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domenica 10 aprile 2011

La prossima guerra mondiale: Il "Grande Gioco" e la minaccia della guerra nucleare - Parte III


Il "Grande Gioco" non è mai finito. E' la "lunga guerra" di cui Mackinder parla per istituire un "impero mondiale." Ha cambiato nome da "Guerra Fredda" e la "Grande Guerra" a "Guerra globale al terrore." Potrebbe finire come Terza Guerra Mondiale.

Nella I parte del presente articolo, è stata discussa la formazione di una contro-alleanza in Eurasia.
La II parte ha fornito una panoramica dei fronti del "Grande Gioco" in diverse regioni del mondo.
Nella III parte, sono analizzati i pericoli di una guerra nucleare globale.

La diffidenza tra la Triplice Intesa dell'Eurasia - Russia, Cina e Iran - e i loro altri alleati esiste ancora. Prima di una visita di Stato in India nel 2007, il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko, aveva espresso le tensioni nel clima geopolitico dell'Eurasia, durante un'intervista. Gli era stato chiesto delle ambizioni di Minsk per quanto riguarda l'adesione alla SCO (Shanghai Cooperation Organization). Il presidente Lukashenko aveva dichiarato: "Noi vediamo grandi prospettive per [la] SCO, a condizione che possa armonizzare gli interessi e superare una certa diffidenza tra i suoi membri, per esempio tra la Russia e la Cina, o l'India e la Cina." [54]

Gli Stati-nazione dell'Eurasia lavorano accuratamente per eliminare questa diffidenza reciproca. Tutte le potenze eurasiatiche sono potenziali rivali e avversarie, ma sotto la realtà attuale del contesto globale si rendono conto che devono lavorare insieme per sfidare la minaccia strategica USA-NATO. L'alternativa alla cooperazione eurasiatica sarebbe il crollo delle nazioni dell'Eurasia, lo smantellamento e il cambio di regime, che potrebbe potenzialmente trasformarle in territori economici controllati dall'estero, sul modello delle repubbliche dell'ex-Jugoslavia.

Gli eurasiatici vogliono anche scollegare gli Stati Uniti dai loro alleati della NATO e dell'UE, in particolare Francia e Germania. La strategia eurasiatista del Cremlino ha ancora dei piani di cooperazione con l'UE e per l'integrazione di diversi Stati europei nell'alleanza russa con la Cina e l'Iran. Questo include anche l'obiettivo di fondere l'UE all'interno della più ampia entità geo-politica eurasiatica. Una volta che la sfiducia tra gli eurasiatici sarà completamente superata, gli USA e i loro partner non avranno altra scelta, se non rinunciare al loro sogno di controllo dell'Eurasia o a ricorrere ad altri mezzi, compresi atti di guerra. Quando accadrà questo, la minaccia di una guerra a spettro completo con armi nucleari potrebbe diventare una possibilità reale.

Scritta sul muro: L'ascesa dell'Eurasia

Dalla fine della Guerra del Golfo del 1991, contro l'Iraq, guidata dagli Stati Uniti, le basi per la campagna per il controllo dell'Eurasia furono messe in atto. L'obiettivo era quello di impedire la coesione eurasiatica e l'ascesa della Cina come superpotenza. Questa campagna per controllare l'Eurasia venne resa pubblica da George H. W. Bush padre, nel suo discorso della vittoria nella Guerra del Golfo, il 6 marzo 1991. In questo discorso aveva spiegato il significato di questa iniziativa, nel contesto della creazione di un "Nuovo Ordine Mondiale".

Come parte di questa campagna, i rapporti continui circa le crescenti minacce di Iran, Russia e Cina emersero. Il processo di demonizzazione era cominciato. Nel 1996, il segretario alla Difesa, William Perry, iniziò a sollevare gli allarmi, dicendo che l'Iran era una "crescente minaccia per la stabilità del [Persico] Golfo." [55]

Prima del 2001, Mosca, Pechino e Teheran erano consapevoli del fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati, stavano preparando una qualche forma di occupazione dell'Heartland eurasiatico. Il 12 marzo 2001 (sei mesi prima del 9/11), la Federazione russa aveva formalmente accettato di riprendere le vendite di armi russe all'Iran. La Russia stava aiutando l'Iran a sviluppare le sue capacità militari, in risposta alle velate minacce USA-NATO. Mosca e Teheran decisero anche di cooperare nel settore dell'energia e sulla tecnologia nucleare. [56] Secondo il New York Times:

[L']annuncio, non inatteso, avvenne durante il primo incontro in quattro decenni, tra capi di stato russo e iraniano. La calorosa riunione produsse da subito una svolta diplomatica. Altrettanto chiaramente, è stato un segnale rivolto all'amministrazione Bush sia dagli iraniani che dai russi, che intendevano limitare l'influenza statunitense in Medio Oriente, sia con mezzi diplomatici che militari. Economicamente, la Russia è interessata alla cooperazione. E politicamente, l'Iran dovrebbe essere uno stato auto-sufficienti e indipendente, pronto a proteggere i suoi interessi nazionali [ad esempio, in un confronto militare con gli Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna], aveva detto Putin. [57]

Come segno di ciò che era in serbo, alla stessa data della firma del contratto russo-iraniano, il New York Times aveva riferito che Pechino potrebbe essere il bersaglio di piani degli Stati Uniti per un progetto di scudo missilistico che avrebbe minacciato la Cina. [58] Nell'ottobre 2000, il Cremlino inoltre aveva avviato la spinta per la formazione di una Unione euroasiatica, che seguisse l'esempio dell'Unione europea. [59] I semi di questa Unione eurasiatica, è sotto forma di unione doganale tra Russia, Kazakistan e Bielorussia (e possibilmente Ucraina) che vedrà l'ingresso nel World Trade Organization (WTO) come singola entità. [60]

Mentre Teheran e Mosca avevano firmato un importante accordo di cooperazione il 12 marzo 2001, pochi mesi dopo, Mosca e Pechino avevano firmato il trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole (24 luglio 2001, meno di due mesi prima dell'11 settembre 2001). I cinesi, i russi e gli iraniani tutti videro la scritta sul muro. Il conflitto geo-politico era all'orizzonte e la macchina da guerra della NATO e degli Stati Uniti si preparava a marciare sull'Eurasia. I tragici eventi dell'11 settembre 2001 sono stati i primi battiti del tamburo, o la salva di apertura, di un molto più ampio conflitto. Forse la politica estera degli Stati Uniti facilitava la creazione di un blocco eurasiatico? Senza dubbio, Washington era consapevole del fatto che incoraggiava Mosca, Pechino e Teheran ad unire le forze. È stato l'incontro tra i principali attori dell'Heartland eurasiatico inevitabile fatalità o il risultato delle azioni degli Stati Uniti? Gli USA possono avere agito da catalizzatore, ma la proposta del 2000 per una Unione euroasiatica ed il riavvicinamento sino-russo, mostravano che la coesione eurasiatica è un destino. E' questa fusione in Eurasia che gli Stati Uniti e l'Unione europea vogliono schiacciare.L'Orwelliana Guerra Perpetua: Oceania contro Eurasia? Riguardo alla proiezione di potenza, Friedrich Ratzel e Alfred Mahan avevano previsto che la potenza navale era superiore a quella terrestre. Mackinder, che inizialmente pose l'accento sulla potenza terrestre, sarebbe arrivato anche a sottolineare il potere navale allo stesso modo di Ratzel e Mahan. Il potere navale è la base della forza di Gran Bretagna, USA, gran parte dell'Europa occidentale e Giappone. Il potere terrestre, d'altra parte, è sempre stata la base della forza di Russia, Cina, India e Iran. Si deve notare che queste tradizionali potenze terrestri, negli ultimi anni hanno notevolmente aumentato le loro capacità navali.

Gli eurasiatici agiscono per assicurare che possano estendere il loro potere al di là della Eurasia, in caso di una guerra? Le potenze terrestri dell'Eurasia stanno sviluppando le loro potenze navali al fine di estendere la loro influenza in tutto il mondo. Le minacce di guerra sono sempre più forti. Tali minacce comprendono quelle contro l'Iran. L'Iran è un pilastro geo-strategico e della sicurezza sia per Mosca che per Pechino.

Nel 2007, il segretario generale della CSTO (Collective Security Treaty Organization), Bordjuzha, aveva avvertito il governo degli Stati Uniti contro qualsiasi mossa aggressiva contro l'Iran, dicendo che ci sarebbero state conseguenze importanti. La CSTO è una organizzazione di difesa post-sovietica dell'Europa, anche se ai suoi margini orientali, e dell'Asia. Eventuali ritorsioni della CSTO avrebbero un effetto diretto su tutta l'Europa, oltre al Medio Oriente e all'Asia Centrale. Qualsiasi aggressione condotta dagli statunitensi contro l'Iran, sarebbe limitata come Robert Baer, ex agente della CIA, ha suggerito. [61] E' in questo contesto che le truppe russe hanno iniziato a mobilitarsi nella regione del Caucaso, vicino ai confini dell'Iran. Allo stesso modo, la Russia ha raggiunto un accordo militare con l'Armenia, che consente l'uso di basi militari dell'Armenia da parte delle forze russe. [62] Anche la Cina ha iniziato ad aggiornare le sue forze navali per proteggere le rotte energetiche della Cina attraverso l'Oceano Indiano, in caso di una grande guerra.

In caso di conflitto, gli Stati Uniti e la NATO hanno previsto il taglio della Cina dalle fonti di energia. Questa è stata caratterizzata dalla pressione statunitense sul Myanmar (Birmania), così come dalla creazione della Proliferation Security Initiative (PSI). Gli obiettivi dell'ammiraglio Mullen di unire le marine militari della NATO in una "marina di mille navi" è in gran parte diretta contro la Cina. [63] Inoltre, l'alleanza informale militare simil-NATO tra Israele, Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Bahrein e Emirati Arabi Uniti è anche una sfida alla coalizione cino-russo-iraniana. In risposta a questi sviluppi, gli aerei e le navi russi e cinesi dal 2006, si avventurano negli spazi operativi degli USA e della NATO, che si estendono dal Nord America al Pacifico e alle isole britanniche. A sua volta, la strategia del Pentagono chiede una maggiore militarizzazione, nonché la creazione di "una cintura militare" intorno all'Eurasia, da parte della NATO e dei suoi alleati asiatici come Giappone, Taiwan, Singapore, Corea del Sud e Australia. L'obiettivo di questo accerchiamento militare è quello di neutralizzare sia la Russia che la Cina. A livello globale, c'è uno stato di guerra perpetua. Diversi teatri di guerra regionali sussistono. Eppure, tutti questi teatri regionali fanno parte di un più ampio progetto globale, caratterizzato dallo scontro tra Eurasia, da un lato, e le potenze oceaniche della periferia, che si trovano ai margini di Eurasia (Europa Occidentale, America del Nord, e il Pacifico), dall'altro. Quindi, queste due entità geo-politiche stanno marciando verso la guerra. La marcia verso la guerra: escalation nucleare

Nel 2007, la Gran Bretagna ha iniziato a riarmarsi con una versione aggiornata del sistema missilistico nucleare Trident, che è stato violentemente contrastato alla Camera dei Comuni britannica. [64] Il primo ministro britannico Tony Blair ha dovuto affrontare sia una rivolta nel suo partito sulla questione, sia le proteste per le strade di Londra. La mossa è stata una grave violazione del Trattato di Non-Proliferazione (TNP), che prevede che tutte le nazioni con armi nucleari debbano disarmare. La Gran Bretagna non è sola, gli Stati Uniti hanno anche continuato a costruire il loro mortale arsenale nucleare in violazione del TNP. Nell'aprile 2010, vi sono stati due e molto diversi, vertici sul disarmo nucleare, negli Stati Uniti e a Teheran. Al vertice di Teheran, il risultato principale è stato la richiesta iraniana di disarmo nucleare totale mondiale, mentre al vertice statunitense, il presidente Obama ha cercato di ridefinire il TNP, dicendo che l'Iran e la Corea del Nord non sarebbero coperti dall'obbligo statunitense al diritto internazionale, a non utilizzare le armi nucleari contro stati conformi al TNP. [65] Teheran successivamente ha presentato una denuncia formale alle Nazioni Unite, circa la minaccia di un attacco nucleare statunitense. [66] Il Generale Leonid G. Ivashov (in pensione), un noto analista militare russo ha costantemente avvertito del pianificato attacco nucleare USA-israeliano contro l'Iran. Ivashov ha anche avvertito che gli Stati Uniti e la NATO sono minacce per la Russia e tutta l'Eurasia. Ivanshov è stato un attore importante nella "svolta" militare e degli scambi diplomatici del 2001 tra Teheran e Mosca. Ha anche fatto sensazione, in Russia e nell'ex Unione Sovietica, annunciando sotto gli auspici della scienza geopolitica Accademia di Russia, che Mosca dovrebbe usare termini forti per chiarire la sua dottrina nucleare, al fine di proteggere i suoi alleati della CSTO. [67] I suggerimenti di Ivashov sono stati rispettati: un ombrello nucleare russo ora esiste su tutti i membri della CSTO.

