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lunedì 3 settembre 2012

Questo è il tuo Premier.

di Paolo Barnard

Sono l’unico in Italia a dire queste cose. Vanno ripetute.

L’economista austriaco Friedrich August Hayek così definì il concetto di giustizia sociale:

una formula vuota… strettamente e interamente vuota e senza significato… (II: 68, 69, xi) - una frase che non significa assolutamente nulla… (II: xii, 33) - un antropomorfismo primitivo… (II: 62, 75) - una superstizione… (II: 66) - come credere alle streghe… (II: 75) - un incubo che oggi rende bei sentimenti come strumenti per la distruzione di tutti i valori della civiltà libera… (II: xii) - una insinuazione disonesta, intellettualmente sconcia, il segno di una demagogia e di un giornalismo squallido di cui gli intellettuali onesti dovrebbero vergognarsi… (II: 97).

(da Social Justice, Socialism and Democracy, di F. A. Hayek)

Hayek, l’economista più sociopatico della Storia, ispira il tuo Premier di oggi. Mario Monti è un suo adepto, ed è stato premiato per la sua dedizione all’austriaco nel 2005, col premio della Friedrich August von Hayek Foundation:

“Onoriamo oggi un uomo (Monti) che è stato fedele nelle parole e nei fatti ai principi di Friedrich August Hayek. La sua vita, il suo lavoro, e la sua personalità non potrebbero essere meglio caratterizzati e onorati se non da un premio che porta il nome del grande economista Friedrich August Hayek”.

Questo è il tuo Premier. Odia la giustizia sociale.

Tu sei uno qualunque, o tu sei stato licenziato, o tu stai fallendo, e tu ti chiedi perché si danno 1.000 miliardi di euro alle banche ma si tagliano le pensioni, i letti d’ospedale, gli stipendi dei padri di famiglia. Ti chiedi perché non esista più traccia di giustizia sociale nella tua vita. Rileggi sopra.

Fonte: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=432

venerdì 31 agosto 2012

STESSA GUERRA, STESSO FRONTE


Per chi ha la capacità di ragionare con la propria testa, appare evidente che si muore in Siria così come ci si suicida in Italia.


Fonte: Lotta di Popolo

giovedì 23 agosto 2012

Le agenzie di rating hanno scelto il prossimo governo italiano


Non vi erano dubbi che la politica nazionale fosse manovrata dall’estero e che i nostri politici fossero solo dei burattini nelle mani della finanza internazionale. Molti però ancora non credono a tutto ciò, nonostante la lampante e sfacciata evidenza e fanno rientrare tali affermazioni nel novero delle così dette teorie cospirazioniste.

Da oggi, molte persone dovranno ricredersi. Le ultime dichiarazioni rilasciate da esponenti ufficiali delle compagnie di rating sono agghiaccianti nella loro sincera e semplice verità.

“L’Italia non ha bisogno di altre misure di austerità, quelle varate sono sufficienti, ma ora sono necessarie le riforme. L’attuale governo italiano ha tantissima credibilita e Monti deve fare progressi il più velocemente possibile per creare una certa luce in fondo al tunnel“. E’ quanto afferma il direttore operativo di Fitch, David Riley, a Bloomberg Tv sottolineando come i rischi della fine del suo governo siano maggiori dei problemi dell’economia.

Capite? Dettano l’agenda politica e decidono a tavolino, o al massimo a colpi di downgrade, le “democratiche” elezioni di un “libero” paese come l’Italia.

Cari amici, qua dobbiamo inziare a capire che complottista è chi fa i complotti non chi ne parla e/o scrive cercando di smascherarli. Siamo sudditi e non cittadini, sarebbe il caso di prendere coscienza almeno di questo, anche se siamo troppo accecati dalla nostra boria e indottrinati a dovere dallo stesso sistema che ci opprime.

Non è finita qui.

Nell’ultimo rapporto diffuso da Moody’s si afferma che “l’Italia potrebbe vedere tornare nel 2013 la dinamica del Pil a livelli pre-crisi“. Nello stesso si sottolinea comunque che “l’aggiustamento potrebbe essere completo solo a metà” e “la recessione potrebbe durare fino al 2016“.

Moody’s stima per l’Italia un Pil fra 0% e -0,5% nel 2013.

Nel suo rapporto Moody’s traccia un parallelo fra la crisi finanziaria che colpì Svezia e Finlandia negli anni ’90 e quella che sta mettendo ora a dura prova i paesi europei ‘perifericì nei quali riforme strutturali strutturali sono già state attuate ma il percorso per risanare i disequilibri accumulati è solo a meta e “potrebbe aver bisogno ancora di diversi anni” per completarsi.

E’ auspicabile allora che i governi tecnici prendano in mano la situazione laddove non esiste una maggioranza politica in grado di portare avanti quelle riforme necessarie per consentire la sopravvivenza dello stesso sistema causa della crisi in atto.

Non hanno più bisogno di celarsi dietro maschere. Si palesano senza alcuna virtù e vergogna. Avanzano a marcia stretta verso il loro obiettivo finale, senza indugio alcuno, senza pietà.

E’ il caso dell’Italia, un paese politicamente alla deriva, senza un partito di riferimento ma con una accozzaglia di partitini privi di credibilità, che si dividono le percentuali dei pochi aventi diritti al voto che ancora si recano alle urne. C’è chi lo fa per soddisfare le proprie convinzioni di libertà e chi per compiacere il padrone di turno in cambio di un tozzo di pane.

Seguiremo, come stiamo già facendo, le orme lasciate dalla Grecia.

Se si terranno, dalle prossime elezioni uscirà al meglio una coalizione al servizio dei tecnici illuminati e al peggio verrà chiamato a gran voce lo stesso gruppo di alfieri neoliberisti che oggi trascinano per i lacci questo stivale malconcio.

Avranno carta bianca per distruggere irreversibilmente questo paese.

Forse avete ragione voi, sono solo teorie del complotto prive di fondamento. Meglio andare al mare e non pensarci più.

Dovrò anche ricordarmi di andare a votare, io sono un libero cittadino di una gloriosa democrazia…

di Italo Romano

Tratto da: http://www.oltrelacoltre.com/?p=13019

giovedì 16 agosto 2012

Svendere i beni pubblici è una scelta suicida e irresponsabile


Se consideriamo che dei circa 2000 miliardi di euro di debito pubblico complessivo dell’Italia solo il 25% concerne le famiglie italiane mentre il 75% è in mano alle banche sia italiane sia straniere, e se consideriamo che lo Stato s’indebita automaticamente per il fatto di non poter emettere moneta ma è costretto ad acquistarla dalle banche private emettendo titoli di debito, perché mai l’Italia dovrebbe svendere il proprio patrimonio immobiliare alle banche per ripagarle di un debito che nasce sotto forma di signoraggio e cresce sotto forma di speculazione?

Prima che il governo Monti proceda a “svendere”, espressione usata recentemente dalla Corte dei Conti sottolineando che solo nel primo trimestre di quest’anno le quotazioni immobiliari sono crollate del 20%, gli italiani hanno il diritto di conoscere la realtà e di esprimersi nel merito prima di ritrovarsi del tutto sia impoveriti sia derubati. Perché non è affatto vero che la strategia volta al contenimento del debito pubblico sia attraverso un livello di tassazione che lo stesso direttore dell’Agenzia delle Entrate Befera ha detto che arriva al 75% (il più alto non solo al mondo ma nella storia dell’umanità!), sia attraverso ciò che eufemisticamente viene definito “dismissione e valorizzazione del patrimonio pubblico” (stimato complessivamente in 300 miliardi il patrimonio immobiliare dello Stato e 350 miliardi quello dei Comuni), con dei ricavi oscillanti tra i 15 e i 20 miliardi all’anno secondo il ministro dell’Economia Grilli, si tradurrà in un miglioramento delle condizioni di vita degli italiani e in un consolidamento dell’economia dell’Italia. Di certo saremo sempre più sottomessi alla dittatura finanziaria che sta letteralmente distruggendo l’economia reale!

