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domenica 27 marzo 2011

Ecco tutte le bugie che ci hanno raccontato sulla Guerra libica


Intervista di Jacopo Venier al giornalista Amedeo Ricucci, inviato di guerra.
Un racconto di prima mano sulla micidiale manipolazione con cui viene costruito il consenso alla guerra in Libia.
Tratto da: http://www.libera.tv/videos/1151/ecco-tutte-le-bugie-che-ci-hanno-raccontato-sulla-guerra-libica.html

sabato 26 marzo 2011

Ma quale Gheddafi! Sarkò ha dichiarato guerra all'Italia


Da tre anni il presidente francese Nicolas Sarkozy si occupava in prima persona e con il suo staff di due affari colossali che però non riuscivano mai ad andare in porto: la vendita alla Libia di una intera flotta aerea da combattimento confezionata da Dassault e un colossale investimento transalpino per costruire centrali nucleari a Tripoli e dintorni. I due affari colossali erano stati concordati fra lo stesso Sarkozy e il colonnello Mohamar Gheddafi nel dicembre 2007 a Parigi, quando il leader libico piantò fra mille polemiche la sua tenda davanti all’Eliseo. Bersagliato da critiche oltre che dagli intellettuali (in prima fila il filosofo Bernard Henry Levy), anche da esponenti del suo partito, Sarkozy si difese sostenendo che da Gheddafi aveva ottenuto oltre a un impegno diretto sul rispetto dei diritti civili in Libia, anche la firma su contratti preliminari da favola che avrebbero riversato sulle imprese francesi più di 10 miliardi di euro. I contratti a dire il vero non li ha mai visti nessuno, ma è stato proprio il presidente francese a rivelarli all’indomani di quel faccia a faccia con il dittatore libico. Una cosa però è certa: nonostante il pressing dell’Eliseo, quell’accordo con la Libia non ha dato nemmeno il più pallido dei risultati attesi. Dassault ha ottenuto soltanto una mini-commessa per sistemare quattro vecchi Mirage venduti nel passato a Gheddafi. E ogni accordo preliminare con la Francia contenuto in quel pacchetto del 2007 è stato reso carta straccia da Gheddafi che di volta in volta ha sostituito le imprese francesi con quelle russe o quelle italiane, facendo schiumare di rabbia Sarkozy. Che ha una sola fortuna: oggi in Libia non sta bombardando né interessi né infrastrutture francesi. Il primo obiettivo, la flotta aerea del colonnello libico è composta da 20 velivoli tutti di fabbricazione russa: Mig 21s, Mig 23s e Sukhol 22s. Due dei quattro vecchi Mirage francesi sono stati portati a Malta dai piloti che hanno disertato ben prima della risoluzione Onu. Quasi tutti di fabbricazione russa i 40 elicotteri da guerra posseduti dal colonnello, compresi i Mi-18 identici a quelli che Vladimir Putin ha venduto alla Nato per la missione in Afghanistan. Solo quattro sono invece americani: vecchi Chinooks rimessi in sesto in Italia da aziende del gruppo Finmeccanica.

Per lunghi mesi il presidente francese le ha provate davvero tutte per sigillare gli accordi con Gheddafi. Ha formato perfino una sorta di cabina di regia all’Eliseo per sostenere in ogni modo le mega commesse militari di Dassault. Ha provato a coinvolgere nell’operazione gli Emirati Arabi Uniti, che si sono detti disposti sia ad addestrare piloti libici per quegli aerei ( i Rafales) che montavano su missili Scalp Cruise (americani), sia a co-finanziare l’operazione libica rinnovando con Dassault la propria flotta. Nel pressing su Gheddafi Sarkozy ha messo in campo nel novembre scorso il migliore amico francese del colonnello, Patrick Ollier, ex presidente del gruppo di amicizia franco-libico, divenuto in quei giorni ministro per i rapporti con il Parlamento. Ollier, testa di ponte con il regime libico, è per altro il compagno convivente del ministro degli Esteri Michele Aliot Marie, costretta alle dimissioni a fine febbraio dopo che è stata scoperta una sua vacanza di Natale a spese del presidente tunisino Ben Alì. Se si aggiunge lo stretto legame fra il premier francese Francois Fillon e Hosni Moubarak, si può ben capire quanta passione per i diritti civili nell’Africa Mediterranea possa avere mosso la Francia in questa spedizione punitiva contro Gheddafi.

Che le persecuzioni delle popolazioni civili contassero assai poco per Sarkozy è testimoniato dai lunghi report pubblicati su una agenzia che produce una newsletter riservata, “Maghreb Confidential”, assai vicina all’Eliseo di cui riporta con frequenza commenti ufficiali o ufficiosi. Da quelle note emerge la progressiva e crescente stizza del presidente francese per i patti economici con la Libia che restavano incagliati e spesso venivano soffiati dalla Russia di Putin e da due colossi italiani che sebrano avere fatto venire l’ulcera a Sarkozy: Eni e Finmeccanica. Stizza perfino per il ruolo ricoperto dall’ex cancelliere tedesco Gerard Schroeder a inizio 2010 come advisor a fianco di Deutche Ban in grado di soffiare ai francesi una importante commessa per costruire la metropolitana di Tripoli.

Così già a fine novembre scorso Sarkozy aveva iniziato la sua contro-offensiva verso Gheddafi, trovando la leva per sollevare molti segreti del regime libico. In quei giorni è arrivato a Parigi con tutta la sua famiglia uno degli uomini più vicini al colonnello, Nouri Mesmari, capo del protocollo di Gheddafi. Ufficialmente era in Francia per affrontare una delicata operazione. Ma si trattava solo di una scusa. Lo ha capito subito il colonnello, che ha firmato di suo pugno un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti. Mesmari è stato fermato formalmente dalla polizia francese e ai primi di dicembre ha fatto domanda a Sarkozy di asilo politico per sé e la sua famiglia. Da quel momento è diventato il più prezioso collaboratore della Francia, svelando tutti i segreti militari ed economici della Libia. E offrendo a Parigi le chiavi del paese. A patto naturalmente di sgombrare la Libia dalla presenza di Gheddafi e della sua corte.

Tratto da: http://fbechis.blogspot.com/2011/03/ma-quale-gheddafi-sarko-ha-dichiarato.html

giovedì 24 marzo 2011

Nucleare: Ecco perché l'Italia non può fermarsi


di Roberto Preatoni

Ho deciso di scrivere questo articolo conscio di espormi al pubblico ludibrio per fare chiarezza sul mare di imprecisioni e castronerie scientifiche che ho letto negli ultimi giorni sulla questione nucleare.

Faccio una premessa: questo articolo è molto lungo perchè il tema in oggetto necessita di un trattamento più che esaustivo. Il fatto è che pur rispettando il diritto che ognuno di noi ha di accettare o meno una tecnologia come quella nucleare, sono convinto sia necessario informare correttamente le coscienze votanti di casa nostra.

Il dibattito sul nucleare in questi giorni si fa sempre più acceso, specialmente nel Belpaese dove ahimè, prossimamente ci accingeremo a votare un referendum sul nucleare. E questo (sfortunatamente dico io) proprio a ridosso dello tsunami emotivo scatenato dai fatti del Giappone.

Innanzitutto facciamo una precisazione: votare contro il nucleare al referendum non significa votare contro le esistenti centrali nucleari di prima e seconda generazione (che peraltro non esistono in Italia).

Votare contro il nucleare significa votare contro l'implementazione di una tecnologia per lo sfruttamento della forza dell' atomo che si basa su principi di funzionamento totalmente differenti da quelli implementati nelle vecchie centrali. Le vecchie centrali rimarrebbero comunque in funzione, con tutti i pericoli (ma sono scarsi anche in quel caso) che ne derivano. Non commettiate l'errore di pensare che il referendum possa allontanare le centrali che i francesi hanno costruito intorno a noi. Sapete quante sono? Tante, tantissime, più di quante possiate immaginarvi. Guardate il grafico a fondo pagina di questo report:


Il referendum quindi non va contro quelle vecchie centrali e gli eventuali pericoli da esse rappresentati, (ricordatevelo!) ma va contro l'implementazione di centrali di terza e quarta generazione, costruite per esempio per autospegnere la reazione in caso di incidente nucleare.

Cosa significa? Significa che nelle vecchie centrali (quelle giapponesi per intenderci), una volta innescata la reazione nucleare nel materiale fissile, tutto ciò che l'uomo può fare è di cercare di "tenerla a bada", soffocando la reazione con diversi stratagemmi. Nel caso dell' incidente di Cernobyl per esempio, il core nucleare è sfuggito al controllo umano per una serie di concause (principalmente dovute ad errori nell'interpretazione dei parametri di raffreddamento del nucleo) e da qui la catastrofe che tutti conosciamo.

Le centrali di terza o meglio ancora di quarta generazione sono diverse a partire dal principio di funzionamento. Il core è progettato con la tendenza allo spegnimento. Per tenerlo acceso è necessario il continuo intervento umano. In caso di malfunzionamento o di catastrofe, la centrale si spegnerebbe senza alcun problema e non vi è modo che possa sfuggire al controllo degli operatori. Funziona tutto al contrario quindi: se l'operatore umano o i sistemi di raffreddamento funzionano, allora la reazione nucleare avviene. Se vi ne a mancare il corretto funzionamento di una qualsiasi delle parti di controllo che stanno intorno al reattore (meccanica o umana), il reattore si spegne. Niente botto, niente nube radioattiva, niente olocausto nucleare.