La CSTO è stata inaugurata nel 2002, dopo l'invasione del 2001 dell'Afghanistan controllato dai taliban e preparata, mentre era in corso l'invasione anglo-statunitense dell'Iraq. Questo di per sé dice qualcosa. L'organizzazione di difesa post-sovietica è stata inizialmente fondata sul quadro del trattato sulla sicurezza collettiva (noto anche come Trattato di Sicurezza Collettiva o CST), che è stato firmato il 15 maggio 1992. La CSTO, però, è diversa dal CST post-sovietico, firmato sotto l'egida della Comunità degli Stati Indipendenti (CSI). La CSTO si concentra sulla sicurezza collettiva all'interno di un'organizzazione istituzionalizzata, come la NATO, con l'obiettivo di una partecipazione estesa in Eurasia. La creazione del CSTO, come la SCO, è stata la risposta russa all'espansionismo degli Stati Uniti e della NATO in Eurasia. Mosca ha anche fatto pressione per il riconoscimento formale della CSTO da parte della NATO, e dell'accordo NATO-CSTO sull'Afghanistan post-2001, qualcosa che la NATO è stata riluttante a fare. [68] A parte un ombrello nucleare sulla CSTO, Mosca ha inoltre adottato una nuova dottrina nucleare di attacco preventivo, entrato in vigore nel 2010. [69] Questo nuova dottrina russa dell'attacco nucleare preventivo, è in risposta alla dottrina USA-NATO della guerra nucleare preventiva. In altre parole, Mosca ha fatto una mossa difensiva che rispecchia simmetricamente quella degli Stati Uniti e della NATO. Questa nuova dottrina dell'attacco nucleare permetterebbe anche Mosca di usare armi nucleari in teatri regionali, come nel caso di una guerra con la Georgia, il Giappone o gli Stati baltici. [70]

Il bilancio militare della Russia è aumentato annualmente del 20% dal 2006, raggiungendo circa un trilione di rubli nel 2008. [71] Si tratta di un aumento significativo. Anche Pechino, sta migliorando la sua potenza militare e rafforzando il suo arsenale nucleare, a causa delle minacce degli Stati Uniti. Assieme all'adozione della dottrina di attacco preventivo nucleare per la Russia, Mosca ha anche minacciato di ritirarsi dal trattato Intermediate-Range Nuclear Forces. Nel 2007, il capo di stato maggiore generale della Forze armate russe, intimava che la Russia avrebbe potuto ritirarsi dal trattato in risposta alle minacce degli Stati Uniti e della NATO. [72] Sotto il Trattato Intermediate-Range Nuclear Forces, che è stato firmato dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica nel 1987, l'esercito russo s'è limitata nel possedere missili a corto raggio e medio raggio e a raggio intermedio, che sono missili dalla notevole gittata da 500 chilometri a 5.500 km. Da un punto di vista strategico militare, in caso di una guerra USA-NATO contro la Russia e la CSTO, l'esercito russo sarebbe stato costretto ad utilizzare i suoi missili balistici intercontinentali (ICBM) o a lunga gittata in Europa o in teatri di guerra regionali in prossimità dei suoi confini, invece di puntare sugli Stati Uniti e il continente nordamericano, che potrebbe restare indenne. Le minacce russe di ritirarsi dal trattato Intermediate-Range Nuclear, in effetti, vorrebbero dire che il Cremlino vuole la capacità di poter indirizzare e minacciare gli Stati Uniti con un attacco nucleare.La SCO-CSTO contro la NATO

La Russia ha anche chiesto un impegno pieno da parte della SCO di essere coinvolta nell'Afghanistan presidiato dalla NATO. Ha inoltre contestato il monopolio della NATO della cosiddetta stabilizzazione in Afghanistan. [73] Inoltre, la CSTO e le Nazioni Unite hanno firmato un accordo di cooperazione nel marzo 2010, simile a quello segretamente firmato dal Segretario generale dell'ONU Ban Ki-moon e dalla NATO, il 9 ottobre 2008. [74] Sia la SCO che la CSTO sono destinate ad allargarsi in Eurasia come contrappesi alla NATO. Sotto il proprio ambiente geo-politico, Ucraina, Iran, Mongolia, Turkmenistan, Repubblica di Azerbaigian, Georgia e Serbia sono possibili candidati a partecipare alla CSTO. Dopo la vittoria elettorale del 2010 di Viktor Yanukovych in Ucraina, Mosca ha detto che l'Ucraina sarebbe accolta come membro a pieno titolo della CSTO. [75] Il caso del tentativo iraniano di entrare nella CSTO e nella SCO è complicato. Il segretario generale della SCO, Bolat Kabdylkhamitovich Nurgaliyev, ha accolto favorevolmente l'offerta iraniana di essere membro a pieno titolo della SCO, nel marzo 2008. [76] L'Iran, con l'aiuto del Tagikistan, ha anche accelerato e messo maggiore interesse nella sua corsa a diventare membro a pieno titolo della SCO. [77] A partire dal 2007 la Russia aveva apertamente, ma in silenzio, insistito per la piena inclusione dell'Iran nella SCO. [78] Anche il Kirghizistan aveva iniziato a sostenere l'offerta di Teheran in quel momento. [79] L'offerta iraniana, però, è stata respinta dalla SCO nel 2010. [80] Questa è stata una mossa strategica della Russia e la Cina, per spingere Teheran a trincerarsi più profondamente nella loro Triplice Intesa.

Dopo la morte di Saparmurat Niyazov Atayevich ("Turkmenbashi" o il "Capo dei turkmeni"), il suo successore, il presidente Berdymukhammedov, ha rimosso il Turkmenistan dal suo stato di neutralità auto-imposto e ha portato Ashgabat (Ashkhabad) più vicino a Mosca, Teheran, e Pechino. Il Turkmenistan ha anche iniziato a partecipare alle riunioni ed eventi della SCO. Bielorussia e Sri Lanka sono diventati partner del dialogo nel 2009 e hanno cominciato a partecipare alla SCO. La SCO ha anche avviato il dibattito circa il quadro di una valuta di blocco per i suoi membri. Sia la CSTO che la SCO coprono gran parte dello stesso spazio dell'Eurasia e le due organizzazioni eurasiatiche possono effettivamente unirsi quando sarà il momento giusto. Gli accordi firmati tra gli Stati membri di queste due organizzazioni, sono paralleli a quelle tra la NATO e l'Unione europea. Sia la CSTO che la SCO stanno spingendo verso la formazione di una Unione Eurasiatica. Essi hanno inoltre firmato un accordo di cooperazione militare, che rende effettiva la Cina quale membro della CSTO e crea un blocco difensivo unificato dal Mar Giallo all'Asia centrale e orientale. [81]

Nel luglio 2007, la CSTO ha proposto che la SCO e la CSTO collaborassero insieme nell'Afghanistan presidiato dalla NATO. [82] Nel febbraio 2008, i segretari generali della CSTO e della SCO, Nikolaj Bordyuzha e Bolat Nurgaliyev, si sono riuniti presso la sede della CSTO a Mosca, per una seconda tornata di consultazioni. L'incontro tra i due uomini, uno ex colonnello-generale russo e l'altro un ex diplomatico del Kazakistan, è stato organizzato per sviluppare e attuare l'accordo CSTO-SCO firmato in Tagikistan nell'ottobre 2007.Ripresa dei voli in stile Guerra Fredda I voli da Guerra Fredda sono stati ripresi. Questi voli sono chiamati voli strategici. Che sono, in sostanza, una minaccia militare per colpire i rivali in caso di una guerra. Le intercettazioni di aerei da combattimento russi da parte dei caccia della NATO, sono diventate un fatto comune da quando la Russia ha ripreso i voli di pattugliamento dei bombardieri strategici sulle acque internazionali del Mar Glaciale Artico, l'Oceano Atlantico e l'Oceano Pacifico, per ordine di Vladimir Putin nell'agosto 2007. Da quel momento fino alla fine dell'agosto 2008, ci sono stati quasi ottanta voli strategici russi.

Durante il sorvolo dello spazio aereo neutrale internazionale, i jet e le navi russi sono stati accompagnati o monitorati da aerei e dai vascelli della NATO. Il 9 aprile 2008, quattro bombardieri strategici russi Tupolev Tu-95 e quattro aerocisterne Il-78 che volavano vicino all'Alaska, sono stati intercettati e seguiti da aerei della NATO. [83] Questo è stato il secondo incidente, in meno di un mese; il 19 marzo 2008 due bombardieri strategici russi Tupolev Tu-95 sono stati intercettati e seguiti da jet da combattimento F-16 e Tornado. [84]

Il globo non viene de-militarizzato. La Russia ha inviato i suoi aerei da guerra e bombardieri nucleari strategici, a volare sui Caraibi e l'America Latina, dove il blocco bolivariano li ha accolti come alleati. Questi voli sono sinonimo di crescenti tensioni globali.

La guerra e la governance globale

Le questioni geo-politiche relative al Kosovo, Iraq, Corea, al programma di energia nucleare iraniano, all'espansionismo della NATO e al progetto di scudo missilistico statunitense in Europa orientale e in Asia, sono correlati. La natura interrelata di tutti questi conflitti geo-strategici è potenzialmente instabile. Alla radice vi è lo stato che serve interessi elitari. In questo contesto vale la pena citare 1984 di George Orwell. Un estratto da un libro fittizio, la Teoria e pratica del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein, letto dal protagonista di Orwell, Winston, riassume questo punto:

La guerra, dunque, se la si giudica dalle norme delle guerre precedenti, è una mera impostura. [...] Ma se è irreale, non è priva di significato. Consuma il surplus di beni di consumo, e aiuta a preservare la particolare atmosfera mentale di cui una società gerarchica ha esigenza. La guerra, si vedrà, ora è un affare puramente interno. In passato, i gruppi dirigenti di tutti i paesi, anche se possono riconoscere il loro interesse comune e quindi limitare la distruttività della guerra, si sono combattuti l'uno contro l'altro, e il vincitore ha sempre saccheggiato i vinti. Ai nostri giorni non stanno affatto combattendo uno contro l'altro a tutti. La guerra è combattuta da ogni gruppo dirigente nei confronti dei suoi sudditi, e l'oggetto della guerra non è fare o evitare conquiste di territori, ma mantenere la struttura della società intatta. La stessa parola [e la concettualizzazione di] 'guerra', quindi è stata fuorviante. [85]

Oggi il mondo è nel mezzo di una guerra economica, mentre un sistema di governance globale anche viene messo in atto per evitare una guerra globale per le risorse attraverso acquisizioni economiche e politiche. Questo è anche ciò che organizzazioni come il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM) fanno. Mackinder prevedeva anche un futuro sistema di governance globale: "[S]e la libertà delle nazioni è essere sicuri, ci si deve basare su un approccio ragionevole a parità di risorse tra un certo numero di nazioni più grandi." [86] Ciò che implicava Mackinder era un patto tra le cosiddette grandi potenze, in modo che avrebbero trasformato il pianeta in un condominio per gestire le risorse globali. A questo proposito, nella riunione trilaterale del novembre 2010 tra i ministri degli esteri di India, Cina e Russia a Wuhan, la Cina ha indicato l'istituzione di un sistema condiviso di governance globale. [87] Il loro comunicato congiunto l'ha delineato in vari modi, illustrando la riforma del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Di particolare interesse è l'articolo 13:

I Ministri hanno ribadito il loro sostegno al G20 come il più importante forum per la cooperazione economica internazionale, e hanno accolto con favore le decisioni del vertice del G20 a Seoul, anche sulla riforma delle quote del FMI. Essi hanno ribadito che l'obiettivo della riforma delle istituzioni finanziarie internazionali è quello di realizzare, passo dopo passo, la distribuzione equa del potere di voto tra i paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo. [88]

