martedì 23 ottobre 2012

Mattei, chi lo ricorda oggi, lo ostacolò sempre in vita

Alla Camera si commemora oggi il fondatore dell’Eni ucciso 50 anni fa
dai petrolieri Usa e dagli ambienti atlantici

  Sono passati quasi 50 anni da quella sera del 27 ottobre 1962 quando nei cieli di Bascapé una bomba nascosta a bordo dagli “atlantici” fece esplodere in volo l’aereo di Enrico Mattei.

Un assassinio, quello del fondatore e presidente dell’Eni, che le autorità di governo dell’epoca, per non innescare uno scontro internazionale con gli alleati della Nato, cercarono in tutti i modi di far passare come incidente provocato dall’impatto dell’aereo volo contro il suolo. Vi furono minacce contro il contadino che aveva assistito all’esplosione e venne comprata la sua testimonianze attraverso l’assunzione di un parente in una società controllata dall’Eni.

Fu lo stesso vertice del gruppo, a guidare il quale era stato richiamato nel frattempo Eugenio Cefis, allontanato da Mattei perché troppo filo-atlantico e filo-israeliano, a cercare di spargere una cortina fumogena sulle dinamiche di quel giorno. Allora, all’Italia venne inviato un preciso messaggio: non dovete cercare di avere, attraverso l’Eni, una vostra politica autonoma nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente.

L’incredibile di tutta questa vicenda è che a coprire un omicidio furono gli stessi protettori politici di Mattei. Quegli esponenti della sinistra della DC, partito nella quale militava e nelle cui formazioni partigiane aveva combattuto durante la Resistenza. La stessa chiamata di Cefis a prendere il posto Mattei rappresentò il segnale che il messaggio degli atlantici era stato recepito: voi italiani non vi dovete allargate troppo. Non è un caso che dopo il colpo di Stato in Libia di Gheddafi, sponsorizzato dal Sid, il nostro servizio segreto militare, ci furono le bombe del dicembre 1969 e l’avvio della cosiddetta “Strategia della Tensione”.

Un termine, guarda caso, coniato quell’anno dal settimanale britannico “Observer”. Quella Gran Bretagna che era stato il Paese maggiormente penalizzato dal golpe di Gheddafi, considerate le basi militari e navali che Londra vantava in Libia. L’assassinio di Mattei coincise, e questo è un elemento da non trascurare, con la crisi dei missili sovietici a Cuba quando il mondo si trovò sull’orlo di una scontro armato Usa-Urss. In tale fase, una figura come Mattei, nonostante il suo anti-comunismo di fondo e il suo essere stato uno dei fondatori di Gladio, venne ucciso come potenziale elemento destabilizzante degli equilibri geo-strategici nell’area mediterranea. Soltanto una quindicina di anni fa, e suscitando non poco imbarazzo, una perizia tecnica, ordinata dalla magistratura, accertò l’esistenza di residui di esplosivo nelle lamiere del jet di Mattei. Un imbarazzo comprensibile perché l’oggetto di tale perizia era l’ennesima dimostrazione, un’altra fu il sequestro e l’omicidio di Moro, che il nostro era e resta un Paese a sovranità limitata.

Enrico Mattei resta una figura che sembra non appartenere davvero a questo Paese nel quale i politici, soprattutto quelli attuali, non hanno la benché minima idea di quello che sono e che dovrebbero essere l’interesse e la sovranità nazionali. Al contrario, dopo l’infausta crociera sul Britannia del 2 giugno 1992, e dopo la speculazione anglofona contro la lira in ottobre, quasi il 70% delle azioni dell’Eni vennero messe in vendita in tre diverse tranches, prevedendo addirittura una quota del 30% di esse, quindi un 20% circa del totale, ad investitori internazionali. In altre parole a fondi di investimento anglo-americani. Come se il collocamento sul mercato avesse bisogno di compratori esteri. Per la cronaca, a curare la privatizzazione, insieme ad altre banche, venne chiamata l’immancabile Goldman Sachs, che da un ventennio ricopre un ruolo nefasto nelle nostre vicende politiche nazionali, fornendo ministri e sottosegretari (Prodi, Letta, Monti e il non compianto Padoa Schioppa, tutti suoi ex consulenti) e piazzando un proprio ex vicepresidente (Draghi) come governatore della Banca d’Italia prima e come presidente della Bce poi.

Appare quindi paradossale e incredibile che l’Italia politica si appresti a celebrare Mattei. Lo farà oggi alla Camera, presente Giorgio Napolitano, con Gianfranco Fini, Paolo Scaroni (amministratore delegato dell’Eni), il regista Francesco Rosi (autore di un celebre film su Mattei) ed altri, con interventi, lettura di documenti e proiezione di documentari.

Una presenza singolare quella di Fini, perché sulla scia di Casini (Udc) che aveva chiesto la vendita ai privati delle quote ancora pubbliche di Eni, Enel e Finmeccanica, pure Fini si è espresso a favore del processo di privatizzazione. Si tratta insomma di due eredi di quelle correnti liberal-liberiste e cattolico-liberali che si opposero sin dall’inizio al salvataggio dell’Agip, di cui Mattei era commissario liquidatore, alla nascita dell’Eni e alla politica estera ed energetica dell’ente petrolifero pubblico. Quanto a Napolitano è appena il caso di ricordare che negli anni settanta era l’unico esponente di rilievo del Pci ad essere ricevuto senza alcun problema negli Usa dagli ambienti politici e finanziari che contano. Sarà interessante quindi ascoltare gli interventi dei politici presenti, pronti a non dire quello che invece dovrebbe essere detto.

