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lunedì 4 aprile 2011

Basi statunitensi in Italia. Occupazione della penisola ed extraterritorialità

Con il trattato di pace di Parigi del 1947, era sancita la fine della sovranità politica ed economica dell’Italia. Sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale da Stati Uniti e Gran Bretagna, per l’Italia si aprivano scenari di totale sudditanza agli Stati Uniti, mentre la Gran Bretagna spossata da una guerra durata ben sei anni, cedeva il controllo di questa aerea del Mediterraneo all’alleato d’oltre oceano.

Le truppe statunitensi che erano sbarcate in Sicilia nel luglio del 1943, con la complicità della Mafia, da allora non lasceranno più il territorio italiano, installando comandi militari, basi aeree, terrestri e navali, depositi logistici e centri di controllo radar.

Il 4 aprile 1949 nasceva la Nato che nelle intenzioni avrebbe dovuto difendere l’Europa Occidentale dalle mire dell’Unione Sovietica e poi in seguito dal Patto di Varsavia costituito nel 1955. Va tenuto presente che l’Unione Sovietica, assieme agli Stati Uniti, si era spartita l’Europa con il Trattato di Yalta nel 1945: le zone d’influenza e occupazione militare erano ben delimitate e tali rimarranno fino all’implosione dell’Unione Sovietica.

Sulla carta quindi si trattava di un’alleanza militare tesa a difendere le democrazie occidentali, nei fatti si tratta di uno strumento in mano alla potenza egemone, gli Usa, che la comandano e ne dirigono i settori più importanti, secondo le necessità della politica estera di Washington. Le recenti guerre nel Vicino Oriente lo dimostrano in maniera eloquente.

Per l’Italia la Nato ha significato solo il radicarsi dell’occupazione militare, sotto le mentite spoglie dell’alleato e con la totale accondiscendenza dei vari governi italiani che si sono succeduti nel secondo dopo guerra; gli Stati Uniti hanno progressivamente occupato la penisola italiana da Nord a Sud.


Ecco alcune tra le principali basi:

Aviano, nell’Italia Nord Orientale, unica base aerea Usa a Sud delle Alpi, sede del 31° Fighter Wing su F 16, del 31° Maintenance Group, 31° Mission Support Group- Medicale Group- e 724 Air Mobility Squadron. La missione principale del 31° Wing, che fa parte del 5° Allied Tactical Air Force con sede a Vicenza (ITA), è quella di condurre operazioni aeree nel Sud Europa, anche strike nucleari; ad Aviano sono custodite le tattiche bombe B-61. La base ha fornito appoggio aereo durante l’attacco Nato alla Serbia nel 1999.

Ghedi, situata in Lombardia, è la seconda base aerea che ospita bombe nucleari ed è sede del 7402 Munitions Support Group.

Capo Teulada,in Sardegna, è invece utilizzato come poligono di tiro per le forze aeree Usa e Nato, nonché VI Flotta dell’Us Navy.

Come importante supporto logistico per le forze militari Usa nel Mediterraneo abbiamo Camp Darby, tra Pisa e··Livorno, sede del 31st Munition Squadron.

A Vicenza vi è la sede della Setaf (Southern European Task Force), che controlla reparti italiani, greci e turchi e fornisce appoggio terrestre al nuovo comando dedicato all’Africa-Africom.

A Sud in Sicilia vi è la Naval Air Station di Sigonella. Il suo compito è quello di fornire supporti di comando, logistici e amministrativi avanzati per la VI Flotta e le forza Usa e Nato. La sua posizione è strategica a sostegno del CENTCOM-United States Central Commad che sovraintende all’attività nel Vicino Oriente.


Extraterritorialità basi Usa

Le basi statunitensi pongono un problema non solo politico, ma anche giuridico perché sono sottratte, di fatto, alle leggi italiani e coprono le attività in esse svolte con segreto militare e di Stato. Gli stessi militari statunitensi non possono essere processati da tribunali italiani, ma solo da quelli militari delle loro Forze Armate. Gli “accordi SOFA- Status of Force Agreement” sono stipulati tra gli Stati Uniti e il Paese “ospitante” e consentono l’impunità nei confronti delle leggi locali e non consentono nemmeno di verificare l’arrivo e la partenze delle truppe Usa (1). I dati riferiti a prima dell’11 settembre 2001 danno ben 93 accordi SOFA sottoscritti nel mondo: certamente quelli stretti con nazioni sconfitte nella II Guerra Mondiale sono stati imposti senza nessuno potere negoziale da parte dei vinti. Un· episodio su tutti, la strage del monte Cermis il 3 febbraio 1998, quando un velivolo dei Marines EA 6B Prowler volando al di sotto della quota di sicurezza trancia i cavi della funivia che da Cavalese porta al monte Cermis. Nello schianto muoiono 20 persone di varie nazionalità europee. I processi farsa che seguono negli Stati Uniti ai membri dell’equipaggio si risolvono con condanne lievi al comandate dell’aereo, sei mesi ed espulsione dai Marines al co pilota solo la radiazione dal Corpo. In· questo caso, oltre al danno vi fu anche la beffa. In un accordo tra l’allora governo D’Alema e Clinton, gli USA impegnarono l’Italia a non richiedere nessun risarcimento politico in cambio del rilascio dell’attivista di sinistra Silvia Baraldini detenuta in Usa e condannata a 43 anni di carcere.

L’attività all’interno della base è regolata dall’accordo bilaterale (segreto) del 1954 conosciuto come “Accordo ombrello” stipulato dall’allora Ministro degli Esteri Giuseppe Pella e dll’Ambasciatrice Usa Clara Boot Lucee, seguito poi dal memorandum d’intesa del 1995 (Shell Agrement), ma il vero cardine è l’accordo del 1954. Per capirne la portata basta osservare le attività svolte sul suolo italiano.


Se in ambito Nato è prevista la cooperazione militare tra gli Stati membri e la mutua cooperazione (Art. 3), non rientra minimamente l’obbligo di dare in uso una base, eppure in Italia fra strutture grandi e piccole queste superano le cento unità.(2) Si dice che il territorio dove sorge la base è italiano e quindi c’è una giurisdizione italiana sulle basi Usa, dando poteri precisi al comandante della base che deve essere italiano, mentre quello operativo è statunitense, inoltre il comando Usa dovrebbe avvertire in anticipo quello italiano per quel che riguarda le operazioni in atto o in programma.(2) Questo sempre sulla carta.

Il distinguo che si fa tra basi Nato e basi Usa per l’Italia, ma anche per la Germania, è labile. Le prime sarebbero interforze con settori dedicati alle forse Usa, le seconde, ad esempio Aviano o Sigonella, sono statunitensi, ma se il loro utilizzo avviene per mezzo di un accordo bilaterale mantenuto segreto, quali garanzie vi possono essere sul reale controllo italiano? Nessuna, perché semplicemente esso discende direttamente da clausole stabilite dopo la sconfitta del 1945 e che vedono gli Stati Uniti potenza occupante e quindi in grado di dettare regole e pretendere spazi aerei, marittimi e territoriali. Come non serve invocare l’Art 11 della Costituzione italiana che “vieta all’Italia di condurre una guerra d’aggressione” e l’Art 5 della Nato, che prevede l’intervento dell’Alleanza in caso di aggressione di uno dei suoi membri, per giustificare le basi sul suolo italiano e le limitazioni alla nostra sovranità Nazionale.

Con le cosiddette “missioni di pace” o contro il “terrorismo internazionale”, in Bosnia, Iraq, Afghanistan, la Nato si è messa ben al di fuori di quelli che erano gli obiettivi dichiarati alla nascita, eppure nulla è cambiato nel dispiegamento di Us Air Forces-Us Navy e Us Army, senza contare che Aviano è stata interessata anche da operazioni di arresti extragiudiziali, con persone arrestate-detenute e deportate clandestinamente verso Paesi terzi per essere torturate (extraordinary renditions), quindi in piena violazione del diritto internazionale (2).

Per quanto riguardale le “armi nucleari”, sono· circa cento quelle sul suolo italiano. Nonostante l’Italia abbia aderito al Trattato di non Proliferazione Nucleare, esse sono saldamente in mano statunitense con l’escamotage del sistema della doppia chiave (possesso e controllo Usa e uso solo con consenso italiano), creato per aggirare l’ostacolo del TNC che vieta la fabbricazione e detenzione di testate nucleari.


Fonti:
1) “Nemesi- La fine dell'America” di Chalmers Johonson, Garzanti libri, 2008.
2) Servizio Affari Internazionali del Senato italiano.


di Federico Dal Cortivo
Tratto da: Europeanphoenix.com

L'ITALIA E LE TORTUOSE STRADE DELL'ENERGIA: DA MATTEI ALLA SECONDA REPUBBLICA


Il Professor Claudio Moffa è sicuramente uno dei più importanti studiosi della figura storica di Enrico Mattei. Professore ordinario di Storia e Istituzioni dei Paesi dell'Africa e dell'Asia, presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Teramo, Claudio Moffa vanta un curriculm personale di primo piano nel panorama della ricerca e della pubblicistica relativa alle problematiche politologiche ed etno-storiche dell'Africa. Oltre alle innumerevoli collaborazioni editoriali lungo tutta la sua formazione personale (Corriere della Sera, Paese Sera, Panorama, Gr-News, Eurasia ecc…), Claudio Moffa può a pieno titolo considerarsi uno dei maggiori studiosi della storia dell'ENI e di Enrico Mattei in particolare, da egli considerato come la più grande figura dell'Italia post-bellica, tanto da dedicare alla carismatica personalità dell'industriale italiano ben due seminari universitari, “Enrico Mattei, il coraggio e la storia” nel 2006, e “La straordinaria vicenda Mattei, fra oblio e occultamento” nel 2008, quali risultanti di faticose ricerche all'interno dello storico archivio aziendale di Pomezia.


Grazie per la disponibilità e benvenuto, Professore. Giorgio Bocca scrisse: “ Che cosa era Enrico Mattei? Un avventuriero? Un grande patriota? Uno di quegli italiani imprendibili, indefinibili, che sanno entrare in tutte le parti, capaci di grandissimo charme come di grandissimo furore, generosi ma con una memoria di elefante per le offese subite, abili nell'usare il denaro ma quasi senza toccarlo, sopra le parti ma capaci di usarle, cinici ma per un grande disegno “. Ma chi fu veramente Enrico Mattei e perché la sua vicenda personale segna così indelebilmente la storia della nostra Italia?

