lunedì 24 dicembre 2012

giovedì 13 dicembre 2012

Ilva: un futuro di salute per decreto


In un paese serio, magari governato dalla politica e non dalle banche, dopo avere preso atto dei devastanti danni alla salute causati alla popolazione di Taranto, oltre che agli operai, dal cancrificio dell'Ilva, le autorità si sarebbero mosse immediatamente, attraverso una serie di passi logici di fatto irrinunciabili.

Avrebbero preso per le orecchie la famiglia Riva (quella che regalava milioni a Bersani e ad altri intrallazzatori politici per avere il diritto di distribuire cancro a profusione) intimandole di chiudere immediatamente gli impianti e procedere a proprie spese a tutte le bonifiche necessarie, permettendone la riapertura solamente quando gli impianti fossero stati realmente a norma. Avrebbe preteso che tutti gli operai (non solo quelli di Taranto ma anche delle altre sedi che dalla produzione di Taranto dipendono) venissero lasciati a casa, regolarmente stipendiati dalla famiglia Riva, fino al momento del loro rientro in azienda.....

E nel caso la stessa famiglia Riva, dopo avere accumulato per anni ed anni, con l'aiuto dello stato, profitti miliardari, si fosse rifiutata di adempiere al proprio dovere, avrebbe proceduto all'esproprio coatto degli impianti, facendosi carico in prima persona dei salari degli operai, della bonifica e della riapertura o riconversione ad altro uso degli impianti stessi.

Non avendo invece l'Italia neppure la parvenza di un paese serio, non esistendo la politica ma solamente camerieri prezzolati stipendiati dalla stessa famiglia Riva e mancando un governo legittimo, sostituito dal regime dei banchieri, le cose sono andate molto diversamente.

Si é preferito tergiversare per lungo tempo in un braccio di ferro fra istituzioni, con il sottofondo della guerra fra poveri, per poi arrivare ad un decreto, firmato da Mario Monti, disceso per l'occasione dall'Olimpo, che magicamente risolverebbe ogni cosa.

Per decreto l'Ilva continuerà a lavorare come prima, ma i suoi miasmi tossici non avveleranno più nessuno. Il territorio verrà bonificato come per incanto (in gran parte con i soldi dei contribuenti) mentre nel frattempo le ciminiere continueranno a dispensare veleni, la famiglia Riva a lucrare miliardi, gli operai a lavorare in un ambiente malsano nel quale però non si ammaleranno più e forse un giorno verrà perfino presa in considerazione l'ipotesi di mettere gli impianti a norma, o meglio di adeguare la norma alle emissioni degli impianti.

Dopo avere eliminato il problema dei suicidi, semplicemente facendoli scomparire dalle pagine dei giornali, Monti ha dunque deciso di renderci partecipi di un nuovo miracolo. In barba a tutti i miliardi dissipati negli anni per la ricerca oncologica, sarebbe bastato un decreto per sconfiggere il cancro e un usuraio per avere successo laddove finora hanno fallito migliaia di medici. Per fortuna almeno un "cervello", anziché fuggire all'estero è tornato qui a lavorare per il nostro bene e non sembra avere alcuna intezione di andarsene.

mercoledì 12 dicembre 2012

Argentina: nuovo default? Organizzato a tavolino...

Come si fa a far fallire un Paese disobbediente?
Ecco la semplice ricettuzza, applicabile alla bisogna.


Si cominciò con il mantra "faremo la fine dell'Argentina", temibile spettro per rimettere in riga i riottosi, prima che arrivasse il più vicino spettro "faremo la fine della Grecia".

Dopo di che, l'Argentina è diventata proprio il simbolo più luminoso per i suddetti riottosi (incluso qualche Premio Nobel): "Visto? L'Argentina si è ripresa la sua sovranità, ha mollato la moneta forte, ha mandato al diavolo i creditori, saldato i debiti e ora cresce del tot per cento annuo! Dovremmo imitarla!"

E' durata poco: con sommo gaudio degli obbedienti, qualche giorno fa è stata annunciata la nuova crisi argentina, il taglio del rating e un altro rischio default. "Visto?" hanno tuonato trionfanti "Macché modello argentino! Molto più saggio continuare ad obbedire ai diktat!"

Forse però il caso di scoprire perché l'Argentina si trova di nuovo a rischio default. Non si tratta infatti di politiche economiche sballate, di crisi, di Paese inaffidabile, insomma della dimostrazione che le politiche keynesiane della Kirchner siano sbagliate. Niente affatto: si è trattato della molto opportuna sentenza di un tribunale di New York, che ha condannato il Paese sudamericano al pagamento di 1,33 miliardi di dollari ad alcuni fondi speculativi che avevano rifiutato la precedente ristrutturazione. Sufficiente a mandare un grande Paese in default? Ma no. Perché ciò accada, bisogna che "i mercati" reagiscano in un certo modo: se ne sono quindi incaricate le agenzie di rating, declassando all'istante di cinque gradini a "CC" l'Argentina (solo per una sentenza!), e poi la stampa, che ha subito strombazzato il rischio default.

Insomma, ecco quanto è facile mandare un Paese al fallimento. Bastano una sentenza, un'agenzia di rating e qualche titolone. Che stiano attenti, tutti i potenziali disobbedienti alla dottrina economico-finanziaria vigente: la loro sopravvivenza è appesa a un filo. Meglio adeguarsi in fretta.