molto stretto e particolare del sig. Soros con Gerald Carrigan, presidente della Federal Reserve Bank di New York, che fa parte dell'apparato della Banca centrale americana, luogo di massima circolazione di informazioni economiche riservate, il quale, stranamente, una volta dimessosi da questo posto, venne poi immediatamente assunto a tempo pieno dalla finanziaria "Goldman Sachs & co." come presidente dei consiglieri internazionali. La Goldman Sachs è uno dei centri della grande speculazione sui derivati e sulle monete a livello mondiale. La Goldman Sachs è anche coinvolta in modo diretto nella politica delle privatizzazioni in Italia. In Italia inoltre, il sig. Soros conta sulla strettissima collaborazione del sig. Isidoro Albertini, ex presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano e attuale presidente della "Albertini e co. SIM" di Milano, una delle ditte guida nel settore speculativo dei derivati. Albertini è membro del consiglio di amministrazione del "Quantum Fund" di Soros.

III. L'attacco speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato preceduto e preparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht "Britannia" della regina Elisabetta II d'Inghilterra, dove i massimi rappresentanti della finanza internazionale, soprattutto britannica, impegnati nella grande speculazione dei derivati, come la S. G. Warburg, la Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana guidata da Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e dal futuro ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la privatizzazione dell'industria di stato italiana. A seguito dell'attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, codesta privatizzazione sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell'economia nazionale e dell'occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all'incontro del Britannia avevano già ottenuto l'autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. Qui ci si riferisce per esempio alla Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare due tra gli esempi più noti. L'agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l'intero procedimento, alquanto singolare, di privatizzazione.[12]

I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l'allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l'allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all'allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.

Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la "necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo", pur sapendo che l'Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.

Gli attacchi all'economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell'élite. Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il Presidente del Consiglio Lamberto Dini disse:

I mercati valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo... è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze dell'unificazione monetaria.[13]

Il giorno dopo, il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, riferiva che l'Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché "se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco".

Le nostre autorità denunciavano il potere dell'élite internazionale, ma gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell'élite anglo-americana.

Il Movimento Solidarietà fu l'unico a denunciare quello che stava effettivamente accadendo, additando i veri responsabili del crollo dell'economia italiana. Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato.[14]

Il 6 novembre 1993, l 'allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi scrisse una lettera al procuratore capo della Repubblica di Roma, Vittorio Mele, per avviare "le procedure relative al delitto previsto all'art. 501 del codice penale ("Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio"), considerato nell'ipotesi delle aggravanti in esso contenute". Anche a Ciampi era evidente il reato di aggiotaggio da parte di Soros, che aveva operato contro la lira e i titoli quotati in Borsa delle nostre aziende.

Anche negli anni successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia.

Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle aziende energetiche. Nel settore del gas e dell'elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300. Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio.

Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva "risanare il bilancio pubblico", ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera, Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).

Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.

Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell'élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l'acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell'ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche., e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.

Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.

Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell'élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers, si fecero avanti per attuare un'opa. Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l'Olivetti diventò proprietaria di Telecom. L'Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.

Il titolo, che durante l'opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.

Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).

Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.

La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti.

La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all'interno società con sede alle isole Cayman, che, com'è noto, sono un paradiso fiscale.

Gli speculatori finanziari basano la loro attività sull'esistenza di questi paradisi fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano mai di questo gravissimo problema.

Mettere un'azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com'è emerso negli ultimi anni.

Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere.

La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l'onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti.

I Benetton hanno incassato un bel po' di denaro grazie alla fusione di Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero, ha deciso di autorizzarla. Antonio Di Pietro, Ministro delle Infrastrutture, si era opposto, ma ha alla fine si è piegato alle proteste dell'Unione Europea e alla politica del Presidente del Consiglio.

Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi, sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati.

La società Trenitalia è stata portata sull'orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c'è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali). Nel 2006, l 'amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla commissione Lavori Pubblici del Senato, per battere cassa, confessando un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto portare la società al fallimento. Nell'ottobre del 2006, il Ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad un'azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.

Dietro tutto questo c'era l'élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell'economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il controllo di altre società o banche. Questo significa che è sempre difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E' simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani: "Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6% della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70% della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom".[15]

Numerose aziende di imprenditori italiani sono state distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie ("Bond") con un alto margine di rischio. La Parmalat emise Bond per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.

Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l'agenzia di rating, Standard & Poor's, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.

I risparmiatori truffati hanno avviato una procedura giudiziaria contro Calisto Tanzi, Fausto Tonna, Coloniale S.p.a. (società della famiglia Tanzi), Citigroup, Inc. (società finanziaria americana), Buconero LLC (società che faceva capo a Citigroup), Zini & Associates (una compagnia finanziaria americana), Deloitte Touche Tohmatsu (organizzazione che forniva consulenza e servizi professionali), Deloitte & Touche SpA (società di revisione contabile), Grant Thornton International (società di consulenza finanziaria) e Grant Thornton S.p.a. (società incaricata della revisione contabile del sottogruppo Parmalat S.p.a.).

La Cirio era gestita dalla Cragnotti & Partners. I "Partners" non erano altro che una serie di banche nazionali e internazionali. La Cirio emise Bond per circa 1.125 milioni di Euro. Molte di queste obbligazioni venivano utilizzate dalle banche per spillare denaro ai piccoli risparmiatori. Tutto questo avveniva in perfetta armonia col sistema finanziario, che non offre garanzie di onestà e di trasparenza.

Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all'élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.

Agli italiani venne dato il contentino di "Mani Pulite", che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.

A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.

Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come "autorevoli" (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell'interesse di questa élite, e non in quello del paese.

di Antonella Randazzo
ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell'era dell'egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

Note:
[1] http://www.reti-invisibili.net/georgofili/  
[2] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[3] La Repubblica , 28 maggio 1992.
[4] La Repubblica , 10 giugno 1992.
[5] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[6] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[7] La Repubblica , 25 giugno 1992.
[8] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[9] La Repubblica , 11 agosto 1992.
[10] L'Unità, 12 agosto 1992.
[11] Solidarietà, anno IV n. 1, febbraio 1996.
[12] Esposto della Magistratura contro George Soros presentato dal Movimento Solidarietà al Procuratore della Repubblica di Milano il 27 ottobre 1995.
[13] Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica , Rivista N. 4 gennaio-aprile 1996.
[14] Solidarietà, anno 1, n. 1, ottobre 1993.
[15] La Repubblica , 5 settembre 1999.