Ieri l’Eni, controllato al 70% dalla Cassa Depositi e Prestiti, ha comunicato di aver venduto alla stessa CDP il 29,99% della Snam che gestisce la rete del gas. Una svolta che era auspicata da tempo dai concorrenti esteri, richiesta dalla Commissione europea e anche dai fondi speculativi di oltre Oceano che l’avevano giudicata più importante della riduzione del nostro debito pubblico. Al di là dei soldi che l’Eni incasserà e che la rafforzeranno finanziariamente ma la indeboliranno dal punto di vista strategico, c’è da tenere presente il consulente scelto dalla CDP per concludere l’operazione. La Goldman Sachs. E poi dicono che non siamo una colonia. Enrico Mattei si starà rivoltando nella tomba.

di Filippo Ghira

sabato 20 ottobre 2012

Corruzione: ecco i costi della politica. Quella vera, quella europea

I costi delle ruberie, in realtà poche briciole, contro quelli delle pretese europee. Ecco chi ci sta davvero rapinando.
 
Clicca sul grafico per ingrandirlo
 
 
Ne ho parlato nel mio ultimo post sul Fatto Quotidiano, perché è una questione che non si può più continuare ad ignorare: i famigerati "costi della politica" di cui tanto si discute, non solo sono poche briciole gettate ad ignoranti comodi burattini affinché non esercitino le proprie prerogative funzionali, ma anche un'ottima vetrina per convincerci che lo Stato è un'istituzione inutile e corrotta.
 
Per moltissimi cittadini oggi Stato=Fiorito, Stato=corruzione, Stato=ruberie. Sta diventando un'equazione irrimediabilmente introiettata: dove c'è lo Stato ci sono i politici, e dove ci sono i politici si ruba; quindi lo Stato ruba. E' sbalorditivo come il concetto di Stato, di collettività, di cosa comune, uno dei più alti concetti su cui si basa la nostra democrazia, sia stato così abilmente rovesciato onde favorire d'ora in poi agli occhi degli sprovveduti l'avvento dei "privati".
E per chi pensa che tagliare gli sprechi della politica salverebbe finalmente il Paese, un piccolo reminder:
La barca di soldi risparmiata alle ruberie, che fine farà? Ci abbiamo pensato? Perché non darei troppo per scontato che quel mucchio di quattrini sarà dirottato su scuole e ospedali. C'è la troika in agguato, gli immorali "creditori" alla porta. I soldi sottratti alle grinfie dei Fiorito sono già destinati: e non certo a noi, ovvero allo Stato. Finiranno nell'infinito calderone degli interessi sul debito, quelli con cui ci stanno strappando la pelle di dosso.
 
Ebbene, ora c'è anche la dimostrazione concreta, nero su bianco, che non si tratta neppure di una barca di soldi ma briciole, appunto. L'ha pubblicata Messora su Byoblu (e chiede fiori sulla tomba). Nel grafico qui sopra, potete confrontare i costi della "politica", ossia nani e ballerine, con quel che ci costano il fiscal compact e il fondo salva-stati, i miliardi di euro che sborsiamo o che stiamo per sborsare. Ah, qualora non riusciate a decifrare: i costi della "politica" tra virgolette sono le inesistenti colonnine sulla sinistra sopra le scritte "partiti, regioni, comuni". Anch'io non riuscivo a vederli.
Invece, si vedono benissimo a destra le mostruose colonne relative a quel che ci stanno rapinando l'Europa e la sua politica, quella vera, quella che sta davvero incidendo come un bisturi nelle nostre vite. Ancora convinti che le istituzioni europee siano la salvezza dai Fiorito che ci hanno abilmente inflitto? Dalla padella alla brace del Monte Fato, direi.
 
Grafico - Byoblu
 

martedì 16 ottobre 2012

Chi usa la casta per screditare lo Stato

" ... Per moltissimi cittadini oggi Stato=Fiorito, Stato=corruzione, Stato=ruberie. Sta diventando un’equazione irrimediabilmente introiettata: dove c’è lo Stato ci sono i politici, e dove ci sono i politici si ruba; quindi lo Stato ruba. E’ sbalorditivo come il concetto di Stato, di collettività, di cosa comune, uno dei più alti concetti su cui si basa la nostra democrazia, sia stato così abilmente rovesciato onde favorire d’ora in poi agli occhi degli sprovveduti l’avvento dei “privati”.
 I quali sono, ovviamente, grandi multinazionali straniere, banche e istituti finanziari globali, persino ex grandi industrie nazionali ora in mano a consigli di amministrazione che definire discutibili è poco. Istituzioni spesso criminali che hanno devastato e impoverito intere nazioni, e che oggi ci vengono dipinte come l’alternativa onesta allo Stato dei Fiorito. C’è gente che se la beve, dimentica di ciò che accadde nel 1992 e che ora si sta ripetendo.
Fate attenzione a chi usa la Casta per screditare lo Stato. ..."
 
 di Debora Billi

Va bene, abbiamo capito.
La Casta politica italiana è quanto di più brutto, disgustoso, schifoso e parassita sia stato dato di vedere negli ultimi 150 anni. Dobbiamo cacciarli tutti, dal più celebre senatore al più infimo funzionario di ente locale, per sostituirli con gente migliore: cittadini capaci, persone oneste, e persino semplici volenterosi.
Appurato ciò, passiamo oltre. Perché in questo Paese, oltre a cacciare la casta, c’è da capire un po’ di cose.
 