Se vogliamo farci un’idea di come si forma il debito pubblico consideriamo quanto è successo nel dicembre 2012 quando la Bce ha regalato 1000 miliardi di euro alle banche italiane, che li hanno reinvestiti in titoli di Stato che fruttano il 6% senza fare nulla e senza destinare nulla alle imprese che stanno sempre più scomparendo. Ma soprattutto con la conseguenza che sulle spalle dei noi cittadini grava un onere in automatico sotto forma di nuove tasse o tagli alla spesa pubblica, per ripagare gli interessi che lo Stato si accolla con le banche. E’ lo strapotere delle banche il problema e non il debito pubblico! Dal 2007 al 2012 le banche europee hanno perso 2000 miliardi di euro di depositi internazionali, la quota delle banche italiane è di 450 miliardi: una perdita pari all’intero debito pubblico italiano!

Ecco perché prima di accelerare nella scelta irresponsabile e suicida di impoverire sempre più i cittadini e sottomettere sempre più l’Italia alla dittatura finanziaria, agli italiani deve essere data la possibilità di conoscere e di esprimersi attraverso un referendum popolare sulla strategia di contenimento del debito pubblico e di ciò che sta a monte, la nostra adozione dell’euro, il vincolo del pareggio di bilancio, l’adesione ai Trattati del Fiscal Compact e del Fondo salva-Stati, a maggior ragione quando questo Parlamento di designati ha scelto di auto-commissariarsi dando una delega in bianco a Napolitano e Monti.

di Magdi Cristiano Allam

Approfondimenti:

mercoledì 15 agosto 2012

La politica energetica mondiale


"L’insistenza degli Stati Uniti per una Europa più indipendente negli approvvigionamenti energetici (in primis rispetto a quelli provenienti dalla Russia), che nella neolingua Occidentale si chiama differenziazione delle fonti e dei fornitori, risponde, innanzitutto, ad un’occorrenza pragmatica, geoeconomica e geopolitica, di Washington.
...
La globalizzazione funziona fino a che avvantaggia unilateralmente gli scambi, i commerci, le negoziazioni, gli orientamenti istituzionali favorevoli e le intese militari proficue per il Paese che se l’è inventata, cioè gli Usa. In caso contrario si denunciano le manovre scorrette altrui, dai cinesi che fanno dumping e tengono artificialmente basso il tasso di cambio della loro moneta per proteggere l’export, già oliato dai bassi costi del lavoro (e dalla inesistente sindacalizzazione della manodopera) che rendono ultracompetitive le loro merci, fino ai russi che si servono di ricatti energetici per ingabbiare l’Europa e il suo estero prossimo o delle manovre militari sediziose per rifornire di armamenti i rogue states esclusi dall’ordine atlantico. Invece, sostenere e sovvenzionare le monarchie islamiche dei petrodollari, così attive nel comporre, addestrare e munizionare bande di mercenari islamici, rappresenterebbe il nec plus ultra della democrazia. O questa è una frode che puzza di bruciato oppure la democrazia puzza di zolfo e di polvere da sparo come e più di qualsiasi dittatura. Buona la seconda, oserei dire. ..."


L’insistenza degli Stati Uniti per una Europa più indipendente negli approvvigionamenti energetici (in primis rispetto a quelli provenienti dalla Russia), che nella neolingua Occidentale si chiama differenziazione delle fonti e dei fornitori, risponde, innanzitutto, ad un’occorrenza pragmatica, geoeconomica e geopolitica, di Washington.

Gli Usa stanno rimappando le loro priorità strategiche sullo scacchiere internazionale, mettendo in cima ai propri disegni quelle zone e quelle regioni ricche di depositi di materie prime su cui esercitare un sovrappiù di egemonia, sbarrando così il passo alle potenze emergenti/riemergenti rincorrenti i medesimi obiettivi. Gli idrocarburi sono pertanto la benzina che entra nel motore della politica di potenza e della geopolitica della dominanza della moderna macchina epocale.

Non si tratta soltanto di impadronirsi di siti, affari lucrosi e mercati in espansione ma anche, sobillando il caos e aprendo sacche d’instabilità territoriale, di impedire che siano gli altri ad insinuarsi in determinate aree approfittando della situazione. Insomma, se non si possono gestire direttamente le cose si deve fare in modo che nessuno arrivi a sostituirti.

Si fa presto, pertanto, a parlare di abbattimento delle frontiere per la maggiore prosperità dell’umanità, si decanta da sempre ma non si fa, difatti, alcuna razionalizzazione degli investimenti per la riduzione degli sprechi e delle esternalità al fine della protezione dell’ecosistema planetario, ed altro che costi comparati e rischi calcolati! Si azzerano i vantaggi generali per limitare i danni di uno o di due Stati perseguenti progetti economico-sociali aggressivi e contrastanti. Anche il mondo può diventare piccolo come un pollaio se troppi galli alzano la cresta.

La globalizzazione funziona fino a che avvantaggia unilateralmente gli scambi, i commerci, le negoziazioni, gli orientamenti istituzionali favorevoli e le intese militari proficue per il Paese che se l’è inventata, cioè gli Usa. In caso contrario si denunciano le manovre scorrette altrui, dai cinesi che fanno dumping e tengono artificialmente basso il tasso di cambio della loro moneta per proteggere l’export, già oliato dai bassi costi del lavoro (e dalla inesistente sindacalizzazione della manodopera) che rendono ultracompetitive le loro merci, fino ai russi che si servono di ricatti energetici per ingabbiare l’Europa e il suo estero prossimo o delle manovre militari sediziose per rifornire di armamenti i rogue states esclusi dall’ordine atlantico. Invece, sostenere e sovvenzionare le monarchie islamiche dei petrodollari, così attive nel comporre, addestrare e munizionare bande di mercenari islamici, rappresenterebbe il nec plus ultra della democrazia. O questa è una frode che puzza di bruciato oppure la democrazia puzza di zolfo e di polvere da sparo come e più di qualsiasi dittatura. Buona la seconda, oserei dire.

La politica energetica è forse uno degli strumenti più importanti per veicolare, rafforzare, estendere la proiezione geopolitica degli Stati, quella che permette di concentrare più velocemente mezzi, risorse e capitali per il conflitto strategico tra gruppi dominanti finalizzato alla predominanza, nonché per far progredire, allargare, stabilizzare, sinergie e rapporti adatti al medesimo scopo.
Sulle vie infuocate dal gas e dal greggio si giocherà una partita decisiva per la configurazione degli equilibri mondiali e chi riuscirà a presenziare gli snodi e gli sbocchi vitali di pozzi, pipelines e filoni di prospezioni, in terra ferma ed in mare, si assicurerà un ineguagliabile vantaggio nella edificazione del nuovo ordine mondiale.

Gli strateghi americani, consapevoli di dover ripensare forma ed estensione della propria supremazia, che dovrà avere una profilazione differente rispetto a quella immediatamente successiva alla fine della Guerra Fredda – oramai insostenibile per il vizio imperituro della storia di chiudere cicli e aprire nuove sequenze evenemenziali – sono al lavoro per piegare le circostanze verso i loro intendimenti, sollecitando a propria rendita le contraddizioni interne degli apparati economici e politici nazionali di amici e nemici, le loro debolezze e divisioni, utilizzando una linea di condotta a geometria variabile che punta a generare dissidi e provocazioni nelle zone recalcitranti, oppure, ad alimentare assimilazioni culturali e sociali viepiù collimanti con dati intenti primeggiativi tra le collettività ricettive; come dire, la Potenza Centrale vuol far sentire in mille sistemi la sua presenza, dimagrata ma ingombrante, negli scenari fulcrali di questo secolo che sarà irreversibilmente multipolare e che diventerà, prima o poi, del tutto policentrico.

In ogni caso, dal modo in cui la geografia politica planetaria si modificherà con l’emersione inevitabile di detti poli di potenza, dalla maniera in cui gli Usa concederanno prerogative e signorie ai partner subordinati, condividendo la governance o autoritariamente imponendola, da come affronteranno, alla stregua di una bestia ferita, la perdita di influenza bella e buona nei confronti dei competitors non alleabili e allineabili, da tutto ciò, dicevamo, dipenderà il grado di sicurezza del globo, i futuri sconvolgimenti, i conflitti e le guerre che attraverseranno quasi certamente longitudini e latitudini terrestri.
Non c’è da stare tranquilli, nonostante il florilegio di baggianate dei nostri sensali della cooperazione necessaria e della solidarietà obbligatoria, mascheramento di una codardia dirigenziale plenaria, che per non apparire del tutto inadatti ai tempi blaterano sul loro impegno per superare, in un quadro di certezze inesistenti e liberali, la débâcle sistemica.