Le tensioni globali sono, in parte, anche causate dall'attrito sulla configurazione di un sistema di governance globale e dal consenso incompleto tra le elites globali. Ogni gruppo sta cercando di massimizzare la propria quota di controllo globale e risorse in un sistema in evoluzione della governance mondiale. I negoziati tra l'Iran e le grandi potenze attraverso i "permanenti cinque più uno" (P5 +1), che comprende Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania, così come l'UE, hanno anche legami con questo processo. I colloqui tra Teheran e il P5+1 sono dei più ampi negoziati, molto legati al ruolo che l'Iran giocherebbe in un sistema di governance globale, e non sono solo concentrati sul programma energetico nucleare iraniano. Il concorso tra Oceania ed Eurasia per il controllo in un sistema di governance globale? La minaccia di guerra esiste, ma non solo contro la Siria, Libano e Iran. Iran, Siria, Libano, Palestina e Iraq sono solo nelle posizioni che la Serbia e la Bosnia-Erzegovina avevano nei Balcani alla vigilia della prima guerra mondiale, quando l'Impero asburgico o l'Austria-Ungheria, era alla ricerca di una scusa per invadere e controllare la Serbia, nel più ampio quadro della rivalità economica tra le grandi potenze europee e mondiali. Le tensioni contro l'Iran e la Siria hanno le sfumature di un più ampio e storico conflitto che coinvolge di gran lunga l'Heartland eurasiatico e gli stati oceanici ai margini del continente eurasiatico e nel Nord America – "Oceania versus Eurasia". Attraverso la cassetta degli attrezzi delle pubbliche relazioni (PR), tutti i tipi di scuse e pretesti sono esercitati e modellati per giustificare una futura guerra contro l'Iran e i suoi alleati, compresi le pretese di Hillary Clinton che l'Iran stia diventando una dittatura militare. Hillary Clinton ha detto a un pubblico del Qatar, quanto segue: "Vediamo che il governo dell'Iran, il leader supremo, il presidente, il parlamento, vengono soppiantata e che l'Iran si sta muovendo verso una dittatura militare [sotto la Guardia Rivoluzionaria Iraniana]." [89] Daniel Meridor, il vice primo ministro e ministro dell'energia atomica e dell'intelligence di Israele, è andato oltre, dicendo che la posizione degli USA sul globo sarà determinata dal corso dell'Iran e che la questione iraniana non riguarda essenzialmente le armi nucleari, ma l'equilibrio del potere globale. [90] Commentando questo cambiamento nell'equilibrio globale del potere, il presidente siriano ha detto al quotidiano italiano La Repubblica, che una nuova alternativa geo-politica è nata dall'alleanza tra Siria, Iran, Russia e Turchia, attraverso i loro interessi comuni e l'integrazione nel "centro del mondo."[91] Nel contesto di questa nuova realtà geo-politica in Eurasia, Teheran ha fornito supporto alle esercitazioni militari nel settembre 2010, tra unità aeree turche e cinesi, consentendo ai jet militari cinesi di usare le basi militari iraniane. [92] Le esercitazioni militari turco-cinesi non sono così significativi perché l'Iran consente l'uso del suo spazio aereo e le strutture agli aerei da guerra cinese, ma perché la Cina e la Turchia, come Israele e Cina, hanno iniziato la cooperazione militare negli anni '90.

Mackinder ha detto una cosa molto cruciale per comprendere la direzione verso cui queste guerre sono dirette:
"Le grandi guerre della storia - abbiamo avuto una guerra mondiale circa ogni 100 anni negli ultimi quattro secoli - sono il risultato, diretto o indiretto, della crescita ineguale delle nazioni, e la crescita ineguale non è interamente dovuta a maggiori genio e energia di alcune nazioni rispetto ad altre, in larga misura è il risultato della distribuzione ineguale della fertilità e della opportunità strategica sulla faccia del nostro globo. In altre parole, in natura non esiste qualcosa come la parità delle opportunità per le nazioni. A meno che io abbia del tutto male interpretato i fatti della geografia, vorrei andare oltre, e dire che il raggruppamento delle terre e dei mari, e delle fertilità e dei sentieri naturali, è tale da condurre se stesso alla crescita degli imperi, e alla fine a un singolo Impero Mondiale. Se vogliamo realizzare il nostro ideale di una Lega delle Nazioni che impedisca la guerra, in futuro, dobbiamo riconoscere queste realtà geografiche e adottare misure per contrastare la loro influenza". [93]

La natura delle guerre moderne si basa sull'usurpazione delle risorse naturali e della ricchezza delle nazioni. Così, queste guerre sono guerre materialiste, combattute sia per motivi strategici che per acquisire ricchezza e potere o per usurparle direttamente. Ogni quadro ideologico è usato per ingannare le masse. Queste guerre sono al dunque degli atti criminali.Pensare l'impensabile: una guerra nucleare in Medio Oriente contro l'Iran?

"L'Iran è una nazione complessa e non sembra che Israele abbia il potere di sfidarla."-Javier Solana (Der Tagesspiegel, 13 gennaio 2007)

Il programma nucleare iraniano è un pretesto per l'aggressione contro l'Iran. Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno seriamente pensando a un attacco nucleare contro l'Iran. Il terreno politico, le procedure militari, la diffusione della disinformazione e il lavoro dei media sono tutti in corso da anni. Nonostante la sua guerra psicologica e tutta la sua propaganda nel creare il miraggio di essere una potenza militare, Tel Aviv non è in grado di condurre e vincere una guerra convenzionale contro gli iraniani. Nonostante il grande arsenale israeliano di armi di distruzione di massa (WMD), l'Iran è una potenza militare molto più forte di Israele. Nel 2009, la potenza militare iraniana ha iniziato ad essere esaminata nelle stesse valutazioni annuali che gli Stati Uniti riservano all'espansione militare cinese. [94] Anche l'ex comandante delle forze armate israeliane, Daniel Halutz, ha avvertito che Israele non può affrontare da solo l'Iran. [95] Questo è il motivo per cui Benjamin Netanyahu e il governo israeliano hanno chiesto agli USA di impegnarsi militarmente contro l'Iran. [96]

Un qualsiasi attacco contro l'Iran sarà una operazione congiunta tra Israele, Stati Uniti e la NATO. Un tale attacco degenererebbe in una grande guerra. Gli Stati Uniti potrebbero attaccare l'Iran, ma non possono vincere una guerra convenzionale. Il Generale Jurij Baluevskij, l'ex capo di stato maggiore generale delle Forze armate russe e vice ministro della difesa russo, nel 2007 si fece avanti pubblicamente per avvertire che un attacco all'Iran sarebbe stato un disastro globale e impossibile da vincere per il Pentagono. [97] Tale guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Medio Oriente comporterebbe l'uso di armi nucleari contro l'Iran, come solo mezzo per sconfiggerlo. Anche Saddam Hussein, che durante i suoi giorni, una comandava la una volta più potente forza militare e stato arabi, era consapevole di questo. Il 25 luglio 1990, in un incontro con April C. Glaspie, l'ambasciatrice USA a Baghdad, Saddam Hussein aveva dichiarato: "Ma sapete che [cioè gli Stati Uniti] non sono quelli che hanno protetto i vostri amici durante la guerra con l'Iran. Vi assicuro, se gli iraniani avessero invaso la regione, le truppe americane non li avrebbero fermati, se non per l'uso di armi nucleari."[98]

Il diabolicamente impensabile non è più un tabù: l'uso di armi nucleari, ancora una volta contro un altro paese da parte dei militari statunitensi. Questa sarà una violazione del TNP e del diritto internazionale. Ogni attacco nucleare contro l'Iran avrà importanti impatti ambientali a lungo termine. Un attacco nucleare contro l'Iran contaminerà anche vaste aree ben oltre l'Iran a luoghi, come l'Europa, la Turchia, la Penisola Arabica, l'Asia centrale, il Pakistan e l'India. All'interno della NATO e tra gli alleati degli Stati Uniti, c'è un consenso nel legittimare e normalizzare l'idea di usare armi nucleari. Questo consenso mira a spianare la strada ad un attacco nucleare contro l'Iran e/o altri paesi in futuro. Questo lavoro di base comprende anche la normalizzazione delle armi nucleari israeliane. Verso la fine del 2006, Robert Gates ha affermato che Israele ha armi nucleari, che fu presto seguita da una scivolata conveniente al momento giusto, della lingua di Ehud Olmert, che precisava che Tel Aviv è in possesso di armi nucleari. [99] In questo contesto, Fumio Kyuma, ex ministro della difesa giapponese, durante un discorso alla Reitaku University nel 2007, che fece seguito alle dichiarazioni di Gates e Olmert, ha cercato di legittimare pubblicamente il lancio delle bombe atomiche da parte degli USA contro i civili giapponesi. [100] A causa della massiccia indignazione pubblica nella società giapponese, Kyuma è stato costretto a dimettersi dalla carica di ministro della difesa. [101]Una strada incerta davanti: Armageddon nel nostro pianerottolo? La Marcia verso un orizzonte ignoto...

Secondo il Christian Science Monitor, Pechino è il barometro se l'Iran sarà attaccato, e sembra improbabile per l'accelerazione degli scambi tra la Cina e l'Iran. [102] Ancora una grande guerra in Medio Oriente e una guerra ancora più pericolosa a livello mondiale, con l'uso di armi nucleari, non dovrebbe essere esclusa. Il globo si trova ad affrontare uno stato di escalation militare in tutto il mondo. Ciò che si profila di fronte all'umanità, è la possibilità di una guerra nucleare totale e l'estinzione della maggior parte della vita su questo pianeta, come la conosciamo. Né gli eventi che portano a una nuova guerra globale devono essere necessariamente basata su un grande evento distruttivo, che non esplode affatto in una volta. Gli eventi potrebbero essere numerosi e il processo lento e calcolato. La prima Guerra Fredda non è mai veramente finita, o almeno la mentalità dietro la prima Guerra Fredda non è mai veramente scomparsa. Stati Uniti, Gran Bretagna, NATO, ed i loro alleati si stanno posizionando a livello globale per il conflitto. Essi stanno letteralmente preparando la scacchiera globale per la guerra. In questo contesto, gli Stati Uniti si stanno radicando in aree chiave che possono essere utilizzate come punti di controllo, piattaforme di lancio strategico e punti-chiave in futuri conflitti militari.

Nello Yemen gli Stati Uniti creano delle basi per controllare una delle più vitali rotte marittime globale, che collega il Mar Rosso all'Oceano Indiano. In Europa orientale, dai Balcani al Baltico, gli Stati Uniti e la NATO stanno dispiegando truppe e creano ampie infrastrutture militari per castrare e dominare la Bielorussia, l'Ucraina, e il centro europeo della Russia. Nel Caucaso, gli Stati Uniti e la NATO stanno usando la Georgia per sfidare la Russia. Nel Golfo Persico le forze militari di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Israele e NATO stanno lavorando per affrontare l'Iran e controllare, in ultima analisi, notevoli quantità di energia a livello mondiale. A Taiwan e nella penisola coreana l'esercito statunitense è coinvolto attivamente nei preparativi di guerra contro la Corea del Nord e la Cina continentale, e Taipei è volutamente un'arma contro Pechino, come parte di un accerchiamento militare più ampio da erigere intorno alla Repubblica Popolare Cinese. Infine, la Colombia è utilizzata dagli Stati Uniti come una testa di ponte contro il Venezuela e l'Ecuador e Haiti viene utilizzata come una base USA nei Caraibi.

Ciò che è certo è che il cosiddetto "Grande Gioco" non è mai finito - è sempre stato parte della "lunga guerra" di cui parlava Mackinder riguardo al processo storico di istituire un "impero mondiale" - ha solo cambiato nome. Ieri è stata la "Guerra Fredda", il giorno prima era la "Grande Guerra" e oggi è la "Guerra globale al terrore." Chi sa come sarà chiamato domani - forse Terza Guerra Mondiale - e dove accadrà all'umanità. Non è un gioco e non vi è niente di grande in proposito, ma questo cosiddetto "Grande Gioco" può condurre l'umanità verso le orme di Megiddo e Yathrib.