La prima, è che tale classe politica è stata appositamente selezionata negli anni proprio perché incapace e disposta alla corruzione. Tali personaggi ignobili si contentano dell’osso gettatogli, feste e champagne, se ne stanno buoni e non recano disturbo sulle cose che contano e che neppure capiscono. Ciò ha garantito ai famigerati “poteri forti” di poter imperversare, non avendo alcuna controparte politica di un qualche spessore con gli strumenti culturali e tecnici, e il rigore morale, per ostacolare certi disegni.
 
La seconda, è che come simpatico effetto collaterale una simile classe politica scredita tutto lo Stato. Per moltissimi cittadini oggi Stato=Fiorito, Stato=corruzione, Stato=ruberie. Sta diventando un’equazione irrimediabilmente introiettata: dove c’è lo Stato ci sono i politici, e dove ci sono i politici si ruba; quindi lo Stato ruba. E’ sbalorditivo come il concetto di Stato, di collettività, di cosa comune, uno dei più alti concetti su cui si basa la nostra democrazia, sia stato così abilmente rovesciato onde favorire d’ora in poi agli occhi degli sprovveduti l’avvento dei “privati”. I quali sono, ovviamente, grandi multinazionali straniere, banche e istituti finanziari globali, persino ex grandi industrie nazionali ora in mano a consigli di amministrazione che definire discutibili è poco. Istituzioni spesso criminali che hanno devastato e impoverito intere nazioni, e che oggi ci vengono dipinte come l’alternativa onesta allo Stato dei Fiorito. C’è gente che se la beve, dimentica di ciò che accadde nel 1992 e che ora si sta ripetendo. Fate attenzione a chi usa la Casta per screditare lo Stato.
 
Ultima cosa. Scenderemo in strada a festeggiare, e lo champagne lo stapperemo noi, quando se ne andranno finalmente tutti a casa. Ma attenzione: la barca di soldi risparmiata alle ruberie, che fine farà? Ci abbiamo pensato? Perché non darei troppo per scontato che quel mucchio di quattrini sarà dirottato su scuole e ospedali. C’è la troika in agguato, gli immorali “creditori” alla porta. I soldi sottratti alle grinfie dei Fiorito sono già destinati: e non certo a noi, ovvero allo Stato. Finiranno nell’infinito calderone degli interessi sul debito, quelli con cui ci stanno strappando la pelle di dosso.
E’ ora di superare i Fiorito nel dibattito politico, e di badare alle cose che contano. L’uomo dietro il sipario non è un grassone che ingolla champagne sul Suv.
 


sabato 13 ottobre 2012

Fratelli d'Italia, perchè tutti questi casi di corruzione vengono scoperti proprio adesso?

 
Se anche voi credete che in politica nulla accade così per caso (in realtà questa legge vale anche per le altre questioni), allora forse qualcuno di voi si sarà chiesto perchè i vari casi di corruzione affiorano proprio in questi giorni.
Nel senso che come mai i vari casi sulle regioni, iniziati dalla regione Lazio dell'ormai famoso Fiorito, si stanno moltiplicando proprio ora, proprio in questi giorni, e ad esempio non sono stati portati alla luce 6 mesi prima?
Ascoltando gli stessi tg italiani, sulla Rai o su Mediaset, si apprende che le dimensioni dell'abuso dei soldi pubblici ed il numero di regioni in cui qualcosa andava visibilmente storto non era tale da lasciare dubbi.
 
Attenzione a non fraintendere, nessuno dice che le palesi scorrettezze scoperte non esistessero; ma il dubbio è, ripetiamo, perchè proprio ora.
Eppure i magistrati scoprono tutto ora, mentre è in pieno il dibattitto sulle prossime elezioni, proprio mentre gli schieramenti politici si stavano formando, proprio mentre tutto era in preparazione per dare all'Italia un governo eletto.
 
Ma i casi rivelati negli ultimi giorni, che stanno sistematicamente coinvolgendo un pò tutti i partiti politici a destra e sinistra, lasciano pensare una cosa.
Considerando che il professor Monti ha pure sventolato a New York la possibilità di un secondo mandato, non è che si vuole preparare il terreno fertile proprio per il suo bis?
In questo senso chi ha visto i tg di ieri avrà notato che i primissimi sondaggi fatti tra la gente dopo gli ultimi scandali rivelano che oltre l'80% degli italiani non si fida più della politica e dei politici. "Ed allora visto che politici sono tutti ladri perchè non riaffidarsi di nuovo ad un governo di "tecnici"?", potrebbe essere il pensiero che questa operazione potrebbe tentate di inculcare nella mente delle genti.
 