Bocca dice cose sostanzialmente in sé giuste, ma mettendole tutte sullo stesso piano dentro uno schemino sulla presunta “indefinibilità” di Enrico Mattei, nei fatti lo sminuisce e lo riduce a uno dei tanti politici politicanti italiani del dopoguerra. Non è certo così: Mattei fu uno dei più grandi politici e manager dell'Italia repubblicana, che aveva un ben definito progetto politico, economico e sociale per la neonata Repubblica: primo, sviluppare il nostro paese, farlo uscire dalle condizioni di arretratezza e miseria in cui versava non solo per gli effetti della guerra, ma anche per ataviche arretratezze, per scarsità di fonti energetiche, e per il carattere prevalentemente agricolo dell'Italia postbellica; secondo, sviluppare una politica di amicizia con il mondo arabo, e non solo per permettere adeguati rifornimenti energetici all'Italia ma anche per consonanze di tipo culturale e strategico, secondo una tradizione democristiana che Mattei stesso, assieme a Gronchi, La Pira, Fanfani e il giovane Moro, contribuì ad avviare. È la linea euro-mediterranea e “pro-araba” che ha avuto il suo apice diciamo così mediatico-politico nella crisi di Sigonella del 1985 – quando Craxi e Andreotti impedirono agli USA di sequestrare i palestinesi del co mmando dell' Achille Lauro nella base siciliana – ma di cui Mattei in sintonia con la sinistra DC degli anni Cinquanta gettò le basi profonde, costantemente contrastate dall'euro-atlantismo ortodosso, nonché decisamente pro-israeliano. Insomma, Mattei fu un politico rigoroso, rigorosissimo, e poiché era determinato a perseguire la sua strategia usò anche mezzi “decisionisti”, compresi i fondi neri per finanziare i partiti. Ma rovesciare l'ordine delle cose è un'operazione errata se non disonesta. Il nostro paese deve moltissimo a Mattei: in politica interna, egli favorì, se non determinò, il boom economico degli anni Sessanta grazie alla metanizzazione dell'industria, una rete di condutture del gas scoperto nella Pianura Padana che a poco a poco coprì gran parte del territorio nazionale; il metano delle bombole servì anche a liberare la popolazione contadina e dei piccoli centri da certe gravose servitù domestiche, come la raccolta della legna per il riscaldamento e per cucinare. Sul piano strutturale, Mattei difese e potenziò il settore statale dell'economia, impedendo prima (sicuramente non da solo ma con l'avallo di una parte della DC) lo smantellamento dell'AGIP istituita in epoca fascista, e poi fondando l'ENI nel 1952. Un colosso dell'economia italiana ancora oggi. Per finire, sul piano internazionale Mattei inventò la famosa “formula ENI” come strumento di cooperazione: non più cioè un ruolo passivo dei paesi produttori, come destinatari di royalties , e cioè percentuali sull'attività di estrazione gestita in esclusiva dalla compagnia petrolifera occidentale, ma una loro attivazione attraverso compagnie miste frutto della compartecipazione del paese produttore e del paese cooperante, l'Italia. In tal modo Mattei ottenne due effetti: da una parte favorì il processo di decolonizzazione economica dei paesi allora definiti “in via di sviluppo”, e dall'altra riuscì a guadagnare per il nostro paese degli spazi di intervento in Medio Oriente impensabili se l'ENI avesse adottato gli schemi delle grandi compagnie petrolifere anglo-americane. L'Eni era un piccolo gatti no, le Sette Sorelle erano i mastini del famoso aneddoto raccontato in TV dal Presidente dell'ENI. Mattei agì in perfetta sintonia con la decolonizzazione politica – che aveva messo o stava mettendo fine ai grandi impe ri coloniali – ed eco nomica, facendo rivivere nella strategia dell'ENI il messaggio della Resist enza partigiana a cui aveva aderito. Personaggio complesso, ma per nulla “indefinito” e “avventuriero”: per le sue idee e per la sua azione rivoluzionaria Mattei morì a Bascapé il 27 ottobre 1962, in quello che ormai tutti riconoscono essere stato un attentato.


Ma se Mattei fu così grande, perché allora il giudizio di Bocca, che fu giornalista de Il Giorno e lo conobbe?

Non vorrei offendere, ma credo che l'attributo “indefinito” o “avventuriero” si attagli più a Bocca e agli altri collaboratori di Mattei finiti a Repubblica – come Pirani ad esempio – che non a Mattei stesso. Ogni tanto si tira fuori la storia del Bocca ex fascista collaboratore della rivista La difesa della Razza . Anche Mattei fu fascista, sia pure in gioventù, eppure paradossalmente qualcosa del fascismo potrebbe essere rimasto in lui nello spirito patriottico che pervade la sua azione. Non un patriottismo retorico, bellicista e colonialista, e meno che mai razzista, ma esattamente il contrario. Eppure tale, in un'epoca in cui il concetto di patria era soggetto a critiche dure ed era a rischio nel cosiddetto arco democratico. Ma tornando a Bocca e a Pirani, voglio dire semplicemente questo: che il progetto ENI di Mattei, e il progetto giornalistico de Il Giorno, cui parteciparono Pirani e Bocca, sono esattamente l'opposto del progetto Repubblica a cui entrambi si sono legati a partire dal gennaio 1976. Il Giorno era il portavoce, per così dire, di una visione del mondo e di una operatività a modello misto in politica interna, e pro-araba in quella estera. Mattei, per questa via – una via che sfociò in un sostegno determinato alla guerriglia algerina e a Nasser, l' “Hitler” del mondo arabo secondo Israele degli anni Cinquanta e Sessanta – finì per scontrarsi appunto con gli interessi strategici del sionismo.

Repubblica marcia fin dagli inizi in direzione esattamente opposta: gli inventori di questo giornale imitarono il modello innovativo de Il Giorno di vent'anni prima – un quotidiano vivace, che dava molto spazio alle inchieste giornalistiche, rivoluzionario anche nella grafica – ma lo riempirono di contenuti contrari: la sionistizzazione della sinistra italiana e in generale della politica italiana, con professionisti che venivano inizialmente spesso dalla stampa comunista o filo-comunista. Anche la funzione cambiava: Il Giorno servì a Mattei per difendersi, per quanto possibile, dalla velenosa campagna di stampa dei poteri forti con cui si stava scontrando – tutti gli articoli dei ben 33 volumi di Stampa e Oro nero – attacchi che lo accusavano di tutto, compreso, come da articolo del New York Times , di essere lui l' Oil Emperor mondiale, l'imperatore del petrolio. Uno strumento di difesa. Repubblica è stato uno strumento di aggressione e di campagne scandalistiche volto fin da subito alla distruzione di quel sistema partitico post-bellico di cui Mattei era stato uno dei fondatori e protagonisti. Di più, sono radicalmente diverse le ideologie e la visione dell'economia: Mattei è un manager sviluppista, che ha al centro dei suoi progetti la produzione di beni materiali, ed è dunque convinto assertore di un capitalismo non solo a forte presenza statale, ma anche ancorato, appunto, alla sua base produttiva, a vantaggio della crescita del benessere generale del popolo italiano, ed a nche di singoli settori della classe operaia, come nel caso del salvataggio del Nuovo Pignone di Pisa chiestogli da La Pira. Questa filosofia costituiva il retroterra ultimo dell'azione di Mattei come mecenate – la schiera di intellettuali anche di sinistra raccolti attorno al Gatto Selvatico – ed editore de Il Giorno . Tutt'altra cosa è Repubblica : i “traditori” di Mattei, che tacciono su alcune pagine oscure degli ultimi mesi di vita del presidente dell'ENI, riguardanti essenzialmente la vicenda dell'espulsione di Cefis nel gennaio 1962, hanno sposato a partire dal gennaio 1976 un progetto opposto: un progetto neo-liberista, come da privatizzazioni degli anni Novanta, del “centro-sinistra finanziario”, un progetto appunto legato al mondo dell'alta finanza, antiproduttiva perché organicamente speculativa e fondata sulla filosofia usuraria del denaro che cresce attraverso il denaro. È il modello di De Benedetti, editore di Repubblica , che alla metà degli anni Novanta licenzia in tronco 3 o 4000 operai dell'Olivetti, una azienda fondata da un grande imprenditore di origini ebraiche peraltro in buoni rapporti con Mattei, cosicché il gruzzolo raccolto finisce nella rete finanziaria internazionale a far soldi attraverso i soldi. Mattei è contro questo mondo, contro questo tipo di capitalismo speculativo che oggi, come ha ricordato Tremonti recentemente ad Annozero, è stra-egemone, 20 a 1 rispetto al capitalismo produttivo e sta causando disastri in ogni angolo del pianeta. Giancarlo Galli racconta, in uno dei suoi libri, della cena di Mattei con alcuni suoi collaboratori fra cui l'allora direttore de Il Giorno , Baldacci. Si parla, a un certo punto, di Enrico Cuccia: Mattei dice che era “molto bravo” ma avverte anche che si sarebbero dovuti “fare i conti” con lui, e che se avesse vinto avrebbe “distrutto” il loro lavoro (dell'ENI e dei suoi collaboratori). Baldacci, come molti intellettuali e giornalisti oggi, soprattutto quelli di “sinistra”, non capì e disse che Cuccia era loro amico perché uomo del grande banchiere massone Mattioli, a sua volta “amico” del Presidente dell'ENI. Ma Mattei scosse la testa, racconta ancora Galli, e rimase irritato per l'idiozia del Baldacci. Un aneddoto che nasconde una verità, una verità che è nascosta o semi-nascosta quando si parla del “caso Mattei”.


La sua strategia di cooperazione energetica con l'Unione Sovietica e con alcuni Paesi del Medio Oriente, apriva di fatto ad una nuova dottrina geopolitica “parallela” che contrastava con la collocazione strategica dell'Italia degli Anni Cinquanta e Sessanta, sconfitta in guerra e relegata alla periferia dell'Occidente, ma ancora sotto osservazione per la presenza del più importante Partito Comunista dell'area euro-atlantica. Qual'é stato l'impatto di questa novità sullo scenario politico internazionale di allora?