NOTE
[54] Vladimir Radyuhin, “India is top priority for Belarus”, The Hindu, 16 aprile 2007.
[55] “Iran builds up military strength at mouth of Gulf”, Cables News Network (CNN), 6 agosto 1991.
[56] Michael Wines, “Iran and Russia Sign Oil and Weapons Pact”, The New York Times, 12 marzo 2001.
[57] Ibid.
[58] Trevor Corson, “Backing Beijing Into a Corner”, The New York Times, 12 Marzo 2001.
[59] Sebastian Alison, “Putin Pushes for 'Eurasian Union'”, Reuters, 10 ottobre 2007.
[60] “Russia, EU may soon reach agreement on WTO - Putin”, The Information Telegraph Agency of Russia/Informatsionnoye telegrafnoye agentstvo Rossii (ITAR-TASS), “Ukraine eyes customs union with Russia, Kazakhstan, Belarus”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 26 novembre 2010; “Ukraine may join Customs Union, constitutional amendments needed - Yanukovich”, The Information Telegraph agency of Russia/Informatsionnoye telegrafnoye agentstvo Rossii (ITAR-TASS), 26 novembre 2010.
[61] Geoff Elliott, “US 'poised to strike Iran'”, The Australian, 25 Agosto 2007.
[62] Mahdi Darius Nazemroaya, “The March to War: Détente in the Middle East or 'Calm before the Storm?'” Centre for Research on Globalization (CRG), 10 luglio 2007; Harutunian, “Russia extends military”, Op. cit.
[63] Mahdi Darius Nazemroaya, “The Globalization of Military Power: NATO Expansion”, Centre for Research on Globalization (CRG), 17 maggio 2007.
[64] “New Trident system approved”, The Hindu, 16 marzo 2007.
[65] Parisa Hafezi, “Iran, at nuclear conference, hits out at 'bullies'”, Reuters, 17 aprile 2010; Peter Baker and David E. Sanger, “Obama Limits When US Would Use Nuclear Arms”, The New York Times, 5 aprile 2010.
[66] “Iran to launch protest with UN”, The Hindu, 13 aprile 2010.
[67] “Russia must use nuclear deterrent to protect allies - analyst”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 12 marzo 2008; “Russia to Be Sanctioned to Use Nuclear Weapons to Defend CSTO Members”, Kommersant, 12 marzo, 2008.
[68] “Moscow urges NATO-CSTO treaty on Afghanistan”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 11 Marzo 2008.
[69] Ilya Kramnik, “Who should fear Russia's new military doctrine”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 23 ottobre 2009.
[70] Ibid.
[71] “Russian defense spending to grow 20% in 2008, to $40 bln”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 26 Febbraio 2008.
[72] Vladimir Isachenkov, “Reports: Russia may exit Arms Treaty”, The St. Petersburg Times, 15 febbraio 2007.
[73] “Russia is for SCO observing countries cooperation activization”, Kazakhstan Today, 9 luglio 2007.
[74] “NATO, CSTO sign cooperation agreement”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 18 marzo 2010; Rodger McDermott, “Moscow Pushes For Formal Cooperation Between UN, CSTO”, Radio Free Europe (RFE), 16 Ottobre 2009; “Russia stunned by UN-NATO cooperation deal”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 9 Ottobre 2008.
[75] “Russia would welcome Ukraine into CSTO post-Soviet security bloc”, Russian News and Information Ag ency (RIA Novosti), 18 maggio 2010.
[76] “SCO Chief welcomes Iran' SCO membership”, Islamic Republic News Agency (IRNA), 28 Marzo 2008.
[77] “Mottaki: Iran ready to join Shanghai Cooperation Organization”, Islamic Republic News Agency (IRNA), 24 marzo 2008; “Iran seeks quick SCO membership”, Islamic Republic News Agency (IRNA), 11 aprile 2008.
[78] “Iran's SCO Membership on the Cards - Lavrov”, Kommersant, 11 Luglio 2007.
[79] “Mottaki: Iran spares no efforts to broaden ties with Kyrgyzstan”, Islamic Republic News Agency (IRNA), 21 Febbraio 2008; “Mottaki: Tehran calls for expansion of all-out ties with Bishkek”, Islamic Republic News Agency (IRNA), 21 Febbraio 2008.
[80] “Shanghai group set to deny membership to Iran”, Agence France-Presse (AFP), 11 giugno 2010.
[81] Vladimir Radyuhin, “Defence pact to balance NATO”, The Hindu, 7 ottobre 2007.
[82] “CSTO proposes to SCO joint effort on post-conflict Afghanistan”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 31 luglio 2007.
[83] “NATO fighters again accompany Russian bombers near Alaska”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 9 aprile 2008.
[84] “NATO fighters scramble again to intercept Russian Bear bombers”, Russian News and Information Agency (RIA Novosti), 19 marzo 2008.
[85] George Orwell, Nineteen Otto-Four (Toronto: Penguin Books, 2000), p.207.
[86] Halford John Mackinder, Democratic Ideals and Reality (London, UK: Constables and Company Ltd., 1919), p.236.
[87] Joint Communiqué of the Tenth Meeting of the Foreign Ministers of the People's Republic of China, the Russian Federation and the Republic of India, signed November 15 2010, People's Republic of China - Republic of India - Russian Federation, Ministry of External Affairs of India
[88] Ibid.
[89] Borzou Daragahi, “Iran moving toward military dictatorship, Clinton says”, The Los Angeles Times, 16 febbraio 2010.
[90] Herb Keion, “Assad: US has lost influence in the ME”, The Jerusalem Post, 25 maggio 2010.
[91] Ibid.
[92] “Chinese warplanes refueled in Iran en route to Turkey”, Hürriyet Daily News and Economic Review, 11 ottobre 2010.
[93] Mackinder, Democratic Ideals, Op. cit., pp.2-3.
[94] Viola Gienger, “Iran's Military Power Subject to New US Study Used for China”, Bloomberg, 3 novembre 3009.
[95] Dan Williams, “Israel general doubts power to hit Iran atom sites”, ed. Mark Trevelyan, Reuters, 13 Febbraio 2010.
[96] Jeffrey Heller, “Netanyahu to press US for military threat on Iran”, ed. Christopher Wilson, Reuters, 7 Novembre 2010.
[97] “US could strike Iran but not win: Russian general”, Reuters, 3 Aprile 2007.
[98] “Excerpts From Iraqi Document on Meeting with US Envoy”, The New York Times, 22 Settmbre 1990, p.19; deve notarsi che più di una trascrizione esiste del meeting del 1990 tra il Presidente Hussein e l'Ambasciatrice Glaspie, e quella citata dal New York Times, non era conveniente.
[99] “Incoming US Defense Secretary tells Senate panel Israel has nuclear weapons”, Associated Press (AP), 9 Dicembre 2006; Allyn Fisher-Ilan, “Olmert, in Europe, hints Israel has nuclear arms”, Reuters, 11 Dicembre 2006; Philippe Naughton, “Olmert's nuclear slip-up sparks outrage in Israel”, The Times (UK) 12 Dicembre 2006.
[100] Christopher Hogg, “Japan gets woman defence minister”, British Broadcasting Corporation (BBC) News, 4 Luglio 2007.
[101] Ibid.
[102] Clayton Jones, “China is a barometer on whether Israel will attack nuclear plants in Iran warplanes refueled in Iran” Christian Science Monitor, 6 Agosto 2010.

Tratto da: http://digilander.libero.it/Archiviaurora/Eurasia/Sco65.htm

sabato 9 aprile 2011

Chi sono i 'pacifici' e 'inermi' civili anti-Gheddafi

Ecco i link ad alcuni significativi articoli per capire chi sono effettivamente i "pacifici" ed "inermi" civili Anti-Gheddafi ed a chi giova la "rivolta" ...






L’ENNESIMA LEGGE APARTHEID ISRAELIANA


A quelli di noi che da anni si battono per la pace e la giustizia in Palestina è capitato abbastanza di frequente di sentirsi frustrati dall’impossibilità di suscitare sufficiente sdegno, e quindi un sollevamento, da parte delle istituzioni politiche e dei media occidentali, contro la brutale occupazione della Giordania e il soffocamento di Gaza. Crediamo che le prove lampanti dell’oppressione e la linea politica, evidentemente criminale, che imperversano sin dal 1967, avrebbero dovuto e dovrebbero innescare una reazione su scala mondiale per lo meno simile a quella che è insorta contro la Libia oggi, se non di più.

Ma noi conosciamo le ragioni per cui ciò non accade, e non accadrà. Inoltre, si è probabilmente sottovalutata una causa di non poco conto, sicuramente una manovra di successo della peace camp israeliana, che sembra aver abortito ogni tentativo di replica sul nascere. I Sionisti liberali credono fortemente nell’esistenza di due entità distinte, una è Israele e l’altra è quella che si trova sul lato opposto della Green Line creata nel 1967, le quali hanno ben poco in comune.

L’approvazione di questa linea è, evidentemente, la maggiore giustificazione data dall’Occidente nei confronti dell’inazione contro Israele (la quale è anche sostenuta da alcuni dei migliori amici dei Palestinesi e naturalmente dalle Autorità palestinesi). La linea tracciata non è solo una delimitazione di tipo politico, è soprattutto un confine morale. Tutto ciò che sta succedendo nelle zone occupate è diametralmente opposto alla vita nella Israele democratica; la questione è quindi che se tratti Israele come uno stato canaglia allora recherai danno anche alla parte “buona”, allo stato pre-1967. Questo è il presupposto su cui si basa il costante sostegno alla soluzione dei due stati, che si fonda sulla capacità di una Israele morale di ri-costituire sé stessa all’interno dei confini pre-1967.

Spero che questa distinzione almeno sparisca dal vocabolario e dal dizionario del movimento di solidarietà occidentale con la Palestina (dove può ancora essere udita in riferimento alla campagna di pace in Israele, la PA [Pubblica Amministrazione, ndr] e l’invisibile signore del realpolitik). Che questa distinzione sia falsa è stato provato ancora una volta in questa ultima settimana (20 marzo, 2011) quando è passata in Israele un’altra legge dell’apartheid. Questa nuova legge consente agli insediamenti Ebraici costruiti su terreni statali in Israele di non ammettere i cittadini Israeliani Palestinesi residenti e legittima questi nuovi coloni a non vendere terreni ai cittadini Palestinesi all’interno dello stato. Questa è una delle tante leggi approvate recentemente (la legge sul giuramento di fedeltà che trasforma i Palestinesi in Israele in cittadini di seconda classe, e quella che non permette loro di vivere con il coniuge palestinese proveniente dai territori occupati, sono due delle famose leggi dell’apartheid approvate recentemente). La nuova legge, come le precedenti, istituzionalizza lo Stato Apartheid di Israele o per un breve ASOI.

L’ASOI è oggi uno dei peggiori regimi di apartheid del mondo. Controlla quasi tutta la Palestina (eccetto Gaza che è ermeticamente sigillata dal 2005). Questo regime ha, in termini assoluti, il più alto numero di prigionieri politici (in Cina ne sono stati riportati meno di 1000, in Iran poche migliaia); Israele ne detiene quasi 10000. Israele ha in assoluto il numero più elevato di leggi e regolamenti dell’apartheid e, ad eccezione dei regimi Arabi che stanno ora collassando e degli stati canaglia quali Miramar e Corea del Nord, possiede le leggi con la più lunga imposizione di stato di emergenza, che derubano i cittadini dei loro più basilari diritti civili ed umani. La sua linea politica contro la popolazione nativa discriminata, che oggi compone quasi la metà dell’intera popolazione nell’ASOI, include atrocità come l’estromissione dall’accesso alle risorse idriche, il divieto di coltivare le proprie terre, o di costruire case, di recarsi al lavoro, a scuola o all’università; inoltre il divieto di commemorare la loro storia e in particolar modo il Nakbah del 1948.

L’ASOI è protetto da filosofi di sinistra, per lo più Ebrei ma non solo, in America e anche in Europa, come nei nuovi paesi membri dell’Unione Europea, il cui deplorevole resoconto lasciato dall’olocausto potrebbe spiegare il loro assoluto sostegno all’ASOI. Questo favorisce l’apporto incondizionato di molte comunità Ebraiche nel mondo, i Cristiani Sionisti e le ciniche aziende che traggono vantaggi dalla tendenza dell’elite militare dell’ASOI ad usare armi letali a volontà, oltre che dal sistema bancario progressista statale e dall’elevato know how tecnologico. L’ASOI potrebbe diventare la Free Republic of Israel and Palestine (FRISP) o un nome simile, in cui le persone godono degli stessi diritti per cui si sta battagliando in tutto il mondo Arabo e che l’Occidente pretende di diffondere e proteggere in tutto il mondo. Se l’ASOI non diventerà FRISP, qualsiasi azione come quella portata avanti dall’Occidente in Libia potrebbe giustamente essere valutata in modo sospetto in quanto cinica e disonesta.