Se l'Italia fosse un paese serio, il referendum sul nucleare, vista l'importanza del tema, sarebbe stato accompagnato da una tavola rotonda trasmessa a reti unificate, dove esperti del campo avrebbero avuto la possibilità di rispondere in diretta e senza tema di smentita alle preoccupazioni dei più così come alle più strampalate teorie olocaustiche. Teorie che oltre ad essere strampalate hanno il difetto di trovare alloggio nella bocca di alcuni nostri politici. Dico nella bocca e non nella testa perchè se voi pensate che i politici italiani posseggano la caratura morale per dire ciò che effettivamente pensano, vi fate delle ricche illusioni. Essi cavalcano solo ed esclusivamente l'onda elettorale, per poter perseguire i propri interessi di breve periodo a scapito degli interessi di lungo periodo di tutta la popolazione italiana. Non credo di dovervi dimostrare nulla in questo senso.

Un' altra informazione che sfugge ai più è la natura "pulita" delle centrali di quarta generazione. Significa che queste nuove centrali bruciano anche più del 90% del carburante fissile. Che altro? Significa efficenza elevata, ma significa anche una marea in meno di scorie. Anzi ZERO scorie. A questo punto verrebbe da dire che, pur bruciando il 90% del combustibile nucleare, una centrale nucleare di 4^ generazione produce comunque un 10% di scorie  ( http://www.21stcenturysciencetech.com/articles/spring01/reactors.html ).

Vero, ma sono scorie diverse. Le scorie delle vecchie centrali, impiegano circa 10.000 anni a perdere radioattività. Le scorie delle nuove centrali impegano solo 200 anni a diventare innocue. Duecento anni su scala geologica ma anche umana sono un battito di palpebre e la loro gestione sarebbe immensamente più semplice delle vecchie scorie.

Ma c'è qualcosa d'altro di cui la gente non è informata. Quelli che dicono di NO alle centrali nucleari di nuova generazione sull' onda emotiva del preservamento dell'ambiente a vantaggio dei propri figli, non sanno che le centrali nucleari di 4^ enerazione aiuterebbero paradossalmente a consumare le scorie nucleari prodotte dalle vecchie centrali, risolvendoci un annoso problema.

Ma quanto io personalmente sono pro o contro il nucleare? In linea di principio il sistema non mi piace perchè si basa sul consumo di risorse non rinnovabili. Però visto che il mondo non funziona su linee di principio ma su fatti pratici, preferisco essere pragmatico. Oggi il nucleare è l'unica fonte di approvvigionamento di energia capace di soddisfare le presenti richieste di energia (che continuano a crescere).

E le fonti rinnovabili? Gran cosa, si arriverà ad usare quelle un giorno, ma non oggi. Per il semplice motivo che messe tutte insieme non sarebbero capaci di fornire nemmeno la metà dell' energia che richiede il nostro stile di vita. Attenzione, sto parlando di tecnologie a disposizione e non di prototipi su carta la cui realizzazione è lungi dall' essere immediata.

Analizziamole quindi, però facendo lo sforzo di analizzarle in un contesto tutto italiano, proprio perchè i ragionamenti in linea di principio sono solo fumo.

ENERGIA EOLICA

FATTIBILITA' GEOGRAFICA: L'Italia non è l' Olanda o la Danimarca. Abbiamo certamente delle zone ventose, ma il territorio italiano non si presta in toto. Il rumore delle pale è fastidioso nelle ore notturne.

FATTIBILITA' POLITICA : l'italiano medio ha la memoria corta. Egli si è dimenticato che i primi oppositori contro l'implementazione di pale eoliche in Italia sono stati proprio i Verdi e gli esponenti della LAV.

I Verdi perchè dicevano che le esigenze di manutenzione delle pale imponevano la costruzione di strade di servizio di cemento in zone magari incluse in parchi naturali (non ho mai capito il perchè avessero scartato immediatamente l'idea di farle sterrate). Quelli della LAV perchè effettivamente le pale eoliche ogni tanto affettano qualche piccione. Sempre per ricordare la mentalità dell' italiano medio, l' Italia è il paese che ha deciso di osteggiare la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, preferendo mantenere la Sicilia in una condizione di degrado piuttosto che disturbare le fasi dell' accoppiamento delle alici.

RAPPORTO COSTO/CAPACITA' PRODUTTIVA: scarso, scarsissimo. Una pala di grandi dimensioni può nella migliore delle ipotesi arrivare a rifornire di energia un quartiere.

FATTORE GREEN: elevato, una volta prodotte le pale rimangono in funzione, senza inquinare per parecchio tempo

ENERGIA IDROELETTRICA

FATTIBILITA' GEOGRAFICA: elevata: l'Italia è piena di fiumi e valli. Però per produrre tutta l'elettricità di cui abbiamo bisogno con l'idroelettrico dovremmo riempire tutti i nostri fiumi e le nostre valli di dighe di cemento.

FATTIBILITA' POLITICA: la diga va bene a tutti come soluzione, tranne agli abitanti dei paesi nei dintorni. E non hanno tutti i torti perchè in caso di cedimento strutturale dovuto per esempio ad un terremoto, l'onda di piena generata dal crollo della diga spazzerebbe tutto e tutti. Ricordate la tragedia del Vajont? http://www.vajont.net/ RAPPORTO COSTO/CAPACITA' PRODUTTIVA: elevato. Le centrali idroelettriche costano tantissimo ma sono capaci di rimanere in funzionamento per più di cento anni FATTORE GREEN: l'impatto ambientale di una diga è devastante. Intere valli vengono trasformate, tutta la fauna e la flora circostante vengono eliminate.
SOLARE

FATTIBILITA' GEOGRAFICA: buona, sopratutto al centro sud Italia.
Attenzione però, Messina non è il Sahara!

FATTIBILITA' POLITICA: elevata, tanto i pannelli li pagano i cittadini RAPPORTO COSTO/CAPACITà PRODUTTIVA: scarsissimo. Un pannello solare non è in grado di produrre nemmeno il 100% dell' acqua calda necessaria ad una abitazione con 4 persone. Nè tantomeno è in grado di produrre elettricità a sufficenza. Il concetto è bellissimo ma sino a che l'efficenza media di un pannello si attesta intorno al 15% di conversione di luce in energia, la diffusione sarà scarsa, visti anche i costi parecchio elevati (nonostante gli incentivi statali, che sono una presa per il giro, perchè i soldi dello stato arrivano sempre dalle nostre tasche).

FATTORE GREEN: medio. Una volta installati durano in media solo 15-20 anni e vanno rimpiazzati con nuovi pannelli il cui costo sia produttivo che in termini di bilancio ecologico sono elevati.

ENERGIA DELLE MAREE

FATTIBILITA' GEOGRAFICA: nulla, l'Italia non possiede il tipo di grandi maree necessarie per far funzionare quella tecnologia FATTIBILITà POLITICA: ma per favore! In 30 anni non abbiamo saputo terminare l'installazione del MOSE a Venezia...

RAPPORTO COSTO/CAPACITA' PRODUTTIVA: buono, se avessimo le maree della Nuova Zelanda.

FATTORE GREEN: medio, la manutenzione è costosa e verrebbe effettuata comunque con mezzi a motore.
BIOCARBURANTI

FATTIBILITA' GEOGRAFICA: buona, l'Italia è un territorio eminentemente agricolo.

FATTIBILITA' POLITICA: nulla. I nostri agricoltori scendono in piazza sparando letame per protestare contro le quote latte, figuriamoci cosa farebbero in caso di riqualificazione forzata delle colture.

RAPPORTO COSTO/CAPACITA' PRODUTTIVA: nessuno lo ha ancora ben capito FATTORE GREEN: medio, i bio carburanti inquinano meno, ma inquinano.

ENERGIA DA PUNTO ZERO/ENERGY OVERRUN

FATTIBILITA' GEOGRAFICA: altissima, l'Italia è il paese perfetto, zeppo di creduloni pronti a credere alla prima corbelleria scientifica.

FATTIBILITA' POLITICA: ancora più alta. I politici italiani pur di far mastellianamente contenti i propri elettori, sarebbero capaci di stanziare fondi pubblici per la ricerca in quel senso, pur sapendo che stanno gettando i quattrini al vento.

RAPPORTO COSTO/CAPACITA' PRODUTTIVA: nulla. è una bufala. Non può funzionare perchè con le tecnologie di oggi non siamo in grado di estrarre grosse quantità di energia dal punto zero (ribollio quantico).
Gli stessi scienziati sono peraltro discordi sulla quantità di energia che eventualmente potremmo sottrarre al vuoto cosmico.

FATTORE GREEN: elevatissimo. Non funzionando non inquina e dura tantissimo. Perfetto per alcuni creduloni di mia conoscenza.

Inoltre, se dovessimo costruire installazioni che utilizzino tutte queste forme di energia alternativa, non saremmo comunque in grado di sostenere il fabbisogno energetico nazionale. Ricordatevelo però quando andate a votare!

Per spiegare il paradosso del nucleare io uso in genere il paragone con i treni superveloci. Esso sono considerati oggi il mezzo più efficente ed ecologico del pianeta. E non a torto. Però la gente si dimentica che prima delle attuali motrici superefficenti (tipo freccia rossa), c'erano i locomotori a motore diesel. E prima di quelli c'erano i locomotori che bruciavano carbone ed inquinavano tantissimo, uccidendo forse più dell'atomo.

Eppure nessuno nel mondo civilizzato si sognerebbe oggi di mettere al bando i locomotori di nuova generazione (tranne in Italia, dove i Verdi preferiscono bloccare la costruzione dei tunnel per l'alta velocità, mantenendo lo status quo di una rete viaria su gomma congestionata da autocarri diesel).
Perchè mai con il nucleare non si può usare lo stesso atteggiamento?

Per concludere, una domanda che nessuno si prende la briga di fare più:

Quale è il costo sociale del non essere autonomi dal punto di vista energetico? La risposta ce la danno proprio i giapponesi che entrarono in guerra il 7 dicembre 1941 perchè le loro scorte di petrolio stavano esaurendosi. Furono piegati da una bomba nucleare americana e nonostante ciò, impararono la lezione e si dotarono immediatamente di centrali nucleari, per evitare di dover fare un' altra guerra per l'approvigionamento energetico.