Ribadiamo, comunque, che il settore energetico rappresenterà il termometro di quello che ci attende nei periodi a venire, qui si porranno le basi per uno slancio determinante del dominio mondiale che l’America, seppur in relativo declino di supremazia dopo l’abbuffata di superiorità assoluta degli anni ‘90, ha intenzione di ipotecare, anche semplicemente impedendo ad altri di avanzare sulla scala della sovranità nazionale, regionale o globale.

Altrimenti non potremmo spiegarci le polemiche contro quei governi scoordinatisi dall’azione di Bruxelles (agenzia indiscussa d’attuazione della subordinazione continentale), alcuni dei quali hanno pagato con la “vita” la loro audacia economica esplorativa non autorizzata dalla Casa Bianca. Quando qualcuno tra questi, come quello italiano, si è lanciato in accordi di collaborazione e contratti bilaterali con la Gazprom, per la posa dei tubi ed il trasporto del gas nel vecchio continente senza passare dall’imprimatur atlantico, sono scoppiati gli scandali sessuali e quelli legati allo sperpero del denaro pubblico. Più sui giornali che nella realtà ovviamente. I tedeschi che vantano una classe dirigente più seria e convinta del proprio servizio alla collettività nazionale hanno tenuto botta (il dotto NorthStream è stato completato), gli italiani, invece, a causa di una élite slittata troppo ad ovest e marcita nella sua spina dorsale identitaria, hanno preso botte da tutte le parti (il SouthStream, partito come un progetto italiano-russo è diventato un affare dei nostri concorrenti francesi, tedeschi e chissà chi altri).

In questa direzione occorre pertanto interpretare le pressioni sull’Ue e sui suoi membri aderenti – nonché il sostegno dato da Obama alle rivoluzioni nordafricane e ora anche mediorientali con il coinvolgimento della Siria (domani forse toccherà all’Iran, al Libano ecc. ecc.), – da parte dell’Amministrazione americana che vede come fumo negli occhi qualsiasi avanzamento economico, politico, di collaborazione militare e statale del suo orto occidentale verso Russia e Cina. Ben disporsi ad est significa indisporre gli yankees e pagare a caro prezzo la presunzione di aver agito senza preventive consultazioni. Così funzionano le relazioni tra padroni e servi.

Il dramma europeo sta nel fatto che la sua creme istituzionale, scremata di visione politica, o non ha compreso il programma che sta andando in onda, in mondovisione, sugli schermi di questa epoca storica oppure si è adattata volontariamente, il che è anche peggio, al ruolo di spettatrice inerme dei processi in atto. Oggi l’Europa ha per gli Usa una rilevanza accessoria, indiretta, per niente primigenia, per cui non è più pensabile un’alleanza organica, persino cementata da organismi militari quali la Nato, come avvenuto in passato. Quando gli Usa ci guardano non vedono in noi una comunità fiera di esistere e di affermare le proprie prerogative, un alleato alla pari con il quale dialogare e concordare piani e strategie, ma vedono un cuscinetto di protezione dei loro interessi che anche sfaldandosi consentirà loro di guadagnare tempo, di concentrare le forze ed utilizzarle dove meglio serviranno.

Siamo diventati in sostanza il loro parafulmine, il materasso dove atterrare più dolcemente, il corpetto corazzato di mollezza che attutirà i colpi sferrati contro di loro dagli eventi e dagli antagonisti mondiali. Ci beccheremo i proiettili di tutti morendo non da cavalieri ma da camerieri. Chiunque continua a parlare di perfetta coincidenza e piena uniformazione delle mete europee a quelle americane ha deciso di farci fare la fine del tacchino nel giorno ringraziamento. Saremo a tavola con lo zio Sam, ma solo perché ci avrà spennati per mangiarci.

di Gianni Petrosillo

domenica 12 agosto 2012

Kirchner (una lezione) all'Europa: "I morti non possono pagare i debiti"


Parlando alla Camera di Commercio di Buenos Aires il 2 agosto, nella ricorrenza della sua fondazione, il Presidente argentino Cristina Fernandez de Kirchner ha nuovamente stigmatizzato la politica antipopolare dei governi europei ricordando che il suo scomparso consorte Nestor Kirchner ammonì nel 2003 alle Nazioni Unite che “i morti non possono pagare i debiti”. L’allora Presidente Kirchner spiegò che l’austerità non avrebbe mai generato una ripresa in Argentina e giurò di non anteporre gli interessi dei banchieri a quelli dei cittadini.

“Sento che l’Europa non capisce questo”, ha detto la Kirchner. Guardiamo alla Spagna: “Come si fa ad avere la crescita se la gente perde il lavoro, i salari vengono tagliati, le case messe all’asta e i benefici sociali ridotti?” Ho letto che il 10 per cento dell’impiego pubblico verrà tagliato, assieme a 50 mila posti letto negli ospedali, ha detto. “Non si può sostenere un’economia o una società in queste condizioni”, ha ammonito.
In Europa “c’è un’incredibile crisi speculativa”, aggiunto, “qualcosa che noi conosciamo bene”. Confutando l’idea che in Europa ci sia un’eccessiva spesa pubblica, ha ricordato che ci sono stati i salvataggi bancari, come quella della Bankia in Spagna, che era amministrata dall’ex direttore del FMI Rodrigo Rato. Rato “era solito impartirci lezioni” sulla politica economica, ma la sua banca ha un buco di 230 miliardi di euro. “C’è stato un incredibile salvataggio delle banche, così che queste hanno potuto disimpegnarsi dalle posizioni difficili” nelle nazioni sud europee, ma si tratta “delle stesse banche che hanno prestato i soldi” a quei paesi!

È proprio “come l’Argentina nel 2001″, quando i predatori finanziari stranieri imposero “mega-swaps” e salvataggi a condizioni usuraie, promettendo che ciò avrebbe blindato il paese dalla crisi. Fino all’ultimo i finanzieri proclamarono che l’economia fosse veramente “solida”. Era una frode, e gli argentini ne furono vittima.

Il Presidente argentino ha parlato alla vigilia del pagamento di 2,3 miliardi di dollari ai possessori dei bonds Boden-2012, rilasciati in cambio dei soldi congelati nel “corralito” imposto nel 2001 dal folle ministro delle Finanze Domingo Cavallo. La Kirchner ha sfruttato l’occasione per documentare come il debito estero, a cominciare dal famoso prestito dei fratelli Barings nel 1811, è stato usato per saccheggiare il paese, dettagliando come l’”aritmetica dei banchieri” ha costretto l’Argentina a pagare e pagare ma il debito cresceva sempre.

Sul proprio sito Facebook, la Kirchner ha pubblicato tabelle del governo che mostrano come tutti i parametri finanziari, economici e sociali sono migliorati dal 2002 ad oggi. Il debito pubblico è sceso dal 166% al 41,8%, il PIL è raddoppiato, gli interessi sul debito sono passati dal 21,9 al 6% del bilancio, il salario minimo è cresciuto otto volte, il numero dei poveri è sceso dal 48 al 7%, il debito delle province dal 21,9 al 6,9%. Sono cifre da spiattellare in faccia a chi dice che se l’Italia esce dall’Euro “farà la fine dell’Argentina”.

Letto su: http://www.stavrogin2.com/2012/08/kirchneruna-lezione-alleuropa-parlando.html
e su: http://www.stampalibera.com/?p=50433

Fonte: http://movisol.org/12news165.htm

Approfondimenti:
L'Argentina sfida il Fondo Monetario ...
Argentina, modello per uscire dalla crisi
Argentina. Dalla crisi al miracolo economico

martedì 7 agosto 2012

... e c'è ancora chi parla di democrazia ...