L'impatto fu in parte forte, perché comunque la cooperazione con l'Unione Sovietica sfidava il tabù dello scontro frontale tra Comunismo e Capitalismo negli anni Cinquanta e Sessanta, ma rientrò anche in un processo distensivo Est-Ovest più diffuso. L'accordo con l'URSS è del 1960, il mondo stava cambiando, nel 1958 Roncalli era diventato Papa col nome di Giovanni XXIII, e a Washington qualche mese dopo l'accordo ENI-URSS sarebbe arrivato Kennedy. In questo clima, non solo l'ENI e l'Italia, ma anche altri paesi euro-occidentali intrattenevano rapporti commerciali con l'Unione Sovietica. È interessante notare che Mattei si lamentava proprio di questo, del fatto che lui e la sua azienda erano più di ogni altro paese o compagnia europea sotto attacco per le relazioni intessute con Mosca, e questo nonostante ufficialmente l'ENI e il suo presidente presentassero gli accordi come una questione squisitamente economica, dettata cioè da convenienza commerciale. Il processo distensivo riguardava nei primi anni Sessanta anche il quadro interno: è vero, il PC italiano era il più grande del mondo occidentale, ma Secchia era stato emarginato già nel ‘55, ed erano le togliattiane “riforme di struttura” ad avere esclusivo spazio nella politica del PCI; non solo, ma a questo processo revisionistico del comunismo italiano si sarebbe affiancata nel 1962 la svolta di centro-sinistra, con la rottura della vecchia alleanza frontista PCI – PSI, riequilibrata dalle prime riforme forse non “di struttura” ma comunque incisive, la fondazione dell'ENEL, la scuola media unica, l'introduzione della Cedolare contro l'evasione fiscale. E allora, in questo contesto, perché lo “scandalo” dei rapporti ENI-URSS? Perché gli attacchi per il vero o presunto filo-comunismo di Mattei solo a causa di una apertura commerciale con Mosca? Io una mia idea me la sono fatta: le accuse di filo-comunismo a Mattei nascondevano essenzialmente altro, o quanto meno non furono il vero motivo della guerra mediatica e politica contro di lui e l'ENI. Si potrebbe persino ipotizzare una sorta di calcolato debunking , quando si leggono gli articoli del primo biennio degli anni Sessanta del giornalista americano di origini ebraiche Sultzeberger contro Mattei. Il motivo dell'aggressione a Mattei – in Italia simboleggiata dagli articoli velenosi di Indro Montanelli dell'estate del 1962 – era altro, era la sua politica decisamente pro-araba, il suo sostegno attivo alle spinte più radicali e anti-israeliane del Medio Oriente di allora: Nasser, come ho già detto; e la guerriglia algerina che, come io ho fatto riscoprire ripubblicando nei miei saggi (e sul sito) una corrispondenza del Corriere della Sera del 1962 sugli attacchi del FLN alla comunità ebraica algerina, ebbe anch'essa un segno forte dal punto di vista della centrale “questione Israele”. Un aspetto come al solito occultato dalla storiografia sull'Algeria, e dallo stesso, peraltro avvincente, film di Pontecorvo su “La battaglia di Algeri”, dove di questo aspetto non c'è traccia. È la solita storia, che ho riassunto con una serie di esempi a tutto campo, nella mia lezione sulla Shoah: quando entra in gioco in qualche modo Israele e il suo mondo, scatta la censura e l'autocensura, è d'uopo tacere.


Sulla morte di Enrico Mattei si è discusso molto e tutti gli elementi di indagine ormai ci inducono a prendere atto di una realtà agghiacciante e terribile. Quel giorno l'esplosione fu causata da un ordigno posizionato all'interno del velivolo. Tra voci e sospetti, ancora non conosciamo con piena certezza i nomi degli esecutori materiali e, soprattutto, dei mandanti di quello sconvolgente attentato. Quanto e come l'autonomia dell'Eni stava disturbando l'egemonia delle cosiddette Sette Sorelle ?

Ormai, dopo l'inchiesta del PM Vincenzo Calia sulla morte di Mattei a Bascapé il 27 ottobre 1962, è ampiamente riconosciuto che il cosiddetto incidente fu in realtà un attentato, una bomba collegata al meccanismo di apertura del carrello in fase di atterraggio. Ma per quel che riguarda l'azione di disturbo dell'ENI e del suo Presidente, dubito che si debba continuare a sostenere la tesi di una centralità delle Sette Sorelle , o almeno di una centralità assoluta: nei fatti prima di morire, secondo opinione condivisa da molti studiosi, il lungo contenzioso con le compagnie anglo-americane era sul punto di risolversi. Mattei avrebbe dovuto recarsi negli Stati Uniti per questo obbiettivo – un accordo con la Exxon – e per incontrare Kennedy. L'accordo, dopo la sua morte, sarebbe stato in realtà sottoscritto da Cefis, il vice-presidente ma capo di fatto dell'ENI (il presidente era formalmente Marcello Boldrini), mentre altrettanto non avrebbe fatto lo stesso Cefis con un accordo con l'Algeria già pronto. Cefis era stato partigiano come Mattei, ma era profondamente diverso da lui, e già ai tempi della Resistenza si era legato ai servizi segreti inglesi. Aveva avuto contatti con Israele come presidente dell'ANIC, cosa che aveva fatto infuriare Mattei, che lo aveva espulso dall'ENI. Si è parlato poi di OAS, l'organizzazione terroristica francese che difendeva i coloni francesi in Algeria, mentre Mattei aiutava attivamente l'FLN e la sua guerriglia: ma in realtà la morte di Mattei è successiva all'indipendenza algerina, e in Francia De Gaulle aveva in mano la situazione. Per quel che mi riguarda, credo che si debba mettere al centro di tutta la vicenda Mattei e della sua morte la centralità dei suoi ottimi rapporti con il mondo arabo produttore di petrolio, in parte esigenza ineludibile in ragione della strategia di approvvigionamento energetico dell'ENI, in parte voluta, un fatto anche politico cioè. Mattei infatti, secondo una tradizione tipica della tendenza euro-mediterranea della DC, non esitò a stringere un'alleanza di ferro anche con le punte più radicali del mondo arabo, l'FLN appunto e Nasser. Anche Kennedy aveva contatti con Nasser, ma il rais egiziano era invece odiatissimo da Israele, che lo denunciava come l'“Hitler” del mondo arabo. Nell'archivio di Pomezia dell'ENI ho trovato carte molto interessanti su questo intreccio triangolare Mattei – Nasser – Israele. Alcune riguardano la guerra di Suez: gli israeliani avevano occupato già nel novembre del 1956 i campi italo-egiziani di Abu Rudeis nel Sinai, portandosi via macchinari e beni strumentali di grande valore. Quando si ritirarono e fu imposto il cessate il fuoco, iniziarono le trattative per la loro restituzione. Trattativa difficile, a causa dell'ostracismo dei rappresentanti di Tel Aviv che proponevano una cifra giudicata irrisoria dall'ENI. Mattei a un certo punto rompe la trattativa e come risulta da un appunto di un suo collaboratore, chiede di poter organizzare una campagna di stampa contro Israele – Il Giorno era stato fondato un anno prima – ma il sottosegretario agli esteri Folchi gli risponde che non era il caso e il tentativo finì lì. Un secondo gruppo di carte riguarda un periodo successivo, la seconda metà del 1961: in particolare c'è una lettera di Mattei indirizzata all'ambasciatore egiziano della RAU dopo che si erano diffuse sulla stampa araba voci di rapporti tra l'ENI e Israele, nella quale il presidente dell'ENI scrive, nero su bianco, che non solo l'ENI non aveva alcuna relazione con lo Stato ebraico, ma mai l'avrebbe avuta anche in futuro. In realtà era Cefis che intratteneva questi rapporti, come risultò da una inchiesta interna voluta da Mattei, del dicembre 1961. Un mese dopo Cefis lascia l'ENI, si parla di espulsione. Nell'estate successiva Montanelli pubblica sul Corriere della Sera una serie di articoli velenosi contro Mattei pieni di dati economici probabilmente fornitigli da una “gola profonda” della compagnia di Stato. A ottobre Mattei muore.


Ma tutto questo vuol dire che si può pensare a una presenza del Mossad nell'attentato a Mattei?

Fanfani, che era stato un avversario duro del fondatore dell'ENI, parlando ad un'assemblea di partigiani cattolici nel 1986, ebbe a dire che quello contro Mattei era stato probabilmente “il primo atto terroristico nel nostro paese”. Diciamo che l'ipotesi Mossad può essere sicuramente aggiunta alle altre per due motivi: la documentazione esistente, e un banale sillogismo. Mattei era alleato di Nasser e vedeva la sua strategia come inestricabilmente collegata al mondo arabo. Israele era in conflitto all'epoca con tutto il mondo arabo e in primis con Nasser. Ergo, Mattei era un oggettivo ostacolo per la politica di sicurezza dello Stato ebraico. Ma in queste storie di attentati epocali, si riescono solo a fare ipotesi. Stiamo ancora aspettando che ci dicano qualcosa di certo sull'attentato di Sarajevo.


Quanto rivive dell'Eni di allora nell'Eni di oggi, e, se ve ne sono, quali analogie sussistono tra lo scontro politico di quegli anni e le attuali contrapposizioni politiche in merito agli accordi energetici e strategici dell'Italia con la Russia, il Kazakistan e diverse altre nazioni in via di sviluppo, e, come e in che misura l'attuale crisi libica potrà incidere sulle strategie aziendali della compagnia guidata da Paolo Scaroni?

Il 17 marzo 2011, poche ore prima che il Consiglio di Sicurezza si riunisse per deliberare la no-fly-zone , il ministro del petrolio libico aveva assicurato continuità degli accordi con l'ENI. Questo episodio può essere preso ad esempio della non assurdità delle tesi per le quali l'attacco a Gheddafi è tutto sommato un attacco anche al governo Berlusconi. I tempi sono mutati, ma anche oggi esiste un oltranzismo occidentale negli Stati Uniti (non credo Obama), in Inghilterra e in Francia, che non gradisce né l'amicizia italo-russa – la Russia è l'erede geopolitico, per così dire, della vecchia URSS – né il South Stream in sostituzione del Nabucco , e né appunto i buoni rapporti italo-libici. In questo senso, con tutti i dovuti distinguo si è di fronte alla riedizione dello scenario dei tempi di Mattei, secondo consimili trend geopolitici. La propensione euro-mediterranea dell'Italia – di cui l'ENI di Scaroni è parte integrante – non nasce solo dalla testa dei politici o dei manager, ma è la proiezione diplomatica ed economico-commerciale di un'Italia collocata nel mezzo del Mediterraneo e prospiciente il Nord Africa ed il Medio Oriente. In fondo questa tendenza risale a molto prima di Mattei: di un ruolo mediterraneo dell'Italia parlò anche il Ministro degli Esteri Mancini negli anni Ottanta del XIX secolo. Allora e fino al fascismo incluso, si ragionava in termini di social-darwinismo , la pretesa cioè di esportare la “civiltà europea” nel mondo da colonizzare. Ecco dunque Mazzini con l'agognata annessione della Tunisia, poi la guerra giolittiana in Libia nel 1911, e poi la guerra di Mussolini ad Omar al Mukhtar, l'eroe dell'indipendenza libica impiccato dagli italiani nel 1931. Dopo la guerra, la stessa tendenza si ascrisse nel nuovo vento della decolonizzazione. Infine, nell'era post-bipolare, si riaffacciano i rischi di guerre più o meno motivate: fino ad ora il Maghreb sembrava escluso dagli scenari di guerra mediorientali, o solo lambito come nel caso dell'Egitto. Oggi però non sembra più così. Nella lunga durata della storia, Mattei è sicuramente attuale, ma nei fatti il suo messaggio di pace e cooperazione fraterna con i popoli del Medio Oriente, rischia di essere gettato alle ortiche.

di Andrea Fais
Tratto da: http://www.claudiomoffa.it/

domenica 3 aprile 2011

Uomini e Topi

mickey

Negli anni della nostra infanzia felice era bello rintontirci coi fumetti di Topolino. Ci perdevamo giocosi nel turbine di avventure della meditabonda pantegana disneyana. Viaggiavamo con la fantasia in una dimensione rarefatta in cui la complessità delle relazioni umane e delle categorie morali era stata riscritta e ridotta ai suoi connotati elementari. Camminavamo leggeri per le strade di Topolinia, colorata città popolata da pantegane, mucche, cavalli, cani e bestie plurime dotate di parola, raziocinio e sentimenti umani, dalla quale gli uomini erano stati cancellati.