Ripetiamo che il fatto che il politico in genere sia ladro o meno è un discorso secondario, ora la persona intelligente dovrebbe cercare di capire perchè la tempistica di questi nuovi scandali di tangenti, corruzione ed uso improprio di soldi pubblici è decisamente particolare.
Alcuni degli italiani che ieri hanno risposto alle domande dei giornalisti sui nuovi casi hanno parlato di "Tangentopoli 2" ed in pratica hanno richiamato un concetto che torna utile pure al nostro discorso.
Con la prima Tangentopoli vennero spazzati via i partiti tradizionali e la vecchia classe politica; non che quei politici in particolare non se lo fossero meritati, per carità, ma sicuramente, come poi lasciano pensare "i dubbi incontri" che di Pietro stesso ammette di aver avuto con l'allora ambasciatore Usa in Italia, quel sistematico avvicendamento della "vecchia politica" con quella nuova, che come vediamo oggi non è più onesta, cambiò molto l'Italia soprattutto in certe questioni inerenti alla sua indipendenza relativa in Economia e Politica Estera.
Oggi, a mio avviso, siamo davanti ad un "ricorso" storico con le stesse caratteristiche. Qualcuno dietro le quinte usa la sempre esistente corruzione del sistema politico italiano per favorire la salita al potere del suo uomo, in questo caso Monti.
 
E sappiamo di chi è o dovrebbe essere uomo Monti, e gli italiani conoscono già troppo bene pure le sue politiche economiche ed altresì quelle della Politica Estera.
Abbiamo capito di chi si tratta. Se proprio non avete nessuna idea, un suggerimento: potrebbe trattarsi di un alleato, o di un paese dove Terzi, un tempo, ha fatto l'ambasciatore!
 

mercoledì 10 ottobre 2012

Europa a rotoli ma tranquilli, siamo (solo) a metà strada

Al’Europarlamento Draghi sparge fiducia, esalta i sacrifici (degli altri) e assicura che il nostro futuro sarà roseo
L’economia europea sta andando a rotoli.
Ma si deve avere fiducia perché siamo a metà del guado.
Affidatevi quindi alle amorevoli cure della Banca centrale europea e vedrete che la traversata del nuovo Mar Rosso, nel senso di rosso sangue, verrà compiuta e i cittadini europei si ritroveranno ancora più poveri, senza risparmi da parte, senza un lavoro, senza un futuro e in molti casi senza una casa, travolti da acque che finiranno per spazzare via tutto e tutti, mentre i banchieri si arricchiranno.
Questo ha detto in sostanza Mario Draghi alla commissione Affari economici del Parlamento europeo. Ma abbiate fiducia, ha cercato di rassicurare, quanto sta accadendo viene fatto per il bene comune.

I sacrifici di oggi ci permetteranno di stare meglio tutti domani.
Peccato che quel domani mitico sia molto lontano da venire e che il presente è fatto di recessione, disoccupazione e povertà crescente. Ma all’ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs tutto questo interessa poco. Ciò che conta è essere fedele alla linea scelta dalla Bce e dalla Commissione europea che continuano a considerare il Mercato come un feticcio intoccabile e non vogliono indicare le cose con il loro nome. Sarebbe infatti troppo per l’anglofono Draghi ammettere che la situazione attuale dell’Unione europea e dell’area dell’euro è aggravata da una speculazione anglo-americana che, attraverso l’attacco ai Bonos spagnoli e ai nostri Btp, punta a fare crollare il sistema del’euro. Sarebbe troppo perché Mario Draghi di quel mondo anglofono è stato parte integrante.
Così l’ex direttore generale del Tesoro, che fece gli onori di casa sul Britannia il 2 giugno 1992 per poi scendere prima che il panfilo reale salpasse, è stato fedele al suo ruolo di venditore di fumo, diffuso in abbondanza per cercare di fare scordare che i responsabili del peggioramento dei guai di alcuni Paesi dell’Unione europea, come Spagna e Italia, sono i suoi amici di Wall Street e della City. Banditi che ci stanno derubando con i guanti bianchi e approfittando dell’assenza di controlli da parte degli Stati e degli organismi internazionali che invece gli hanno concesso la più ampia libertà di azione.

Una speculazione che, imponendoci di abbattere il debito pubblico per “rassicurare” i mercati, ci suggerisce di farlo svendendo le quote ancora pubbliche di Eni, Enel e Finmeccanica, e cancellare la possibilità per l’Italia di esercitare un ruolo nell’area mediterranea e nel Vicino Oriente. A Palazzo Chigi, la finanza anglofona, al posto di un Berlusconi troppo filo-libico e troppo filo-russo, ha imposto un ex Goldman Sachs come Mario Monti che, tra le altre cose, ha promosso l’avvio dello scorporo della Snam dall’Eni. Quello che avevano chiesto ambienti di Wall Street che avevano definito una svolta del genere come più importante dello stesso taglio del debito pubblico. Ci troviamo così di fronte a governi, ad organismi internazionali (Commissione Ue) e a Banche centrali (Bce) che ci chiedono sacrifici in funzione di un futuro che ci viene prospettato come roseo ma che ci vedrà rapinati dei nostri soldi destinati a finire nelle capaci tasche dei banchieri.