Il linkage ha perso la sua attrattiva da quando è stato abusato da Saddam Hussein nel 1991. Ma adesso è arrivato il momento di riesumarlo. È ora di rendersi conto che non ci sarà un nuovo Medio Oriente – in realtà, non ci sarà pace nel mondo – se l’ASOI continuerà a godere dell’immunità e non sarà frenata e fermata – e un giorno si spera – rimpiazzata dalla FRISP democratica.

Contagio rivoluzionario … o invasioni programmate?

Le rivolte del mondo arabo ispirano analoghi movimenti anche nel Caucaso: proteste in Azerbaigian e Armenia. Occhi puntati sui regimi dell’Asia centrale.

L’ondata rivoluzionaria partita dal Maghreb sta raggiungendo non solo la penisola araba ma anche nel Caucaso, e Mosca teme che possa arrivare anche nel suo ‘giardino di casa’: le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale.

I primi segnali di rivolta si sono avuti venerdì scorso in Azerbaigian, paese musulmano moderato, ricco di petrolio e corteggiato dal Pentagono per la sua posizione strategica. Usando Facebook e Twitter, i giovani oppositori al regime della dinastia Aliyev – al potere da quasi vent’anni, prima con Heydar poi con il figlio Ilham – si erano dati appuntamento nel centro di Baku per la ‘Grande giornata del popolo’. Ma la protesta è stata impedita dalla polizia, che ha arrestato decine e decine di attivisti in piazza e davanti alle principali università. Altri erano stati arrestati il giorno prima, in via preventiva.

Situazione tesa anche nella vicina Armenia. Le opposizioni che non riconoscono la legittimità del presidente Serzh Sargsyan, guidate dal suo predecessore Levon Ter-Petrossian, sono scese in piazza a Yerevan tre volte nelle utlime due settimane e hanno in programma una nuova manifestazione per giovedì prossimo. Chiedono nuove elezioni anticipate e la liberazione degli oppositori arrestati dopo le proteste del 2008 che erano costate la vita a diversi manifestanti. Per ora la polizia non è intervenuta.

Ma l’attenzione maggiore, soprattutto quella preoccupata del Cremlino, è ora puntata sugli ‘stan’ centrasiatici. Per ora pare tutto calmo, ma diversi analisti giudicano ‘a rischio’ i regimi uzbeco e kazaco, entrambi retti da anziani presidenti autoritari, Islam Karimov e Nursultan Nazarbayev. ”Ambedue sono al potere dal 1990 e ambedue non hanno alcuna intenzione, né capacità, di trasferirlo in maniera ordinaria”, scrive Dmitry Trenin, politologo russo del think tank Carnegie Endowment for International Peace.

”Un’area certamente da tenere d’occhio – secondo Trenin – è anche la Valle del Fergana”, crogiolo di tensioni etnico-politiche in perenne ebollizione, come ha dimostrato il massacro di Andijan nel 2005 (in Uzbekistan), le violenze interetniche a Osh e Jalalabad dell’anno scorso (in Kirghizistan) e il recente ritorno in scena della guerriglia islamica (in Tajikistan).

Il continuo aumento dei prezzi dei generi alimentari, sommato a una situazione di povertà già diffusa e di endemica sfiducia verso regimi autoritari e corrotti, potrebbe innescare proteste e rivolte anche in Asia centrale. Ma non bisogna dimenticare che in questi paesi, al contrario che in Maghreb, l’accesso a internet è ancora limitato, e che la stabilità di questa regione (così vicina all’Afghanistan e ricca di risorse energetiche) sta a cuore tanto alla Russia quanto agli Stati Uniti.

di Enrico Piovesana (peacereporter.net)
Tratto da: http://www.stampalibera.com/?p=24976

venerdì 8 aprile 2011

Le amnesie di Sarkozy (e della stampa francese)


Sul fronte immigrati sembra scoppiata la pace tra Italia e Francia, meglio così anche se bisognerà verificarne l’attuazione. In questi giorni di accese polemiche mi hanno colpito due aspetti.

Da un lato l’ipocrisia di Sarkozy, che lancia una guerra in Libia per difendere i diritti umani e in nome della solidarietà tra i popoli, ma al contempo fa di tutto per respingere alle frontiere decine di migliaia di immigrati che, invece, in nome dei diritti umani e della solidarietà tra i popoli dovrebbe accogliere. L’ipocrisia è doppia. I tunisini sono di cultura francofona e infatti parlano benissimo francese; è inevitabile che vedano nella Francia un approdo naturale; e invece…

Non mi stupisco del comportamento di Sarkozy, però conferma che la guerra in Libia è dettata essenzialmente da interessi economici e geostrategici e che i diritti umani rappresentano una spiegazione di facciata; d’altro canto che Sarkozy non può ignorare gli umori dei suoi elettori che, come accade in altre parti d’Europa, vogliono meno immigrati in casa, non più. La differenza è che i grandi statisti riescono a mascherare meglio le loro ipocrisie, mentre Sarkozy che è impulsivo, irascibile e meno preparato dei suoi predecessori non riesce ad essere sottile, raffinato. E le sue incoerenze emergono prepotentemente.

D’altro canto è incredibile il comportamento della stampa francese. Negli ultimi dieci giorni ha ignorato del tutto la situazione a Ventimiglia. Non una riga, non un servizio televisivo, nè radiofonico. Tutti zitti e allineati. E non è che non sapessero: giornali e televisioni hanno corrispondenti a Roma. E quando le grandi testate italiane strillano in prima pagina la crisi tra Roma e Parigi è normale che anche i giornali francesi ne diano conto. Invece il potere di condizionamento dell’Eliseo (e la paura delle ritorsioni di Sarkozy) è tale, che tutte le testate hanno obbedito. E i francesi sono rimasti all’oscuro, fino a poche ore fa (solo dopo la conferenza stampa congiunta Maroni-Guéant, la notizia è apparsa sui siti, ma per dare notizia dell’intesa non dei dissaporti). Un atteggiamento sconcertante in una democrazia, eppure tutt’altro che insolito a Parigi, dove la libertà di stampa anche in passato è risultata limitata per autocensura dei grandi media.

Non è un caso che nelle classifiche sulla libertà di stampa, la Francia scivoli indietro e raggiunga… la criticatissima Italia. E allora, magari, la prossima volta, certi colleghi transalpini evitino di darci lezioni. Da noi l’ (auto) censura totale non esiste, per fortuna. O sbaglio?

SCENARIO DA TERZA GUERRA MONDIALE ?

Negli anni ’30 gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Olanda definirono la linea d’azione della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico cospirando contro il Giappone. I tre governi si appropriarono dei conti bancari nei loro paesi che il Giappone usava per pagare le importazioni e sospesero al Giappone le forniture di petrolio, gomma, stagno, ferro ed altre materie prime. Pearl Harbor fu la risposta giapponese?

Ora Washington ed i suoi burattini della NATO stanno usando la stessa strategia contro la Cina. Le proteste in Tunisia, Egitto, Bahrain e Yemen si sono sollevate dalla gente che manifestava contro i governi tiranni fantocci di Washington. Tuttavia, le proteste contro Gheddafi, che non è un burattino dell’Occidente, sembrano essere state organizzare dalla CIA nella parte orientale della Libia, dove si trova il petrolio e dove la Cina ha investimenti energetici sostanziali. Si ritiene che l’80% delle riserve di petrolio libiche siano situate nel bacino della Sirte nella Libia orientale, ora controllata dai ribelli sostenuti da Washington. Dal momento che il 70% del PIL della Libia è prodotto dal petrolio, una buona ripartizione della Libia lascerebbe impoverito il regime di Gheddafi con base a Tripoli.
(http://www.energyinsights.net/) Il People’s Daily Online del 23 marzo ha riportato che la Cina ha 50 progetti su larga scala in Libia. Lo scoppio delle ostilità ha sospeso questi progetti ed ha provocato l’evacuazione dal paese di 30.000 lavoratori cinesi. Le compagnie cinesi riportano che si aspettano la perdita di centinaia di milioni di yen. La Cina sta facendo affidamento sull’Africa, specialmente sulla Libia, l’Angola e la Nigeria, per soddisfare i suoi futuri bisogni energetici. In risposta all’impegno economico cinese con l’Africa, Washington sta impegnando militarmente il paese con il Commando Africa degli USA (AFRICOM) creato dal presidente George W. Bush nel 2007. 49 stati africani si sono accordati per partecipare con Washington all’AFRICOM, ma Gheddafi ha rifiutato, creando così un secondo motivo per Washington di mirare alla presa di controllo sulla Libia.

Un terzo motivo per mirare al paese è che la Libia e la Siria sono gli unici due paesi con accesso al Mediterraneo che non sono sotto il controllo di Washington. Suggestivamente, le proteste si sono accese anche in Siria. Per qualsiasi cosa possano pensare i siriani del loro governo, dopo aver visto il destino dell’Iraq ed ora quello della Libia è improbabile che i siriani si prepareranno per un intervento militare americano. Sia la CIA che il Mossad sono noti per l’uso di social network per fomentare le proteste e per diffondere disinformazione. Questi servizi di intelligence sono i probabili cospiratori che i governi siriano e libico incolpano per le proteste. Colto di sorpresa dalle proteste in Tunisia ed Egitto, il governo di Washington si è reso conto che le proteste potevano essere usate per rimuovere Gheddafi e Assad. La scusa umanitaria per l’intervento in Libia non è credibile considerando il via libera di Washington all’esercito saudita per soffocare le rivolte nel Bahrain, casa base della Quinta Flotta degli USA.

Se Washington riuscisse a rovesciare il governo di Assad in Siria, la Russia perderebbe la sua base navale mediterranea nel porto siriano di Tartus. Quindi, Washington ha molto da guadagnare se riesce ad usare il mantello della ribellione popolare per espellere sia la Cina che la Russia dal Mediterraneo. Il mare nostrum di Roma diventerebbe il mare nostrum di Washington. “Gheddafi se ne deve andare” ha dichiarato Obama. Quanto passerà prima di poter sentire anche “Assad se ne deve andare”? La stampa americana ammaliatrice sta lavorando al fine di demonizzare sia Gheddafi che Assad, un oculista tornato in Siria da Londra per guidare il governo dopo la morte del padre. L’ipocrisia passa inosservata quando Obama chiama Gheddafi e Assad dittatori. Dall’inizio del 21° secolo, il presidente americano è stato un Cesare. Sulla base di niente più che un promemoria del Dipartimento di Giustizia, George W. Bush è stato dichiarato essere al di sopra della legge ufficiale degli USA, della legge internazionale e del potere del Congresso fin quando ha giocato il ruolo del comandante in capo nella “guerra al terrore”. Obama Cesare ha fatto un passo avanti rispetto a Bush. Ha impegnato gli USA in guerra contro la Libia senza neanche far finta di chiedere l’autorizzazione del Congresso.
Questo è un reato meritevole di impeachment, ma un Congresso impotente non è capace di proteggere il suo potere. Accettando le richieste dell’autorità esecutiva, il Congresso ha acconsentito al Cesarismo. Il popolo americano non ha più potere sul suo governo di quanto ne abbiano i popoli dei paesi governati da dittatori.

La ricerca di Washington dell’egemonia globale sta portando il mondo verso la Terza Guerra Mondiale. La Cina non è meno orgogliosa del Giappone degli anni ’30 ed è improbabile che si sottometterà ai maltrattamenti ed al controllo di quello che la Cina considera come l’Occidente decadente. Il risentimento della Russia per il suo accerchiamento militare sta crescendo. L’arroganza di Washington potrebbe portare ad un fatale errore di calcolo.
Tratto da: http://wwwblogdicristian.blogspot.com/2011/04/scenario-da-terza-guerra-mondiale.html

giovedì 7 aprile 2011

Leoni e (finti) agnelli


Nemmeno i più ostinati inquinatori della realtà oseranno negare che senza l'appoggio della "coalizione di volenterosi" i sedicenti "ribelli" sarebbero da tempo stati eliminati dalle forze fedeli a Muhammar Gheddafi. Tuttavia nemmeno i bombardamenti a tappeto dei caccia francesi, statunitensi e britannici si sono dimostrati sufficientemente efficaci a spianare definitivamente agli insorti la strada che conduce al pasoliniano "Palazzo" di Tripoli. Di fatto, se la congrega di aggressori si fosse limitata a prendere atto della sconfitta, Nicolas Sarkozy si sarebbe visto obbligato a scolpire il proprio definitivo e inesorabile epitaffio politico, Francia e Gran Bretagna si sarebbero ritrovate a raccogliere i cocci rotti dei propri aneliti imperiali andati in frantumi, gli Stati Uniti avrebbero dovuto aggiungere un ulteriore e clamoroso fallimento dopo Afghanistan ed Iraq.