Si intuivano, a monte della narrazione fanciullesca, i segni di una mostruosa operazione di pulizia etnica antiumana che il commissario Basettoni aveva ricevuto l’ordine di passare sotto silenzio. Ma non c’importava. Le pantegane di Topolinia erano così ridenti, spensierate, variopinte. Così diverse da noi, ma animate da principi etici robusti e riconoscibili, dall’antica e vivida dicotomia bene-male dei crociati, che non esitavamo a riconoscere come nostra. La loro superiorità morale, culturale e perfino tecnologica appariva lampante. Spennacchiotto e il dottor Enigm si beffavano con risate tenorili dell’arretratezza neanderthaliana delle nostre industrie petrolchimiche, siderurgiche e metallurgiche.

Questi ratti festanti erano l’homo superior. Ci saremmo offerti con gioia ai loro rastrellamenti, saremmo discesi con letizia nelle loro allegre fosse comuni, avremmo salutato con riconoscenza i loro bombardamenti umanitari, straripanti di BOOM! e BANG!, sui nostri quartieri. In buona parte lo abbiamo fatto davvero. I bambini della scuola di Gorla a Milano, la mattina del 20 ottobre 1944, esplosero dalla felicità quando Topolino e Pippo arrivarono dal cielo a fare giustizia di loro. Erano i loro liberatori. Prima di essere ridotti in frattaglie, avrebbero voluto chiacchierare un po’ con i propri beniamini, domandargli della loro città piena di colori, invitarli a fare colazione con latte e biscotti nel tinello della loro casetta a ringhiera.

Se ci pensate bene, invitare una pantegana nera alta circa un metro a bere il latte del mattino con voi non è esattamente un’idea felice. E’ una cosa schifosa e perversa. Chi riuscirebbe a ingurgitare anche un solo boccone avendo di fronte un gigantesco ratto di fogna in calzoncini vermigli che disquisisce di frivolezze con una vocetta stridula? Eppure immenso è il potere della riconversione mediatica dell’immaginario. Prima che arrivassero le pantegane topoliniensi, i bambini italiani sognavano di essere poliziotti (Dick Fulmine), eroi della guerra civile spagnola (Romano il Legionario), avventurieri dello spazio (Saturno contro la Terra), “indiani bianchi” del West (il “Kit Carson” di Rino Albertarelli). Ci vollero anni di propaganda pervasiva per condurli a desiderare di essere pantegane. Anche in questo è possibile notare la superiorità psico-propagandistica dei servizi d’intelligence di Topolinia. Essi prendono tutto ciò che è rivoltante, antiumano, sgradevole, degradante, insopportabile e lo rendono fragrante e desiderabile come una torta di mele di Clarabella. Le pantegane invaderanno il vostro tinello, occuperanno la vostra casa, berranno nella vostra ciotola e voi non soltanto non telefonerete inorriditi al servizio di disinfestazione, ma le accoglierete con un sorriso, come si fa con gli ospiti di riguardo.

L’invasione di questi putridi roditori pone, tra le altre cose, alcuni gravi problemi di carattere sanitario. Essi sono portatori di malattie gravi, tra cui la leptospirosi, la salmonella, la toxocariasi e la democrazia. Quest’ultima patologia, nello specifico, presenta un carattere epidemico particolarmente virulento. Le ultime manifestazioni epidemiche di democrazia, in Iraq e in Afghanistan, hanno già provocato milioni di vittime. Ma anche in questo caso, gli apparati di propaganda topoliniensi si sono fatti in quattro per presentare l’affezione di questo morbo devastante come una condizione fisica privilegiata e altamente desiderabile. Essenzialmente, la patologia democratica attacca la gerarchia del merito e delle funzioni istituzionali all’interno di una nazione. Essa pone perentoriamente sullo stesso piano intellettuale, con apposita assemblea costituente, i meritevoli e i cialtroni, i saggi e gli scimuniti, gli eruditi e le comari. In democrazia, un imbecille non dice imbecillità, ma esprime legittime, sebbene non sempre autorevoli, opinioni, e per tutelare il suo diritto a blaterare a caso su questioni importanti, ogni buon cittadino democratico deve dirsi disposto a offrire voltairianamente la vita. Nella sua forma terminale, la democrazia consente l’accesso alle alte cariche dello Stato e agli incarichi pubblici di rilievo ai soli incapaci e analfabeti conclamati, considerandoli categoria protetta anziché manodopera mineraria o (nel caso di babbei di sesso femminile) utili strumenti di espansione demografica. Ciò distrugge alla radice la solidità economica, politica e militare del paese, ne mina la governabilità, lo disintegra in miriadi di correnti politiche arroccate nell’attuazione di finalità demenziali, consentendo alle pantegane di prenderne il controllo. E’ per questo che le pantegane in calzoncini rossi decantano incessantemente le virtù della democrazia, esattamente come le brigate dei lanzichenecchi consideravano la peste di cui erano portatori un valore aggiunto e una manifestazione incontrovertibile della predilezione divina. In questa prava esaltazione ed unzione del morbo orrendo, esse trovano facile terreno di coltura nella massa ampiamente maggioritaria dei minus habentes, la quale, immemore della propria salute, inneggia apostolicamente alle virtù egualitarie della pestilenza, fino a morirne anch’essa in atroce supplizio, con le carni annerite dalle pustole livide della vanvera inconcludente.

Tra le operazioni psicologiche d’abbellimento della prosaica realtà attuate dall’intelligence di Topolinia, spicca la divinizzazione della categoria dei “diritti umani”. Nessuno ha ancora ben compreso che razza di roba siano questi feticci, ma si sa che Eta Beta, di tanto in tanto, ne tira un paio fuori dall’inesauribile taschino per lanciarli a Flip o per soffiarcisi il naso. Essi attengono alla sfera della filosofia politica, cioè dell’astrazione e della fantasticheria farfallesca, che è l’habitat naturale delle nostre ridenti pantegane a fumetti. Diritto alla libertà individuale, diritto alla vita, diritto all'autodeterminazione, diritto a un giusto processo, diritto ad un'esistenza dignitosa... concetti sopraffini, di cui il Prof. Pico de’Paperis disquisisce spesso nei suoi dotti interventi, ricevendo il consenso unanime e l’apprezzamento incondizionato dell’intera cittadinanza. Vi sono però alcune regole che occorre rispettare scrupolosamente se non si vuole che le pantegane s’incazzino sul serio. La prima è quella di non pretendere mai diritti di cui gli umani possano fruire in concreto, come ad esempio il diritto ad un’abitazione gratuita, il diritto ad un lavoro e ad un salario decoroso, il diritto ad intervenire direttamente nelle scelte del governo, il diritto ad un’assistenza sanitaria gratuita e di buon livello, il diritto a non essere intercettati e spiati dalle autorità, il diritto a non veder tassati i propri redditi oltre il limite di sopravvivenza, il diritto a non vedersi sottrarre risorse essenziali come l’acqua e il cibo dagli intrallazzi delle multinazionali, ecc. Tutto ciò che è concreto ed umano fa imbestialire i simpatici ratti con gli scarponi gialli. Non si rovina un sogno disneyano con rivendicazioni di squallida materialità. Tanto più che i diritti astratti sono stati ideati appunto con lo scopo di sostituire le rivendicazioni di diritti materiali con un loro simulacro virtuale. I roditori a fumetti odiano che la realtà interferisca con la vita quotidiana dei membri delle loro colonie. La realtà è un luogo molto pericoloso per una pantegana disegnata.

La seconda regola da rispettare è quella di non chiedere mai alle pantegane di attenersi, esse per prime, ai dettami delle proprie astrazioni filosofiche. I “diritti umani” sono una creazione delle autorità topoliniensi, sono loro a detenerne il copyright, soltanto loro sono legittimate ad utilizzarli come unità di misura della moralità altrui. Guai ad applicarli contro i loro stessi ideatori. Si tratterebbe di una violazione di copyright, che le leggi di Topolinia puniscono con estrema severità. Si astengano dunque le popolazioni dell’Iraq, dell’Afghanistan, del Vietnam, della Corea, nonché i pochi sopravvissuti alla strage di Waco del 1993 (le squadre speciali di Basettoni fecero all’epoca 76 morti ammazzati, tra cui 21 bambini e 2 donne incinte) dal rinfacciare ai ratti festanti la loro incoerenza. Le popolazioni umane non ricevono tutela dalla legislazione di Topolinia, a meno che non accettino di farsi ridurre a pupazzetti disegnati, a parlare coi baloon e a farsi pubblicare su albetti di 32 pagine a 4 colori. Alcune popolazioni hanno comunque intrapreso questo difficile percorso di legalizzazione: i divertenti eroi della “rivoluzione in Libia”, ad esempio, compariranno presto in una nuova serie a cartoni animati e saranno coprotagonisti del nuovo lungometraggio animato di Winnie the Pooh.