Del resto è stata la stessa Bce a confermarcelo. Tra novembre e marzo scorso l’istituto di Francoforte ha messo a disposizione delle banche dell’eurozona la non indifferente cifra di 1.000 miliardi di euro che dovevano essere destinati a finanziare gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie e sostenere in tal modo la crescita economica. Soldi che le banche hanno invece utilizzato per ricapitalizzarsi e rifarsi delle perdite, che erano l’effetto più di investimenti e di speculazioni andate a male che di perdite derivanti dalla impossibilità dei clientela di restituire il denaro preso a prestito. Ed è incredibile che, in Spagna come in Italia, ci siano banche la cui situazione patrimoniale e finanziaria stia emergendo come più catastrofica di quello che appariva e che sono state obbligate, le prime a chiedere altri aiuti ai fondi europei, le seconde ad avviare un massiccio programma di ricapitalizzazione.

E’ quindi gravissimo che venga lasciato terreno libero ai vari Draghi e Monti che oggi infestano l’Europa per avviare le loro politiche ultra-liberiste funzionali allo smantellamento dello Stato Sociale e alla progressiva cessione di sovranità da parte degli Stati ad organismi internazionali che riflettono gli interessi degli ambienti finanziari.
C'è ancora molto da fare, ha insistito Draghi, perché a metà del guado c'è ancora vento, c'è ancora tempesta'. (...)

di Filippo Ghira
Fonte: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=17200

venerdì 5 ottobre 2012

WALL STREET FA IL TIFO PER IL MONTI-BIS


Dopo Goldman Sachs anche Morgan Stanley e Citigroup auspicano che l’Italia non abbandoni la linea del premier che dovrebbe restare al governo alla guida di una grande coalizione o in alternativa salire al Colle

Il messaggio è chiaro, Wall Street punta su un Monti-bis, o comunque su un governo che non esca dal solco tracciato dall’attuale presidente del Consiglio. Goldman Sachs pochi giorni fa, in un lungo report dedicato alle prospettive politiche italiane, aveva spezzato una lancia per il Pd, motivando però l’implicito endorsement con la constatazione che la vittoria di una coalizione di Centrosinistra guidata dal partito di Pierluigi Bersani avrebbe sostanzialmente proseguito la politica di rigore del governo Monti.

Ora è la volta di Citigroup e Morgan Stanley, che hanno appena pubblicato due studi aggiornati (tengono conto anche della crisi politica nella Regione Lazio) ed entrambe finiscono per auspicare che le prossime elezioni conducano ad una grande coalizione che riporti Monti a Palazzo Chigi, o anche al Quirinale (proprio ieri, peraltro, l’attuale premier ha chiarito che lui non si candiderà alle elezioni). Una soluzione del genere, scrivono gli analisti di Citi, sarebbe la migliore per «mettere l’Italia sulla strada della ripresa». Di Monti, è scritto ancora nel report, si può dire che «ha fatto un eccellente lavoro nel ristabilire la credibilità dell’Italia all’estero», non ha avuto altrettanto successo però nel tagliare il debito o cambiare mentalità e abitudini degli italiani.

Ciononostante è emerso come un leader notevole (anche se si aggiunge che lo stesso non si può dire di alcuni ministri). Tracciando diversi scenari per il futuro Citi arriva quindi ad auspicare un prossimo governo, sostenuto da una grande coalizione e basato su una formula ibrida tecnico-politica, che sarebbe nella migliore posizione per chiedere «un programma tipo Troika con condizioni lievi, che consenta alla Bce di iniziare a comprare titoli di Stato italiani». Uno scenario, insomma, che avrebbe come completamento l’elezione di Monti al Quirinale, con «un ruolo che probabilmente sarebbe molto più importante di quello di premier per preservare i futuri rapporti dell’Italia con i suoi partner europei»

Altre soluzioni, per Citi, sarebbero molto più pericolose, e con un chiaro riferimento al ritorno in campo di Silvio Berlusconi, gli analisti si chiedono: «Compreremmo titoli di Stato di un Paese il cui premier possa proporre un altro ponte sullo Stretto?».

Anche Morgan Stanley auspica che l’Italia non abbandoni il Montismo. Del resto, scrivono gli analisti della banca d’affari: «Il rischio è che in vista delle elezioni, la volontà e la capacità di implementare le riforma venga meno». MS crede che «una situazione politica non risolta», che veda «nessun partito in grado di ottenere una maggioranza assoluta, e la crescente importanza dei partiti marginali, potrebbe trasformarsi in un canale di contagio».
«Se tutti i pezzi del puzzle politico andranno a posto», concludono gli analisti di Citigroup, che pure mantengono negativo l'outlook a breve, «crediamo che l'azionario italiano, che scambia circa il 60% al di sotto dei livelli del 2007 e con il minor P/E 2013 di qualsiasi altro Paese europeo, offra un potenziale per ritorni notevoli dopo anni di sottoperformance».

di Antonio Satta
Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10866
Fonte: www.milanofinanza.it