Tratto da: http://www.disinformazione.it/svendita_italia2.htm

venerdì 7 ottobre 2011

Veto di Russia e Cina sulla risoluzione Onu contro Damasco

Mosca e Pechino, memori della vicenda libica, bloccano sul nascere l’iniziativa di condanna di Francia e Gran Bretagna
A forza di giocarci nella maniera sbagliata alla fine il ninnolo si è rotto. D’altronde l’uso eccessivo e parziale fatto del diritto di veto all’Onu da parte degli Stati Uniti negli ultimi anni è stato talmente palese che persino Russia e Cina si sono ricordate alla fine di poterlo usare ogni qual volta lo ritengano opportuno. E così è stato. Nella notte fra martedì e mercoledì la bozza di risoluzione sulla crisi siriana è approdata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonostante la dichiarata opposizione all’approvazione del documento espressa più volte dai rappresentanti di Mosca, Pechino e Brasilia. Il testo, proprio per ovviare a queste opposizioni, era stato accuratamente modificato dai sostenitori della dichiarazione di condanna nei confronti di Damasco, vale a dire Francia, Gran Bretagna, Germania e Portogallo, che hanno apportato alcune variazioni prettamente semantiche volte ad alleggerirne in apparenza il contenuto accusatorio: la parola “sanzioni” era stata ad esempio sostituita dalla definizione “misure mirate”. Un raggiro che non ha però avuto l’effetto sperato tanto che Russia e Cina, in piena linea con i loro diritti e con le dichiarazioni rilasciate in precedenza, hanno posto il veto sulla bozza di risoluzione mettendo la parola fine almeno per ora a questa farsa, ma scatenando al tempo stesso un prevedibile vespaio di polemiche.

“Qui non si tratta di un intervento militare, non si tratta della Libia. Tirarli in ballo è soltanto un espediente a buon mercato, escogitato da chi preferisce vendere armi all’esercito siriano piuttosto che ergersi al fianco del popolo di quel Paese”, ha affermato l’ambasciatrice nordamericana al Palazzo di Vetro, Susan Rice, la quale ha poi aggiunto che “gli Stati Uniti si sentono oltraggiati per il fatto che il Consiglio di Sicurezza è stato assolutamente incapace di fronteggiare un’urgente sfida morale, e una crescente minaccia alla pace e alla sicurezza regionali”. Parole controverse se si pensa che sono state pronunciate dall’esponente di un Paese che pur di tutelare l’interesse di Israele, al quale continua fornire armenti per diversi miliardi di dollari ogni anno, non ha esitato a fare ricorso al veto compromettendo in maniera determinante e incontrovertibile le sorti della popolazione palestinese. È evidente che per Washington non tutte le popolazioni hanno gli stessi diritti e non tutte le rivoluzioni per la democrazia sono uguali.

“Il Consiglio di sicurezza non poteva restare in silenzio di fronte alla tragedia siriana. Doveva sollevarsi contro un dittatore che massacra il suo popolo e che cerca di soffocare la legittima aspirazione dei siriani alla democrazia. È un triste giorno per il popolo siriano ed è un triste giorno per il Consiglio di sicurezza”, recita una nota emessa dal ministro degli Esteri di Parigi, Alain Juppé. Da quanto affermato non si direbbe essere lo stesso uomo che ha sfruttato un’altra risoluzione, questa sì approvata dal massimo organo dell’Onu, per garantire un alibi ai bombardamenti dell’aviazione francese sulla Libia. Bombardamenti volti alla conquista delle risorse energetiche del Paese nordafricano. E non poteva certo mancare l’occasione di far sentire la propria voce in un’occasione così importante il nostrano Franco Frattini, fra i più indignati per quanto accaduto e che si è dimostrato ancora una volta più realista del re.

“È un giorno molto triste per i coraggiosi siriani che stanno lottando per le libertà – ha detto il titolare della Farnesina - loro certo si aspettavano un’azione della comunità internazionale più energica, anche perché nel testo non si parlava di una condanna, ma di doverose misure appropriate”. Certo non ci saranno state scritte le parole “sanzioni” e “condanna”, ma d’altronde a cosa servirebbero sennò i sinonimi e le locuzioni. Infine, dopo questa sequela di accuse e vesti stracciate, che somigliano più che altro a uniformi militari macchiate di sangue, è arrivata la risposta del Cremlino. Una replica che da sola spiega in maniera sensata e del tutto condivisibile il perché del ricorso al veto. “Non siamo gli avvocati del regime di Bashar al Assad – ha spiegato il ministro degli Esteri russo Lavrov - pensiamo che le violenze siano inaccettabili e condanniamo la repressione delle manifestazioni pacifiche. Allo stesso tempo, non possiamo certo chiudere gli occhi di fronte al fatto che l’opposizione radicale sfrutta sempre di più il malcontento di una parte della popolazione siriana e non nasconde più le proprie intenzioni estremiste passando alla tattica del terrorismo palese”. Parole che non hanno bisogno di alcun commento, ma che fanno sorgere una domanda: chissà perché l’unico allarme terrorismo ignorato dagli Usa negli ultimi dieci anni è quello lanciato dal governo siriano qualche mese fa. Dopo essere state usate per decenni come una filiale newyorkese della Casa Bianca, le Nazioni Unite si dimostrano per la prima volta organo di democrazia. Un’organizzazione dove anche qualcun altro oltre agli Usa può esprimere il proprio parere e questo a Washington e ai suoi alleati non piace.

di Matteo Bernabei
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10743

Solo una nuova strategia può salvare le economie europee

"La tassazione, delle misure repressive sulla speculazione e un restringimento alla libertà di circolazione dei capitali saranno indispensabili. E la politica di austerità che sta conducendo il Continente alla stagnazione, deve essere dovunque rovesciata. Sono urgenti politiche di reflazione e di investimento allo scopo di creare lavoro stabile e sostenibile, sia che queste siano compatibili con l'appartenenza all'euro o no."



Un'ulteriore dose di austerità per la Grecia non rappresenta la soluzione della profonda crisi che stiamo attraversando.

È molto arduo esagerare il malessere che sta avvolgendo l'economia europea. Le economie nazionali sono in stagnazione. Nuove crisi finanziarie si stagliano all'orizzonte. La fine dell'euro è apertamente dibattuta. Un debole riconoscimento di questi dati è ormai recepito anche da alcuni leader politici europei. A confronto con l'insistenza con la quale il FMI continua a sostenere che è tutto sotto controllo, vengono presentate e dibattute proposte intente a limitare i danni della nuova ondata recessiva che si profila minacciosa.

La crisi europea

Le istituzioni fallimentari hanno posto l'Europa nell'epicentro della crisi mondiale. La sola liberalizzazione finanziaria e monetaria ha dimostrato di essere letale. Quando i paesi membri entrarono nell'euro, nel 1999, fissarono i tassi di cambio relativi. Le economie del nord, e in particolare la Germania, aderirono con un tasso di cambio basso. L'Europa meridionale e periferica adottò invece un tasso di cambio alto. Il risultato è stato il prodursi di enormi squilibri commerciali, a causa dell'economicità delle esportazioni che prendevano la strada del sud Europa.