Una nota: l'incidente della centrale di Fukushima non rappresenta una sconfitta del nucleare ma una sua vittoria. Il fatto è che la gente tende a decontestualizzare l'episodio dimenticandosi che è avvenuto su un isola che ospita un totale di 55 centrali nucleari di prima generazione (vecchie 40 anni) colpita da un terremoto colossale e devastata da uno Tsunami di proporzioni bibliche. Cionostante non è ancora avvenuto nessun olocausto nucleare.

(...)

Tratto da: http://affaritaliani.libero.it/green/nucelare160311.html






STA PER PARTIRE L’ ATTACCO ALL’EURO ?


Dunque riepiloghiamo: in Portogallo il governo cade, salta il piano anticrisi, aumenta il rischio default e i tassi di interesse sui Buoni del tesoro esplodono al 7%. Un paio di settimane fa Moodys aveva declassato la Grecia e pochi giorni fa anche l’Irlanda ha ricominciato a ballare con tassi al 10%. Fosse successo sei mesi fa, i mercati finanziari sarebbero impazziti e nei giornalisti saremmo qui a scrivere titoloni.

Ma il comportamento dei mercati è davvero strano: l’euro, anzichè deprezzarsi, continua a restare sopra 1,40 contro il dollaro. Non me la bevo, anzi sono molto sospettoso. Non scordiamocelo: i veri guadagni sono quelli che si fanno accumulando posizioni in tempi non sospetti. E poco fa è uscita un’agenzia che alimenta la mia diffidenza:

New York – L’Euro area può «collassare», disintegrarsi, con «tensioni abbastanza forti. Un collasso dell’euro area non è impensabile». Lo ha detto il più famoso finanziere americano Warren Buffett in un’intervista alla Cnbc, sottolineando che «ci sono interessi potenti e forti che non vogliono che questa accada». «In molti pensano che sia impensabile» che l’area euro si disintegri. «Io non non ritengo sia impensabile. Ritengo che ci vorranno molti sforzi per evitare che avvenga».

Buffet è noto come il Saggio di Obama ed è molto cauto nelle sue esternazioni pubbliche. Se si espone così significa che sta scommettendo contro l’euro ed è verosimile che altri finanzieri facciano altrettanto.

Delle due l’una: o il mercato considera che, nonostante Portogallo, Irlanda e Grecia, il dollaro (ovvero l’America) siano messi addirittura peggio oppure tra non molto partirà un attacco feroce all’euro, che, peraltro, le divisioni tra la Merkel e l’irresponsabile Sarkozy potrebbero incoraggiare.

Allacciare le cinture di sicurezza ?



mercoledì 23 marzo 2011

La Baia dei Porci di Obama in Libia

 ... Mentre l'azione di Obama viene da molti associata all'attacco di Bush-Cheney avvenuto in Iraq nel 2003, sono forti anche i paralleli con il fiasco della Baia dei Porci, nell'aprile 1961. In quel caso, una forza di cubani anti-Castro organizzati dalla CIA era stata militarmente sconfitta nel tentativo di impadronirsi di Cuba, con conseguenti richieste del capo della CIA Allen Dulles al presidente Kennedy per indurlo a effettuare attacchi aerei e un'invasione di terra per salvare l'operazione. Kennedy aveva respinto tali richieste e aveva silurato Dulles. Obama, molto più debole di Kennedy, davanti al crollo di una forza militare creata della CIA in Libia ha disposto tale bombardamento, aprendo una seconda fase dell'attuale disastro degli Stati Uniti. ...


Sempre attento a porre la sua analisi in una adeguata prospettiva storica, con questo articolo Tarpley propone l'ipotesi del tentativo di "balcanizzazione" della Libia da parte dei poteri occidentali.


La Baia dei Porci di Obama in Libia: aggressione imperialista straccia la Carta dell'ONU
di Webster G. Tarpley

Washington DC, 19 marzo - Nei giorni scorsi dei missili cruise statunitensi e britannici insieme ad aerei da combattimento francesi e della NATO hanno partecipato all'Operazion Odyssey Dawn/Operazione Ellamy, un bombardamento neo-imperialista sotto finta copertura umanitaria contro lo Stato sovrano della Libia. Agendo sotto la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU le forze navali statunitensi nel Mediterraneo il sabato sera (ora locale) hanno sparato 112 missili cruise contro obiettivi che secondo il Pentagono erano collegati al sistema di difesa aerea della Libia. Tuttavia Mohammed al-Zawi, Segretario generale del Parlamento libico, ha detto in una conferenza stampa a Tripoli che il "barbaro attacco armato" e la "aggressione selvaggia" hanno colpito zone con edifici residenziali e uffici, nonché obiettivi militari, riempiendo gli ospedali di Tripoli e Misurata con vittime civili. Zawi ha accusato le potenze straniere di agire per proteggere una cricca di ribelli, che contiene famigerati terroristi. Il governo libico ha reiterato la richiesta alle Nazioni Unite di inviare osservatori internazionali a riferire oggettivamente sugli eventi libici.

Si prevede che le forze d'attacco dispiegheranno altri missili cruise, droni Predator e bombardieri, nel tentativo di distruggere il sistema libico di difesa aerea, come preludio alla sistematica decimazione delle unità di terra libiche. Gli osservatori internazionali hanno notato che i servizi d'intelligence degli Stati Uniti circa la Libia potrebbero essere inferiori alle aspettative, e che molti missili da crociera potrebbero aver colpito obiettivi non militari.

La Libia aveva reagito al voto delle Nazioni Unite dichiarando un cessate il fuoco, ...

... ma Obama e Cameron non gli hanno dato peso. Sabato scorso, France 24 e al-Jazeera del Qatar, le reti di propaganda internazionale che fanno una pubblicità martellante a favore degli attacchi, hanno trasmesso reportage isterici sulle forze di Gheddafi, che avrebbero attaccato la roccaforte ribelle di Bengasi. Hanno mostrato la foto di un aereo da combattimento abbattuto affermando che questa fosse la prova che Gheddafi stesse portando una sfida all'ONU continuando a eseguire le incursioni aeree. In seguito è risultato che l'aereo distrutto era appartenuto alle forze aeree dei ribelli. Tale copertura ha fornito una giustificazione per i bombardamenti iniziati poche ore dopo. I paralleli con la bufala propagandistica dei bambini nelle incubatrici in Kuwait, del 1990 sono stati evidenti. I lealisti di Gheddafi hanno detto che i combattimenti di sabato erano stati causati da attacchi dei ribelli alle linee del governo, nella speranza di provocare un attacco aereo, con l'aggiunta dei residenti locali che si difendono contro i ribelli.


Al voto delle Nazioni Unite, il delegato indiano ha giustamente sottolineato che la decisione di avviare la guerra era stata presa sulla base di informazioni assolutamente non affidabili, dal momento che l'inviato del Segretario generale Ban-ki Moon in Libia non aveva mai riferito al Consiglio di Sicurezza. Il bombardamento è iniziato poco dopo un vertice scintillante a Parigi "a sostegno del popolo libico", dove avevano fatto bella mostra di sé Sarkozy, Cameron, Hillary Clinton, Stephen Harper del Canada e altri politicanti.

Alcuni contingenti simbolici dal Qatar, dagli Emirati Arabi Uniti, dalla Giordania e dall'Arabia Saudita avrebbero dovuto prendere parte all'attacco, ma non si sono visti da nessuna parte, mentre ci si aspettava che alcuni Stati arabi avrebbero fornito un sostegno finanziario. Il costo minimo stimato per mantenere una no-fly zone sopra la Libia per un anno è di circa 15 miliardi di dollari - abbastanza per finanziare il programma federale WIC al fine di fornire pasti ad alto contenuto proteico per le madri povere e i neonati statunitensi per due anni.

Dalla no-fly zone al regime change

Lo scopo dichiarato del bombardamento era di stabilire una no-fly zone e di proteggere le forze dei ribelli libici sponsorizzati dalla CIA, composte della Fratellanza musulmana, da elementi del governo libico fra cui frange dell'esercito sovvertite dalla CIA (tra cui spiccano per esempio figure sinistre come l'ex Ministro della Giustizia Mustafa Abdel-Jalil e l'ex ministro degli Interni Fattah Younis), e le tribù monarchiche dei Senussi, che tengono in pugno le città di Bengasi e Tobruk. Ma a due ultimatum congiunti, presentati venerdì dal Presidente Obama e dal premier britannico Cameron, oltre a un discorso del canadese Harper, hanno chiarito che l'obiettivo era la cacciata del colonnello Muammar Gheddafi e il cambio di regime ('regime change") in questa nazione nordafricana produttrice di petrolio, la cui riserve accertate di greggio sono le più grandi del continente.

Le prospettive di successo militare sono incerte, nonostante l'apparente preponderanza della NATO. Non è stato articolato alcun chiaro obiettivo militare, e sono probabili disaccordi circa la portata della guerra. Se i carri armati e la fanteria di Gheddafi sono impegnati in combattimenti casa per casa con i ribelli in città come Bengasi e Tobruk, sarà difficile per la NATO esercitare la sua superiorità aerea senza massacrare un gran numero di civili.

Da "hope e change" di Obama allo "shock and awe"

Mentre l'azione di Obama viene da molti associata all'attacco di Bush-Cheney avvenuto in Iraq nel 2003, sono forti anche i paralleli con il fiasco della Baia dei Porci, nell'aprile 1961. In quel caso, una forza di cubani anti-Castro organizzati dalla CIA era stata militarmente sconfitta nel tentativo di impadronirsi di Cuba, con conseguenti richieste del capo della CIA Allen Dulles al presidente Kennedy per indurlo a effettuare attacchi aerei e un'invasione di terra per salvare l'operazione. Kennedy aveva respinto tali richieste e aveva silurato Dulles. Obama, molto più debole di Kennedy, davanti al crollo di una forza militare creata della CIA in Libia ha disposto tale bombardamento, aprendo una seconda fase dell'attuale disastro degli Stati Uniti.