Monti bis. Svegliati Italia, per non morire di tasse
 
 
Quando la “Patria” chiama l’uomo delle banche risponde signorsì. “Spero di no, ma se le forze politiche lo chiedono sono disponibile a un secondo mandato”, questa la preoccupante dichiarazione di Monti. Francamente dovremmo tutti cominciare a porci il problema. La prima cura del governo dei Professori è stata disastrosa, non solo perché sta portando il Paese alla recessione ma soprattutto perché sta togliendo i sogni. Sognare un lavoro ben retribuito, sognare una casa, sognare una famiglia, sognare una vita di qualità. Purtroppo invece con le sue politiche ammazza cavallo ci sta portando nel baratro. E il pensiero di un mandato bis deve preoccupare tutti gli italiani, altro che questione di credibilità all’estero. Se la credibilità deve portarci alla perdita della nostra sovranità e dei nostri diritti di cittadini e di lavoratori allora meglio tornare alle politiche nazionali dove almeno questo ha ancora un suo valore. Ora nessuna meraviglia per questa disponibilità di Monti, perché al suo no a ricandidarsi non ci abbiamo mai creduto. Non per niente abbiamo sempre sostenuto che si sarebbe riproposto, come i peperoni. Oltretutto bisogna sempre tener presente le sollecitazioni di Casini che nelle larghe intese e nel Monti bis ha sempre creduto. Solo il povero Vendola e il povero Di Pietro hanno cullato questa illusione.
Anche Bersani e D’Alema stanno prendendo per il naso i propri elettori, facendo credere di voler tornare a Palazzo Chigi. Cosa impossibile perché né la Bce né il Fmi né l’Ue credono nelle capacità della dirigenza piddina. E quindi Monti sarà ancora una volta preso come esterno e messo a dirigere l’orchestra formata da Bersani, Casini, Berlusconi e Fini.
Che poi si arrivi o no alla nuova legge elettorale a questo punto è insignificante. I mercati vogliono Monti e così sarà. A meno che gli italiani e il popolo europeo non si sveglino dal torpore, ribellandosi a questo disegno. Se dopo i sogni di Berlusconi ci tocca pure risvegliarsi con l’incubo Monti, allora è bene tornare a manifestare la propria rabbia contro queste politiche di miseria e perdita di dignità. Non può essere la finanza a decidere sul nostro presente e sul nostro futuro. Monti logicamente dice che in questa sua disponibilità non c’è stato nessun dietrofront. Difatti non si candita per nessuna delle due sponde ma si rende pronto a servire ancora una volta il Paese. A questo punto non resta che affidarsi all’astensionismo. Di fronte a queste prospettive l’unica forma di ribellione è quella delle urne vuote o semivuote. Non è possibile mandar giù una seconda ondata di pillole ammazza italiani. E di fronte a questa sciagura siamo costretti ad assistere a questa ridicola sceneggiata delle primarie. Ma cosa ce ne può importare di Bersani, di Renzi, di Vendola quando poi i giochi sono già decisi dalla Bce, dal Fmi, da Bruxelles? “Nel caso di circostanze particolari, che spero non si verificheranno, potrebbero chiedermi di tornare. Potrei considerare questa ipotesi, ma spero di no”. Purtroppo invece il Monti bis è alle porte. Sveglia italiani basta ad ascoltare questi cartomanti di centrosinistra e di centrodestra, torniamo ad essere sovrani del nostro presente e del nostro futuro.
 
di Michele Mendolicchio
 
SARA’ MONTI-BIS E la speculazione gongola

 
Come le famose verginelle, i nostri paludati “commentatori” e “opinionisti”, quelli che discettano sui profondi valori e verità della politica politicante nazionale, si sono ieri accorti che “il Monti-bis spiazza tutti”.
Già, per tali arguti venditori di parole, la candidatura del Sobrio Tecnico della Finanza (quella “Alta”) non scelto dal popolo, sarebbe giunta inattesa, come un fulmine a ciel sereno.
Per questo quotidiano però, non soltanto “era nell’aria”, ma preventivata, come andiamo scrivendo da sempre.
Mr. Monti non è nato per partenogenesi dalla testa di Giove come Minerva, ma è il frutto di una “inseminazione artificiale”, organizzata dai poteri atlantici politici e finanziari. Un parto poi supervisionato dalla “troika” Fmi-Bce-Ue e avvenuto sotto le cure di un’ “ostetrica” del vaglio di Napolitano.
L’Italia doveva essere retta - come la Grecia e tanti altri piigs, d’altra parte - da fedeli esecutori delle nefaste politiche del rigore e della recessione globalizzastrice imposte dalla speculazione internazionale e dai loro manutengoli ospiti della Casa Bianca e di Downing Street.
E, poichè la cura lacrime e sangue, volta a far diventare la nostra Nazione una “regione” del mercato globale dedita esclusivamente ai cosiddetti “servizi” (turismo e ospitalità per gli oligarchi del mondo), non è ancora stata ben digerita, occorre ancora lasciare al potere, a Palazzo Chigi, un fedele esecutore della mostruosa terapia.
Così stavano e stanno tuttora le cose.
E Silvio Berlusconi, il Defenestrato, questo la sapeva e lo sa ancora molto bene: è per questo che ha tirato un anno fa i remi in barca, è per questo che adesso rispolvera pro-domo sua argomenti tabù (tanto è all’opposizione, “teorica”), come la polemica anti-euro, come gli attacchi all’Unione europea, come le accuse all’ “estorsore” Equitalia, come le critiche al meccanismo europeo di stabilità (che il suo Pdl ha però approvato e che è entrato nel suo feroce vigore proprio ieri). Si sta allenando soltanto, ma per il medio futuro, non certo per il 2013.
Chi, beota, gongola, è il postdemocristiano Casini, dall’ultimo posto del meccanismo partitocratico. Chissà perché. Forse è l’unico, da buon democristiano, a credere ancora che i cittadini sono dei sudditi e non si ribelleranno mai.
Chi, invece, si sente schiaffeggiato dal Monti-bis, è il Pd di Bersani, che aveva assunto le vesti del più convinto assertore di questo governo “tecnico” ammazza-Italia. Il vertice “democratico” si era evidentemente bevuto d’un sorso la barzelletta di un “governo tecnico a tempo”, così come sussurrato dal Mentore Quirinalizio.
Ed ora ecco il circo dei partiti blaterare di “proporzionale”, “riforma elettorale” etc. etc.
Non sanno più che pesci prendere. E allora si rifugiano nelle tenzoni polemiche fini a se stesse e guardandosi bene dal sottolineare come l’annuncio della “disponibilità” (sic) di Mr. Monti ad un nuovo mandato di legislatura sia stato in tempi record elogiato dalla Moody’s (“l’Italia ci guadagnerà”, ha affermato il “chief economist” Mark Zandi dell’agenzia di rating privata).
D’altra parte la Moody’s, per la quale anche Mr. Monti ha lavorato (contro l’Italia) non è altro che la”“commissionaria” delle banche d’affari che speculano sui tutoli pubblici nazionali. E’ la stessa “agenzia privata” che con le sue “pagelle” continua a svalutare l’economia nazionale per farne uno spezzatino e offrirla così a prezzi stracciati alle fameliche multinazionali in attesa delle “privatizzazioni” di quel che resta delle nostre aziende strategiche: Snam, Finmeccanica, Ilva, Enel e così via.
Ma Vi domandiamo: come mai soltanto noi scriviamo su carta queste verità?
Come mai c’è un generale accordo a “silenziare” queste semplici constatazioni?
Sappiamo bene, purtroppo il perché. E’ scomodo rinunciare ai riflettori e dire la verità, ammettere che gli italiani sono sudditi e schiavi di un’oligarchia. E che loro ne sono i corifei.
 