I permanenti surplus del nord erano accompagnati dai deficit del sud, senza che niente agisse come correttivo. E il sistema finanziario europeo liberalizzato giocava la sua parte, assicurando che i surplus venissero riciclati come debiti, nella strada che si inoltrava tra i paesi della periferia dell'eurozona.

Questa instabile combinazione ha retto per un decennio. È andata in frantumi in seguito alla crisi finanziaria del 2008-9. Le banche europee sono state coinvolte a causa dei titoli spazzatura che avevano acquistato in giro per il mondo. Il sistema bancario era ormai fallito, ed è stato condotto in porto il suo salvataggio, contemporaneamente alla riduzione delle entrate fiscali dovuta alla dura recessione e all'aumento della spesa pubblica. Questa combinazione ha fatto sì che i debiti e i deficit pubblici aumentassero a dismisura.

Accoppiato ai deficit nella bilancia dei pagamenti ciò ha comportato l'impossibilità per i PIIGS di far fronte alle spese.

È stata la crisi finanziaria, e non l'eccessiva spesa pubblica, a creare la crisi dei debiti sovrani. La Grecia, ad esempio, spende in percentuale rispetto al PIL, meno di quanto non facciano sia Germania che Francia. I salvataggi e la recessione hanno condotto i PIIGS al default, non la dissolutezza. E il default, al limite per la sola Grecia, è un'assoluta certezza: con i soli interessi che l'anno prossimo rappresenteranno il 15% del PIL la Grecia non ha alternative al default. Il debito è inesigibile.

L'UE e gli stati membri hanno negato questa realtà per un anno e più. Con i successivi salvataggi hanno tentato di aggirare il problema, prendendo tempo fino a quando, apparentemente, ciò si sarebbe magicamente risolto da sé. Il loro ostinato negare la realtà è frutto della paura. E la grande paura che assedia Parigi e Berlino è per il loro debilitato sistema finanziario. Il debito dei PIIGS è posseduto dalle banche francesi e tedesche. Quasi i due terzi del debito estero della Grecia è detenuto dalle istituzioni finanziarie francesi e tedesche. Quelle banche, già indebolite dalla crisi finanziaria, subirebbero un contraccolpo diretto in caso di un default. C'è un sostanziale pericolo che richiederebbe un ulteriore salvataggio.

La risposta in Europa si è realizzata nell'offerta di aiuto agli Stati attraverso l'acquisto da parte della BCE di titoli del debito pubblico ad alto rischio, e mettendo in atto i salvataggi nella sola logica di assicurare che il flusso del pagamento degli interessi rimanesse costante. Questo è stato supportato dalla stridente richiesta di crescenti misure di austerità – tagli alla spesa pubblica sempre più severi. L'austerità danneggia l'attività economica reale, come è ora ovvio da Dublino ad Atene. Essa privilegia gli asset finanziari, fabbricando i rimborsi del debito, anziché provvedere all'occupazione e alla crescita. Ma gli eterogenei governanti d'Europa non sono stati capaci, o non hanno voluto, trovare un accordo su niente.

A questo dobbiamo il fatto che ora la crisi sia così rovinosa. Lo shock finanziario del 2008 è stato trasformato in una crisi dei debiti sovrani. La crisi dei debiti sovrani ora si sta a sua volta ripercuotendo sul sistema finanziario. Il default del debito sovrano minaccia di causare il collasso finanziario. Ma esso è ormai inevitabile.

L'eterno ritorno dell'uguale

C'è in un certo senso, infine, una severità di circostanze che si realizza sull'Europa e sugli stati membri. Se bisogna prestare fede alle voci non verificate, la soluzione proposta, alla quale la conferenza dell'eurozona è giunta dopo sei settimane, è semplicemente una nuova versione, ancora più rozza e gonfiata, della precedente fallimentare soluzione.

Il Fondo Europeo di Stabilità, il meccanismo da 400 miliardi di euro messo su per provvedere un fondo di salvataggio per i Paesi in difficoltà, è stato gonfiato fino a una cifra da far venire le lacrime agli occhi, 2000 miliardi di euro. La speranza è che il fondo sia sufficientemente ricco da calmare il panico sui mercati mentre si negozia il taglio del debito pubblico greco in modo da disinnescare la crisi.

È improbabile che ciò funzioni, per motivi collegati tra di loro. Primo, non ci sono reali garanzie che giunti al momento della verità il fondo sborsi realmente i quattrini. Anche se i sottoscrittori fossero in via di principio d'accordo tra di loro – ma non è affatto certo – potrebbero non esserlo nella pratica. Per un membro dell'eurozona una cosa è promettere soldi. Ben altra cosa è sganciarli. La riuscita dell'intera operazione del Fondo di Stabilità ampliato dipende da una sospensione dello scetticismo sui mercati finanziari, cioè essi devono autoilludersi (malgrado tutte le apparenze indichino il contrario) che i maggiori Stati dell'eurozona nutrano una sconfinata voglia di sborsare denaro. Se ciò non dovesse tenere – e i mercati sono, correttamente, sempre più cinici – l'operazione fallirebbe.

Secondo, sono state preannunciate ulteriori misure di austerità per le nazioni più colpite. Queste nazioni, e la Grecia in modo drammatico, si stanno avvicinando al punto di non ritorno.

Non è pensabile che possa essere ancora estorto dalla società greca più di quanto non sia già stato preso. E anche se fosse possibile cavare ancora un po' di sangue a beneficio dei finanzieri, l'economia sarà condotta alla stagnazione e al declino. Le misure prese per facilitare il pagamento del debito lo stanno rendendo ancora più pesante. Il governo socialista ha, finora, in totale spregio dei suoi elettori, fatto ciò che le organizzazioni internazionali gli hanno chiesto. Ma potrebbe non essere in grado di farlo ancora a lungo. Un default che ricalchi quello dell'Argentina nel 2001, con o senza fuga in elicottero dei leader politici, è una chiara possibilità.

Terzo, dovesse occorrere un maggiore default, anche il fondo rimpolpato sarebbe rapidamente sopraffatto. Il debito sovrano greco è sparso per il Continente: le banche greche ne posseggono un terzo, quelle francesi e tedesche una fetta ancora maggiore, e anche la BCE ora ne detiene una somma sostanziosa. Un default maggiore spazzerebbe via il valore di questi debiti. Le banche potrebbero diventare insolventi, sopratutto in Francia. Ma quelle banche sono legate a loro volta ad altre banche in qualche altro luogo. Il Regno Unito ha limitato il possesso di quote del debito greco. Ma è maggiormente esposta con le banche in Francia e Germania. Le banche britanniche sarebbero colpite se lo shock da Atene si diffondesse attraverso il sistema. Il contagio finanziario, con il sistema bancario in caduta attraverso l'Europa per effetto domino, è una reale possibilità.