La regione della Cirenaica, in mano ai ribelli, è stata a lungo la scena di un'agitazione della Fratellanza musulmana contro Gheddafi, in gran parte fomentata da oltre il confine egiziano con l'assistenza degli Stati Uniti. Dopo il fallito tentativo di assassinio contro il leader libico, avvenuto nel 1995 e riferito dall'agente disertore del MI-5 David Shayler (per il quale il MI-6 aveva pagato 100.000 sterline da inviare a una filiale di al Qaeda), la parte orientale della Libia per lungo tempo è stata teatro di un'insurrezione islamista. Sulla scia degli eventi in Tunisia ed Egitto, è diventato chiaro che la CIA ha stipulato un'alleanza mondiale contro i governi arabi esistenti, con la Fratellanza musulmana di oligarchi reazionari, creata dai servizi segreti inglesi in Egitto alla fine degli anni venti. La Al Qaeda del Maghreb islamico (AQIM), un altro fronte della CIA, sta strombazzando il pieno supporto ai ribelli sul suo sito web.

Il presidente francese Nicolas Sarkozy fu il primo a riconoscere i ribelli di Bengasi, richiedendo una no-fly zone e attacchi aerei una settimana prima, assecondato dal primo ministro britannico Cameron. Fino a circa 18 ore prima del voto delle Nazioni Unite, alti funzionari degli Stati Uniti come il Segretario di Stato Clinton e il Segretario alla Difesa Gates stavano rilevando le enormi difficoltà di una no-fly zone. Il Ministro degli Esteri francese Juppé lamentava che era già troppo tardi per una no-fly zone. Poi, gli Stati Uniti all'improvviso avevano richiesto una no-fly zone, più carta bianca per i bombardamenti aerei. Gli osservatori della diplomazia sono perplessi davanti all'inversione di rotta di Obama. Forse era sotto un ricatto degli inglesi e dei francesi, la stessa coalizione imperialista che invase l'Egitto per impadronirsi del Canale di Suez nel 1956? A causa della decisione di Obama, gli Stati Uniti sono ormai in guerra con una quarta nazione musulmana dopo l'Afghanistan, l'Iraq e il Pakistan. In Pakistan, il conflitto a bassa intensità minaccia di degenerare in guerra aperta in qualunque momento, sulla scia dello scandalo intorno al contractor della CIA Ray Davis, accusato dai pakistani di essere un "controller" di terroristi.

La Lega Araba, sorprendendo molti analisti, aveva votato all'unanimità per una no-fly zone sopra la Libia. L'Unione africana, al contrario, si era opposta con fermezza all'intervento straniero. I diplomatici occidentali non hanno tenuto conto della posizione dell'Unione africana, dando adito a sospetti di razzismo. Questi sono rafforzati dai rapporti secondo cui i ribelli anti-Gheddafi avrebbero linciato un certo numero di neri africani, sostenendo che erano mercenari assoldati da Gheddafi.

L'ingerenza negli affari interni libici viola Carta delle Nazioni Unite

Gli osservatori della diplomazia sono rimasti sconvolti dalla radicale risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza, che permette "tutte le misure necessarie" da usare contro la Libia. La Carta delle Nazioni Unite limita strettamente il Capitolo 7 sulle azioni militari alle minacce alla pace e alla sicurezza internazionale, ma la Libia non ha mai rappresentato tale minaccia. Inoltre tale capitolo esclude l'ingerenza negli affari interni degli Stati membri. Il pretesto citato in questo caso è la protezione dei civili inermi, ma è chiaro che i ribelli costituiscono una forza armata militare a tutti gli effetti. Dal momento che nessuno Stato può essere un aggressore sul proprio territorio, la risoluzione del Consiglio di sicurezza si trova in flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite. Russia, Cina, Brasile, Germania e India si sono astenuti. La risoluzione contiene un embargo sulle armi nei confronti della Libia che gli stessi USA stanno già violando armando i ribelli attraverso l'Egitto.

Tra i funzionari degli Stati Uniti che insistono per l'aggressione, ambasciatore delle Nazioni Unite Susan Rice, Samantha Power del Consiglio di sicurezza nazionale e il Segretario di Stato Clinton hanno dimostrato di essere bellicosi come un qualunque neocon della scuola di Rumsfeld-Wolfowitz.

Le forze aeree libiche hanno 13 basi aeree e qualcosa come 374 velivoli da combattimento capaci, molti dei quali obsoleti. Gli osservatori militari staranno a guardare le prestazioni delle difese aeree di Gheddafi, che si ritiene siano per gran parte basate sui vecchi SAM russi. Ma Gheddafi ha anche missili terra-aria mobili e portatili. Nel corso di un raid di bombardamento su Tripoli del 1986, volto a sopprimere Gheddafi, gli Stati Uniti hanno perso un F-111 per il fuoco libico. Il Ministero della Difesa libico ha avvertito che ci sarebbero state ritorsioni libiche contro le incursioni che avrebbero colpito traffico aereo e marittimo sul Mediterraneo centrale. Nel 1986, la Libia lanciò due missili Scud alla stazione della Guardia Costiera degli Stati Uniti sull'isola italiana di Lampedusa, ma entrambi mancarono il bersaglio. Se Gheddafi ha usato i suoi immensi proventi del petrolio per procurarsi missili moderni più capaci anti-nave di progettazione russa è un'altra questione cui si potrebbe trovare risposta al più presto.

La coreografia propagandistica dell'aggressione in corso, progettata per mascherare il ruolo di guerrafondaio svolto da Obama, richiede che a prendere l'iniziativa siano i leader reazionari di Gran Bretagna e Francia, i soci di Suez del 1956. Obama ha assunto un profilo basso, non partecipando alla conferenza di Parigi e non facendo una formale discorso alla popolazione americana dall'Oval Office, e lasciando che i francesi attaccassero per primi. Obama era in visita in Brasile. Questa farsa avrebbe lo scopo di placare l'odio anti-Usa fra gli arabi. Il risultato è che l'inferiore attrezzatura militare anglo-francese e le loro strutture di comando meno collaudate possono contribuire a spiacevoli rovesciamenti di fronte per gli aggressori, in particolare se le vanità napoleoniche di Sarkozy lo porteranno a intromettersi nelle decisioni militari.

I Panavia Tornado dispiegati da Londra sono obsoleti, sette (6 britannici, 1 italiano) sono stati abbattuti da Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo vent'anni fa. Gli Eurofighter Typhoon sono aerei ultramoderni, ma non sono mai stati testati in combattimento reale. La malconcia portaerei francese Charles de Gaulle porta i Raffale Dassault, anch'essi in gran parte non testati in combattimento, oltre ai Super-Étendard, incidentati e vecchi di trent'anni. Ci si aspetta il dispiegamento di Mirage F1, tutti vecchi di vari anni. Questi mezzi obsoleti sono vulnerabili di fronte alle contromisure di Gheddafi.

La propaganda angloamericana ritrae Gheddafi come un cleptocrate. In realtà, la Libia è uno fra i paesi in via di sviluppo più avanzati, è in cinquantatreesima posizione in quanto all'Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite, il che la rende la società più sviluppata in Africa. La Libia è passata davanti a Russia (65), Ucraina (69), Brasile (73), Venezuela (75) e Tunisia (81). Il tasso d'incarcerazione è il 61° nel mondo, inferiore a quello della Repubblica Ceca e di gran lunga inferiore a quello degli Stati Uniti, che ne sono i campioni. La longevità è aumentata di 20 anni sotto il governo di Gheddafi. Gheddafi, pur con le sue scelte oppressive nei confronti delle sfide politiche, ha condiviso i proventi del petrolio della nazione meglio rispetto al resto dei paesi dell'OPEC.

La resistenza burocratica degli Stati Uniti di fronte all'eccessivo salto in avanti imperialista (imperial overstretch) in una guerra contro la Libia, con altri tre conflitti in corso, potrebbe anche essere stata superata grazie all'attivazione di reti anglofile all'interno del governo degli Stati Uniti. Se così fosse, questo sarebbe la ripetizione di un modello presente già da molto tempo. Nel 1990, Margaret Thatcher affermò di aver effettuato un "impianto di spina dorsale" d'emergenza a George H. W. Bush, convincendolo a riprendersi il Kuwait occupato da Saddam Hussein. Nel 1999, Tony Blair premette per il bombardamento della Serbia e poi per un'invasione di terra; Clinton saggiamente rifiutò, per lo meno quest'ultima. Nel settembre 2001, Blair contribuì a convincere Bush il giovane a usare gli attacchi dell'Undici settembre come pretesti per attaccare l'Afghanistan.

Lo scopo di questo attacco, nel contesto della campagna di sommosse, colpi di Stato di palazzo, rivoluzioni colorate e insurrezioni del tipo "people power" fomentate dalla CIA nella primavera del 2011 è quello di paralizzare gli Stati clienti degli Stati Uniti al fine di impedire a tali Stati arabi di cercare soluzioni alternative attraverso alleanze con Russia, Cina, Iran e altri. L'offensiva della Cia prende la forma di un attacco allo stesso Stato-nazione. Nel 2008, la Serbia è stata partizionata. Quest'anno, il Sudan è stato diviso in due, mentre lo Yemen è sempre più probabile che abbia lo stesso destino. La risoluzione delle Nazioni Unite sulla Libia cita espressamente Bengasi, indicando il chiaro intento di partizionamento e balcanizzazione di questa nazione lungo una divisione est-ovest. Altri paesi possono aspettarsi un trattamento simile. È tempo di terminare questo ciclo distruttivo di rivoluzioni colorate prima che una di essi si trasformi in una guerra civile in un paese come la Bielorussia, dove uno scontro interno potrebbe facilmente trasformarsi in un conflitto su larga scala tra la Russia e la NATO.