di Ugo Gaudenzi
 
Moody’s alza il rating dell’amico Monti
 

Eravamo quattro amici a Wall Street.
Mario Monti, da ex consulente di Moody’s e di Goldman Sachs ha lasciato un buon ricordo di sé da quelli parti, come del resto alla City di Londra. Così, il giorno dopo aver fatto da New York (!) la grande concessione di essere pronto dopo le elezioni del 2013 a guidare un governo di salvezza (si fa per dire) nazionale, l’ex consigliere di amministrazione della Fiat ha ottenuto dai vecchi (beh insomma) amici di Moody’s il riconoscimento di essere insostituibile per l’Italia. Insostituibile quindi per affossare definitivamente il nostro sistema industriale, per svenderne la parte pubblica (Eni, Enel e Finmeccanica) ad aziende straniere e per impoverire definitivamente i cittadini italiani.
Si deve osservare che è il termine insostituibile a lasciare sconcertati, ma consoliamoci ricordando che Clemenceau, primo ministro francese, diceva che i cimiteri sono pieni di persone insostituibili. Pur augurando a Monti una vita ancora lunga, gradiremmo però che la vivesse altrove e ben lontano dalle stanze del potere legale e politico. Certo, se teniamo conto del peso e dei condizionamenti dell’euro e delle speculazioni della finanza anglofona contro l’Italia, non siamo così ingenui da pensare che l’origine vera delle decisioni di politica economica sia da ricercarsi nelle stanze di Palazzo Chigi.
Ma la presenza di Monti alla guida del governo è la dimostrazione della scomparsa della classe dirigente politica nel nostro Paese. Gli esponenti dei partiti attuali sono, chi più chi meno, delle mezze calzette. I tanto deprecati politici della Prima Repubblica avevano quanto meno il merito di essere ben coscienti di cosa fosse l’interesse nazionale che, sia pure con alti e bassi, sono riusciti a difendere unitamente alla nostra sovranità. Come hanno dimostrato Enrico Mattei nella gestione dell’Eni e Bettino Craxi nell’episodio di Sigonella.
Le attuali mezze calzette che popolano le aule del Palazzo e quelli che ora bussano alle porte per entrarvi, non hanno la benché minima percezione di cosa significhi le parole Patria e Nazione, tranne che in occasione delle partite di calcio. Si tratta di politici che ai tempi di Craxi e Andreotti erano relegati in panchina o politici di nuova generazione che non hanno ancora preso le misure del mondo nel quale sono entrati. Gli uni e gli altri sono tifosi e sostenitori del Libero Mercato, si dichiarano ultra liberisti, e vedono con favore le pressioni dei mercati finanziari contro i nostri titoli di Stato, considerandole quasi un invito a tagliare la spesa pubblica, ridurre il disavanzo e il debito pubblici.
Quelli che bussano per entrare, e si preparano a farlo alle prossime elezioni, come gli esponenti del Movimento 5 Stelle, danno l’idea di non sapere andare più in là della richiesta di una amministrazione pubblica più efficiente e meno sprecona. Grillo da parte sua, rimane un enigma. Dopo aver assunto in passato posizioni meritevoli contro la cessione di sovranità monetaria alla Bce e contro le imposizioni della tecnocrazia internazionale; dopo aver attaccato alle assemblee della Telecom l’attività del gruppo azionario di controllo che giocava con l’ingegneria finanziaria per mantenere il proprio potere, danneggiando i piccoli azionisti; dopo tutto questo, oggi Grillo ha assunto posizioni liberiste per quanto riguarda il mercato interno che rischiano se applicate di fare vincere la legge della giungla, con il trionfo del più forte, ossia l’Alta Finanza e le banche. Quell’Alta Finanza di cui Mario Monti è il più genuino interprete anche per essere stato commissario europeo alla Concorrenza e al Mercato Interno.
Il sostegno di Moody’s a Monti non deve essere interpretato come rivolto ad un economista che ha dimostrato di essere perfettamente in linea con certe logiche ma rappresenta soprattutto un monito ad una Italia alla quale le elezioni dell’anno prossimo promettono di assicurare l’incapacità di far nascere un governo che possa contare su una maggioranza parlamentare stabile. A quel punto, Monti, che essendo senatore a vita non ha bisogno di presentarsi alle elezioni, potrebbe essere chiamato a furor di finanza a guidare un governo di grande coalizione come l’attuale e in grado di superare le tempeste scatenate dai prevedibili attacchi della speculazione internazionale. E vale poco in tale ottica che nel PD e nel PdL in diversi abbiano rivendicato un primato della politica che dovrebbe tornare a prendere in mano la situazione. Moody’s è stata quanto mai esplicita. Ha dichiarato infatti il suo capo economista che se le elezioni finissero in un pareggio, e a fronte di un periodo economico straordinariamente difficile, Monti potrebbe offrire le sue capacità per mantenere dritta la barca. Il veleno è in coda: si deve capire, dice Moody’s, se il governo futuro sarà impegnato come quello di Monti nelle riforme strutturali e nel ridurre la spesa pubblica. E chi meglio di Monti potrebbe completare l’opera?
All’ex Goldman Sachs è arrivato pure l’appoggio di Angela Merkel. Con lui, ha fatto sapere, la collaborazione è ottima. E da parte tedesca si desidera che questo spirito di collaborazione e di cooperazione continui. Difficile dire se questo sia un merito o un aggravante.
 