L’orda dei topi ghignanti riveste di fattezze vezzose le proprie ruvide pellicce nerastre, squittisce con voce di bambino mentre si appresta a dilaniare gli spettatori estasiati. Le pestilenze che porta con sé sono ricercate, contese, ogni singolo virus s’infiocchetta di nastri sgargianti e si tinge di arcobaleno mentre invade mortalmente il corpo ospite. Ho sentito con le mie orecchie, alla TV, un “guerrigliero” libico simil-talebano, con lunga e crespa barbaccia nera, dichiarare ad un giornalista: “Tutto ciò che vogliamo è poter vivere anche noi come gli occidentali”. E’ il sogno disneyano che unifica l’umanità intera in un ricettacolo virale cosmico, il desiderio di tornare bambini che accoglie con tripudio ogni orrore tinto d’innocenza. Anche in Libia gli uomini di buona volontà non desiderano altro che ricevere nel proprio tinello i topi giocosi, parlare con loro dell’infanzia perduta, dividere con loro latte e biscotti mentre tra le imposte splendono i raggi di un’alba serena.

I topi, di certo, non si fanno pregare.

rats

di Gianluca Freda
Tratto da: Blogghete

Il primo «effetto collaterale» della guerra contro la Libia

La Russia, sentendosi minacciata dal fatto che gli Usa impiegano in questa guerra armamenti strategici, vara un programma di riarmo nucleare.


Quella contro la Libia, che il presidente Napolitano definisce non una guerra ma un’operazione dell’Onu, sta già provocando un pericoloso «effetto collaterale». Il primo ministro russo Vladimir Putin, premesso che quello libico non è un regime democratico e che la situazione è resa complessa dalle relazioni tribali, ha definito due giorni fa la risoluzione del Consiglio di sicurezza una sorta di chiamata medioevale a una crociata per giustificare una aggressione dall’esterno, col pretesto di difendere i civili: Ha quindi detto che – dopo gli attacchi aerei Usa contro Belgrado, poi contro l’Afghanistan e l’Iraq e ora contro la Libia – questa sta divenendo una «tendenza stabile nella politica statunitense». E ha concluso: «Ciò conferma che la Russia fa bene a rafforzare le sue capacità di difesa». Alle parole sono seguiti subito i fatti.

Ieri il ministero russo della difesa ha annunciato che doterà quest’anno le forze strategiche di altri missili intercontinentali, 36 balistici e 20 da crociera, e di altri due sottomarini nucleari. Con uno stanziamento pari a 665 miliardi di dollari per il 2011-2020 saranno acquisiti: 5 veicoli spaziali, 21 sistemi di difesa missilistica, 35 bombardieri, 109 elicotteri da attacco, 3 sottomarini nucleari e una unità di superficie. Nel 2013 gli scienziati russi svilupperanno un nuovo missile balistico intercontinentale con base a terra e la produzione di missili sarà raddoppiata con un investimento pari a 2,6 miliardi di dollari.

Saranno in particolare sviluppati i missili balistici per i sottomarini da attacco nucleare. Quest’anno verranno effettuati altri test del missile Bulava, che sarà installato sui nuovi sottomarini strategici della classe Borey. Un singolo sottomarino può lanciare 16 missili nucleari, con gittata di 8-10mila km, ciascuno dei quali rilascia fino a 10 testate multiple indipendenti. Ha quindi una capacità distruttiva quasi pari a quella del sottomarino Usa della classe Ohio, armato di 24 missili Trident a testate multiple. Il Bulava, come il missile balistico con base a terra da cui deriva, è progettato per forare lo «scudo anti-missili» che gli Usa stanno sviluppando a scopi offensivi (darebbe loro la capacità di neutralizzare la ritorsione dopo aver colpito per primi): insieme alle navi da guerra contro la Libia hanno schierato nel Mediterraneo le prime unità della componente navale dello «scudo», le navi lanciamissili Monterey e Stout. Il Bulava può compiere manovre eversive e rilasciare false testate per evitare i missili intercettori.

La guerra contro la Libia sta dunque provocando una accelerazione nella corsa agli armamenti nucleari. Soprattutto perché essa viene usata dal Pentagono quale banco di prova per armamenti strategici, come i bombardieri stealth B-2 Spirit da attacco nucleare che, partendo dagli Stati uniti, vanno a colpire gli obiettivi in Libia con armi non-nucleari, esercitandosi così, in una azione bellica reale, a un eventuale impiego in una guerra nucleare. In tal modo il nuovo trattato Start tra Usa e Russia, appena ratificato, viene nei fatti vanificato.

sabato 2 aprile 2011

cerchiobottismo e disarmo ideologico

Sarebbe interessante per un sociologo analizzare i cortei per la pace che si svolgeranno oggi in alcune città italiane. Oramai è chiaro che il colore prevalente non è più nè il rosso nè l'arcobaleno . Arcobaleno distrutto da quasi un decennio di polemiche contro i "pacifinti", la diserzione della CGIL, delle organizzazioni cattoliche e del PD.
L'ultimo corteo pacifista fu raggiunto a metà percorso da Fassino il quale marciò per un po' di strada e poi si ritirò per non parteciparvi mai più. Era il 2004. Il PD si porta a casa oggi la condanna di Gheddafi che costituisce il suo grande regalo agli americani. In futuro forse qualcuno del PD parteciperà ancora a cortei di pacifisti, forse alla marcia Assisi-Perugia, oramai entrata tra le "feste comandate" della Repubblica, costruita attorno ad un cosidetto tavolo della pace al quale fanno capo i volontari di Santo Egidio che non disdegnano tuttavia donazioni, se del caso, anche da fabbricanti di armi. Il corteo di oggi sarà disertato da alcuni degli esponenti più autorevoli del PD che non vogliono destare sospetti all'Ambasciata USA proprio mentre lavorano per approntare una alternativa di governo al centro-destra italiano. Nel PD si è sollevato un vespaio di polemiche. Moltissimi non ci saranno e coloro che andranno al corteo vi daranno una connotazione "gentile", alcune parole non ci saranno più, tra queste: guerrafondai, imperialismo, colonialismo, capitalismo..parole oramai obsolete e veterotutto.

Per una sorta di follia della politica le parole colonialismo ed imperialismo vengono bandite anche dai comunisti del Manifesto. Dice la Rossanda che la guerra contro Gheddafi non è stata fatta per il petrolio o la posizione geostrategica della Libia, non ha motivazioni imperialiste o neocolonialiste. La guerra è fatta perchè Sarkozy non vuole perdere le elezioni in Francia e Camerun vuole stornare l'attenzione dalle sue scelte che suscitano ire sempre più furibonde tra gli studenti, gli statali, i pensionati... Insomma, la categoria per capire quanto sta accadendo nel quadrante mediterraneo, non è quella dell'analisi "marxiana" dell'economia e della politica ! Ciò non spiega lo straordinario spiegamento di forze statunitensi nel Mediterraneo e l'impiego di centinaia di grandi missili caricati ad uranio impoverito per uccidere subito ed in futuro. Ma pare che questo particolare non interessi. Naturalmente il corteo è pervaso tutto da profonda antipatia per Gheddafi. Non gli si perdona di essere stato amico di Berlusconi ed a questi di avergli baciato l'anello (o la mano) non ho capito bene! Non gli si perdona di avere tenuto una lezione di islamismo a cinquecento ragazze italiane e di avere portato in Italia un campionario di focosi cavallini arabi. Non gli si perdona ancora l'esibizione degli aerei italiani sul cielo di Tripoli che, tuttavia, patriotticamente tracciarono un tricolore e non il verde della jamaria come richiesto dal Colonnello. Questo disprezzo per il Colonnello è stato alimentato da settimane di attacchi e di sfottò praticato dalla stampa nazionale e da una casta di oligarchi della politica che si sono divertiti a lungo attorno al Colonnello. Anche la Lizzizzetto si è lasciata andare a schernire il vestiario di Gheddafi.

Questo sentimento di antipatia è sovrastante su tutto. Non credo che ci sia molta pietà o alcuna commozione per la piccola nazione di appena sei milioni di persone devastata dal più possente esercito alleato del mondo. Ed è, senza saperlo, un sentimento profondamente autolesionistico e masochista. La guerra contro Gheddafi è guerra contro l'Italia! Perderemo tutto. La Libia è stata rapinata dei fondi sovrani. Circa cento miliardi di dollari proprietà del popolo che sono stati incassati dalle banche USA ed europee. L'Italia perderà il suo piedistallo economico e sociale che gli dà prosperità da quaranta anni. Si tratta di qualcosa come trenta miliardi di euro di esport-import e del pane di migliaia e migliaia di operai, tecnici, ingegneri italiani. Quando gli ultimi fumi delle cannonate saranno svaniti ci troveremo più poveri, più piccoli, senza sapere dove sbattere la testa....

Il corteo vivrà di un sentimento che non promana da se stesso ma dai ricordi della gente che vi partecipa. La gente, ricordando di essere stata pacifista, no global, antinuclearista, per il lavoro, per i diritti crederà di essere sempre dentro la stessa onda emotiva e politica della sua storia. Ma le cose non stanno così. La contraddizione del corteo per la pace ma anche contro Gheddafi che oggi è il punto della lotta antimperialistica da difendere con maggiore forza c'è e resta. Resta anche odio ed antipatia nei suoi confronti. Odio ed antipatia del tutto immotivati che in parte vengono dal substrato culturale razzista della Italia di Graziani e Magliocco che per trenta anni uccise, squartò, impalò i libici. Il corteo dirà no alla guerra ma il risultato sarà eguale a zero perchè dirà no anche a Gheddafi cioè alla libertà ed alla indipendenza della Libia. Si sa benissimo che gli insorti sono una specie di UCK di Bengasi e che i tre che si spartiranno le spoglie di uno Stato finora prospero e felice saranno gli USA, la Gran Bretagna e la Francia.

Cortei sempre meno colorati, sempre più educati, gentili, giudiziosi, animati da palloncini e striscioni con colori leggeri in cui vengono scritte paroline gradevoli.

di Pietro Ancona
Tratto da: http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/2011/04/cerchiobottismo-e-disarmo-ideologico.html

IL MIGLIOR AFFARE È SEMPRE LA GUERRA

Bugie, ipocrisia e piani segreti. Ecco i dettagli che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha omesso nell’esporre all’America e al mondo intero la sua dottrina libica . Difficile comprendere cosa succede a causa dei tanti buchi neri che caratterizzano questa splendida piccola guerra che non è una guerra (“un’azione militare a raggio e a tempo limitati” come la definisce la Casa Bianca) e caratterizzata dall’incapacità dell’area progressista di condannare, allo stesso tempo, la crudeltà del regime di Muhammar Gheddafi e i bombardamenti ‘umanitari’ anglo-franco-americani.


La risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1973 ha operato come un cavallo di Troia, permettendo al consorzio anglo-franco-americano e alla NATO di diventare la forza aerea dell’ONU nel suo sostegno a un’insurrezione armata.