L’Italia? In gabbia da vent’anni

Era il 1992. Il “filantropo” Georges Soros vendette “allo scoperto” 10 miliardi di sterline britanniche, ricavando un miliardo di dollari, per poi sferrare un similare pesantissimo attacco speculativo contro la lira italiana. Le conseguenze furono la fuoriuscita della lira dallo sme (sistema monetario europeo), la sua svalutazione del 30% (complici i tentennamenti voluti-forzati di Ciampi), un prestito a usura salva-Italia e la prima maxistangata contro il popolo italiano firmata Giuliano Amato.

Negli anni seguenti, i “monetaristi” di casa nostra, tutti partecipi alla cupola finanziaria e oligarchica internazionale, alle varie Trilateral e Bilderberg, non soltanto, con Prodi “premiarono” lo speculatore Soros con una laurea “honoris causa” (invece di processarlo e condannarlo all’ergastolo, visto che a morte, come fecero in Malesia per lo stesso crimine, in Italia non è possibile...), ma hanno condotto l’Italia nel tunnel della vittima sacrificale perenne della speculazione bancaria a fini di usura. Cancellando ogni controllo nazionale sui titoli di Stato, trasformando la Banca d’Italia in una banca privata, delegando la sovranità monetaria e finanziaria, con i perversi Trattati di Maastricht, alla Bce e all’eurocrazia succube del Fmi, delle grandi banche d’affari che speculano sui debiti pubblici degli Stati nazionali e delle cosiddette “agenzie di rating” che altro non sono strumenti degli stessi speculatori.

Nell’inverno 2010, i fondi speculativi (hedge funds) Greenlight, Goldman & sachs e quelli che fanno riferimento a Georges Soros ed Henry Paulson, impostarono un attacco sincronico all’euro. Nei fatti del tutto simile a quello del 1992. Oggi, 2012, l’Italia - come le altre economie nazionali degli Stati-maiale europei, i pigs - è saldamente detenuta nella gabbia dell’usura e le terapie che succhiano il sangue dei suoi cittadini continuano ad ingrassare gli speculatori.

In vent’anni nulla è stato fatto per fermare la rapina. Anzi, il potere decisionale negli Stati nazionali è stato quasi ovunque in Europa avocato da “consulenti” e “tecnici” legati a doppio filo alle stesse consorterie usuraie: i Monti, i Draghi, i Rehn, i van Rompuy.

Il loro è, quantomento, alto tradimento. E’ ora di condannarli.

di Ugo Gaudenzi
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=16394

Ma Monti sa cos’è la democrazia?
Su questo blog non sono mai stato tenero con il governo Merkel, però questa volta dico: viva la Germania. E la ragione è molto semplice. I tedeschi sono stati gli unici a cogliere la pericolosità di una frase di Monti che, invece, quasi tutti i media italiani hanno fatto passare sotto silenzio.

Nell’intervista allo Spiegel Monti, oltre a parlare di «sentimento antitedesco», aveva anche rivendicato il diritto dei governi a mantenere «un proprio spazio di manovra» indipendente rispetto alle decisioni dei Parlamenti, altrimenti «una disintegrazione dell’Europa sarebbe più probabile di un’integrazione». Immediata e dura la replica del ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle: «Il controllo parlamentare della politica europea è fuori da ogni discussione», perchè c’è «bisogno di un rafforzamento, non di un indebolimento della legittimazione democratica in Europa». E dichiarazioni analoghe sono giunte dai principali partiti tedeschi.

Come dire: giù le mani dalla democrazia. Giustamente, tanto più che non si tratta di uno scivolone di Monti, il quale un paio di anni fa a Parigi durante un convegno aveva espresso lo stesso concetto, anzi aveva auspicato “una democrazia liberata dagli obblighi elettorali”. (cito a memoria).

Ovvero una democrazia governata non dal popolo ma dalle élite a cui lo stesso Monti appartiene.

Una democrazia svuotata tacitamente nei suoi valori fondanti e senza veri contrappesi.

Una democrazia in cui le regole sono imposte dall’alto a detrimento di quelle dal basso.

Una democrazia in cui la sovranità nazionale deve sparire a favore di entità sovranazionali.

Questo è il disegno. Monti, il controllatissimo Monti, per una volta ha parlato troppo. E, per una volta è stato sincero.

Qui non si tratta di destra o di sinistra ma di capire ed è significativo che in Germania socialdemocratici, Cdu e liberali abbiano reagito all’unisono. In Italia, invece…

Riflettete, gente, riflettete.

di Marcello Foa
Tratto da: http://blog.ilgiornale.it/foa/2012/08/06/monti-sa-cose-la-democrazia/

sabato 4 agosto 2012

Snam e Terna, il controllo dell'energia e i traditori

So che lo sapete da soli, che qui non si sta parlando davvero solo di Snam e Terna. C'è l'elefante nella stanza, c'è il vero premio su cui vogliono mettere le mani da tempo.

Foto - Enrico Mattei, archivio ENI

Chiamatemi reazionaria. Chiamatemi statalista. Chiamatemi come vi pare. Però prima trovate qualche nome anche per chi scrive cose del genere:

Per riuscire a tutelare la nostra indipendenza economica e politica ci vuole un piano.

E subito dopo:

Si cominci a vendere qualche società pubblica, ad esempio quote di Terna e Snam Rete Gas. i prezzi di Borsa sono depressi, ma anche i rendimenti dei Btp sono straordinariamente elevati.

Ecco, secondo costoro per tutelare la nostra indipendenza economica occorre SVENDERE (a prezzi depressi) ampi pezzi strategici del Paese, ossia gli assets energetici che sono tasselli chiave dell'indipendenza e soprattutto della ricchezza nazionale. Svenderli agli stranieri, e col misero ricavato fare cosa? Comprare BTP, che rendono un sacco di soldi. In pratica dovremmo dar via roba buona, per speculare in Borsa sul nostro Paese che sta sull'orlo del dafault.

Io lo trovo orrido. Non solo: provate ad immaginare che il Paese alla fine esca dall'euro. O che finisca al default. Mica è impossibile. Ebbene: in una situazione simile, ci ritroveremmo a doverci riprendere SENZA i gioielli dell'energia, che staranno invece saldamente in mano a chi vorrà orientare la direzione che prenderà il Paese. Lo dico senza tema di smentita: chiunque creda di ritrovare indipendenza, autonomia e un futuro migliore uscendo dall'euro, è meglio che si rimbocchi le maniche e combatta con tutte le sue forze affinché conserviamo il controllo sull'energia. Altrimenti saremo servi per sempre, chiunque vada a "comandare" (si fa per dire, a quel punto).

E so che lo sapete da soli, che qui non si sta parlando davvero solo di Snam e Terna. C'è l'elefante nella stanza, c'è il vero premio su cui vogliono mettere le mani da tempo (ci hanno fatto persino una guerra in Libia). C'è la più grande risorsa nazionale, l'unica che -fatele tutte le critiche che volete- ci ha consentito finora di avere una politica estera e di contare ancora un minimo in giro per il pianeta.

Si chiama ENI.

E io mi riduco a pregare il mio santo personale, un uomo di quelli che non ne fanno più. Un servo sì, ma solo del suo Paese: l'attività più nobile che un uomo possa esercitare. No, non ne fanno davvero più.

di Debora Billi
Tratto da: http://petrolio.blogosfere.it/2012/08/snam-e-terna-il-controllo-dellenergia-e-i-traditori.html

giovedì 26 luglio 2012

Rivolte e guerre da manuale


Di cosa può essere capace chi brama la guerra? L’immaginazione potrebbe sorprendersi di fronte all’inesistenza di limiti.
Ce l’hanno dimostrato in Libia, ce lo stanno facendo vedere in Siria, ci proveranno (e hanno già iniziato) con l’Iran.

Il terrorismo diventa salvaguardia dei diritti umani, eserciti più o meno mercenari sono spacciati per “la resistenza”, governi legittimamente eletti diventano feroci e sanguinari regimi, capi di stato (rispettati e riveriti) che amministrano da anni si trasformano nel giro di poche settimane in crudeli oppressori, scelte di politica interna (come l’approvvigionamento energetico) sono vendute come intollerabili minacce. Insomma, l’assurdità diventa ovvietà, gli oppressori si trasformano in liberatori e l’incredibile diventa realtà. Orwell si inchinerebbe ai guerrafondai moderni.