L'alternativa

La situazione è sconfortante. L'UE, il FMI e la BCE sembrano incapaci di offrire nient'altro che le stesse ricette dimostratamente fallimentari. Eppure un'effettiva risposta alla crisi è rapidamente necessaria. Per la Grecia questa risposta sarà il default. La società greca non deve fungere da capro espiatorio per il fallimento del sistema finanziario europeo. Ma ciò comporterà anche un'uscita dall'euro, aprendosi così la possibilità di usare la leva monetaria per l'economia. Nel resto d'Europa, una repressione della finanza sarà necessaria per evitare il contagio.

Anche il FMI ora è costretto ad ammettere che i controlli agli spostamenti dei capitali rappresentano un mezzo efficace di arginare la diffusione della crisi finanziaria.

La tassazione, delle misure repressive sulla speculazione e un restringimento alla libertà di circolazione dei capitali saranno indispensabili. E la politica di austerità che sta conducendo il Continente alla stagnazione, deve essere dovunque rovesciata. Sono urgenti politiche di reflazione e di investimento allo scopo di creare lavoro stabile e sostenibile, sia che queste siano compatibili con l'appartenenza all'euro o no.

I costi saranno alti e il risultato incerto. Ora non abbiamo da proporre facili soluzioni. E le proposte alternative non offrono in realtà nulla.

di James Meadway
Fonte: http://www.neweconomics.org/blog/2011/09/26/only-a-new-strategy-can-save-europes-economies

Traduzione per Megachip a cura di Piergiuseppe Mulas.
Tratto da: MegachipDue

Islanda, stato di eccezione?


“Sovrano è chi decide lo stato di eccezione”, scrive Carl Schmitt.

Applicando tale enunciato all’isolato caso islandese emerge che il governo di Reykjavik è titolare di reale sovranità, specialmente in relazione alla ricetta adottata per superare il totale dissesto finanziario che aveva provocato il fallimento nazionale del 2008.

Durante i periodi di crisi “la normatività – afferma Schmitt – è impotente” e dal momento che nel caso specifico tale “normatività” è eminentemente rappresentata dal Fondo Monetario Internazionale essa è stata sospesa dal governo islandese, che ha abbandonato la tutela dei creditori esteri – inesaustamente raccomandata dal Fondo – per il bene della comunità islandese.

Qualcosa di affine era accaduto durante la Repubblica di Weimar, quando il popolo tedesco richiese l’apertura di uno stato d’eccezione che soppiantasse un ordinamento giuridico finalizzato esclusivamente ad arricchire le grandi oligarchie finanziarie e ad alimentare un circuito falsato di corruzione funzionale al mantenimento di alcuni privilegi di determinati strati sociali a scapito della comunità.

Si tratta quindi di un raro atto di audacia politica, specialmente in relazione alla stagnante realtà europea.

Al momento del crac il debito pubblico accumulato da ogni cittadino islandese ammontava a circa 500.000 euro (a fronte di una popolazione composta da 320.000 persone circa), le principali banche nazionali erano fallite nel giro di poche settimane, l’inflazione aveva superato la soglia del 18% e la recessione aveva toccato la doppia cifra percentuale.

Il debito greco lambisce il 150% del Prodotto Interno Lordo, quello islandese raggiunse nel 2008 il 1100%.

I primi a fornire assistenza al governo di Reykjavik impegnato a raccogliere le macerie finanziare cui era stata ridotta la nazione furono gli inviati del Fondo Monetario Internazionale, che impartirono direttive affini a quelle attualmente adottate dall’Unione Europea per “salvare” la Grecia; tagli delle pensioni, erosione del Welfare, privatizzazione dei beni statali.

Stessa cosa era accaduta in Argentina.

Buenos Aires aveva iniziato nel lontano 1989 a seguire pedissequamente le indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, privatizzando l’intero patrimonio pubblico (petrolio, acqua, ferrovie, telecomunicazioni, poste, autostrade, elettricità, miniere, compagnie aeree), liberalizzando il commercio estero, riducendo stipendi e pensioni, eliminando il controllo dei cambi e tagliando il personale per contenere il debito pubblico.

La Costituzione venne modificata per fissare la parità tra peso e dollaro onde evitare che moneta potesse essere svalutata.

Parte dei proventi ottenuti per mezzo della dismissione dell’immenso patrimonio pubblico fu dilapidata dalla corrotta e inefficiente classe politica argentina e ciò che restava non fu sufficiente nemmeno a estinguere gli 8 miliardi di dollari di debito pubblico.

Nonostante il debito pubblico del paese crebbe esponenzialmente fino a lambire l’incredibile soglia di 132 miliardi di dollari nell’arco di pochi mesi, il Ministro dell’Economia Domingo Cavallo, molto vicino al Fondo Monetario Internazionale e pianificatore di tutte le manovre finanziarie argentine, fu nominato “eroe liberale dell’anno” dal New York Times.

La ricetta dell’”eroe liberale dell’anno” provocò una recessione economica che si protrasse ininterrottamente per quattro lunghi anni, portando al fallimento nazionale proclamato nel dicembre del 2001.

La lezione argentina è stata evidentemente imparata dall’Islanda, che ha scelto di ignorare i precetti del Fondo Monetario Internazionale svalutando la moneta, trasferendo i risparmi della popolazione sui conti correnti delle tre banche nazionali e congelando i fondi dei creditori stranieri depositati negli istituti di credito in fase di liquidazione.

Sullo sfondo di un’Eurozona che sforna manovre finanziarie “lacrime e sangue” imponendo enormi privazioni alla popolazione, si staglia quindi l’eccezione rappresentata dall’Islanda, che ha ridotto l’inflazione al 5% e che il prossimo anno riuscirà, secondo le stime, a incrementare il proprio Prodotto Interno Lordo del 2,8% rigettando le direttive del Fondo Monetario Internazionale.

di Giacomo Gabellini

giovedì 6 ottobre 2011

L'ignoranza ai tempi del liberismo


L’ignorante, partorito dai miasmi soporiferi del liberismo consumista, è come un rivolo di petrolio fra le acque immacolate di un torrente di montagna, è come una bestemmia nel religioso silenzio di un tempio buddista, è come una lattina di Coca Cola fra le sacre rovine di un tempio etrusco, è come una flatulenza nel giardino dei gelsomini, come uno sbadiglio nell’opera di Dio, uno scarabocchio sulle labbra della Gioconda. L’ignorante contemporaneo, è come una macchia di sangue sulla bandiera della pace, un muro insormontabile che separa il presente dal futuro, l’indecenza nel cuore di un bambino, una mano assassina sull’angelo della libertà – un imputato impostore e spergiuro che proclama con la forza del savio la sua innocenza e, fra le lacrime di un pianto indotto, accusa del suo delitto, puntandogli dritto e fermo l’indice inquisitore, il suo vecchio benefattore.