Tratto da: http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3707

Diritti Umani: due pesi e due misure ... ecco il perchè!

Perchè si tende ad esportare la democrazia solo nei paesi da cui si possono "importare" risorse energetiche?
Perchè non difendere i diritti umani con la stessa determinazione bellica anche a Gaza (Yes Fly Zone: Israele bombarda Gaza e le sue cliniche), nel Barhein (Bahrain, quando le urgenze umanitarie sono di serie B) ed in passato in Somalia, Ruanda e Bosnia (Somalia, Ruanda e poi Bosnia quanti fallimenti targati Onu)

Se ci fossero ancora dubbi nel post seguente si possono leggere in modo chiaro e dettagliato i motivi per cui si è deciso l'Intervento "Umanitario" in Libia e non altrove ...

Buona Lettura
Info Tricks
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Libia, dove si spellavano i gatti.
di Debora Billi

Sovente, e ahinoi ultimamente sempre, si sospetta che dietro una guerra ci sia il petrolio. Ma le guerre non si fanno per “prendersi il petrolio” tout court: quasi sempre si può ottenerlo comodamente firmando un accordo e con una stretta di mano. Chi ha il petrolio ha infatti bisogno di venderlo. Certo, l’aumento della domanda e la diminuzione della risorsa hanno condotto a un mercato del venditore, anziché del compratore, ma l’obiettivo di entrambi resta il medesimo.

Il problema quindi non è “prendersi i pozzi”, ma ottenere accordi molto favorevoli. Il che non sempre è possibile, specialmente quando il Paese produttore ha una forte compagnia nazionale oppure delle leggi che non consentono a compagnie straniere di fare il bello e il cattivo tempo. Alcuni esempi? L’Iraq di Saddam, a cui dopo la guerra fu imposta la molto discussa legge per il petrolio, che in pratica toglieva al popolo iracheno la sovranità sul proprio sottosuolo; il Venezuela di Chávez, o la Libia di Gheddafi.

Quest’ultima, attraverso la compagnia nazionale Noc, ha un sistema di accordi diverso da quelli in uso nel resto del mondo. L’accordo Epsa, che molte compagnie stipulano in LIbia, non prevede royalties, divisione delle spese operative, tasse: nulla di tutto ciò. Più semplicemente, il governo prende la sua parte dalla produzione lorda. Le compagnie operano a proprie spese, non pagano tasse né diritti, e dividono con la Libia la produzione. Ma non pensate che si tratti di un fifty-fifty, neanche per sogno.

E proprio a fagiolo casca l’Eni, che se ne sta a trivellare in Libia da prima di Gheddafi e che ha sempre rappresentato un po’ la pietra dello scandalo. E forse anche la goccia che ha fatto traboccare il vaso, pensando agli eventi odierni. Per capire com’è andata questa questione in Libia ci viene in aiuto Wikileaks, con alcuni documenti classificati.

17-06-2008: “Esteso l’accordo per gas e petrolio con l’Eni, le altre compagnie si preoccupano che i termini dell’accordo stabiliscano uno sfavorevole precedente”. Forse lo ricorderete, se ne parlò molto: succede, nel 2008, che la Libia estende per altri 25 anni i diritti di sfruttamento Eni. “Con il nuovo contratto, Epsa IV, l’Eni riduce la sua percentuale di produzione al 12% per il petrolio (dal precedente 35-50%) e al 40% per il gas”. Continua il cablo Wikileaks: “L’impatto potenziale di questo accordo Eni è significativo. Osservatori locali si aspettano che il successo della Noc nell’assicurarsi termini così favorevoli la convincerà a rinegoziare i contratti esistenti con le altre compagnie internazionali. Il succo è: lamentano che l’Eni operi in Libia per un tozzo di pane. Facendo concorrenza alle altre compagnie che saranno costrette anch’esse, dalla potente compagnia libica, a lavorare con compensi da cinesi.

E infatti, ecco che la Noc prende per il collo anche le altre compagnie.

23-07-2008: “Con il nuovo accordo, lo share di produzione per il consorzio europeo (quello che sviluppa il bacino di Marzuq, ndr) sarà ridotto dal 25% al 13%. Repsol, Omv, Total e Saga Petroleum hanno seguito altri maggiori attori in Libia nel cedere alle pressioni Noc verso il nuovo accordo Epsa IV, che prevede significative riduzioni di share per le compagnie internazionali. E se qualcuno dubita, ecco pronto un cablo in cui ci si lamenta proprio della della rigidità della Noc, e specialmente della gestione autocratica del responsabile Shukri Ghanem. Il quale, appena lo scorso anno, ha annunciato di voler estendere il fatidico accordo Epsa IV anche alle compagnie che finora hanno goduto di concessioni tradizionali. “Ci sono molti modi di spellare un gatto“, ha osservato.

Più che gli accordi-capestro, allora, è questa metafora che non deve essere proprio andata giù alle compagnie internazionali. Con le conseguenze del caso.

martedì 22 marzo 2011

Follia razzista e guerrafondaia

Nota Personale:
Lo scopo di questo Blog è fare Controinformazione e cercare, nel mio piccolo, di combattere la Disinformazione a cui ognuno di noi è sottoposto tutti i giorni.
Quindi solitamente cerco di non pubblicare post "politici" ne di Destra ne di Sinistra perchè si sa che la politica non è obiettiva.
Cio nonostante ho deciso di pubblicare di seguito questo post che è un'accorata autocritica di sinistra, una sinistra mai così guerrafondaia come in questi giorni ...

In un libro-intervista che ho letto di recente il Presidente Cossiga diceva che la politica non può essere coerente e lo scopo principale di un partito all'opposizione è far cadere il governo in carica.

Io mi sentirei di aggiungere però che quando ci sono in gioco interessi nazionali economici e strategici così alti ci dovrebbe essere un limite da non oltrepassare ...

Buona lettura
Info Tricks
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E' veramente sconcertante la follia razzista e guerrafondaia che ha preso gran parte della sinistra italiana. Perchè non è solo una questione di propaganda, di subalternità culturale alle campagne mass-mediatiche televisive. C’è anche questo, ma non solo.

Non è solo questione di ingenuità, di pensare che davvero l’interesse della Francia sia di sostenere il popolo libico e non di sostituire l’Italia nel controllo del petrolio libico. Di aver creduto che la Germania avesse riconosciuto negli anni ’90 la secessione della Croazia e della Slovenia per bontà e non per portarle nell’area di influenza del Marco o che la Nato avesse bombardato la Serbia per ragioni umanitarie, che gli Usa avessero fatto la guerra a Saddam Hussein per trovare le armi di distruzione di massa, che gli Usa avessero invaso l’Afghanistan per trovare Bin Laden e non per installarsi militarmente nel cuore dell’Eurasia, ai confini con India, Cina e Russia, eccetera, eccetera.

Non è solo questo, segno che questa sinistra, e non solo quella presente in parlamento, è allo sbando completo e alla mercè di tutte le ideologie capitalistiche, dei Marchionne e dei vari Emilio Fede televisivi. Secondo me non è solo questo. In questi giorni ho sentito emergere anche un vero e proprio razzismo, una sorta di superiorità bianca su un mondo che non è tutto "civile", bianco e cristiano come quel piccolo manipolo di paesi capitalisti dominatori da secoli del mondo, che ha colonizzato, oppresso, sfruttato, schiavizzato, rapinato a mano armata la stragrande maggioranza del mondo. Tant’è vero che per giustificare l'ennesima guerra neocoloniale delle potenze europee in concorrenza fra di loro e con gli Usa, si giudica il regime di Gheddafi, "incivile", africano, con le amazzoni, i cammelli, gli anelli da baciare e quant'altro, e che per questo merita di essere annientato, anche dalla Nato, dagli Usa, dalla Francia, da chiunque!
E’ un delirio razziale innanzitutto.

Alla fine dell'800 i civilissimi inglesi, nella guerra coloniale del capitalismo alla ricerca di materie prime da rubare e di schiavi da deportare, invasero e occuparono il territorio degli incivili Zulù. Faccio questo esempio estremo, perché gli Zulù erano una popolazione semi-primitiva, la più lontana dalle nostre concezioni marxiste, che opprimeva a sua volta altre popolazioni con metodi terribili, altro che il regime di Gheddafi! Gli Zulù si difesero come poterono con archi e frecce contro le armi allora moderne e potenti dell'esercito inglese, e dettero anche delle sonore lezioni di dignità e di coraggio agli inglesi, che poi però con la forza delle armi e della violenza li sconfissero e stabilirono in Sudafrica la vergogna del regime bianco dell’apartheid. Noi comunisti da che parte saremmo stati?
(...)

Mettendo in primo piano la contraddizione principale, che è quella dell'oppressore colonialista e imperialista contro il popolo oppresso, colonizzato, occupato, invaso, sfruttato, senza per questo aderire ai regimi sociali o alle culture dei popoli oppressi, a volte lontane anni luce dalla nostra concezione comunista. Senza mai farci bloccare nella lotta contro le occupazioni e le guerre imperialiste dall'analisi dei regimi dei paesi oppressi. Se sulla base della critica e della nostra opposizione all’incivile regime di Gheddafi dovessimo parteggiare con i civili bombardieri francesi, allora non capisco perché critichiamo la "missione" in Afghanistan contro il regime terribile, fanatico, integralista dei Talebani! Altro che bombardamenti sui matrimoni, sui funerali, sui bambini che giocano ci vorrebbero, bisognerebbe raderli a zero e gasarli tutti questi incivili e barbari popoli del mondo, così brutti, sporchi e cattivi, così diversi da noi bianchi, democratici, occidentali, cristiani!