I geni del male contemporanei hanno avuto predecessori che hanno alimentato e strutturato forme di aggressione, occupazione e sterminio degne dei peggiori aguzzini o delle peggiori menti alberganti nei novelli dottori della morte. Queste canaglie bestemmiano definendosi ‘democratiche’ e coprono la loro malvagità con la cosiddetta ‘esportazione’ di ciò che non conoscono. Ci sono invece pratiche, tattiche e strategie ben note all’asse dei reali oppressori (da USraele ai loro ‘NATOriamente’ fedeli alleati europei), che datano addirittura all’inizio degli anni ’60. Cuba ha fatto scuola.

Scrive Jesse Ventura, ex governatore del Minnesota (già Navy Seal), nel libro 63 documents the US Government doesn’t want you to read (in Italia “Il libro che nessun governo ti farebbe mai leggere”, Newton Compton editori) che “alla fine dell’aprile 2001, poco più di quattro mesi prima dell’11 settembre, si è scoperto incredibilmente che l’esercito americano aveva pianificato un finto attacco terroristico contro i suoi stessi cittadini. (…) Si trattava dell’Operazione Northwoods contro Cuba, approvata nel 1962 da tutti gli Stati Maggiori Riuniti.” Nel libro si trova un memorandum per il segretario della Difesa e per il capo delle operazioni militari avente per oggetto la giustificazione per l’intervento militare degli Stati Uniti a Cuba. Vengono elencati i pretesti utili per poter giustificare l’intervento militare, attraverso la pianificazione e la concentrazione di una serie di “incidenti che andranno a combinarsi con altri eventi in apparenza non collegati, allo scopo di camuffare l’obiettivo ultimo e creare la necessaria impressione della pericolosità e irresponsabilità su larga scala” del nemico.

Nel memorandum, originariamente top secret, si legge nero su bianco che “il risultato voluto della realizzazione di questo piano sarà quello di mettere gli USA nell’apparente posizione di poter giustamente (…) diffondere l’idea nella comunità internazionale della minaccia portata da questo Paese (il nemico, NdA) alla pace dell’Occidente”. Dal 1962 a oggi, le istruzioni sono seguite alla perfezione. Nei documenti riportati da Ventura si legge che le menti del male auspicavano che “alla base di un intervento militare” ci fosse una provocazione e suggerivano come agire per metterla in atto: “Si potrebbe suscitare la reazione di quel governo con un piano segreto e fraudolento” e inoltre “andrebbero promosse azioni aggressive e ingannevoli per convincere” il nemico “di un’imminente invasione”.

Nell’appendice del memorandum c’è poi la lista di interventi utili per decidere un attacco credibile. Si va dalla diffusione di voci (disinformazione), all’azione di alleati nel paese nemico affinché si insceni un attacco; dal provocare disordini all’organizzare un attentato con relative cerimonie funebri. In particolare, ci sono due proposte che non lasciano spazio a dubbi o a complottismi di sorta (se non quelli degli ideatori): far esplodere una nave americana e dare la colpa al nemico che si vuole aggredire; far esplodere un proprio mezzo senza equipaggio umano in territorio nemico e attribuire la responsabilità al governo che si vuole combattere, avendo l’accuratezza di pubblicare la lista delle (inesistenti) vittime sui giornali statunitensi “in modo da sollevare un’utile ondata di sdegno nella nazione.” E, se non bastasse, il documento desecretato invita a “sviluppare una campagna terroristica.”

Correva l’anno 1962 quando questa strategia veniva elaborata e indicata come via maestra. Le guerre più recenti dimostrano l’efficacia delle operazioni ‘da manuale’ degli aggressori. Con alcune ‘migliorie’ come ad esempio l’intervento occulto attraverso quelli che vengono chiamati (e armati) ‘eserciti dei ribelli’ o ‘degli insorti’.

La realtà ci insegna che i killer professionisti agiscono in segreto, nascosti, vicini ma invisibili alla vittima. E non sono paghi finché non hanno portato a termine la missione. Norman Podhoretz, firmatario del Project for a New American Century (PNAC), nel numero di settembre del 2002 della sua rivista Commentary scrisse che i regimi “che meritano abbondantemente di essere rovesciati e sostituiti non si limitano ai tre membri identificati dell’Asse del Male (Iran, Iraq e Corea del Nord, NdA). L’asse dovrebbe essere esteso almeno alla Siria, al Libano e alla Libia, ma anche ad ‘amici’ dell’America quali la famiglia reale saudita e l’Egitto di Mubarak, insieme all’Autorità Palestinese sia diretta da Arafat che da uno dei suoi scagnozzi.” L’agenda è in atto; la missione è in corso.

E per chi vuole la guerra (e il preziosissimo bottino di guerra) non c’è nulla di impossibile o impraticabile. I media e i governi alleati sapranno costruire la matrice da metterci davanti agli occhi per nascondere la verità.

di Monia Benini

mercoledì 25 luglio 2012

L’eurozona crolla. I “professori” tornino a casa

Per i distratti e/o i deviati dalla disinformazione di massa, non esiste connessione tra l’assalto, iniziato negli anni Novanta, alla Russia e agli Stati euroasiatici a questa federati e le guerre jugoslave, o in Somalia, Afghanistan, Iraq e Libia. Né esisterebbe un piano di rapina delle risorse energetiche vitali per mantenere il benessere nei Paesi-guida dell’Occidente: Usa, Uk, Israele; non esisterebbe, inoltre, una vergognosa strategia di indebolimento e parcellizzazione della parte occidentale dell’Europa, ritenuto un semplice “concorrente-alleato” cui sottrarre ricchezze e produzioni di eccellenza.

Per noi, al contrario, è chiaro che si muore in Siria come ci si suicida in Italia. E’ la stessa guerra. E’ lo stesso fronte.


Altro che “scudo”: lo “spread” drogato serve alla speculazione monetarista per lucrare ai danni dei popoli


Esistono delle “convergenze parallele” tra quanto accade all’Italia, alla Spagna, alla zona euro, all’Europa dei mercanti e dei mercati, e nella politica di devastazione terroristica di uno Stato nazionale come la Siria?


I soloni dell’informazione corretta, naturalmente, lo escludono. E invece per ‘Rinascita’ - e per chi vi si riconosce - esistono, eccome. Nel pianeta è in corso da due decenni una vasta opera di destabilizzazione programmata degli Stati nazionali e delle economie nazionali non ancora, o “non perfettamente” inquadrati nei ranghi del neocolonialismo liberista atlantico delegati alle cure di Fmi, Banca Mondiale, Nato e Onu.

E’ la morte - anche per suicidio - dell’Urss ad aver innescato tale spirale. Con una politica angloamericana di aggressione-omologazione del mondo al dominio della grande finanza speculatrice e allo sfruttamento intensivo di ogni ricchezza o ricchezza materiale attraverso le controllate multinazionali.

Per i distratti e/o i deviati dalla disinformazione di massa, non esiste connessione tra l’assalto, iniziato negli anni Novanta, alla Russia e agli Stati euroasiatici a questa federati e le guerre jugoslave, o in Somalia, Afghanistan, Iraq e Libia. Né esisterebbe un piano di rapina delle risorse energetiche vitali per mantenere il benessere nei Paesi-guida dell’Occidente: Usa, Uk, Israele; non esisterebbe, inoltre, una vergognosa strategia di indebolimento e parcellizzazione della parte occidentale dell’Europa, ritenuto un semplice “concorrente-alleato” cui sottrarre ricchezze e produzioni di eccellenza.