Sull'atteggiamento italiano è forse opportuno stendere un velo (poco) pietoso. E' alla luce di queste durissime valutazioni che è stata prospettata la possibilità, ventilata per primo da Barack Obama, di inviare armi ai ribelli al fine di spezzare la pericolosa inerzia attualmente favorevole al colonnello Gheddafi. Le autorevoli "menti raffinate" che hanno avuto finora l'ardire di avanzare scrupoli di natura umanitaria per fregiare di crismi legittimatori l'intervento degli aggressori, sono così servite. Una volta sedata l'insurrezione, Gheddafi avrebbe indubbiamente dato luogo ad una durissima resa dei conti, che avrebbe ristabilito i rapporti di forza all'interno del paese ed evitato la frammentazione della Libia nelle regioni di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Forse il fatto che l'Occidente ricco e pasciuto non sia scenario di una vera guerra dal 1945 ha decisamente compromesso la capacità raziocinante di gran parte dei cittadini, i quali appaiono sempre più restii ad accettare il fatto inoppugnabile che ogni guerra comporti la composizione di situazioni e scenari poco piacevoli. Quando l'esercito giapponese invase la Cina perpetrò uno dei più grandi massacri che si ricordino.

Quando le armate della Wehrmacht dilagarono in Unione Sovietica, numerosi fanti tedeschi si resero responsabili delle più assurde e impensabili crudeltà. Un paio di anni dopo, i soldati dell'Armata Rossa penetrati in territorio tedesco agli sgoccioli della Seconda Guerra Mondiale, effetturono pesantissime ritorsioni contro la popolazione civile. Una volta piegate le resistenze giapponesi durante l'estenuante battaglia di Guadalcanal, i marines statunitensi sospinsero i superstiti sconfitti e arresisi sui roccioni a strapiombo sul mare con l'ausilio dei lanciafiamme, costringendoli a gettarsi. La Storia è satura di pagine oscure consimili. Quindi è assolutamente ipocrita, oltre che disonesto, ostentare - come fanno noti e riveriti "intellettuali" come Bernard Henry Levy - la faccia compunta e preoccupata di fronte alle "efferatezze" cui si abbandonerebbe Gheddafi qualora i "volenterosi" aggressori battessero in ritirata. Inoltre, fatto assai significativo, il cervello di molti "autorevoli" commentatori arroccati su posizioni affini a quelle di Henry Levy non pare esser stato minimamente sfiorato dal dubbio che rifornendo di armi i ribelli libici non si faccia altro che favorire un massacro simmetrico (se non di entità superiore) a quello che ci si prefiggeva di evitare.

Di colpo, ogni premura umanitaria viene riposta nel cassetto, se a rimetterci la pelle sono i compari di Gheddafi. La verità è che i "volenterosi" in questione brancolano nel buio più assoluto, e che la crisi libica rispecchia in maniera estremamente fedele le intenzioni e le finalità delle potenze invischiate nella "missione". Gheddafi da abbattere, la Francia da riproporre, l'Europa da annientare, Obama da assecondare, gli israeliani da non indispettire, l'ENI da ridimensionare, Finmeccanica da frammentare, British Petroleum e Total da rilanciare,Berlusconi da sputtanare (cosa che sa fare benissimo da sé) e far riallineare, i profughi da strumentalizzare e l'ONU da adattare ai propri scopi. Tutti obiettivi primari perseguiti con tenacia, ma condotti (per lo più) con incredibile superficialità. Rispetto ai vari Sarkozy, Cameron, Berlusconi e Obama, il colonnello Gheddafi appare sempre più come un vero gigante.

Tratto da: http://sitopolemos.blogspot.com/2011/04/leoni-e-finti-agnelli.html

Raid dei jet israeliani in Sudan



KHARTUM. Il ministro degli Esteri sudanese Ali Ahmad Karti ha accusato Israele di essere responsabile dell’attacco aereo dell’altra notte contro un auto, nei pressi di Port Sudan, nel quale hanno perso la vita i due occupanti. «Abbiamo indicazioni che l’attacco è stato portato avanti da Israele, ne siamo assolutamente sicuri», ha affermato il responsabile della politica estera sudanese, sottolineando di non conoscere la ragione dell’incursione (che appare molto come un’esecuzione mirata), ma citando le recenti accuse lanciate da Israele contro Khartum sul sostegno a gruppi islamici.

Ignota l’identità dei due occupanti dell’auto che. stando alla ricostruzione del capo dello locale assemblea Mohammed Tahir, «sono rimasti uccisi» quando l’auto su cui viaggiavano, a 15 chilometri da Port Sudan, è stata bombardata da un aereo proveniente dal Mar Rosso. La tesi della responsabilità israeliana nell’attacco ha trovato ampio spazio anche sulla stampa di Gerusalemme e non vi sono state smentite ufficiali. Già nel gennaio 2009, un convoglio di camion era stato bombardato nella regione orientale del Sudan, al confine con l’Egitto. Allora, la stampa israeliana e americana aveva sostenuto che si trattasse di una partita di armi destinata ad Hamas nella Striscia di Gaza.

Gbagbo : è finito il tempo del colonialismo francese in Costa d’Avorio


Il presidente ivoriano ha respinto la richiesta di Parigi
di cedere il potere e riconoscere la vittoria di Ouattara

Lo davano tutti per spacciato, ma ancora un volta il presidente della Costa d’Avorio non si è arreso. Con la dignità che pochi presidenti possiedono in Europa e nel mondo, non ha ceduto alle pressioni della Francia e ha ricordato al presidente Nicolas Sarkozy che i tempi del colonialismo in Africa sono finiti da un bel pezzo.

Gbagbo, in un intervista rilasciata al canale televisivo francese Lci, ha negato di essere pronto alla resa e ha respinto con forza la richiesta di Parigi di riconoscere la vittoria di Alassane Ouattara alle presidenziali di novembre.

“Perché mai dovrei firmare un documento in cui rinuncio al potere? Io non riconosco affatto la vittoria di Ouattara e trovo veramente assurdo che il futuro del mio Paese sia diventato una sorta di partita a poker tra alcune capitali straniere” ha dichiarato Gbagbo riferendosi a Parigi e a Washington, che hanno grossi interessi economici e strategici in Costa d’Avorio.

Nel corso dell’intervista il presidente ha spiegato che l’unico modo per riportare la pace nel Paese africano sarebbe aprire colloqui “faccia a faccia” con il suo avversario politico Ouattara: “Possiamo dialogare su un nuovo conteggio dei voti”, ha sottolineato Gbagbo, “ma non capisco perché una diatriba elettorale possa aver provocato un intervento diretto delle truppe francesi”. Se non fosse intervenuta la Francia, Ouattara non avrebbe mai vinto.

Non ha peli sulla lingua il capo di Stato ivoriano che accusa i francesi di aver armato e appoggiato i ribelli di Ouattara sin dall’inizio della crisi politica. Gbagbo ha poi ammesso che “l’esercito ha chiesto la sospensione delle ostilità e sta discutendo di una sospensione delle ostilità con le altre forze sul campo” , ma sul piano “politico” non c’è stato alcun cambiamento: “Resto il presidente legittimamente eletto della Costa d’Avorio”.

Ha quindi ribadito nel corso dell’intervista di non essere pronto a dimettersi: “Sono stanco” ha ammesso “ma non sono disposto a mollare tutto. Non sono un kamikaze, amo la vita. La mia voce non è quella di un martire, io non cerco la morte ma, se arriverà, arriverà”.

Parole che hanno messo in grosse difficoltà il ministro degli Esteri Alain Juppé che solo qualche ora prima aveva parlato di “resa” e di “ore contate” per il presidente ivoriano. Con l’arroganza tipica francese, Juppé aveva spiegato ai giornalisti che “prima di farsi da parte”, l’uomo forte della Costa d’Avorio avrebbe dovuto accettare “la pubblicazione di un documento da lui stesso firmato, mediante il quale rinuncia al potere e riconosce quale presidente”.

E ieri, in grande imbarazzo, il ministro francese ha dichiarato che Parigi considera “assurda la testardaggine di Gbagbo”.

“Non c’è più nulla da discutere” ha continuato Juppé ai microfoni della radio France Info, sentenziando che il presidente ivoriano “non ha alcuna alternativa, ormai lo hanno abbandonato tutti”. Ma non è vero. Non solo il popolo ivoriano è ancora dalla sua parte, lo dimostra il milione di persone ancora ammassate di fronte alla residenza e al palazzo presidenziale, ma qualcosa sta cambiando anche a livello internazionale. La Russia ha definito “illegali i bombardamenti” della Francia e dell’Onu, sostenendo che i soldati della Licorne e i caschi blu dell’Onuci hanno violato al risoluzione numero 1975, che vieterebbe alle coalizioni straniere di volare sullo spazio aereo ivoriano. Anche l’Unione Africana e il Sudafrica hanno detto chiaramente di “non aver mai autorizzato un intervento militare nel Paese”.

Tirata in causa, la Francia ha risposto che “l’arrivo delle truppe di Ouattara nella capitale economica rischiava di scatenare un’apocalisse”, di conseguenza il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha deciso di intervenire prima che fosse troppo tardi, dando ordine “ai caschi blu dell’Onuci” e chiedendo “il sostegno della Licorne” di “mettere fine a questa situazione inaccettabile, ovvero all’uso di armi pesanti contro i civili da parte delle forze di Gbagbo”. Una spiegazione che ha soddisfatto ben poco Mosca, che ha convocato un’assemblea del Consiglio dell’Onu per maggiori chiarimenti, mentre Pretoria ha mandato due navi da guerra al porto di Abidjan, ribadendo il sostegno a Gbagbo.

Critiche che hanno incentivato il presidente Sarkozy e Ouattara a cercare di risolvere velocemente e una volta per tutte la questione. Ieri le Forze repubblicane hanno infatti attaccato il palazzo e la residenza presidenziale ad Abidjan per stanare Gbagbo dal bunker in cui si sarebbe asserragliato insieme a i suoi fedelissimi.

“Lo andremo a prendere, lo tireremo fuori dal suo buco e lo consegneremo al presidente della Repubblica”, ha ammonito Sidiki Konate, portavoce di Guillame Soro, l’ex capo guerrigliero nominato da Ouattara premier e ministro della Difesa.

Un attacco che sarebbe stato condotto con l’ausilio delle truppe francesi. Da Parigi il portavoce di Gbagbo per l’Europa, Toussaint Alain, ha infatti denunciato all’emittente televisiva France 24 che la residenza presidenziale è “sotto attacco con le armi pesanti, e bombardata dagli elicotteri francesi”.

Pronta la smentita dell’Eliseo, secondo cui la Licorne “non è coinvolta nell’assalto” ma è presente solo “a tutela dei cittadini stranieri”.

Ma più fonti di Rinascita hanno invece confermato la presenza dei soldati francesi nell’attacco sferrato dai ribelli contro la presidenza, che sembrerebbe per fallito miseramente.

Dopo il rifiuto della resa, Ouattara e Sarkozy non hanno altra scelta che “uccidere” Gbagbo, accusano i suoi sostenitori. Ma il suo portavoce Toussant, avverte: “Laurent ha sempre avuto come motto di essere il ‘figlio della Nazione’. E quando si alza la marea, il ‘figlio della Nazione’ non si getta in mare, ma se ne rimane ben saldo sulla terraferma. Costi quello che costi Laurent Gbagbo resterà in Costa d’Avorio, e vi resterà come presidente”.

Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=7553

mercoledì 6 aprile 2011

L’Onu e la Francia si macchiano di crimini contro l’umanità ( ... anche in Costa d'Avorio ... )

2307 i morti e migliaia i feriti. È il bilancio dei bombardamenti compiuti
dalle forze francesi e i caschi blu dell’Onuci su Abdjan

Un massacro. Non ci sono altre parole per definire l’operazione militare messa in atto nella notte tra lunedì e martedì dalla Francia e dall’Onuci per “proteggere i civili”. Si parla di 2307 morti e di migliaia di feriti tra la popolazione ivoriana. Un bilancio destinato ad aumentare a causa dell’embargo sui medicinali che rende difficile curare i feriti. Ma il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ieri ha avuto il coraggio di dichiarare con forza che l’Onuci “non partecipa al conflitto in Costa d'Avorio: in linea con il mandato conferito dal Consiglio di Sicurezza, ha agito per proteggere se stessa e per proteggere i civili”.