E' veramente sconcertante questa follia razzista e guerrafondaia che sento in giro anche fra di noi, premessa classica per ben più gravi altre tragedie.

Fra l’altro faccio notare agli ingenui di sinistra che, come si legge da tutti i giornali, è in corso una guerra commerciale fra l'Italia e la Francia. Tremonti prepara un decreto per impedire la scalata dei francesi in importanti aziende italiane. C'entra qualcosa questo scontro economico-commerciale fra Francia e Italia con la vicenda libica? E dico di più, che potrà scandalizzare gli ingenui antiberlusconiani e filo-Pd: c'entra qualcosa l'asse Italia-Russia-Turchia sul gasdotto con l'attacco dei mesi scorsi a Berlusconi (la Turchia accetta di far passare il gasdotto South Stream sulle sue acque territoriali e in cambio i russi accettano di partecipare al progetto dell'oleodotto che collegherà il Mar Nero al Mar Mediterraneo, il tutto con la partecipazione dell’Eni e con la mediazione del governo italiano, cosa che ha irritato molto contemporaneamente gli Usa e Israele)?

C'entra qualcosa con la vicenda libica l'asse Usa-Francia contro l'asse Russia-Germania, come è chiaramente emerso nel voto all'Onu (da cui si spiega la posizione della Lega da sempre filo-tedesca e la ritorsione anti-francese di Tremonti)?

Questa non è geopolitica astratta, è analisi concreta dei conflitti economici e commerciali fra le diverse potenze capitalistiche, che hanno portato il mondo altre volte a guerre mondiali. Invece non è da marxisti, di qualunque tendenza, ma è proprio da ingenui credere che le potenze capitalistiche come quelle europee o come gli Usa siano interessati ai diritti del popolo libico.

LOPPSI 2: il Patriot Act francese

Il Parlamento francese ha appena adottato una nuova legge-guazzabuglio che riporta nel diritto francese varie misure del Patriot Act degli USA. Per il sociologo Jean-Claude Paye, l’inefficacia del vasto sistema di sorveglianza progressivamente messo in atto attesta che la sua finalità reale è diversa da quanto annunciato. Le società occidentali evolvono verso un modello “infantile”, dove il solo fatto di porsi sotto lo sguardo avvolgente del potere, genera un senso di sicurezza.
Di Jean-Claude Paye


La legge francese “LOPPSI 2”, Legge di Orientamento e di Programmazione per la Sicurezza Interna, è stata definitivamente adottata l’8 febbraio scorso [1]. Il testo presenta delle forti somiglianze con il Patrioct Act statunitense, votato immediatamente dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Entrambe le leggi si presentano come un “calderone” sulla sicurezza, un insieme di misure diverse volte a ridurre le libertà fondamentali e contenenti riforme importanti destinate ad assicurare il controllo della Rete.

Il Patrioct Act anticipa le leggi francesi. Esso instaura, dal 2001, tutta una serie di disposizioni che saranno presenti in Francia per un decennio, come l’installazione legale di trojan horses nei computers, la criminalizzazione del cybercrime o l’infiltrazione delle forze di polizia nel commercio elettronico.
In un primo momento, dalla sua promulgazione nel 2001, il Patrioct Act si inserisce in uno stato di emergenza. Si presenta come un modo per fronteggiare uno stato di guerra: la “guerra al terrorismo”. Al fianco di misure già permanenti, sono state emanate numerose disposizioni per un periodo di quattro anni. E’ solo nel 2006, durante il loro processo di rinnovamento, che la maggior parte di queste ultime diventeranno permanenti [2]. Solamente le più contestate saranno di nuovo emanate per un ulteriore periodo di quattro anni. In seguito, con la presidenza Obama, saranno rinnovate di anno in anno.

La legge francese chiamata LOPPSI 2, si inserisce, a sua volta, direttamente in un contesto di permanenza. Tutte le sue misure valgono per un periodo indeterminato. Non devono essere rinnovate in quanto non sono limitate nel tempo. Il principale riferimento di questa legge non è più l’immagine della guerra al terrorismo ma direttamente quella di uno stato di emergenza, mostrato dallo Stato, al fine di difendersi dalla propria popolazione. La legge mescola misure generali di sorveglianza e di repressione delle libertà individuali di tutti i cittadini con disposizioni che stigmatizzano categorie particolari della popolazione, come i precari o anche i giovani.

I Trojan Horses

Con il pretesto della lotta contro la “criminalità organizzata”, la LOPPSI 2 prevede la possibilità, previa autorizzazione di un giudice, di piazzare, all’insaputa dell’utilizzatore, un dispositivo che registra le sequenze di tasti o gli screenshots. Il sistema permetterà ad ogni modo di conservare tutte le infrazioni occorse nell’ambito della sorveglianza, anche se esse non riguardano fatti rilevanti nell’ambito della criminalità organizzata. I dispositivi possono essere installati, sul posto o da remoto, per un periodo rinnovabile di otto mesi. Per piazzare queste “spie”, gli investigatori hanno il diritto di introdursi nel domicilio o nel veicolo della persona sospettata, a sua insaputa e, se necessario, di notte. La legge, in effetti, annulla le tutele costituzionali riguardo alla privacy.

Il filtraggio della Rete

La legge prevede allo stesso modo un sistema di filtraggio dei siti internet che diffondono immagini di minori di natura “chiaramente pornografica”. Senza bisogno dell’intervento di un giudice, la legge dà ad un’autorità amministrativa, l’Ufficio Centrale per la lotta alla criminalità, la possibilità di privare questi siti dell’accesso ad internet. Tuttavia l’amministrazione può fare appello al giudice riguardo a siti con contenuti “chiaramente non pornografici” [3]. Presentata come una limitazione dei poteri dell’esecutivo, tale disposizione ha infatti una conseguenza perversa: permette di estendere il filtraggio a contenuti che non sono manifestamente di natura pedofila. Tale è l’obiettivo di questo articolo. Una volta che il principio del blocco è adottato, è sufficiente estendere progressivamente il campo dei siti filtrabili, come è stato fatto per la banca dati nazionale del DNA. La legge crea una scappatoia che prelude ad altri motivi di blocco. Un semplice emendamento alla LOPPSI permetterebbe di includere siti che non rispettano i diritti d’autore.

La “cybercriminalità”

La LOPPSI stabilisce una serie di reati specifici esercitati in Rete. Viene creato il reato di uso fraudolento, su una rete di comunicazioni elettroniche, dell’identità dell’individuo o di dati personali “al fine di turbare la sua tranquillità o di attentare al suo onore o alla sua considerazione”.

Le sanzioni previste per la contraffazione di coordinate bancarie, metodi di pagamento e merce da parte di bande criminali su internet sono più pesanti, fino a dieci anni di reclusione e un milione di euro per uso fraudolento dei mezzi di pagamento.

La creazione del reato di furto d’identità dovrebbe favorire un netto aumento dell’attività della “piattaforma PHAROS” (Piattaforma di Armonizzazione, Analisi, Recupero e Orientamento dei Segnali) che permette, dal gennaio 2009, nell’ottica di un piano d’azione del governo contro “la criminalità su internet” la denuncia on line alle forze di polizia dei contenuti dei siti che costituiscono motivo di incriminazione. Queste segnalazioni, attualmente nell’ordine di più di un migliaio al mese, sono poi trattate dall’OCLCTIC (Office Central de Lutte contre la Criminalité liée aux Technologies de l'Information et de la Communication).

L’interconnessione dei files

Questa legge coordina i files denominati “storia” [4], come STIC e JUDEX, che contengono “dati personali” riguardanti le persone sospettate di aver preso parte a crimini, reati o contravvenzioni di 5° classe. Il testo della legge prevede che le sentenze di assoluzione o proscioglimento portino ad una cancellazione dei dati personali, “salvo che il Pubblico Ministero ne decreti il loro mantenimento per ragioni legate alle finalità del file”. La legge gli dà anche la possibilità di cancellare i dati personali o di lasciarli in essere in caso di archiviazione o nolle prosequi.
L’articolo 10 permette anche l’utilizzo di sistemi di “analisi in serie”, controlli incrociati di informazioni su dati accessibili, disponibili su internet, con dati sensibili come IP o numero di telefono. Si tratta di informazioni a carattere personale riguardanti persone sospettate di essere autori o complici di crimini o reati, ma anche riguardo vittime o semplicemente persone in grado di fornire informazioni.
Quanto ai cosiddetti files “di riavvicinamento”, essi permetteranno di incrociare i dati personali raccolti in differenti indagini, senza limiti in termini di gravità delle infrazioni commesse.

Big Mother
A prima vista, la legge è illeggibile. Si presenta come un guazzabuglio, una collezione di misure disparate, che vanno dalla creazione di files su tutti i cittadini alla legalizzazione dei cookies, alla criminalizzazione degli squatters alla possibilità di imporre il coprifuoco per i ragazzi di 13 anni. Tuttavia c’è una forte coerenza tra le differenti disposizioni, non tanto sull’oggetto su cui poggiano i diversi articoli, quanto su ciò che riguarda le intenzioni del potere. I reati creati non hanno altro scopo che essere un mezzo dello sguardo del governo, un supporto all’immagine mediatica di insicurezza e del suo alter-ego, la sicurezza.

La criminalizzazione degli squatters, dei viaggiatori, degli stranieri irregolari o semplicemente dei giovani, sottintende che ogni forma di esistenza che non sia strettamente controllata è pericolosa. Viene anche indotto che la sicurezza risiede in un abbandono totale al governo e alle sue iniziative, ai suoi files, alle sue perquisizioni informatiche e all’impunità giudiziaria per i suoi agenti.