Al di là del fatto che questo accordo non ha niente a che fare con la protezione dei civili, esso è anche assolutamente illegale secondo la legge internazionale. L’implicito obiettivo finale, come a questo punto sa anche il più disperato dei bambini africani, è il cambio di regime.

Il generale canadese Charles Bouchard, a capo della missione libica per conto della NATO, può ribadire quanto vuole che la missione ha come unico obiettivo la difesa dei civili. Eppure quegli ‘innocenti civili’ che guidano carri e imbracciano kalashnikov come un disordinato mucchio selvaggio, di fatto sono soldati in una guerra civile e a questo punto dovrebbero decidere se la NATO deve essere d’ora in poi la loro forza aerea seguendo le orme dell’alleanza anglo-franco-americana. Inoltre, la ‘coalizione dei volenterosi’ che combatte in Libia consiste di soli 12 membri su 28 della NATO più il Qatar. Insomma, questa non è di certo una ‘comunità internazionale’.

Il verdetto finale sulla no-fly zone come da mandato dell’ONU dovrà attendere la nascita di un governo ‘dei ribelli’ alla fine della guerra civile (se finisce presto). Allora sarà possibile analizzare e capire i seguenti punti: se il bombardamento, anche coi missili Tomahawk, era giustificato; il perché i civili della Cirenaica siano stati protetti mentre quelli di Tripoli bombardati; che tipo di gente erano i ‘ribelli’ che sono stati ‘salvati’; se tutto questo era legale, in primo luogo; capire se la risoluzione era una copertura per il cambio di regime; se la storia d’amore tra i ‘rivoluzionari’ libici e l’Occidente finirà in un divorzio sanguinario (ricordate l’Afghanistan?); e quali attori occidentali saranno pronti ad approfittare della ricchezza di una nuova e unificata (forse balcanizzata) Libia.

Per ora, è piuttosto facile capire chi ne trarrà profitto.

Il Pentagono

Il fine settimana scorso, il capo del Pentagono Robert Gates ha dichiarato, riuscendo a rimanere serio, che gli unici regimi repressivi nel Medio Oriente sono l’Iran, la Siria e la Libia. Il Pentagono sta infierendo sull’anello debole, la Libia. Gli altri sono da sempre nella lista neo-con dei cattivi da eliminare. L’Arabia Saudita, lo Yemen, il Bahrain ecc. sono democrazie modello.

Per quanto riguarda questa guerra che ‘c'è ma non si vede’, il Pentagono è riuscito a combatterla due volte, non una. La prima con Africom, creato sotto l’amministrazione Bush, alimentato da quella di Obama e rigettato da dozzine di governi africani, di esperti e di organizzazioni per i diritti umani. Ora la guerra passa attraverso la Nato ovvero sotto il comando del Pentagono sui lacché europei.

Questa è la prima guerra africana di Africom, condotta dal generale Carter Ham nel suo quartier generale non in Africa, ma a Stuttgart, in Germania. Africom, per dirla con Horace Campbell, professore di studi afro-americani e di scienze politiche presso la Syracuse University, è un inganno; “fondamentalmente una copertura per le operazioni dei contractor americani come Dyncorp, MPRI e KBR. I pianificatori militari americani che traggono beneficio dalla politica delle porte girevoli della privatizzazione della guerra sono felici di avere l’opportunità di fornire ad Africom credibilità dietro la facciata dell’intervento in Libia”.

I Tomahawk della Africom hanno anche colpito, in senso metaforico, l’Unione Africana (AU), che, diversamente dalla Lega Araba, non è facile da comprare dall’Occidente. Le monarchie petrolifere arabe hanno tutte brindato al bombardamento, tranne l’Egitto e la Tunisia. Solo cinque paesi africani non sono subordinati ad Africom; la Libia è uno di essi, insieme al Sudan, la Costa d’Avorio, Eritrea e lo Zimbabwe.

NATO

Il piano generale della NATO è di comandare sul mediterraneo e di considerarlo un lago di sua proprietà. Sotto questa ‘ottica’(definizione del Pentagono) il mediterraneo oggigiorno è infinitamente più importante come teatro di guerra dell’AfPak (Afghanistan e Pakistan).

Sui 20 paesi del mediterraneo solo 3 non fanno parte della NATO o non hanno alcuna partnership coi suoi programmi: Libia, Libano e Siria. Senza alcun dubbio la Siria è il prossimo. Il Libano si trova sotto un blocco della NATO dal 2006. Ora il blocco viene applicato alla Libia. Gli Stati Uniti – tramite la NATO – stanno quadrando il cerchio.

Arabia Saudita

Che affare. Il re Abdullah si sbarazza del suo eterno rivali Gheddafi. La casa saudita, in modo abietto, s’inchina agli interessi dell’Occidente. Lo sguardo dell’opinione pubblica mondiale è stato allontanato dall’invasione saudita del Bahrain con l’obiettivo di distruggere un movimento pacifico e legittimo a favore della democrazia.

La casa saudita ha piazzato la storia che ‘la Lega Araba’ ha votato compatta per una no-fly zone. Una menzogna; solo 11 membri su 22 erano presenti alla votazione; sei sono membri del Gulf Cooperation Council (GCC) di cui l’Arabia Saudita è leader. La casa saudita doveva solo convincere altri tre. La Siria e l’Algeria erano contrarie. Risultato: solo 9 dei 22 paesi arabi hanno votato per la no-fly zone.

L’Arabia Saudita ora può anche ordinare al capo della GCC, Abdulrahman al-Attiyah di dire con faccia tosta che “il sistema libico ha perso la propria legittimità”. Per quanto riguarda la “legittima” casa saudita e i al-Khalifas nel Bahrain, qualcuno dovrebbe portarli alla Hall of Fame Umanitaria.

Il Qatar

Il paese anfitrione dei campionati mondiali di calcio del 2022 sa bene come concludere un affare. I suoi Mirage aiutano a bombardare la Libia e nel frattempo Doha si prepara a commerciare il petrolio della Libia orientale. Il Qatar ha prontamente riconosciuto, primo tra i paesi arabi, la legittimità del governo dei ‘ribelli’ libici solo il giorno dopo essersi assicurato l’affare del commercio del petrolio.

I ‘ribelli’

Nonostante le meritevoli aspirazioni democratiche del movimento giovanile libico, il gruppo di opposizione più organizzato rimane il Fronte Nazionale per la Salvezza della Libia, da anni finanziato dalla casa saudita, dalla CIA e dall’intelligence francese. Il ‘Consiglio Provvisorio di Transizione Nazionale’ non è altro che il buon vecchio Fronte Nazionale con il contributo di qualche defezionario tra i militari. Ecco l’élite dei ‘civili innocenti’ che la “coalizione” sta “proteggendo”.

Al momento giusto, il ‘Consiglio Provvisorio di Transizione’ ha trovato un nuovo ministro della finanza, l’economista di formazione statunitense Ali Tarhouni. Egli ha rivelato che un gruppo di paesi occidentali ha concesso loro credito sostenuto dal fondo sovrano della Libia, e i britannici hanno permesso loro di accedere a fondi di Gheddafi per un totale di 1.1 miliardi di dollari. Questo significa che il consorzio anglo-franco-americano e ora la NATO devono spendere solo per le bombe. Di tutti i raggiri della guerra questo è impareggiabile; l’Occidente utilizza denaro libico per finanziare un gruppo di opportunisti ribelli libici per combattere contro il governo libico. Inoltre gli americani, gli inglesi e i francesi adorano questi bombardamenti. I neo-con devono essere su tutte le furie; come ha fatto il precedente segretario alla Difesa americano Paul Wolfowitz a non farsi venire un’idea del genere per la guerra in Iraq nel 2003?

I francesi

Oh là là, questo potrebbe essere materiale degno di un romanzo proustiano. La più esclusiva collezione di primavera nelle passerelle di Parigi è lo show della moda di Sarkozy – un modello no-fly zone accessoriato di aerobombardieri Mirage/Rafale.

Questo show di alta moda è stato ideato da Nouri Mesmari, il capo di protocollo di Gheddafi, che, defezionario, si è rifugiato in Francia dall’ottobre 2010. I servizi segreti italiani hanno rivelato a media selezionati come ha fatto. Il ruolo del DGSE, il servizio segreto francese, è stato più o meno spiegato nel sito a pagamento Maghreb Confidential.

In sostanza, la rivolta di Bengasi coq au vin è stata preparata a partire da novembre 2010. Gli chef sono stati Mesmari, il colonnello delle forze aeree Abdullah Gehani e il servizio segreto francese. Mesmari è stato nominato il ‘WikiLeaks libico’, perché ha spifferato praticamente ogni segreto militare di Gheddafi. Sarkozy ne è stato felice, infatti prima era furioso perché Gheddafi aveva cancellato i succosi contratti di acquisto di Rafale ( per rimpiazzare i Mirage ora bombardati) e di impianti nucleari francesi.

Questo spiega l’entusiasmo di Sarkozy nel porsi come liberatore degli arabi, è stato il primo leader europeo a riconoscere i ‘ribelli’( con somma ira di molti nella UE) ed è stato il primo a bombardare le forze di Gheddafi.

Questo ci porta al ruolo dello sfacciato filosofo francese Bernard Henri-Levy che sta sfruttando freneticamente i media mondiali per far sapere che è stato lui a telefonare Sarkozy da Bengasi, risvegliandone la vena umanitaria. Quindi o Levy è uno sciocco, oppure fa da utile ciliegina ‘intellettuale’ da aggiungere sulla già pronta torta di bombe.

Il Terminator Sarkozy è inarrestabile. Ha appena avvertito tutti i governanti arabi che rischiano di ritrovarsi bombardati come la Libia casomai dovessero reprimere chi protesta. Ha anche detto che “la prossima” sarà la Costa d’Avorio. Ovviamente, il Bahrain e lo Yemen sono esenti da questi provvedimenti. Per quanto riguarda gli USA, essi stanno di nuovo sostenendo un golpe militare (non ha funzionato con Omar “Sheikh Al-Torture” Suleiman in Egitto; forse funzionerà in Libia)

Al-Qaeda

Riecco il solito spauracchio, sempre utile. Il consorzio anglo-franco-americano, e ora la NATO, combattono assieme (di nuovo) contro al-Qaeda, rappresentata ora da al-Qaeda del Maghreb (AQM).

Il leader ribelle libico Abdel-Hakim al-Hasidi – che ha combattuto insieme ai talebani in Afghanistan – ha ampiamente confermato ai media italiani di aver personalmente reclutato “circa 25” jihaiditi della zona di Derna, nella Libia orientale, per combattere contro gli americani in Iraq; ora “questi si trovano in prima linea a Adjabiya”.