Per noi, al contrario, è chiaro che si muore in Siria come ci si suicida in Italia. E’ la stessa guerra. E’ lo stesso fronte.

di Ugo Gaudenzi


domenica 22 luglio 2012

L’Occidente scavalca l’Onu: “Supporteremo i ribelli siriani”

Rice: “Gli Usa intensificheranno il lavoro con una diversa serie di partner per portare al massimo la pressione che il regime di Assad può sopportare”


“I diplomatici occidentali hanno ostentato arroganza e inflessibilità durante le trattative. Dopo che la risoluzione è stata bocciata, si sono affrettati a puntare il dito contro Russia e Cina, ma debbono biasimare soltanto se stessi per aver cercato d’imporre al Consiglio di Sicurezza un testo così avventato”. Così ieri il governo cinese ha replicato, attraverso i media di Stato, alle accuse lanciate contro Mosca e Pechino da Stati Uniti e Gran Bretagna all’indomani del nuovo veto posto sull’ennesima risoluzione di parte riguardante la crisi siriana.

 I funzionari nordamericani e britannici, dopo il voto di giovedì, sono infatti tornati a scaricare la responsabilità dell’escalation di violenza nel Paese arabo sui due Stati rivali.

 “Ai politici di Londra e Washington interessa unicamente legare le mani a Damasco, mentre le operazioni sempre più violente delle forze anti-governative sono destinate a essere tollerate e, addirittura, incoraggiate”, ha incalzato ancora il governo di Pechino portando alla luce l’atteggiamento di un Occidente che si adopera per la pace soltanto a parole. Secondo il Quotidiano del Popolo, organo del partito comunista cinese, inoltre, il tentativo di far approvare quest’ultima risoluzione non era altro che “un modo per ottenere luce verde all’intervento militare”. Un’interpretazione condivisa anche dall’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitaly Churkin (foto), che ha anche accusato i suoi colleghi di oltre oceano di “cercare di montare tensioni all’interno” della Siria ad ogni occasione. Purtroppo, però, neppure la votazione di ieri sembra aver messo fine alle mire interventiste degli Stati Uniti e dei loro alleati, che ieri hanno annunciato l’intenzione di agire anche senza alcun mandato da parte del Palazzo di Vetro.

Il rappresentate nordamericano all’Onu, Susan Rice, ha affermato senza problemi che, dopo quello che ha definito come un “completo fallimento” del Consiglio di Sicurezza per colpa del doppio veto russo cinese, gli Usa “intensificheranno il lavoro con una diversa serie di partner per portare al massimo la pressione che il regime di Assad può sopportare”. Strategia che, stando alle dichiarazioni del ministro degli Esteri William Hague, adotterà anche la Gran Bretagna. “Agiremo tutti di più fuori dal Consiglio di sicurezza – ha detto il responsabile della diplomazia londinese - ci sono diverse cose che possiamo fare: innanzitutto garantire più sostegno logistico all’opposizione siriana, ma non armi”. Nulla di nuovo in realtà: da oltre un anno infatti i Paesi Nato provvedono al supporto logistico e all’equipaggiamento dei ribelli; mentre le armi, per ammissione della stessa Casa Bianca, sono fornite da alcuni Stati della regione, molto probabilmente dalle monarchie del Golfo persico, che da subito si sono schierati al fianco delle opposizioni islamiste e da sempre favorevoli all’invio di un contingente arabo in Siria. L’annuncio pubblico di un sostegno alle opposizioni armate per rovesciare il governo di Damasco da parte dell’Occidente è tuttavia allarmante, poiché potrebbe nascondere l’intenzione di agire ancor più direttamente al fianco delle milizie illegali all’interno del Paese arabo.

“Se dichiarazioni e intenzioni di questo tipo fanno parte della politica reale è un segnale abbastanza preoccupante per tutti noi”, ha commentato all’agenzia Interfax il portavoce del ministero degli esteri russo, Aleksandr Lukashevich. Le parole, seppur molto esplicite degli esponenti russi e cinesi, non possono però bastare a fermare l’attacco dell’Occidente a Damasco. E mentre Mosca rinvia la fornitura di elicotteri da battaglia alla Siria per evitare che finiscano nelle mani sbagliate, il fronte interventista continua a portare avanti la sua guerra per la conquista del Paese arabo incurante delle conseguenze e con ogni mezzo possibile, compreso quello mediatico. “Lo scenario è molto difficile: abbiamo visto che vi sono in campo forze della jihad islamica e che si stanno usando strumenti jihadisti.

Occorre un rafforzamento degli ‘Amici del popolo siriano’, puntando a un’aggregazione sempre più forte degli oltre 100 Paesi membri per far capire ad al Assad che è finito il suo tempo e deve lasciare il potere”, ha affermato il ministro degli esteri italiano, Giulio Terzi, intervistato da Sky Tg24. Parole dalle quali un ascoltatore disattento o poco informato potrebbe evincere che sia il governo siriano a utilizzare certi metodi, che comprendono anche atti terroristici. Eppure la realtà è un altra, una realtà che ieri ha visto morire il capo dell’intelligence siriana, Hisham Bakhtyar, rimasto ferito nel vile attentato di mercoledì rivendicato proprio dal braccio armato delle opposizioni estere che tanto piacciono all’Occidente.

 Il Consiglio di Sicurezza Onu ieri ha superato l’empasse per approvare una risoluzione che prevede il prolungamento di 30 giorni della missione degli osservatori internazionali nel Paese arabo. Una missione fin qui servita però veramente a poco, se non a fornire una facciata democratica al tentativo di conquista di Damasco di Usa e alleati.

di Matteo Bernabei

Il “fiscal compact” uccide la sovranità nazionale

Lasciano sgomenti le grida di gioia degli ultras “euromaniaci”: manovre lacrime e sangue per i prossimi vent’anni
Fa davvero male leggere sulle agenzie di stampa le dichiarazioni euforiche di chi si compiace per l’approvazione del cosiddetto “fiscal compact”.
Una danza macabra intorno ad una nuova legge che rischia di diventare epitaffio sulla lapide dalla Repubblica.

Il trattato sulla politica di bilancio costringerà l’Italia ad una lunga serie di manovre “lacrime e sangue”. Vorremmo tanto sapere da certi “figuri” di Pd e Pdl il motivo di cotanta felicità.
Di fatto è stata data una spallata definitiva alla sovranità popolare. I Governi non saranno più in grado di delineare una politica economica non in sintonia con il mantra liberista. Tutto dovrà essere ispirato a politiche di contenimento della spesa e austerità. Tradotto: tagli continui allo stato sociale e – almeno per il caso italiano – nuovo aumento della tassazione. L’articolato entrerà in vigore il 1 gennaio 2013 per tutti i Paesi che l’avranno ratificato, se in quel momento ve ne saranno almeno 12 che siano membri dell’Eurozona, o anche in anticipo se questa condizione sarà rispettata prima di quella data. Entro cinque anni dalla sua entrata in vigore, il fiscal compact dovrebbe essere incorporato nell’ordinamento giuridico dell’Ue.

Ci piacerebbe sapere dai deputati “europeisti” da dove saranno prelevati i 45 miliardi della prossima manovra finanziaria. La prima di una lunga serie. Se non si verificherà un forte aumento del prodotto interno lordo non ci saranno alternative. Il taglio lineare ed il prelievo su stipendi e pensioni rimarranno le uniche alternative percorribili. Nessuno degli Stati Ue potrà intervenire direttamente sulle dinamiche di mercato.

Con buona pace di studiosi e premi Nobel schierati a sostegno di una “exit strategy” dal profilo neokeynesiano. Colpisce poi il silenzio assordante degli osservatori e degli opinionisti. Tutti sembrano essere convinti della bontà di questa riforma. Come nel caso dell’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione non c’è stata traccia di un serio dibattito sulla vicenda. Meglio parlare d’altro piuttosto che informare seriamente i propri concittadini. Ci sarà però qualche costituzionalista “eretico” in grado di scorgere una patente contraddizione tra i nuovi vincoli di bilancio ed i principi fondamentali della Carta. Da oggi la sovranità popolare non si dovrà confrontare solo con “i limiti e le forme” previsti dal nostro ordinamento. A mettere un freno al volere delle Camere ci penseranno le Autorità economiche comunitarie. Le tecnocrazie di Bruxelles, Strasburgo e Francoforte. Entità non certo in sintonia con le varie declinazioni dei principi democratici. Le nuove norme prevedono – ovviamente – anche della sanzioni. Il documento fa proprio il meccanismo semiautomatico per le sanzioni e aggiunge una sorta di “obbligo morale” per gli Stati dell’Eurozona, che “si impegnano a sostenere le proposte o le raccomandazioni presentate dalla Commissione europea”. Ci sarà davvero poco margine di manovra per chi oserà disattendere vincoli e direttive comunitarie. La finanza – per l’ennesima volta – ha vinto sulle giuste rivendicazioni dei popoli. Nessuno sembra preoccuparsi di questo fatto. I complici della speculazione internazionale sono gli stessi che si strappano le vesti assumendo di essere difensori dei “diritti fondamentali” e dell’uguaglianza. Un teatrino ormai privo di ogni significato. I fedelissimi dei diktat liberista sembrano non aver ancora compreso le proprie colpe. La finanza non è più un mezzo ed è diventata il fine.