Non per niente la legge opera uno slittamento semantico, sostituendo la parola “videosorveglianza” con “videoprotezione”. Questo però non è destinato ad ingannarci. Non si tratta di un’operazione ideologica nel senso abituale del termine. Si inserisce, al contrario, nella trasparenza, quella delle intenzioni del governo, quella della Big Mother e del suo governo di fusione. Così la sicurezza, la protezione accordata consistono sia nell’essere sotto l’occhio delle telecamere di sorveglianza diffuse dalla LOPPSI 2, sia nella conservazione di tali riprese negli archivi della polizia, anche se si è stati assolti dai giudici. Lo scopo di questi archivi non è quello di stabilire una sorveglianza della popolazione. Un’inchiesta della Commissione Nazionale in materia di Protezione dei Dati ha svelato, nel 2008, che i files negli archivi della polizia contenevano l’83% di errori. L’obiettivo è tutt’altro, si tratta di intimarci a consegnare la nostra sicurezza nelle mani del potere e rinunciare ad ogni diritto alla privacy.

Rimanere intrappolati nello “sguardo” del potere

La LOPPSI 2, come il suo equivalente statunitense Patriot Act, opera un capovolgimento del sistema giuridico. Si tratta all’inizio di applicare alla popolazione procedure che, un tempo, erano utilizzate solo nei confronti di agenti di potenze ostili. Si tratta poi di iscrivere tali misure nel diritto, in modo da ottenere il consenso della popolazione ad abbandonare la loro esistenza.

In entrambi i casi, la costruzione giuridica è simile. La legge registra l’assenza di limiti al potere esecutivo, rovesciandone il ruolo tradizionale.

La LOPPSI 2 è illuminante per cogliere questo mutamento, in particolare riguardo alla costituzione dei files “storia”. L’assoluzione da parte di un tribunale non implica automaticamente la cancellazione dei dati nei files. La cancellazione dipende unicamente dalla decisione arbitraria del Pubblico Ministero. Questo ci dice che la finalità dei files non è la sorveglianza della popolazione. Ci conferma ciò che veniamo a sapere da un’indagine della CNIL (Commissione Nazionale in materia di Protezione dei Dati) [5]: in questi ultimi 3 anni più di un milione di persone sono ancora contrassegnate come “sospette”, anche se sono state depennate a livello giudiziario [6].

Anche in questo caso non si tratta di sorvegliare la popolazione ma di instillarvi il sentimento che essa non abbia alcuno spazio di manovra di fronte all’arbitrio del potere e al modo in cui ognuno viene identificato.

La LOPPSI non è, come viene spesso scritto, la manifestazione di una società di sorveglianza, ma bensì quella di una “società scopica” (dal greco skopeo, che indica un guardare mirato, n.d.t.), una società che ci imprigiona dentro lo sguardo del potere, a cui l’individuo deve identificarsi al fine di assicurarsi la propria protezione. L’insicurezza risulta allora dall’essere dietro a questo sguardo, per esempio dall’essere fuori dall’occhio delle telecamere. La sfida non è di identificare criminali o “persone a rischio”. Si tratta di fare accettare ai cittadini che il potere ha la capacità di identificarli, di disporre delle loro esistenze e che essi non hanno nessuna possibilità di ricorso contro questo stato di cose.

[1] « Projet de loi d’Orientation et de programmation pour la performance et la sécurité intérieure », testo adottato n° 604, 8 febbraio 2011.
[2] « De l’état d’urgence à l’état d’exception permanent », di Jean-Claude Paye, Réseau Voltaire, 29 marzo 2008.
[3] « La Loppsi revient à l’assemblée nationale, les amendements bloqués », di Marc Rees, Numera.com, 3 novembre 2010.
[4] Articolo 2 della LOPPSI 2.
[5] « En 2008, la CNIL a constaté 83% d’erreurs dans les fichiers policiers », di Jean-Marc Manach, Bug Brother, 21 gennaio 2009.
[6] « Le quart des 58 fichiers policiers est hors la loi », di Jean-Marc Manach, Bug Brother, 19 settembre 2009.

Traduzione a cura di Ale Baldelli
Tratto da: http://www.vocidallastrada.com/2011/03/loppsi-2-il-patriot-act-francese.html

Le forze del Male contro i popoli della terra

Quasi tutto è incomprensibile nella guerra che Francia, Inghilterra, Stati Uniti e il folcloristico codazzo italiano hanno dichiarato contro la Libia.


di Stefano D’Andrea
http://www.appelloalpopolo.it/

Le notizie sulle fosse comuni, sui bombardamenti aerei contro "folle di manifestanti", sulle stesse folle di manifestanti e sul numero dei morti erano false. Ormai tutti sanno che erano false, anche se, per convenienza o viltà, alcuni fingono di crederle vere. La cosa incomprensibile, tuttavia, è che sebbene quelle notizie fossero assurde, inverosimili e sfornite di ogni prova, molti le hanno reputate vere. L'unica plausibile spiegazione è che i cittadini occidentali siano stati stupiditi. Non parlo soltanto della massa. Mi riferisco anche alla classe dirigente, ai giornalisti, ai politici, ai docenti universitari. Spiegazioni più plausibili non so ipotizzarne. Fornitemele se siete in grado.

Russia, Cina e Germania si sono limitate ad astenersi nella deliberazione del consiglio di sicurezza dell'ONU. Perché? Perché Cina e Russia non hanno posto il veto? Eppure l'elite statunitense si era mostrata cauta e addirittura divisa. Anche in questo caso è difficile formulare un'ipotetica risposta. Tanto più che dopo poche ore dalla deliberazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, il Ministro della difesa della Russia ha dichiarato: "La Russia ha deplorato l'intervento militare in Libia": la risoluzione Onu è stata "adottata in modo affrettato. Restiamo convinti che per dare una soluzione stabile al conflitto interno libico si debba rapidamente mettere fine al versamento di sangue e i libici debbano riprendere il dialogo». Si sono pentiti? Fingono di essere pentiti? Sono incapaci di intendere e volere? Vi sembra una dichiarazione da Ministro degli Esteri della Russia?

La posizione dell'Italia è addirittura penosa e ridicola. Partecipa ad una guerra contro un paese che fino a pochi giorni fa era alleato e con il quale esiste un interscambio commerciale che sembra sia pari al 2% del PIL (in ogni caso siamo il miglior partner commerciale della Libia), senza almeno seguire, dopo aver commesso tanti e tanti errori, l'esempio della Germania che è rimasta neutrale. Perché non ci siamo accodati alla Germania? Se un grande Stato europeo è rimasto neutrale potevamo farlo anche noi. Perché non lo abbiamo fatto?

E poi che senso ha fare i valletti alla Francia e all'Inghilterra, che stanno tentando di sostituirsi a noi nella posizione di stato privilegiato nei rapporti con la Libia?
Giorgio Napolitano dichiara: "L'Italia farà ciò che è necessario". Che significa? Qualcuno mi dica che cosa significa! Io non so ipotizzare alcuna risposta. Mi sembra proprio una frase che non significa niente.

La risoluzione ONU sarebbe giustificata dalla necessità di salvare i civili. Ma perché i dirigenti politici della Libia e le forze armate libiche dovrebbero voler uccidere i civili? Qualcuno sa illustrarmi una possibile ragione? Perché i "danni collaterali" degli improbabili bombardamenti dell'esercito libico - tutti hanno compreso che tra pochi giorni la "guerra civile" sarebbe finita con la vittoria delle forze governative – dovrebbero essere superiori a quelli causati dal lancio di missili cruise (ne sono stati lanciati 110 in poche decine di minuti)? Per quale ragione, nel perseguire i propri obiettivi militari, le armate occidentali dovrebbero essere più attente e caute rispetto a quelle libiche, che rischiano di uccidere concittadini e appartenenti alla loro tribù? Comunque state certi che diranno che Gheddafi utilizza scudi umani.

In questo clamoroso evento di politica internazionale non c'è frammento che trovi una qualche possibile ragione. Tutto è assurdo. Stiamo entrando in un periodo molto buio della storia. La vigliaccheria, la prepotenza, la ferocia delle armate occidentali, il potere creativo della realtà da parte dei media, il bassissimo livello delle classi dirigenti della maggioranza degli stati - classi dirigenti che si stanno rivelando idiote quanto i consumatori, indebitati cronici e teledipendenti che rappresentano -, la irragionevolezza, incomprensibilità e imprevedibilità dei comportamenti lasciano supporre che le forze del Male non incontrino più ostacoli ed abbiano la possibilità e la volontà di lanciare un'offensiva contro i popoli della terra.
 
Tratto da: http://www.vocidallastrada.com/2011/03/le-forze-del-male-contro-i-popoli-della.html

domenica 20 marzo 2011

L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia


Dopo aver celebrato in sordina il Centocinquantenario dell’Unità, il Governo italiano ha scelto d’aggiungere ai festeggiamenti uno strascico molto particolare: una guerra in Libia. Un conflitto che sa tanto di amarcord: la Libia la conquistò Giolitti nel 1911, la “pacificò” Mussolini nel primo dopoguerra, e fu il principale fronte italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa volta, però, le motivazioni sono molto diverse.

Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: solo uno sprovveduto potrebbe pensare che l’imminente attacco di alcuni paesi della NATO alla Libia sia davvero motivato da preoccupazioni “umanitarie”. Gheddafi, certo, è un dittatore inclemente coi suoi avversari. Ma non è più feroce di molti suoi omologhi dei paesi arabi, alcuni già scalzati dal potere (Ben Alì e Mubarak), altri ancora in sella ed anzi intenti a soffiare sul fuoco della guerra (gli autocrati della Penisola Arabica).