Questo dopo che il presidente del Ciad, Idriss Deby, ha fatto notare che AQM ha rubato gli arsenali militari nella Cirenaica e ora potrebbe essere in possesso di un discreto numero di missili terra-aria. Verso gli inizi di marzo, l’AQM ha sostenuto pubblicamente i ‘ribelli’. Deve essere ricomparso il fantasma di Obama; infatti il Pentagono sta lavorando di nuovo per lui.

I privatizzatori dell’acqua

In Occidente pochi sanno che la Libia, insieme all’Egitto, siede sul Nubian Sandstone Aquifer; cioè, su un oceano d’acqua dolce di enorme valore. Quindi, questa guerra ‘che c'è ma non si vede’ è cruciale per il controllo dell’acqua. Il controllo dell’acquifero non ha prezzo, così come non lo ha il ‘recupero’ delle risorse naturali di valore dalle mani dei ‘selvaggi’.

Il Pipelineistan di acqua – che scorre in profondità sotto il deserto per 4.000 km – è il Great Man-Made River Project (GMMRP) costruito da Gheddafi per 25 miliardi di dollari senza chiedere in prestito dal FMI o dalla Banca Mondiale nemmeno un centesimo (pessimo esempio per il mondo in via di sviluppo). Il GMMRP rifornisce Tripoli, Bengasi e tutta la costa libica. Il totale di acqua stimato dagli scienziati è equivalente al flusso di 200 anni di acqua del Nilo.

Confrontiamo questo dato alle cosiddette tre sorelle – Veolia (prima era Vivendi), Suez Ondeo (prima era Generale des Eaux) e Saur – le aziende francesi che controllano il 40% del mercato globale dell’acqua. È imperativo che l’attenzione venga rivolta all’eventuale bombardamento di queste condutture. Se saranno bombardate, uno scenario estremamente probabile è che ci saranno ricchi contratti per la ‘ricostruzione’ di cui la Francia sarà la beneficiaria. E questo sarà l’ultimo passo verso la totale privatizzazione di questa acqua, tuttora libera. Dalla dottrina dello shock alla dottrina dell’acqua.

Ecco, questa è solo una breve lista dei profittatori, nessuno sa a chi andrà il petrolio. Intanto, lo spettacolo deve continuare ( a suon di bombe). Il miglior affare è sempre la guerra.

Il Cacao non fa gola come il Petrolio ...

Pubblico di seguito due articoli di fonti diverse (Agoravox e Rinascita)  che trattano della Guerra Civile in Costa D'Avorio che non stà trovando spazio sui Media Internazionali nonostante stiano avvenendo furiosi combattimenti e bombardamenti ...

Costa D’Avorio – La guerra del cacao

La Costa D’Avorio è in fiamme, furiosi combattimenti nella capitale. Assediata la casa del presidente uscente che denuncia: “Sono vittima di un complotto Usa-Francia”. Preso il porto di S. Pedro, luogo nevralgico per il cacao. La guerra civile ha dato il via ad un vero e proprio esodo di massa da Abidjan. L’UNHCR ha calcolato che a fuggire sono almeno un milione di persone.

Tutti gli occhi dell’occidente e dei grandi media internazionali sono puntati sulla Libia, dove una “coalizione di (pochi) volenterosi”, in parte spalleggiata dall’Onu, combatte per il petrolio. Pochi sanno che in queste ore in Costa D’Avorio c’è una guerra civile che sta arrivando alla resa dei conti, anche qui con grandi interessi economici in ballo, essendo il paese africano il primo produttore al mondo del prezioso cacao.

La crisi ha avuto origine dalle elezioni del 28 novembre scorso. La vittoria elettorale di Alassane Ouattara, con il 54% dei voti, è stata proclamata il 2 dicembre 2010 dalla commissione elettorale. Ma il giorno successivo, il Consiglio Costituzionale ha invalidato il risultato in sette province, proclamando vincitore il presidente in carica, Laurent Gbagbo, che ha quindi deciso di rimanere al potere. La comunità internazionale (USA e Francia per primi) ha però riconosciuto la vittoria di Ouattara, che si è inizialmente asserragliato nel Golf Hotel di Abidjan, protetto da 800 dei 10 mila caschi blu dell’ONU che sono dispiegati in Costa d’Avorio nell’ambito della missione di pace. Gbagbo è stato invitato a farsi da parte. L’Unione Africana, l’Unione Europea (ma esiste ?) e la Francia (ex potenza coloniale), tramite alcuni presidenti africani hanno offerto a Gbagbo un’aministia in cambio della sua uscita di scena (come per Gheddafi). Sia dalla Francia, che dagli Stati Uniti e l’Onu, sono giunti inviti perché Gbagbo si facesse da parte e l’Ue ha varato sanzioni nei suoi confronti. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha rinnovato di sei mesi il mandato della missione di pace, ignorando il fatto che Gbagbo avesse intimato ai caschi blu di lasciare il paese. Intimazione inutilmente rivolta anche ai 900 uomini della missione militare francese Licorne, che agisce in maniera distinta.

Gli scontri armati hanno già provocato molte vittime tra la popolazione civile. Ma ci sono morti anche tra gli stranieri. La guerra civile combattuta ormai strada per strada i, ha dato il via ad un vero e proprio esodo di massa dalla capitale, sia verso i villaggi all’interno del Paese, sia in direzione del confine con la Liberia ad Ovest che ad Est verso il Ghana. L’UNHCR ha calcolato che a fuggire non siano meno di un milione di persone.

Mike Jurry, direttore della Caritas nel Sud Est della Liberia, uno dei paesi più coinvolti dall’esodo di civili in fuga dai combattimenti – ha dichiarato a Repubblica- “Qui, nella sola regione del Gran Gedeh forniamo assistenza a circa 30 mila persone, ma in tutto il paese, dall’inizio della crisi, ne sono arrivate almeno 120 mila. Cibo, acqua ma anche generi di prima necessità, per quanto possibile. All’inizio, tra i mesi di gennaio e febbraio – ha detto ancora Jurry – erano soprattutto donne e bambini ad arrivare, dopo qualche giorno di cammino. Ora ad attraversare la frontiera, oltre alle donne, ci sono anche gli uomini, spesso feriti da arma da fuoco. Le persone che arrivano dai villaggi sono profondamente traumatizzate. Hanno subito delle violenze o si sono visti uccidere dei familiari sotto gli occhi”.

Questa guerra e l’”Esodo Biblico” della popolazione Ivoriana, con il suo triste corollario di tanti morti civili, non interessano ai nostri politici e ai nostri mezzi di comunicazione. Soprattutto se non sbarcano a Lampedusa.


Cannonate su Abidjan. Ore contate per Gbagbo
Violenti combattimenti nella capitale economica tra le Forze repubblicane,
sostenute dalla Licorne, e i giovani patrioti

Chi è il vero dittatore? Il presidente Laurent Gbagbo che ha invitato le forze armate, i giovani patrioti e il popolo ivoriano alla calma e alla non resistenza o Alassane Ouattara che di notte, da vile criminale, ha bombardato indiscriminatamente Abidjan?


“ Hanno combattuto tutta la notte. Il rumore delle cannonate e delle mitragliatrici ci ha impedito di dormire (…)Io sono chiusa in casa. È stato dato ordine di non uscire dalle proprie abitazioni, gli aeroporti di Abidjan sono chiusi ed è impossibile raggiungere il vicino Ghana perché le strade sono pattugliate dai galeotti liberati e armati da Alassane Ouattara”. A raccontarlo è la fonte di Rinascita che vive ormai da anni ad Abidjan. Dalle sue parole trapela la paura di un conflitto che avrà sanguinose ripercussioni per chi ha sostenuto Gbagbo. Tanta è anche la rabbia: “continuano a parlare di guerra civile ma è una vergogna qui c’è semplicemente una guerra d’invasione: i soldati ivoriani e i giovani patrioti combattono contro i militari francesi, i mercenari e i ribelli delle Forze nuove. E si difendono come leoni”.

Sono disposti a morire pur di non cedere il potere al sanguinario Ouattara. Sono pronti a immolarsi per la Costa d’Avorio pur di non darla vinta alla Francia che non contenta di aver lasciato pesanti cicatrici post-colonizzazione, di aver ucciso civili innocenti durante la crisi politica del 2002, si è messa di nuovo in mezzo agli “affari ivoriani”.

Ma i giovani patrioti combattono anche perché non hanno scelta: finita la guerra li aspetta comunque la morte.

Appaiono quindi imbarazzanti e fuori luogo le dichiarazioni del segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon che ha chiesto a Ouattara di “non cercare vendetta degli scontri passati”, di essere “responsabili” e di “evitare danni contro la popolazione civile”.

È di venerdì la notizia che una dipendente svedese dell’Onu è rimasta uccisa ad Abidjan, probabilmente da un proiettile vagante, mentre si trovava a casa sua.

Nessuno è al sicuro. La guerra non conosce amici, fa solo morti.

È quella tra giovedì e venerdì ad Abidjan è stata una notte di sangue e di violenti scontri con armi pensanti, cannonate e mitragliatrici. In base alle ultime informazioni diffuse dalla stampa ivoriana, le Forze repubblicane di Ouattara avrebbero attaccato la residenza del presidente legittimo Gbagbo, nel quartiere di Cocody, dopo la sede della presidenza al Plateau.

La fonte di Rinascita ha confermato che dal palazzo presidenziale si levavano “alte colonne di fumo” e si udivano violenti combattimenti con artiglieria pesante. Inoltre, dalle 22.45 di giovedì la Radiotelevisione ivoriana (Rti), l’emittente statale, ha interroto la sua programmazione dopo che i ribelli, con l’immancabile ausilio della Licorne e dell’Onuci, ne avrebbero preso il controllo.

L’assalto finale è stato sferrato dopo che Ouattara aveva rivolto un ultimatum al suo rivale, invitandolo a lasciare il potere entro le 19, decretando la chiusura delle frontiere terrestri, marittime e aeree del paese “fino a nuovo ordine”.

Un invito alla resa che è stato subito bocciato dal presidente legittimo della Costa d’Avorio.

“Il presidente Gbagbo non ha intenzione di abdicare o arrendersi a un qualsiasi ribelle” – ha dichiarato il suo portavoce in Europa Toussaint Alain – “ si trova davanti ad un colpo di Stato post elettorale di Alassane Ouattara che è sostenuto da una colazione internazionale”.