Il board della Banca centrale europea vale più di qualsiasi parlamento eletto dal popolo. I cittadini devono limitarsi a creare reddito per far aumentare gli zeri ai ricavi dei grandi gruppi bancari. Non resta che ricordarci di quel contadino che esclamo: “Ci sarà pure un giudice a Berlino!”.
La Corte costituzionale tedesca potrebbe infatti ritenere una indebita ingerenza il meccanismo previsto dal cosiddetto “fondo salvastati”. Una decisione in grado di scombinare i piani di chi lucra sulle sorti del Vecchio Continente.

Qualche decisione potrebbe arrivare anche dalla Corte di giustizia europea, deliberatamente aggirata durante l’istruttoria del fiscal compact. Comunque vadano le cose possiamo considerare archiviata l’Europa dei popoli.

L’Ue è diventata una organizzazione basata sul mero monetarismo. Chi fa finta di non capirlo ha scelto di esserne complice.

di Matteo Mascia

venerdì 20 luglio 2012

E' macelleria sociale: approvato il Fiscal Compact


Poche ore fa, l’Assemblea ha approvato la ratifica del cosiddetto fiscal compact, ossia il trattato che introduce i meccanismi di stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria, e che mira – così si dice – «a salvaguardare la stabilità di tutta la zona Euro».

 In realtà, dubbi ed incertezze sulla bontà del “fiscal compact” sono stati espressi in tutta Europa: la Germania per prima ha rinviato l’approvazione del trattato, e sarà la Corte Costituzionale a decidere, il prossimo 12 settembre, se il fondo di salvataggio (ndr: il trattato Mes) ed il patto fiscale europeo potranno entrare in vigore. In Italia, invece, si è assistito ad un “allineamento” non solo degli organi di stampa – che evitano quasi di dare notizia dell’avvenuta approvazione – ma dello stesso Parlamento, il quale ha ratificato, senza discussione, senza neppure che sia stato necessario al Governo porre la questione di fiducia, il Trattato: maggioranza bulgara oggi alla Camera, 368 sì contro 65 no. In Italia tutto accade ormai in un’atmosfera grigia e silenziosa, quasi spettrale.

Ma cosa significa l’approvazione del “fiscal compact”? Il “patto” prevede che i Paesi che detengono un debito pubblico superiore al 60% del PIL di rientrare entro tale soglia nell'arco di 20 anni, ad un ritmo pari ad un ventesimo dell'eccedenza in ciascuna annualità. Gli Stati si obbligano a mantenere il deficit pubblico sempre sotto al 3% del PIL, a pena di sanzioni. Tutto ciò significa né più né meno la semplice rinuncia ad ogni possibilità di intraprendere una politica fiscale capace di stimolare la domanda. Significa condannarsi ad una rigidità ulteriore di politica economica che va ad aggiungersi a quella del cambio fisso dettato dalla moneta unica. L’Italia, la nazione prima al mondo per pressione fiscale, si impegna oggi a sostenere 50 miliardi di Euro all’anno di tasse e tagli per 20 anni. Rispettare parametri fiscali sempre più rigidi e stringenti, rinunziando ad ogni spazio possibile di manovra, vorrà dire dover imporre agli italiani, per i prossimi vent’anni, un regime di austerità radicale: si colpiranno ancora salari, stipendi e prestazioni del Welfare, si aggraveranno le condizioni di vita delle classi sociale medio-basse, si assisterà a nuove tasse. Gli italiani devono sapere che il prezzo imposto dall’Europa è una macelleria sociale: tagli dappertutto, dalla sanità alla scuola, dall’università ai trasporti.

Tutto questo avviene, ed avverrà, senza alcuna consultazione diretta o indiretta del popolo italiano, ma unicamente per rispettare decisioni prese al di fuori del Paese. Siamo passati senza accorgercene da un sistema politico democratico ad un sistema oligarchico, in cui il Governo è nelle mani di un gruppo di “tecnici” che rappresentano interessi esterni. Il Parlamento obbedisce, senza neppure un minimo accenno di protesta. Il Paese è stato “pacificato”: niente più aspri scontri politici, disinteresse diffuso per la politica, tensione sociale apparentemente sotto controllo. Eppure si annuncia, per i prossimi vent’anni, una sanguinosa e violenta “economia di guerra”: la guerra senza guerra, ossia la più terrificante delle possibilità.

di Paolo Becchi
Tratto da: http://www.byoblu.com/post/2012/07/19/E-macelleria-sociale-approvato-il-Fiscal-Compact.aspx

Abbandonare subito l'euro

La situazione italiana è ormai patologica. Governanti e politici non possiedono più la capacità psichica indispensabile per fermarsi sulla strada intrapresa perché l’affermazione della moneta unica (“l’euro è irreversibile”) è diventata la scommessa in cui è in gioco la superiorità del loro Io. Si tratta di una patologia che ogni psichiatra è in grado di diagnosticare, sapendo bene che è quasi impossibile curarla e che può portare a gesti estremi di distruttività. Quando però tale morbo aggredisce gli esponenti del massimo potere quale il governo di Stati e di Popoli, la storia, anche recente, ci prova che nessuno si azzarda a indicare la presenza di una patologia psichica se non dopo l’estrema rovina, quando è ormai troppo tardi. Vogliamo provare almeno una volta a guardare in faccia questa realtà?

La creazione dell’euro è stata un gesto irrazionale, dettato dalla volontà di potenza dei banchieri che, convinti che fosse ormai possibile per loro diventare i padroni d’Europa sottomettendo qualsiasi altro potere, hanno assolutizzato il proprio strumento - la moneta - trasformandolo nell’unica arma di governo e di dominio. L’euro è nato così, privo di tutto: senza uno Stato, senza un Popolo, senza una Storia, senza un Politica, senza un Futuro. Insomma: privo di realtà. Il che significa frutto di delirio, di allucinazione o, se si vuole, del Super-Io dei banchieri.

Anche se nessuno ha accennato in questi anni a una patologia, sono state molte però le voci di economisti e di banchieri che hanno indicato l’impossibilità di vita dell’euro a causa del suo difetto d’origine: la mancanza di sovranità. Questa è, infatti, l’assurda situazione nella quale ci siamo trovati fino dall’inizio e che è andata fatalmente aggravandosi con il passare del tempo: l’euro non è una moneta “sovrana” perché è fabbricata e messa in circolazione da una banca (la Bce) che non appartiene a nessuno Stato. I debiti degli Stati, a loro volta, non sono debiti “sovrani” perché gli Stati, non battendo più moneta, non sono più “sovrani”. Il potere fondamentale della macroeconomia di uno Stato, infatti, è l’Ability to pay, la capacità di onorare sempre il proprio debito emettendo la propria moneta sovrana. Si è creato, dunque, un circolo vizioso dal quale è impossibile uscire e che fa aumentare il debito all’infinito quali che siano le misure di austerità, di risparmio, di privazioni che i banchieri d’Europa incitano a prendere e che i governi mettono in atto.