L’asserzione dell’ex vice-ambasciatore libico all’ONU, passato coi ribelli, secondo cui sarebbe in atto un «genocidio», rappresenta un’evidente boutade. È possibile ed anzi probabile che Gheddafi abbia represso le prime manifestazioni contro di lui (come fatto da tutti gli altri governanti arabi), ma l’idea che abbia impiegato bombardamenti aerei (!) per disperdere cortei pacifici è tanto incredibile che quasi sarebbe superflua la smentita dei militari russi (che hanno monitorato gli eventi dai loro satelliti spia).

Non è stato necessario molto tempo perché dalle proteste pacifiche si passasse all’insurrezione armata, ed a quel punto è divenuto impossibile parlare di “repressione delle manifestazioni”. Anche se i giornalisti occidentali, ancora per alcuni giorni, hanno continuato a chiamare “manifestanti pacifici” gli uomini che stavano prendendo il controllo di città ed intere regioni, e che loro stessi mostravano armati di fucili, artiglieria e carri armati (consegnati da reparti dell’Esercito che hanno defezionato e forse anche da patroni esterni). Da allora Gheddafi ha sicuramente fatto ricorso ad aerei contro i ribelli, ma i pur numerosi giornalisti embedded nelle fila della rivolta non sono riusciti a documentare attacchi sui civili. La stessa storia delle “fosse comuni”, che si pretendeva suffragata da un’unica foto che mostrava quattro o cinque tombe aperte su un riconoscibile cimitero di Tripoli, è stata presto accantonata per la sua scarsa credibilità.

La guerra civile tra i ribelli ed il governo di Tripoli, che prosegue – a quanto ne sappiamo – ben poco feroce, giacché i morti giornalieri si contano sulle dita di una o al massimo due mani, stava volgendo rapidamente a conclusione. Il problema è che a vincere era, agli occhi d’alcuni paesi atlantici, la “parte sbagliata”. La storia – in Krajina, in Kosovo, persino in Iràq – ci ha insegnato che, generalmente, gl’interventi militari esterni fanno più vittime di quelle provocate dai veri o presunti “massacri” che si vorrebbero fermare. In Krajina, ad esempio, i bombardamenti “umanitari” della NATO permisero ai Croati d’espellere un quarto di milione di serbi: una delle più riuscite operazioni di “pulizia etnica” mai praticate in Europa, almeno negli ultimi decenni.

Le motivazioni reali dell’intervento, dunque, sono strategiche e geopolitiche: l’umanitarismo è puro pretesto. In questo sito si può leggere molto sulle reali motivazioni della Francia, degli USA e della Gran Bretagna (vedasi, ad esempio: Intervista a Jacques Borde; Libia: Golpe e Geopolitica di A.Lattanzio; La crisi libica e i suoi sciacalli di S.A. Puttini). Motivazioni, del resto, facilmente immaginabili. Qui ci sofferemo invece sulle scelte prese dal Governo italiano.

Cominciamo dall’inizio. Prima dell’esplodere dell’insurrezione, l’Italia ha un rapporto privilegiato con la Libia. Il nostro paese è innanzi tutto il maggiore socio d’affari della Jamahiriya: primo acquirente delle sue esportazioni e primo fornitore delle sue importazioni. La Libia vende all’Italia quasi il 40% delle sue esportazioni (il secondo maggior acquirente, la Germania, raccoglie il 10%) e riceve dalla nostra nazione il 18,9% delle sue importazioni totali (il secondo maggiore venditore, la Cina, fornisce poco più del 10%). La dipendenza commerciale della Libia dall’Italia è forte, dunque, ma è probabile che il rapporto abbia maggiore valenza strategica per noi che per Tripoli. La Libia possiede infatti le maggiori riserve petrolifere di tutto il continente africano (per giunta petrolio d’ottima qualità), è geograficamente prossimo al nostro paese e dunque si profila naturalmente come fornitore principale, o tra i principali, di risorse energetiche all’Italia. La nostra compagnia statale ENI estrae in Libia il 15% della sua produzione petrolifera totale; tramite il gasdotto Greenstream nel 2010 sono giunti in Italia 9,4 miliardi di metri cubi di gas libico. I contratti dell’ENI in Libia sono validi ancora per 30-40 anni e, malgrado l’atteggiamento italiano che analizzeremo a breve, Tripoli li ha confermati il 17 marzo per bocca del ministro Shukri Ghanem. Attualmente la Libia concede ad imprese italiane tutti gli appalti relativi alla costruzione d’infrastrutture, garantendo così miliardi di commesse che si ripercuotono positivamente sull’occupazione nel nostro paese. Infine la Libia, che grazie alle esportazioni energetiche è un paese relativamente ricco (ha il più elevato reddito pro capite dell’Africa), investe in Italia gran parte dei suoi “petrodollari”: attualmente ha partecipazioni in ENI, FIAT, Unicredit, Finmeccanica ed altre imprese ancora. Un apporto fondamentale di capitali in una congiuntura caratterizzata da carenza di liquidità, dopo la crisi finanziaria del 2008.

Tutto ciò fa della Libia un caso più unico che raro, dal nostro punto di vista, tra i produttori di petrolio nel Mediterraneo e Vicino Oriente. Quasi tutti, infatti, hanno rapporti economici privilegiati con gli USA e con le compagnie energetiche anglosassoni, francesi o asiatiche.

La relazione italo-libica è stata suggellata nel 2009 dal Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, siglato a nome nostro dal presidente Silvio Berlusconi ma derivante da trattative condotte già sotto i governi precedenti, anche di Centro-Sinistra. Tale trattato, oltre a rafforzare la cooperazione in una lunga serie di ambiti, impegnava le parti ad alcuni obblighi reciproci. Tra essi possiamo citare: il rispetto reciproco della «uguaglianza sovrana, nonché tutti i diritti ad essa inerenti compreso, in particolare, il diritto alla libertà ed all’indipendenza politica» ed il diritto di ciascuna parte a «scegliere e sviluppare liberamente il proprio sistema politico, sociale, economico e culturale» (art. 2); l’impegno a «non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte» (art. 3); l’astensione da «qualsiasi forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte» (art. 4.1); la rassicurazione dell’Italia che «non userà, né permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia» e viceversa (art. 4.2); l’impegno a dirimere pacificamente le controversie che dovessero sorgere tra i due paesi (art. 5).

L’Italia è dunque arrivata all’esplodere della crisi libica come alleata di Tripoli, legata alla Libia dalle clausole – poste nero su bianco – di un trattato, stipulato non cent’anni fa ma nel 2009, e non da un governo passato ma da quello ancora in carica.

L’atteggiamento italiano, nel corso delle ultime settimane, è stato incerto ed imbarazzante. Inizialmente Berlusconi dichiarava di non voler “disturbare” il colonnello Gheddafi (19 febbraio), mentre il suo ministro Frattini agitava lo spettro di un “emirato islamico a Bengasi” (21 febbraio). Ben presto, però, l’insurrezione sembrava travolgere le autorità della Jamahiriya e l’atteggiamento italiano mutava: Frattini inaugurava la corsa al rialzo delle presunte vittime dello scontro, annunciando 1000 morti (23 febbraio) mentre Human Rights Watch ancora ne conteggiava poche centinaia; il ministro della Difesa La Russa (non si sa in base a quali competenze specifiche) annunciava la sospensione del Trattato di Amicizia italo-libica, sospensione per giunta illegale (27 febbraio). Gheddafi riesce però a ribaltare la situazione e parte alla riconquista del territorio caduto in mano agl’insorti. Man mano che le truppe libiche avanzano, il bellicismo in Italia sembra spegnersi: il ministro Maroni arriva ad invitare gli USA a «darsi una calmata» (6 marzo). Ma la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 17 marzo, che dà il via libera agli attacchi atlantisti sulla Libia, provoca una brusca virata della diplomazia italiana: il nostro governo mette subito a disposizione basi militari ed aerei per bombardare l’ormai ex “amico” e “partner”.

È fin troppo evidente come il Governo italiano abbia, in questa vicenda, manifestato un atteggiamento poco chiaro e molto indeciso; semmai, s’è palesata una spiccata propensione ad ondeggiare a seconda degli eventi, cercando di volta in volta di schierarsi col probabile vincitore. Come già in altre occasioni recenti di politica estera, il Capo del Governo è parso assente, lasciando che suoi ministri dettassero o quanto meno comunicassero alla nazione la linea dell’Italia. L’ambivalenza ha scontentato sia il governo libico, che s’aspettava una posizione amichevole da parte di Roma, sia i ribelli cirenaici, che hanno ricevuto sostegno concreto dalla Francia e dalla Gran Bretagna ma non certo dall’Italia. Infine, il Trattato di Amicizia, siglato appena due anni fa, è stato stracciato e Berlusconi si prepara, seppur sotto l’égida dell’ONU, a scendere in guerra contro la Libia.

Qualsiasi sarà l’esito dello scontro, l’Italia ha già perduto la sua campagna di Libia. I nostri governanti, memori della peggiore specialità nazionale, hanno celebrato il Centocinquantenario dell’Unità con un plateale voltafaccia ai danni della Libia: una riedizione tragicomica del dramma dell’8 settembre 1943. Questa volta non sarà l’Italia stessa, ma l’ex “amica” Libia, ad essere consegnata ad una guerra civile lunga e dolorosa, che senza ingerenze esterne si sarebbe conclusa entro pochi giorni.

Ma non si sta perdendo solo la faccia e l’onore. Le forniture petrolifere e le commesse, comunque finirà lo scontro, molto probabilmente passeranno dalle mani italiane a quelle d’altri paesi: se non tutte, in buona parte. Se vincerà Gheddafi finiranno ai Cinesi o agl’Indiani; se vinceranno gl’insorti ai Francesi ed ai Britannici; in caso di stallo e guerra civile permanente in Libia resterà poco da raccogliere. Se non ondate d’immigrati ed influssi destabilizzanti per tutta la regione.

Tratto da: Stampa Libera