Secondo il segretario Onu, le forze della difesa e della sicurezza “hanno preso di mira il quartier generale dell’Onu in Costa d’Avorio all’hotel Sebroko, con cecchini che usano armi di calibro pesante, mortai e lancia-granate”. Negli attacchi “quattro caschi blu sono stati feriti”. Di fronte alla “strage” di caschi blu, Ban Ki Moon ha “chiesto il sostegno delle forze francesi” per uccidere più di duemila civili. E il presidente della Francia Nicolas Sarkozy – si legge in un comunicato dell’Eliseo – ha risposto “positivamente a questa richiesta e ha autorizzato le forze francesi a partecipare alle operazioni condotte dall’Onuci per la protezione dei civili”.

Se si trattava di un’operazione di “pace” come mai allora i bombardamenti non hanno interessato solo “obiettivi militari”, ma hanno colpito l’ospedale di Kumasi, quello di Yopougon e quello militare di Abidjan. Hanno bombardato la residenza del presidente Gbagbo e il palazzo presidenziale dove c’erano ammassati da domenica un milione di civili. Hanno distrutto la Radio e Televisione di Stato(Rti).

No, non è stata un’operazione militare mirata a proteggere la popolazione ivoriana. È stato un atto di guerra e una vera e propria carneficina. La fonte di Rinascita, che vive barricata in casa con pochi viveri da dividere con i vicini che ormai non hanno più cibo, racconta che gli elicotteri dell’Onuci hanno sparato sull’unico supermercato aperto dove si era formata una folla immensa per rifornirsi di generi alimentari.

Crimini contro l’umanità di cui la Francia e le Nazioni Unite dovrebbero rispondere davanti ad un tribunale internazionale.

Ma l’ipocrisia non ha limiti. Dopo aver bombardato indiscriminatamente su Abidjan, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti dell’uomo, Rupert Colville, ha espresso “profonda preoccupazione per la situazione dei civili in una città così importante, con milioni di abitanti”. In una conferenza stampa, Colville ha manifestato apprensione per il fatto che “armi pesanti vengano usate in zone ad alta densità abitativa e che potrebbero aver causato decine di morti negli ultimi giorni”.

Dello stesso avviso Elisabeth Byrs, portavoce dell’Ufficio Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari che ha definito la situazione umanitaria ad Abidjan “drammatica”, precisando che la “maggior parte degli ospedali e dei servizi pubblici non sono più funzionanti”.

Prima l’Onu si schiera apertamente con Ouattara, sostiene militarmente i militari, bombarda Abidjan e poi esprime preoccupazione per i civili.

Ma la missione di pace delle Nazioni Unite non dovrebbe essere neutrale?

Come mai nel conflitto civile del 2002, subito dopo il tentativo di colpo di Stato di Ouattara, quando i ribelli delle Forze nuove ammazzavano e seviziavano la popolazione civile, causando centinaia di morti e di decine di migliaia di sfollati, la Francia e l’Onu non sono intervenuti rispondendo all’allora presidente Gbagbo, eletto democraticamente nel 2000, che era una “questione ivoriana”. Due pesi e due misure.

E come mai dopo il massacro di Duèkoué, in cui le Forze repubblicane di Ouattara hanno ucciso 800 civili, raso al suolo un villaggio, violentato le donne e i bambini, l’Onu non è intervenuto contro il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale?

Le prove contro i ribelli sono schiaccianti: “Sono arrivati di giorno, mentre eravamo nei campi. Non ci eravamo allarmati molto, sapevamo che sarebbero arrivati ma pensavamo che avrebbero proseguito per Abidjan. Ci eravamo detti: non sarà come durante la guerra. Vogliono solo dimostrare di avere il controllo sull’intero territorio. Invece hanno ucciso mia sorella di 16 anni davanti ai miei occhi e hanno cominciato a bruciare case e granai” è la testimonianza di Simon Taye, rifugiato ivoriano raggiunto dalla Misna in un assembramento di profughi oltre il confine con la Liberia, dove è arrivato dopo un giorno e mezzo di cammino nella foresta che attraversa la frontiera tra i due Paesi.

L’intera avanzata delle Forze repubblicane, con l’ausilio delle forze francesi e dei caschi blu dell’Onu, è stata accompagnata da massacri, sevizie e stupri. “Era il 15 marzo, non dimenticherò mai questa data. Da giorni non si vedevano forze dell’ordine in circolazione quando uomini armati di tutto punto, gente delle forze repubblicane, sono arrivati nella nostra cittadina, Toulepleau, ultima città ivoriana prima del confine, a circa 130 chilometri di Duekoué, e hanno cominciato a sparare all’impazzata. Sui civili, donne e bambini disarmati. Alcuni sono stati colpiti alle mani e ai piedi e non hanno potuto scappare a nascondersi tra la vegetazione come ho fatto io” racconta un altro profugo alla Misna.

E ora il terrore ha raggiunto anche la capitale economica: “Abidjan è fuori controllo, si spara, ci sono saccheggi ovunque e cadaveri nelle strade, cominciano a scarseggiare acqua ed elettricità, i colpi d’arma da fuoco sono arrivati anche in ambasciata e non da oggi”. A parlare è l’ambasciatore italiano in Costa d’Avorio, Giancarlo Izzo, contattato dall’Ansa, che ha spiegato che “non si possono fare previsioni sui tempi” della fine della guerra. “Le forze dei due si confrontano da mesi”, osserva Izzo, e “a complicare ulteriormente le cose c’è stato l’intervento militare dei caschi blu e dei francesi, che hanno sparato dagli elicotteri contro le postazioni dei sostenitori di Gbagbo che hanno accusato i francesi di neocolonialismo”.

Intanto la situazione rimane confusa ad Abidjan. Se i media francesi parlano di una sconfitta del presidente Gbabgo, il suo portavoce assicura che le Forze di difesa e di sicurezza hanno ancora il controllo della sua residenza e del palazzo presidenziale e del più importante

accampamento militare ad Abidjan. Una versione confermata dalla fonte di Rinascita, che ha parlato di centinaia di morti invece tra le fila delle Forze repubblicane di Ouattara. Ma circola anche la voce che Gbagbo stia negoziando la resa. Lo ha affermato il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, che detto: “Sono a conoscenza di queste trattative”. Ma sono poco attendibili le notizie riportate dai media francesi. Tanto che il portavoce di Gbagbo ha sostenuto che il legittimo presidente della Costa d’Avorio “è vivo e non si arrende”.

di Francesca Dessì

Tratto da: Rinascita.eu

La democrazia all'uranio impoverito


Nel novero degli “aiuti umanitari” dispensati a pioggia in quei paesi dove una parte del popolo vuole conquistare la "democrazia e la libertà" certificate dall'occidente, ma occorre un aiutino e magari qualche bastonata per convincere l'altra parte di popolo che non è dello stesso avviso, riguardo alla bontà di una scelta tanto improvvida, l'uranio impoverito non manca mai, quasi si trattasse del toccasana democratico per antonomasia.

Abbiamo (si abbiamo, perchè l'Italia in queste operazioni è sempre presente) distribuito uranio impoverito nella ex Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq, senza mai lesinare nelle dosi e senza alcuna parsimonia. Ed oggi stiamo dispensandolo in Libia, con la stessa generosità, affinchè non si possa dire che facciamo dei distinguo di etnia o di razza.

L'uranio impoverito non è propriamente un toccasana per la salute dei malcapitati che ne vengono a contatto.
Nonostante, come alcuni lettori amici del nucleare hanno fatto notare, si tratti di un materiale usato anche in attrezzature non belliche come i satelliti, gli elicotteri, gli aerei civili e le barche a vela da competizione (le scorie radioattive si devono pur riciclare e se si riciclano gratis meglio ancora) è proprio in campo bellico che esso trova la collocazione più consona e viene maggiormente utilizzato.....

Quando i missili, i razzi, le granate ed i proiettili all'uranio impoverito giacciono inerti, i loro effetti sulla salute umana di chi li avvicina non sono estremamente elevati, trattandosi semplicemente di un modesto aumento della dose di radioattività assorbita dal corpo umano, così come potrebbe avvenire con un'intercapedine di amianto presente all'interno della paratia di un vagone ferroviario in ottimo stato di conservazione. Un certo grado di rischio esiste comunque, dal momento che anche una sola fibra amiantifera o dosi minimali di radiottività possono indurre lo svilupparsi di patologie tumorali in soggetti particolarmente predisposti, ma rimane bassa la probabilità di mettere a repentaglio gravemente la salute dei più.

Quando i missili, le granate ed i proiettili all'uranio impoverito esplodono colpendo un bersaglio (così come quando l'intercapedine di amianto entra in contatto con l'ambiente ed inizia a sbriciolarsi) la situazione cambia radicalmente, poiché grazie all'alta temperatura il materiale radioattivo si libera nell'aria, con la conseguenza di venire inalato da chi malauguratamente si trovi nelle vicinanze e di ricadere sui terreni, contaminandoli in profondità insieme alle falde acquifere.

Bombardamenti massicci e continuativi, con l'uso di testate e proiettili all'uranio impoverito, come quelli praticati dalle missioni di "guerra umanitaria" negli ultimi 15/20 anni, non determinano solo un alto grado di rischio per i soldati che partecipano alle missioni, molti dei quali si sono già ammalati e si ammaleranno di leuccemie e patologie tumorali di ogni sorta, oltre ad andare incontro al rischio concreto di sterilità, ma contaminano anche in profondità e per un lungo lasso temporale i territori oggetto dei bombardamenti.

Territori dove la popolazione locale sarà costretta a vivere nei decenni a venire. Coltivando la terra, allevando il bestiame, bevendo l'acqua delle sorgenti e contraendo quelle stesse patologie cui vanno incontro i soldati ed i civili direttamente coinvolti nelle esplosioni, ma su scala enormemente più vasta e drammatica, dal momento che la popolazione sarà costretta a convivere con la contaminazione anno dopo anno.

La democrazia all'uranio impoverito è portatrice di morte e miseria e non igenera alcuna libertà che non sia quella di tornare anzitempo dinanzi al giudizio del "creatore". Nonostante ciò il macabro teatrino continua come se niente fosse, con la complicità e l'assenso dei benpensanti di ogni schieramento e colore, sempre pronti ad inneggiare al diritto dei popoli ad ottenere democrazia e libertà, ed altrettanto pronti a girarsi da'altra parte, ogni qualvolta tali "diritti" si palesano nella loro vera natura.


di Marco Cedolin

Tratto da: http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/04/la-democrazia-alluranio-impoverito.html

Piombo Fuso. I “30 denari” del giudice Goldstone

L’autore del contestato rapporto che accusava Israele di crimini di guerra fa dietrofront e si pente: “Se solo avessi saputo”.

A distanza di quasi un anno e mezzo dall’approvazione all’Assemblea per i Diritti umani delle Nazioni Unite, il giudice sudafricano Richard Goldstone (foto) ha ritrattato le accuse inerenti ai reati di crimini di guerra e contro l’umanità mosse a Israele e contenute nel rapporto sull’offensiva armata del dicembre 2008 sulla Striscia di Gaza da lui stilato e che prende il suo nome.

Il ripensamento è stato annunciato sabato scorso dallo stesso Goldstone direttamente delle pagine del quotidiano statunitense Washington Post, attraverso un articolo nel quale il giudice descrive le ragioni che lo hanno portato a tornare sui propri passi.

“Oggi sappiamo molto di più sugli avvenimenti della guerra a Gaza fra il 2008 e il 2009… Se fossimo stati a conoscenza allora di quanto sappiamo oggi, il rapporto sarebbe un documento differente”, scrive il funzionario sudafricano ammettendo di aver commesso degli “errori” di valutazione.

Immediata la reazione del governo di Tel Aviv, che dal premier Benjamin Netanyahu, fino al ministro della Difesa Ehud Barak, che diede il via libera all’attacco, passando per quello degli Esteri Avigdor Lieberman, ha espresso tutta la propria soddisfazione per la ritrattazione del giudice Goldstone.