Non ha peli sulla lingua Alian che denuncia quanto già affermato in questi mesi da Rinascita: “si parla di guerra ivoriana ma in realtà c’è un conflitto regionale: Ouattara ha l’appoggio di mercenari e soldati venuti dal Burkina Faso, e anche dal Mali, dalla Nigeria (…) c’è una colazione internazionale guidata da Francia e dagli Stati Uniti che portano equipaggiamento, intelligence e armi”.

È quindi doveroso precisare che il signor Ouattara, che è stato presentato come “un democratico” non è altro che “un signore della guerra”. Due giorni fa, la fonte di Rinascita ha mandato in redazione un manifesto pubblicato durante la campagna elettorale in Costa d’Avorio che la dice lunga su Ouattara. Il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale indossa il tipico cappello del Burkina Faso (Paese di origine), pantaloni e scarponi da militare, il tutto nascosto sotto un impeccabile giacca e cravatta da banchiere e finanziere, tiene in mano un fucile puntato contro un elefante, il simbolo della Costa d’Avorio. Il messaggio è chiaro: chi non è amico dell’elefante non lo è neppure della Costa d’Avorio. Di conseguenza, per il bene dalla Costa d’Avorio non bisogna eleggere Ouattara presidente. Ma ormai è troppo tardi.

Tratto da: Rinascita

venerdì 1 aprile 2011

Per fare una guerra ci vuole una bugia

Il 20 marzo 2003 le forze occidentali lanciarono il loro attacco”Shock and Awe”all’Iraq, bombardando pesantemente Baghdad e altrove, massacrando centinaia se non migliaia di innocenti, uomini, donne e bambini.Il 20 marzo 2011 le stesse forze hanno attaccato la Libia, per cominciare quello che molti ritengono essere ancora un altro massacro di massa.

Ciò che è evidente a tutti,tranne ai più abbindolati e apatici,è che ancora una volta abbiamo l’ennesima guerra lanciata dalle potenze imperialiste,velata come un “intervento umanitario”, vestita come una missione di pace guidata con l’uso di pesanti bombardamenti e omicidi, dove la verità si trova diametralmente opposta alla propaganda spinta dai media mainstream.Niente è come sembra, le menzogne ​​e gli inganni sono più orwelliane che mai.Le similitudini con l’Iraq vanno ben oltre la data di inizio-anzi,sono molte le cose in comune tra l’attacco attuale alla Libia e numerosi altri interventi militari e atti di aggressione effettuati dagli Stati Uniti, la NATO e dai loro alleati negli ultimi anni.

La propaganda attualmente pompata dai media mainstream è essenzialmente una ripetizione delle cose già viste durante le invasioni dell’Iraq e del Kosovo: un caso largamente fabbricato per un intervento umanitario,basato sulla violenza alimentata dalle truppe di forze speciali e da operazioni segrete,con la demonizzazione costante del leader come un tiranno che compie omicidi di massa per giustificare una pesante campagna di bombardamenti a tappeto,in nome dei diritti umani e della giustizia. Ogni contesto storico che potrebbe gettare i cosidetti “alleati” in una luce negativa-per esempio la vendita su larga scala di armi a quello che ora è il nuovo nemico-viene accuratamente omesso dalla narrazione.

L’attacco all’Iraq durante la prima Guerra del Golfo è stato lanciato sul retro dell’invasione di Saddam Hussein del Kuwait-una invasione realizzata con il tacito appoggio degli Stati Uniti,che poi hanno tradito il loro dittatore fantoccio e hanno lanciato una strage enorme,uccidendo oltre 100.000 persone.La guerra fu venduta al pubblico americano insieme ad una storia di orrore in cui si accusarono le truppe irachene di gettare i neonati del Kuwait dalle incubatrici dell’ospedale.Il problema è che questa storia si rivelò essere una totale invenzione,creata utilizzando la falsa testimonianza di una infermiera senza nome che poi si scopri’ essere la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti,preparata dalla societa di relazioni pubbliche Hill & Knowlton.


E non dobbiamo dimenticare le prove fabbricate per giustificare l’invasione del 2003 –le non esistenti armi di distruzione di massa,la torta gialla dal Niger(l’uranio),le ripetute,false associazioni tra Saddam e l’11/9…in seguito tutto dimostrato essere falso,e l’occupazione continua …

In Kosovo i media occidentali saturarono le loro trasmissioni con una fotografia di un uomo magro dietro una staccionata accompagnata dalle grida dei”campi di concentramento!“La verità era piuttosto diversa: la foto fu scattata dalla troupe di ITN(Independent Television Network)che si trovava all’interno di un campo profughi.
Questa foto fu un altro colpo della propaganda della cosiddetta”stampa libera”dell’Occidente,che alla fine ha portato ad una letale campagna di 78 giorni di bombardamenti che hanno provocato una frammentazione della regione, da cui devono ancora riprendersi.Nello stesso periodo, la Turchia,membro della NATO-ricevendo circa l’80% delle loro armi dall’amministrazione Clinton-ha proceduto all’assassinio,la tortura e il massacro di un numero imprecisato di curdi.Non ci fu nessuna chiamata per un intervento umanitario,dopo tutto,erano i nostri alleati.

Oltre a tali illazioni, i media occidentali hanno convenientemente omesso ogni riferimento dell’utilizzo da parte della CIA/MI6 del Kosovo Liberation Army (KLA-UCK) per istigare la violenza nella regione,successivamente utilizzata come parte della motivazione per l’intervento”umanitario della NATO”.Va osservato che fin da questa campagna i leader dell’UCK come Hashim Thaci e Agim Ceku sono stati legati a organizzazioni criminali coinvolte nel traffico di armi,droga,di esseri umani,di organi e prostituzione,in aggiunta ai numerosi crimini di guerra svolti sotto l’egida della NATO.Questa palese criminalizzazione della politica del Kosovo è stata condotta con il pieno consenso della UE e degli USA.Va inoltre rilevato che gli stessi Stati Uniti hanno descritto il KLA come un’organizzazione terroristica fino al 1998, quando poi Bill Clinton li riclassificò come “combattenti per la libertà”,e li scatenò sui serbi.La strategia della NATO di bombardamenti ad alta quota si spostò rapidamente da legittimi obiettivi militari alla distruzione di infrastrutture, ospedali, stazioni televisive e civili -tutto in nome dell’ “intervento umanitario”…

Allo stesso modo, la costruzione dei media per l’attacco in corso alla Libia è stata caratterizzata dallo stesso livello di propaganda fabbricata in un contesto di azioni segrete utilizzando noti gruppi terroristici.La ribellione contro il colonnello Gheddafi,che i media tradizionali ci vorrebbero far credere sia una indipendente e organica rivolta di popolo contro un oppressore brutale,è stata effettivamente manipolata dagli agenti della CIA,dell’MI6 e da particolari gruppi di forze segrete, come le SAS, per un certo numero di settimane.Una squadra di SAS inglesi è stata recentemente arrestata dai ribelli libici,riecheggiando cosi l’arresto dei soldati SAS a Bazra nel 2005,dotati di armi,esplosivi e travestimenti,colti a sparare a un checkpoint della polizia irachena,in un esempio da manuale della tattica del divide et impera.

Armi e combattenti affiliati ad Al-Qaeda sono stati fatti fluire nel paese dalla Arabia Saudita e dall’Egitto direttamente dalla NATO e da altre fonti occidentali nel tentativo di fomentare la caduta di Gheddafi.E’ riportato che anche mercenari africani affiliati ad Israele si sono infiltrati in Libia per sostenere il tentativo insurrezionale.Ed è la reazione del governo libico-una risposta del tutto giustificata contro un insurrezione violenta aiutata da agenti di governi stranieri-che la stampa occidentale sta caratterizzando come l’oppressione di manifestanti disarmati.

Le storie delle atrocità effettuate da Gheddafi si sono rivelate essere di dubbia veridicità,come per esempio l’accusa che Gheddafi stava usando la sua forza aerea per mitragliare folle di manifestanti.Queste accuse rimangono non supportate,ma ciò non ha impedito loro di essere ripetute fino alla nausea sui media mainstream.Se c’è un briciolo di verità in queste notizie ci si chiede perché un’impopolare leader ha recentemente distribuito 1.000.000 di mitragliatici al popolo per combattere contro l’ occupazione straniera.Difficilmente questo rappresenta la tattica di un dittatore che teme il rovesciamento dall’interno.Forse i media rilascieranno video o prove fotografiche a sostegno delle loro affermazioni ma se ci si deve basare sul passato…beh,forse non lo faranno.

Mentre nel video sotto il corrispondente della CNN Nic Robertson fa luce sulle menzogne lanciate da Fox News riguardo la notizia di giornalisti utilizzati dal governo libico come scudi umani (Leggi anche qui)


Una reazione prevedibile ma del tutto infondata alle osservazioni di cui sopra è l’accusa di essere un simpatizzante di Gheddafi.Coloro che fanno queste accuse sono colpevoli di confusione e mancanti di una lettura più ampia.Certo, Gheddafi non è un angelo-allo stesso modo Slobodan Milosevic e Saddam Hussein erano colpevoli di dispotismo,di crimini contro l’umanità e di altro.Ma quelli che fanno tali accuse perdono l’ironia della loro retorica,dato che supportano l’utilizzo sfrenato di violenza da parte di forze militari molto più potenti in gran parte contro le popolazioni civili,con crimini che superano di gran lunga quelli commessi dai dittatori fantocci che cercano di rovesciare.Il fatto che questi dittatori e despoti abbiano commesso le loro atrocità proprio con le armi fornite dalle nazioni occidentali non viene mai menzionato perchè farlo significherebbe mettere a nudo la propria ipocrisia. “Dobbiamo uccidere per evitare di uccidere”, è l’ideologia che promuovono,incuranti della contraddizione intrinseca che vi si trova dentro.

Questa ipocrisia è normale vederla nel recente rilascio delle foto di soldati americani in Afghanistan, in posa per foto-trofeo con i civili uccisi. Mentre alla BBC sono impegnati a pubblicare un’infinità di notizie sui nostri impressionante aerei da combattimento,della loro precisione nel “bombardamento” e nella produzione di racconti di massacri di Gheddafi, foto come queste sono completamente ignorate:
E, naturalmente, si menziona a malapena l’oppressione brutale in luoghi come il Bahrain,dove i militari hanno massacrato i manifestanti,o i recenti attacchi aerei e incursioni a Gaza dell’esercito israeliano durante il fine settimana.Questo perché loro sono i nostri “alleati” e i loro crimini-come i nostri-sono del tutto ammissibili.
Solo un altro giorno nell’Impero…