La totale assenza del pudore, del senso della misura e, l’incapacità di un giudizio autocritico e analitico, sono le caratteristiche che portano l’ignorante, a percorrere strade, un tempo, battute da uomini giusti e onorabili. La modernità relativista e opportunista, ha spianato la strada all’homo indoctus che, oggi, detiene il potere assoluto sul mondo...

L’intelligenza, è un valore che, oggi, in molti credono di possedere, peggiorando, ulteriormente, la loro condizione di somari. Furbizia non è intelligenza ma la sua contraffazione.

L’ignorante moderno, è un individuo pigro, sia sotto il profilo mentale, che dell’attività fisica, affetto da menzogna cronica e da un tipo di logorrea, ad innesco automatico. La sua pigrizia, è inversamente proporzionale alla quantità di parole che riesce ad emettere. L’ignorante puro, riesce a parlare per ore, senza un vero motivo razionale e razionabile. Contesta qualsiasi cosa, non avendo, lui, nulla da proporre. Trascorre la sua vita, aspettando una preda alla quale contrapporre il suo dissenso.

Atteggiamento tipico dell’ignorante, è quello di lamentarsi in continuazione per il troppo lavoro, per gli impegni che lo sommergono, per un’infinità di problemi inesistenti, per stanchezza, mal di testa, acidità di stomaco e cose del genere. In verità, è dedito all’ozio, al piccolo vizio e alla commedia. L’ignorante tipo basic, al contrario, è innocuo; anzi, come certo colesterolo, apporta benefici all’intricato sistema sociale e ai suoi fragilissimi equilibri. L’ignoranza, non è specifica caratteristica di una classe sociale ma, nelle moderne società industrializzate, esprime la sua massima virulenza nella rappresentazione del potere politico, economico e mediatico. L’ignorante, è un “uomo preconcetto” per natura, condizione che gli deriva dal suo analfabetismo esistenziale. E alla fine: ignorante non è chi non sa scrivere e non sa leggere, ma chi non sa zappare, seminare e raccogliere. Ignorante è chi non sa interpretare il cielo, le onde del mare, e il vento di maestrale. Ignorante è l’uomo che cerca prove fra la sabbia del deserto. Perché ignorante, non è chi è stato, ma chi é.

“Il Diavolo è dipendenza, che si esprime in una totale assenza di volontà” J.T.

L’esercizio sistematico e continuo, volto a giustificare e legittimare le proprie mancanze, debolezze e dipendenze, trasforma l’individuo in quell’essere ottuso, che ha convertito l’intelligenza in furbizia, la licenza in libertà e la verità in mistificazione. Questa operazione di contraffazione dell’Io, prolungata nel tempo e mai messa in discussione, si attesta in seguito, come carattere dominante del soggetto (tara mentale). Un automatismo (riflesso condizionato) che, per sua natura, prescinde da ogni introspezione critica, analisi psicologica, ragionevolezza e buon senso, per sconfinare, a buon diritto, nella sfera delle patologie gravi e degenerative dello stato di coscienza.

Questi soggetti, oggi, sempre più comuni, sono in parte il prodotto della sottocultura consumistica e deresponsabilizzante che, nella potenzialità degli individui a rischio, trova terreno di coltura, per attuare il suo progetto, di manipolazione mentale.

Le promesse di successo, di facili guadagni, di eterna bellezza, unicità e immortalità, intervengono sulle menti deboli in forma destabilizzante, alterandone l’oggettività, l’imparzialità e la consapevolezza, per essere assunte, in seguito, a parametri assoluti di riferimento. Valori morali e principi etici, vissuti come dei veri e propri ostacoli e incidenti di percorso (elementi dissonanti), sono stai rimossi e cancellati, per dare efficacia e sonorità alle lusinghe e agli inviti seducenti delle suadenti sirene del liberismo relativista. La forza di volontà che, in passato, aveva la funzione, lo scopo e la potenza di produrre diversità e merito, è venuta meno, per trasfigurare in omologazione e supina accettazione; cause, a loro volta, di in un martirio incompreso, risultato estremo di un autolesionismo indotto. Questo singolare individuo moderno, è il solo e unico attore protagonista, regista e sceneggiatore, di una commedia dell’orrore, nella quale ha trasformato la sua vita.

L’uomo senza la volontà è costantemente riverso su se stesso, relegato dentro un labirinto di parole in virtù delle quali si prefigge, attraverso un’analisi introspettiva di natura opportunistica, di trovare una motivazione logica alla sua condizione di parassita della società. L’uomo senza la volontà è un essere monco, incompiuto che, all’azione e ai fatti, ha sostituito le attenuanti e l’auto-commiserazione al fine di prescrivere ed assolvere la sua inettitudine fisica e morale e rendere legittime ogni debolezza, dipendenza e paura. Questo individuo, oltre ad essere un peso per la comunità, è un esempio negativo per il suo stesso nucleo famigliare che, per emulazione, assimilerà l’immagine distorta di un tale atteggiamento, come legittima e auspicabile.

L’uomo privo di volontà, è incline al servilismo, alla diffamazione e al tradimento, tratti caratteriali di un’indole epurata da ogni oggettivo parametro di riferimento, scale di valori e buon senso. Quest’uomo non è capace di veri sentimenti ai quali, da esperto commediante logorroico, predilige una grottesca messinscena, permeata di enfasi, costernata commozione e sentita preoccupazione.

Per questo tipo di individui, in stato di dissociazione perenne, il confine fra la finzione e la realtà (con il tempo e la pratica costante), viene azzerato, incorrendo, così, nel serio rischio di non sapere più distinguere l’una dall’altra. Del resto, anche la qualità e la forza delle emozioni sono il risultato di impegno, di consapevolezza e discernimento, e tutte, fanno capo a quell’impulso rigeneratore e rivoluzionario che trasforma l’uomo in credente: la volontà.

L’uomo partorito dalla rivoluzione industriale è soggetto ad una particolare ignoranza e schiavitù, uniche nella storia dell’uomo e, in particolare, l’individuo iper tecnologico degli ultimi decenni, che è totalmente dipendente dal Sistema Bestia. Quest’uomo, affetto da *infantilismo, non è in grado di procurarsi il cibo, di scaldarsi, di produrre alimenti, di soffrire e di decidere. E’ privo della più remota forma di volontà, e come un infante egoista ed egocentrico, rifiuta ogni fatica fisica, responsabilità individuale e ragione di consapevolezza, essendosi consegnato anima e corpo fra le grinfie del Sistema padrone. Un uomo monco che interpreta alla lettera le indicazioni di un libretto di istruzioni che il Sistema gli consegna al momento della sua venuta al mondo. Le comodità che il Sistema ha messo ha sua disposizione, lo hanno rammollito, fino a ridurlo ad uno stato di invalidità permanente. Etica, deontologia, morale e umanità si sono, in lui, estinte per sempre, privandolo così della spiritualità; un essere completamente manipolabile, ricattabile e corruttibile.