Tuttavia analizzando queste nuove verità, capaci di spingere un giudice a tornare sui propri passi rinnegando una relazione che ha creato scompiglio a livello mondiale, si può notare con facilità come queste siano in realtà tutt’altro che prove certe dell’innocenza millantata dai vertici militari e politici di Tel Aviv. Richard Godlstone infatti basa la sua nuova visione di quanto accaduto nella Striscia tra il dicembre 2008 e il gennaio 2009 sugli esiti di un’altra inchiesta dell’Onu. Si tratta dell’indagine condotta dall’ex giudice nordamericano Mary McGowan Davis, che si basa esclusivamente sui risultati delle inchieste interne condotte dalle autorità israeliane, dalle quali guarda caso risulta che i civili uccisi durante l’offensiva (circa 800 su più d1400 vittime totali) sono stati colpiti involontariamente dai militari con la stella di Davide.

Tra gli esempi citati vi è quello che riguarda lo sterminio dei 29 membri della famiglia Al Simouni. “Il bombardamento della loro casa fu la conseguenza dell’errata interpretazione dell’immagine di un drone da parte di un ufficiale che adesso è sotto inchiesta per aver ordinato quell’attacco”, ha spiegato nel suo articolo il giudice sudafricano riportando il contenuto dell’indagine fatta dal collega nordamericano. Da sottolineare inoltre come quest’ultimo nella sua relazione commenti con enfasi come Israele abbia dedicato “risorse significative per indagare su oltre 400 accuse” riguardo alle proprie operazioni militari, al contrario di quanto fatto da Hamas che “non ha svolto alcuna indagine sul lancio di missili e mortai contro Israele”.

In sostanza il giudice Goldstone, che aveva inizialmente puntato il dito contro Israele accusandolo di aver compiuto crimini di guerra e contro l’umanità e di scarsa collaborazione alle indagini, ora assolve i vertici di Tel Aviv basandosi esclusivamente sull’esito di indagini interne ritenute attendibili da un altro giudice questa volta statunitense. Un dietrofront che alla luce di tutto questo può essere definito quantomeno sospetto. É un po’ come se i giudici milanesi basassero le proprie considerazioni nel processo a Berlusconi sulle conclusioni di alcune ricerche condotte da Ghedini e avallate da un loro collega nominato dal governo. Roba da giustificare una rivoluzione visti i tempi che corrono. Per di più il semplice fatto che Israele abbia condotto delle indagini interne completerebbe la riabilitazione dell’immagine di Tel Aviv agli occhi del mondo, nonostante la strage compiuta. E ciò allo stesso tempo metterebbe in cattiva luce Hamas, che di indagini interne non ne ha condotte, visto che nessuno gli avrebbe creduto. Ma potrebbe essere questo il modo per mettere fine ai raid israeliani sulla Striscia e riportare la pace in Palestina, il movimento islamico non deve far altro che effettuare delle approfonditissime inchieste la cui conclusione reciti: “ci dispiace non l’abbiamo fatto apposta” .

di Matteo Bernabei
Tratto da: Cori in Tempesta

martedì 5 aprile 2011

Il mistero dell’affondamento del Kursk. Si rischio’ davvero la terza guerra mondiale?

Leggendo qua e là diversi e approfonditi resoconti giornalistici sull’affondamento del sottomarino nucleare russo Kursk, avvenuto nel lontano Agosto del 2000, quando Putin era stato da poco eletto a Capo del Cremlino, sono rimasto letteralmente tramortito nel leggere che in quel periodo si fu a un passo dallo scoppio della Terza Guerra Mondiale, nell’assoluta ignavia in cui fu lasciata l’opinione pubblica.

  


I resoconti di cui parlo insistono ad esempio ad affermare che la causa certo probabile (probabile a causa del silenzio pilotato in cui fu avvolta l’intera vicenda, sia da parte russa che americana) di simile terribile disastro potrebbe essere stata un’azione ostile da parte di un sottomarino americano, che, forse dopo essere stato speronato dal gigante dei mari, fiore all’occhiello della marina russa e ritenuto uno dei più grandi e pericolosi sottomarini di tutti i tempi, avrebbe sparato contro di esso un siluro che avrebbe fatto incendiare il comparto dove si trovavano appunto stivati i gioielli del tipo “shkval”, siluro sofisticatissimo in grado, secondo gli esperti, di navigare verso il bersaglio ad una velocità impressionante, grazie ad una innovazione tecnologica che i russi stavano in quel tempo sperimentando.

Stando sempre a certe voci, a quella poderosa esercitazione nei mari del nord stavano partecipando anche ufficiali della Cina, alla quale la Russia forse intendeva vendere i suoi siluri per rimpinguare le sue magre risorse finanziarie e per cercare di attirarla in un proprio programma militare capace di contrapporsi agli occidentali, in un momento nel quale la Russia era sulla difensiva specialmente dopo il feroce bombardamento cui fu sottoposta la Serbia, tradizionale sua alleata, durante la liberazione del Kosovo nel 1999.

Ad affondamento avvenuto, si apprende che alcuni aerei russi, senza alcuna comunicazione alla controparte della NATO, si alzarono in volo per cercare di intercettare un sottomarino sospetto che pian piano si stava allontanando dal sito della catastrofe, verosimilmente anch’esso colpito in quella che aveva tutta l’aria di essere stata una vera e propria battaglia sottomarina.


Si raccontano anche di interviste ad ufficiali russi che parlavano chiaramente di questo increscioso e ostile atto di guerra da parte dell’unità americana e almeno un articolo di un giornale russo che avanzava simile drammatica ipotesi si disse che fu immediatamente censurato e ritirato dalla pubblicazione già avvenuta, elemento, questo, che la dice lunga sulla possibilità che il sottomarino russo possa essere stato colato a picco proprio da un siluro delle forze navali americane che transitavano in quel raggio di mare per controllare le manovre militari in corso da parte delle forze marittime russe.

Non si dimentichi peraltro che proprio poco tempo prima dell’evento drammatico in cui persero la vita più di un centinaio di marinai russi, era stata arrestata una spia americana verosimilmente sulle tracce dei segreti dello shkval e anche questo è un dettaglio da non sottovalutare, perché ci fa capire in maniera chiarissima che forse in quel tempo le potenze occidentali erano ferocemente impegnate a carpire ai russi i suoi segreti militari, elemento che potrebbe averli spinti a commettere qualche errore di troppo.

Sarebbe poi risaputo che dopo la tragedia si susseguirono tra Putin e Clinton telefonate molto concitate e drammatiche e a quanto pare la controparte russa ottenne molto verosimilmente dall’America un risarcimento danni in diversi miliardi di dollari, oltre alla cancellazione del suo debito finanziario nei confronti degli Stati Uniti, anche questo un particolare non di poco conto in quanto segnala un certo coinvolgimento statunitense nella terribile catastrofe.

Il fatto poi che lo scafo del Kursk venne quasi deliberatamente lasciato in fondo al mare, pur non essendo a più di cento metri di profondità (e stando agli specialisti vi era nel sottomarino nella parte posteriore un portellone che qualora il mezzo fosse stato rialzato verticalmente sarebbe fuoriuscito dal mare permettendo la salvezza dell’equipaggio rimasto dopo l’esplosione sulla prua del sommergibile), anche questo fatto dunque sottolinea l’assoluta volontà, seguita forse ad un accordo russo-americano, di mantenere segreta la dinamica dell’affondamento per non creare ulteriori frizioni tra la Russia e gli Stati Uniti.

Se questi fatti riportati fossero davvero confermati, pertanto, si porrebbe un quesito davvero sconvolgente: si rischiò davvero la Terza Guerra Mondiale in quel frangente?

La risposta, a distanza ormai di più di dieci anni dall’evento, non può che essere sì.

Tratto da: http://mstatus.splinder.com/post/15426226/il-mistero-dellaffondamento-del-kursk-si-rischio-davvero-la-terza-guerra-mondiale

Per approfondimenti guarda i video:











Giusto per sentire " l'altra campana " ...

Posto di seguito due articoli tratti da Iran Italian Radio giusto per dare un altro punto di vista in merito alle rivolte che stanno infiammando il Nord Africa e non solo ...

Ahmadinejad: Onu intervenga contro interferenze Occidente nella regione

TEHERAN - Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha chiesto all’Onu di intervenire per “impedire” gli interventi americani ed europei in Medio Oriente e in Africa del nord. Secondo quanto si legge sul sito della presidenza, Ahmadinejad ha parlato al telefono con il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon un intervento per regolare i problemi dei paesi della regione “attraverso il dialogo”. “L’intervento di alcuni paesi europei e degli Stati Uniti nei paesi della regione è inquietante e complica la situazione”, ha dichiarato Ahmadinejad in occasione del suo colloquio telefonico con Ban Ki-moon.

Ahmadinejad ha chiesto all'onu di intervenire per “impedire l’intervento dei governi di questi paesi”. “E’ arrivato il momento in cui il segretario generale delle Nazioni Unite svolga il suo ruolo storico e determinante per il regolamento dei problemi attuali sulla base di un’intesa e tramite il dialogo per evitare la ripetizione delle catastrofi in Afghanistan e in Iraq” dove sono impegnate militarmente le forze occidentali. La Repubblica islamica d’Iran è pronta a giocare “un ruolo attivo” per regolare le situazioni di crisi regionali, ha aggiunto Ahmadinejad secondo il quale "i paesi occidentali sono semplicemente alla ricerca dei propri interessi". Il capo di stato iraniano ha quindi condannato la "politica ipocrita" e improntata a un "doppio standard" dei paesi occidentali circa le rivolte popolari in Libia e Bahrain; "Tutto cio' mentre gli Stati Uniti e i loro alleati restano indifferenti di fronte a quelli che sono veri crimini d'Israele contro il popolo palestinese".

Il Segretario generale dell'Onu - dal canto suo - ha espresso la sua preoccupazione per la repressione dei dimostranti in Bahrain e Yemen, "la gente viene uccisa solo perche' chiede la democrazia e la liberta' ", ha affermato.

Tratto da: http://italian.irib.ir/notizie/politica/item/90799-ahmadinejad-onu-intervenga-contro-interferenze-dell’occidente-nella-regione

La faccenda di spie in Kuwait e' un complotto Usa contro Iran


TEHERAN - La falsa pretesa del Kuwait di smantellare una cellula di spie iraniana e' un complotto ordito dagli Usa per giustificare la repressione dei movimenti popolari in corso nella regione.

"Per quanto riguarda le rivolte scoppiate in Nord Africa e Medio Oriente, gli occidentali stanno cercando di persuadere i paesi arabi del pericolo che corre tutta l'area a legarsi all'Iran. In altre parole gli Usa e i loro alleati cercano di insinuare che l'Iran e' dietro le manifestazioni di piazza nei paesi del Golfo Persico". Lo ha dichiarato Hossein Naqavi Hosseini, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Majlis (Parlamento iraniano).

Nei giorni scorsi, tre persone, due cittadini iraniani e un kuwaitiano, sono state arrestate nel Kuwait e condannate a morte con l’accusa di spionaggio.

Questo e' mentre una fonte attendibile al Ministro degli Esteri dell'Iran ha smentito come "irresponsabili ed infondate" le accuse lanciate dai funzionari giudiziari del Kuwait, affermando che "Il problema non e' legata in alcun modo alla Repubblica islamica o nessun membro dell'ambasciata iraniana a Kuwait City e' coinvolto nella facenda".

Sempre riguardo l'accusa di spionaggio, lanciata dal Kuwait contro l'Iran, e' intervenuto anche Alaeddin Boroujerdi, capo della Csnm; il Kuwait cerca di deviare l'attenzione dell'opinione pubblica della regione e del mondo musulmano dalla brutale repressione meessa in atto dal regime del Bahrain contro il suo popolo.

Ieri il portavoce del Ministero degli Esteri dell’Iran, Ramin Mehmanparast citato dalla PressTv, ha puntato il dito contro gli Usa e il regime sionista di seminare discordia tra le nazioni musulmane.

La polizia del Bahrein, con l'aiuto dalle truppe saudite e quelle degli Emirati Arabi Uniti, ha intensificato la repressione contro i manifestanti che chiedono una monarchia costituzionale. I gruppi per i diritti umani e partiti di opposizione affermano che centinaia di persone sono state arrestate o scomparse dall'inizio delle proteste nel piccolo emirato del Golfo Persico.

Tratto da: http://italian.irib.ir/notizie/politica/item/90800-la-facenda-di-spie-in-kuwait-e-un-complotto-usa-contro-iran