Né si pensi di poter proseguire sulla strada dei “rattoppi”, togliendo ulteriori pezzi di sovranità agli Stati. Si tratta di decisioni autoritarie e illegittime (si vuol forse sostenere che, come recita l’articolo 11 della Costituzione, servono a non farsi la guerra?) e che pertanto aumentano la debolezza democratica degli Stati, esponendoli ancora di più all’aggressività dei mercati, come appare ben chiaro dalla situazione quotidiana dell’Italia. Sono decisioni che non incidono minimamente sulla mancanza di sovranità dell’euro perché, come è evidente, non esiste nessuna possibilità di realizzare davvero, a forza di “rattoppi” e senza le finzioni messe in atto fino ad oggi, uno Stato unico europeo. E comunque per l’Italia non c’è tempo; la situazione finanziaria è troppo grave. Il Parlamento si scuota dalla patologia, si renda conto di avere ancora nelle mani il destino dell’Italia e di coloro che l’hanno eletto e torni subito a un governo politico normale che prepari l'abbandono dell'euro.


di Ida Magli

Uscire dall'euro? Si che possiamo ( ... e dobbiamo n.d.r.)

Il livello di democrazia si vede anche dalle piccole cose... Per esempio dal diritto di cittadinanza concesso sia alle idee favorevoli che a quelle contrarie rispetto a una tesi. Un fulgido esempio? L'uscita dall'euro. I sondaggi sono chiari: gli italiani un tempo super europeisti stanno diventando i piu' euroscettici dell'area euro. Alla base di questo radicale cambiamento di opinione ci sono solidi motivi economici, ottimamente spiegati in questo articolo di Emiliano Brancaccio.

Dai dati impietosi emersi da un sondaggio Pew Research Center in otto paesi dell'Unione Europea emerge che il 40% degli italiani vorrebbe che si tornasse alla lira e per il 44% l'euro e' una cosa negativa, contro il 30% che la considera positiva. E che pensano i cittadini delle nazioni che non hanno l'euro? Piangono e si disperano? Niente affatto. Gli Inglesi, a larghissima maggioranza (73%) sono contenti di non essere entrati nel club, contro un 7% di contrari. I Cechi, per il 62% gioiscono di starne fuori, contro un 15% di contrari. I Polacchi, al 54% stanno bene fuori dall'euro, contro un 23% di contrari. Sulla base di questi dati ci dovremmo aspettare un largo dibattito sui giornali e mass media sull'opportunita' di uscire dall'euro.

Se i mass media fossero al servizio del popolo e non cinghia di trasmissione della volonta' delle Elite. Invece quei pochi spazi in cui capita che venga dibattuta la questione vengono usati per fare propaganda a una tesi sola, vedi ad esempio: Il 52% degli italiani contro l'euro e Ballaro' li terrorizza

Cosi' penso che questo bel video sia davvero utile a coprire un vuoto di informazione. Ecco che cosa avresti avuto diritto di sapere, e non ti hanno spiegato, su cosa succede se usciamo dall'euro. Ps chiediti perche' non vogliono che tu sappia, in modo da rendere il rimanere nell'euro l'unica possibilita'.
 
 

L'Italia farà la medesima fine della Grecia. È solo una questione di tempo


La popolazione greca urla sicura:”Non vogliamo aiuti dalla Troika”. A confermarlo è anche Monia Benini, autrice del libro “La guerra D’Europa” e conoscitrice della realtà ellenica. Intervistata nel pomeriggio da Sky tg24, Benini conferma ciò che diversi organi di stampa greci avevano già ribadito: il popolo ellenico non vuole alcun “aiuto” dalla Troika (BCE, FMI e Commissione europea). Nessun prestito che inesorabilmente si tramuterebbe in un debito futuro, l’ennesimo, che le presenti e future generazioni dovranno ripagare. Il tutto senza contare che, realtà come Deutsche Bank, hanno praticamente scommesso sul fallimento della Grecia ed hanno quindi tutto l’interesse ad affossare l’economia dello Stato ellenico subito dopo essersi assicurate l’ennesima operazione di indebitamento. In altri termini: i greci devono fallire ma, prima, devono accettare i prestiti europei per poter essere legati a doppio filo alla finanza speculativa.

AD ATENE I BAMBINI SVENGONO NELLE SCUOLE La situazione nella sola Atene, dove abitano 5 milioni di persone, è drammatica: lo scorso inverno, come ricorda Benini, erano ben 20.000 i cittadini che dormivano per strada. Gli studenti svengono nelle scuole per troppa fame, gli ospedali chiudono e, gli ammalati, sono sempre più spesso costretti a comprare di tasca propria le medicine necessarie per curarsi. Molti genitori, inoltre, non mandano può a scuola i propri figli perché non hanno soldi per libri e mezzi di trasporto. Come ciliegina sulla torta, il dato sulla disoccupazione: più di un giovane (tra i 15 ed i 24 anni) è senza lavoro. Gli anziani senza pensione, i ragazzi senza futuro. E’ questa la Grecia di oggi e nulla di ciò che leggete è frutto di enfasi.

L’ITALIA SULLA STESSA STRADA MA CI VORRÀ PIÙ TEMPO Certo se si guardano i dati demografici e soprattutto economici, si intuisce che per trascinare l’Italia nello stesso baratro greco ci vorranno più tempo e più fatica da parte dei "mercati". Di sicuro, però, il governicchio tecnico e sulla buona strada: già 9 milioni di persone hanno rinunciato alle cure sanitarie, i rimborsi per i libri scolastici stanno diventando tabù, la disoccupazione giovanile è al 50%, il divario tra Nord e Sud del paese cresce insieme alle tasse. Le università si svuotano perché non offrono più sbocchi professionali e ai 100 miliardi di risparmio previsti con i tagli e la svendita dei patrimoni pubblici, si allegano quei ridicoli 200.000 milioni di euro previsti per le manovre di “sviluppo”. Ora, visto che l’economia italiana è di gran lunga più vasta e forte di quella greca, non ci si aspetta il crollo totale del Bel Paese nel giro di poco. Di sicuro, però, continuando con austerity, incremento delle tasse e taglio a tutto ciò che non serve per ripagare il maledetto debito, non ci vorrà poi tanto per ridurre gli italiani sul lastrico.

CI HANNO CONVINTI CHE È GIUSTO COSÌ, CHE MERITIAMO L'AUSTERITY L’aspetto probabilmente più agghiacciante di tutta la terribile faccenda è che, alla fine, moltissime persone, convinte di essere “sveglie”, equilibrate nei giudizi e bene informate, si sono fatte convincere dalla propaganda della Troika: Greci, Italiani, Spagnoli e qualunque popolo colpito dalla speculazione finanziaria, meritano di subire ogni forma di purga economica e sociale. “Avete scialato negli scorsi anni? Avete osato godere di diritti per giovani, lavoratori e pensionati? Bene:ora pagate con gli interessi”. Si traduce così il messaggio arrogante ed odioso inviato giornalmente da un gruppo di ingordi obesi che hanno guadagnato più di quanto potranno spendere in 1000 vite grazie all'anoressia altrui. Intanto si continuano ad iniettare capitali ingenti nelle banche che poi li utilizzano non per investimenti nell’economia reale ma per ulteriori giochi speculativi.

Ci hanno convinti che è giusto così, che tutto sommato non possiamo più permetterci di sostenere disabili, studenti, ammalati e persone che vorrebbero avere una vita normale facendo onestamente il proprio lavoro.

Ci hanno quasi abituato a questo regime nazi-finanziario che non ha più spazio, tempo e pietà per chi non produce denaro.

Ci hanno convinti che non c’è più spazio per il welfare perché ora la priorità è il pagamento del debito. E noi, da bravi gonzi, ce la siamo anche bevuta ed abbiamo rampognato chi osava, anche solo osava, porre delle domande e dei dubbi sulla legittimità non di tutto ma di almeno parte di tale infinito debito. La barzelletta che non fa ridere in effetti è proprio questa: un popolino confuso e sciatto che si è auto-convinto di essere colpevole e di dover stringere la cinghia perché, improvvisamente, “non ci sono più soldi”.

Ma voi avete idea della mole scandalosa di soldi che vengono gestiti da chi governa il mondo? Lo sapete che ci sarebbe denaro a sufficienza per dare a tutti una vita meno grama? Ah già: questo è mero complottismo populista. Meglio fidarsi degli squali della finanza. Loro hanno “studiato” e quindi sanno come funziona il meccanismo. Povera Italia; povero mondo.