L’individuo iper- tecnologico, dunque, è il risultato di una perversa operazione di lavaggio mentale che, in breve tempo, si è attestata come carattere genetico. La maggior parte del suo cervello, che per milioni di anni gli ha consentito di sopravvivere, di adattarsi e produrre vera conoscenza, non solo è rimasta inattiva, ma nella gran parte degli individui occidentali (nuove generazioni in particolare), è totalmente assente.

L’habitat che circonda il bambino fin dall’alba della sua venuta al mondo, condiziona per sempre il suo domani, ed é l’imprinting che modellerà la sua futura personalità. Televisione, video giochi, telefonino, play station e una montagna di sterile e invadente tecnologia (futuri rifiuti da discarica), lo deresponsabilizzano da ogni sforzo di analisi introspettiva e di immaginazione – esattamente nel senso opposto della propaganda sbandierata dal Sistema: “in questo modo sviluppano la fantasia!!!”. Quelle che poi, insistono a volere chiamare “comodità” (ma che in realtà sono un inferno quotidiano), lo costringono a declinare ogni ragionevole sforzo, adattandosi ad una sorta di baby prepensionamento e trascorrendo il resto della sua vita di fronte ad un computer, ingrassando a dismisura e precarizzando la sua salute, fisica e mentale.

Poi, arriva il momento della scuola materna, con gli infiniti giocattoli morti, di plastica e l’onnipresente televisione e da li, fino al conseguimento dell’insulsa e sempre più inutile laurea. Nel frattempo il Sistema si sfrega le mani, sapendo che un altro pollo è entrato nella gabbia, e che fuori da quella prigione non è più in grado di sopravvivere.

Gli individui omologati della nostra epoca, non sono che polli in batteria. In questa gabbia, ci sono entrati volontariamente, dopo averla loro stessi costruita, recidendo ogni rapporto con il mondo degli spiriti. La loro conoscenza, è limitata all’area occupata all’interno del loculo metallico, dove tutti, trascorrono una vita apparente. Disperazione e solitudine regnano sovrane nella loro anima e, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, aspirano all’immortalità. Questo tipo di particolare schiavitù, (eccezionale nella storia dell’umanità) priva l’ignorante senza volontà, dell’alba e del tramonto, costringendolo ad un’esistenza limbica, a mezz’aria fra una presente assente e un domani inesistente.

Definire tutto ciò come follia, non renderebbe giustizia alle ragioni di una tale anomalia, e la collocherebbe dentro i confini dell’umano. Una circostanza del genere, si è venuta a creare, si, per dei fattori tecnici dipendenti dall’essere umano ma, inattiva, senza l’intervento di una forza soprannaturale negativa; il Maligno. In virtù di un tale tecnicismo, si sono venute creare, le condizioni ideali, perché ciò accadesse. Tornare indietro è impossibile. Solo dalle ceneri della sua smisurata vanità, l’umanità, riuscirà lentamente a risorgere. Forse!

Per tanto, dobbiamo riappropriarci della conoscenza del passato, delle certezze, e dei parametri di giudizio necessari per l’autodeterminazione, come espressione di libertà positiva. Diversamente, il relativismo dilagante, ci sommergerà come uno tsunami, e non ci sarà un domani, ne per noi, ne per i nostri figli e nipoti.

AMEN

di Gianni Tirelli
Fonte: Stampa Libera
Tratto da: http://crepanelmuro.blogspot.com/2011/10/lignoranza-ai-tempi-del-liberismo.html

E' ORA DI ANDARE


“Il presidente Obama ha concluso il discorso, è sceso dal palco, è stato scortato in un corridoio laterale dove si è accasciato su una sedia appogiata al muro. Ha portato entrambe le mani ai lati della testa, la quale era sporta in avanti fin quasi a toccare le ginocchia. Ai lati della faccia si vedevano solchi nei punti in cui il trucco di scena era stato cancellato dalle sue mani. In questi giorni si mette quella roba ovunque vada. E’ arrivato un membro dello staff, si è chinato verso il presidente e gli ha detto che era ora di andare. Il presidente ha guardato in su, ha accennato un sorriso e si è rimesso in piedi lentamente. Molto lentamente. L’unica parola che ha detto è stata “sì”. Non c’era entusiasmo. Da lui non veniva nessuna energia. Le persone intorno al presidente sembravano ignorare le sue condizioni. Lo osservavano come se non ci fosse, fino a quando ha iniziato ad attraversare il salone per dirigersi verso l’esterno. Lo hanno seguito standogli a fianco ed è sembrato quasi che lo spingessero fuori dal portone. Il presidente appariva incredibilmente stanco. Usato”.

Questa è la descrizione di Barack Obama fornita negli ultimi giorni da un insider della Casa Bianca. E’ l’immagine di una marionetta decrepita, consunta e con i fili usurati, in procinto di essere sostituita dal puparo con un fantoccio di nuova fabbricazione. Con la deliziosa differenza letteraria che le marionette di carne, a differenza di quelle di plastica e legno, hanno la coscienza della rottamazione imminente e ne provano disperazione. Il nervosismo da fine spettacolo pare contagiare anche i più stretti congiunti del presidente-fantoccio, se è vero – come riporta lo stesso articolo – che la stessa First Lady si lascia andare, sempre più di frequente, ad esibizioni d’isterismo sguaiato, con strepiti ed urla da mercato del pesce rivolte verso i membri dello staff. Più che nelle gelide stanze di vertice della maggiore superpotenza globale, sembra di essere in una biografia svetoniana o negli uffici di un’azienda in amministrazione controllata poco prima di un apocalittico taglio del personale. E se questa è la situazione al vertice, lascio immaginare quale possa essere il clima nei camerini dei servi di scena, a Palazzo Madama, Palazzo Grazioli, Montecitorio…


Che Obama fosse una marionetta del tutto impotente, manovrata in ogni sua mossa dalle elite che realmente gestiscono il potere dello stato americano – e prima o poi occorrerà riflettere su cosa debba intendersi, in concreto, quando si parla di “stato” – è certamente una scoperta dell’acqua calda per i lettori di questo e di altri blog. Tuttavia ho voluto riportare questa testimonianza di un osservatore diretto, sia perché essa riesce a fornire una nitida sintesi visiva di una realtà che noi tutti immaginiamo, ma che spesso ci rappresentiamo solo in astratto; sia perché lo spleen di Obama dietro il palcoscenico è, a livello più ampio, un simbolo impietoso del declino economico, politico e culturale non solo di un uomo, ma di una nazione, di una visione del mondo, di un’epoca intera.

La “carta Obama” era stata giocata bene e aveva ottime possibilità di risollevare, almeno sul piano dell’immagine, le sorti del grande circo statunitense in bancarotta. La “grande innovazione” del primo nero alla Casa Bianca era stata accolta negli ambienti del popolastro ebete di sinistra con innumerevoli “oh” e “ah” di ammirazione incondizionata. A volte basta poco per fare felici i mocciosi. Purtroppo per gli impresari dello spettacolo, non basta costruire una marionetta nuova e attraente per rinverdire i fasti di una rappresentazione costretta ad operare su un canovaccio decrepito, su uno scenario logorato oltre ogni immaginazione, all’interno di una struttura che perde credibilità e calcinacci ad ogni respiro del pubblico. Non c’è sospensione dell’incredulità che possa ridar fiato ad una recita che vorrebbe proporsi come innovativa e che invece ammannisce agli spettatori le stesse guerre, gli stessi massacri goffamente nascosti dietro il velo consunto della “democrazia”, le stesse soperchierie economiche internazionali, la stessa politica genocida e prepotente. Con l’aggravante che la prepotenza arriva adesso da una vecchia bestia senza più denti, che non può più aggredire in proprio altre nazioni sovrane, ma solo per mezzo dei propri sguatteri, i quali iniziano a reclamare maggiore peso nella spartizione delle carogne. Non si vede più, dietro la consueta politica di sterminio criminale del leone incartapecorito, una strategia globale coerente, un progetto che, per quanto sanguinario, miri almeno ad una ricomposizione degli equilibri nella prospettiva del ripristino di una vivibilità internazionale di medio periodo. Ormai in dialisi e con la prostata recalcitrante, la bestiaccia crepuscolare sguinzaglia i suoi lanzichenecchi in giro per il globo, riuscendo solo a creare caos a profusione, nella scellerata e vana speranza che il caos riesca ad intralciare per qualche ora i suoi nemici in ascesa e a garantirgli un attimo di respiro per elaborare una strategia degna di questo nome. Una strategia che, al momento, nessuno sembra in grado nemmeno di immaginare.

Può essere interessante, in questo senso, mettere a confronto la stanchezza umana ed ideologica della superpotenza in declino, con il dinamismo evidenziato dai rappresentanti delle elite delle nazioni in ascesa. Ad esempio, per quanto riguarda la Cina, giunge notizia che il Senato americano avrebbe intenzione di approvare una serie di dazi doganali contro le merci cinesi, per contrastare il crollo delle esportazioni americane in oriente, nonché per scongiurare un’ulteriore restrizione del mercato interno, a seguito della svalutazione dello yuan. Nel corso dell’estate, diverse aziende americane, come la Solyndra, che fabbrica pannelli solari, hanno chiesto la procedura di bancarotta, non riuscendo più a competere con le aziende cinesi che riescono a fabbricare beni con costi di gran lunga inferiori. Il senatore USA Harry Reid, ha dichiarato, con incredibile faccia di tolla, che “gli interventi deliberati per svalutare la propria moneta, danno alle merci cinesi un ingiusto vantaggio competitivo sui mercati”. Ma senti senti da che pulpito… in tutto il periodo in cui sono stati gli USA a svalutare il dollaro fino al valore di cartaccia pur di rendere un po’ più appetibili le cianfrusaglie americane sui mercati occidentali, nessun senatore americano ha sentito il bisogno di aprire bocca. Ora che i cinesi hanno copiato il trucco, tutti ad invocare la “giustizia” e l’equità nella competizione commerciale.

I piagnistei, purtroppo per Reid, non faranno altro che accrescere la percezione della debolezza politica irrimediabile del suo ormai decotto paese. La mozione del Senato americano è una mossa puerile, dalle connotazioni puramente difensive e dagli esiti incerti, non essendo gli USA in grado di sfidare apertamente, sul piano economico, una nazione che detiene circa 800 miliardi di dollari del debito americano. L’unica chance sarà, prima o dopo, quella di una sfida apertamente militare, che gli USA non sembrano attualmente in grado neppure di concepire e alla quale potrebbero, sperabilmente, non sopravvivere.

Jim Rogers, investitore americano con sede a Singapore, ha preconizzato esattamente questo scenario: “Se questa diventerà una guerra commerciale”, ha detto Rogers, “allora si tratta dell’evento più rilevante del 2011. Le guerre commerciali sfociano sempre in guerre effettive. Nessuno vince mai le guerre commerciali, se non i generali che si ritrovano a combattere le guerre materiali quando esse scoppiano. Tutto questo è molto pericoloso”. A giudicare dalla reazione decisa di Pechino alla debole iniziativa statunitense, il pericolo sembra allignare soprattutto negli ambienti di Washington. Il portavoce del ministero degli esteri cinesi, Ma Zhaoxu, ha dichiarato che “La Cina si oppone inflessibilmente a questa normativa” ed ha concluso invitando gli Stati Uniti a “guardare le relazioni economiche tra Cina e Stati Uniti da un punto di vista più ampio”, con un’allusione neanche tanto velata agli effetti che una simile mossa potrebbe avere sul finanziamento del debito americano da parte della Cina. Nel frattempo, un rapporto dell’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace (SIPRI) rivela come la Cina si stia preparando a uno scenario di conflitto conclamato, rendendo sempre più indipendente dalle forniture russe il proprio apparato militare. Negli anni seguiti alla caduta dell’URSS, Pechino importava dalla Russia oltre il 90% delle proprie armi convenzionali. Ma quest’importazione di armamenti si è ridotta della metà già nel 2007, quando la Cina ha implementato le tecnologie per fabbricare in proprio il materiale bellico che le è necessario, e ha continuato a ridursi nel 2009 e nel 2010. La stessa indipendenza viene ricercata dalla Cina nell’approvvigionamento energetico (e infatti, come spiegava F. William Engdahl in questo articolo, è proprio il tentativo di ostacolare la politica energetica cinese in Africa che ha spinto gli USA a progettare le rivoluzioni colorate di quest’anno e a imbarcarsi nella guerra “proxy” contro la Libia).

Mentre la Cina ruggisce e il presidente americano piagnucola su una seggiola, anche la Russia si mostra sempre più intraprendente. Proprio ieri Vladimir Putin, in un articolo pubblicato sul quotidiano russo Izvestia, ha reso note le direttive di politica estera che ha intenzione di intraprendere, mentre si accinge a ritornare al Cremlino da presidente. Putin ha reso noto che dal 1° gennaio 2012 verrà implementato il già esistente progetto di integrazione doganale tra Russia, Bielorussia e Kazakistan, eliminando ogni barriera ai movimenti di merci, capitali e forza lavoro tra questi tre paesi e creando un punto di riferimento non solo per questi ultimi, ma anche per tutti gli Stati post-sovietici. “Non ci fermeremo qui”, ha aggiunto Putin, “e stiamo perseguendo un obiettivo ambizioso: realizzare un livello d’integrazione ancora maggiore nell’ambito di un’Unione Eurasiatica”. Nell’articolo, Putin dichiara esplicitamente di intendere questa unione doganale come una piattaforma di lancio verso un più ampio progetto eurasiatico, volto ad attuare ogni possibile strategia diplomatica per creare un ponte politico-commerciale verso l’Europa, non solo in direzione degli stati ex-sovietici. “La partecipazione ad una Unione Eurasiatica”, ha detto Putin, “oltre ai diretti benefici economici, consentirebbe ai suoi membri di integrarsi in Europa più in fretta e a partire da una posizione di forza assai maggiore”. Se a pronunciare queste parole fosse un leader occidentale, sarebbe legittimo sospettare che si tratti di pura propaganda elettorale, di chiacchiere al vento. Ma Putin non ha bisogno di propaganda elettorale, non avendo, di fatto, alcun rivale nella corsa al Cremlino. Le sue dichiarazioni rappresentano una linea programmatica, un’aperta sfida politica alla strategia statunitense, rivolta ad accerchiare militarmente la Russia attraverso la cooptazione degli ex paesi satellite dell’URSS sotto l’egida della NATO.

 
Sembra che Putin intenda sfruttare la debolezza evidenziata dagli USA nelle loro avventure militari (ultima quella libica), abbandonando la strategia puramente difensiva e rilanciando aggressivamente la posizione russa attraverso una proposta di cooperazione commerciale che, in tempi di crisi economica ed energetica, non può non esercitare una forte attrattiva su molti paesi europei.

Si potrà obiettare che il progetto eurasiatico di Putin è al momento un Eden di cartapesta, uno slogan velleitario, non più plausibile nel concreto dell’allucinatoria “democrazia” americana. Può darsi. Però è uno slogan che ha tutte le carte in regola per attirare su di sé le speranze dei popoli europei e l’interesse degli operatori economici e commerciali del continente, per i quali la fatiscente “democrazia” è ormai solo sinonimo di guerra, massacri, destabilizzazione politica ed economica, strangolamento finanziario, bancarotte, povertà diffusa, degradazione culturale, immigrazione incontrollata, criminalità in aumento, svuotamento di significato delle istituzioni politiche e, in generale, asservimento delle nazioni a direttive suicide sovranazionali. E’ verosimile che l’attrattiva di un progetto eurasiatico, se portato avanti con determinazione, risulti di gran lunga maggiore della prospettiva di accettare, impotenti, le direttive devastanti di una marionetta piagnucolosa e incapace, abbandonata nel retrobottega di qualche remoto palcoscenico d’oltreoceano a lasciarsi colare il cerone sulla faccia.

di  Gianluca Freda
Fonte: Blogghete

domenica 2 ottobre 2011

I francesi nei Balcani: scalata ostile ai progetti energetici italiani


L'intelligence economica francese sta cercando di sabotare i piani energetici dell'Italia, nel tentativo di scavalcare ogni controparte italiana nei progetti comuni. Un obiettivo divenuto evidente con l'aggressione della Libia, che è sfociata inevitabilmente nella corsa all'accaparramento di contratti petroliferi e rapporti privilegiati con Tripoli, che prima di allora appartenevano all'Eni. La sua azione è molto aggressiva, fomentata dalla pazzia di Sarkozy, ormai messo alle strette dalla minaccia di default, perchè i soldi per bombardare prima o poi finiranno. La Francia si prepara oggi ad entrare nei Balcani, per subentrare nei contratti concordati dalle aziende italiane. Il primo bersaglio è la Serbia, oggi sempre più debole, asserragliata dalla crisi del Kosovo, dalle minacce del Sangiaccato e dagli ultimatum di Bruxelles per la candidatura e la data per l'adesione all'UE.Dalla loro parte, i francesi hanno 'balance' da offrire a Belgrado: contratti per lavori in Libia, strada spianata nell'UE e riconferma dei contratti francesi sul mercato serbo. In cambio vogliono mettere le mani sull'energia italiana, a cominciare proprio dall'Edison, che da sola vuol dire accordi per centrali elettriche, ma anche per il gas russo di Promgas. La EDF, dopo aver 'mangiato' la quota italiana nel progetto Gazprom, salta i convenevoli e convoca a Parigi i capi della Elektroprivreda Srbije. Lasciando ad intendere che l'affare di Edison è 'cosa fatta', conferma la partnership aperta dalla dirigenza italiana, e rilancia investimenti nella rete elettrica, esponendosi sino a proporre l'assorbimento della società serba nel gigante francese.

I serbi per il momento dicono 'no grazie' alla privatizzazione di EPS, ma a questo punto tutto può essere rimesso in discussione, a cominciare da quegli accordi conquistati dagli italiani dietro una 'stretta di mano politica' e fuori dai tender, sino al famoso "progetto di interconnessione della rete italiana a quella balcanica". Il fatto che sia un piano sostenuto di principio della Comunità Europea, non significa che sarà esente dalla scure della burocrazia europea, che ha già sguinzagliato i suoi ispettori negli uffici delle società energetiche per verificare il rispetto delle direttive. Forse bisognerebbe insistere di più su Edison e non dare forfet, perchè dopo il primo segno di debolezza, si aprirà il vaso di Pandora delle inchieste per la trasparenza.Sarebbe questo il momento giusto che i nostri ambasciatori si esponessero per riconfermare quei famosi accordi strategici, ma dopo l'annullamento del vertice intergovernativo Roma-Belgrado, la sola Italia che conosce la Serbia è la Fiat, mentre Seci-Maccaferri è un'impresa che promette, come tante hanno fatto. La diplomazia italiana non è in grado di risollevarsi, e neanche di proporre alternative, perché da anni le nostre Agenzie di stampa che non fanno altro che prendere contributi pubblici e fare un copia incolla. Esperti di 'macellai balcanici', analisti del formaggio di Livno, medagliati e carrieristi, false promozioni per false storie in una falsa diplomazia. Tutto si riduce a business affaristici che usano soldi pubblici per poi rivendere a privati. Come se non bastasse è già pronta la campagna mediatica, dei soliti giornali del giustizialismo, contro i vertici manageriali delle società energetiche, che ora rappresentano proprio la controparte negoziale dei francesi. Ma poi, sono davvero strane quelle inchieste della magistratura contro Ministri e personaggi politici ora impegnati in importanti negoziati. Se esistono i segreti della 'casta', esisteranno anche quelli degli intoccabili 'magistrati e giudici' che secretano le caste.

La valanga della Green economy si sta abbattendo sul nostro paese, che lascerà un dito in bocca ai grani filantropi, benefattori del Made Italy. Canta la Mercegaglia, che del business con i soldi pubblici ne fa un'arte, un gioco di sigle, solo per foraggiare i cosiddetti imprenditori delle cartiere. E così mentre i francesi sottobanco trattano, i nostri cercano fantomatici nemici wahhabiti, e neanche si accorgono che il vero nemico ha già sferrato la guerriglia.

Tratto da: http://etleboro.blogspot.com/2011/10/i-francesi-nei-balcani-scalata-ostile.html