di Filippo Ghira

Articoli correlati:
Monti gioca a fare il prezioso e aspetta una chiamata
MEGLIO MORTI SUBITO CHE ANCORA MONTI DOPO
Monti resta, noi che facciamo?
Debito pubblico: forza Monti, che batti Amato

giovedì 4 ottobre 2012

Lo sciopero è un fatto inaccettabile

" ... Orde di pennivendoli pronti a sbavare rabbia dichiarando che "uno sciopero così non è da paese civile" e addirittura il garante sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali Roberto Alesse che con un tempismo da orologio svizzero si è affrettato ad aprire un'inchiesta sull'astensione dal lavoro in oggetto. ... "


La giornata di sciopero del trasporto pubblico loocale che ieri ha paralizzato le principali città italiane sembra avere provocato di tutto e di più. Orde di cittadini in preda al panico in fuga nelle gallerie del metrò milanese come fossero inseguiti dagli zombies di Resident Evil, ressa in ogni dove, malori, tensioni e perfino manipoli di "eroi" disposti ad immolare il proprio corpo strisciamdo sotto le saracinesche in chiusura, pur di riuscire a prendere l'ultimo treno prima dello stop alla circolazione. Orde di pennivendoli pronti a sbavare rabbia dichiarando che "uno sciopero così non è da paese civile" e addirittura il garante sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali Roberto Alesse che con un tempismo da orologio svizzero si è affrettato ad aprire un'inchiesta sull'astensione dal lavoro in oggetto.
Comprendiamo bene come nell'Italia governata dai banchieri lo sciopero somigli sempre più ad una creatura mitologica alla cui vista inorridire e darsi alla fuga pervasi dal panico....

E lo stesso pensiero che qualcuno possa scioperare, in un momento storico in cui qualsiasi lavoro da schiavo viene considerato alla stregua di un privilegio inarrivabile sembri ai più esercizio di pura follia.
Così come comprendiamo la frustrazione e la paura delle molte persone il cui imperativo è quello di arrivare al lavoro comunque con ogni mezzo, perché se non ci arrivano nessuno pagherà loro la giornata e malauguratamente il lavoro potrebbero anche perderlo, dal momento che i contratti da schiavo sdoganati dalla legge Biagi fra i plausi generali non contemplano più alcuna tutela.
E ancora comprendiamo la ferocia degli scribacchini da guardia tenuti generalmente a catena, qualora in occasioni speciali come questa venga loro concessa dal padrone libertà di ringhiare, azzannare e sfogarsi come meglio credono, purchè naturalmente si tratti delle gambe giuste. Ed anche lo zelo con cui si è mobilitato il garante, dal momento che il suo mestiere consiste proprio nel far si che gli eventuali scioperi non arrechino danno a nessuno e possibilmente neppure si vedano.
Quello che invece fatichiamo a comprendere é la presunzione ostentata da tutto il carrozzone mainstream nel presentare uno sciopero generale alla stessa stregua di una calamità naturale, sfruttando per avvalorare la propria tesi l'isteria collettiva dei forzati da pendolarismo e la paranoia modello americano che ormai si è impadronita di molti italiani.
Dimenticando completamente di ragguagliare il lettore/ascoltatore sul motivo che ha indotto i lavoratori del trasporto pubblico locale a scioperare. Cioé il fatto che il loro contratto non viene rinnovato dal 2007, abominio realmente indegno di un paese civile e anche di quelli che nella nostra supponenza siamo usi considerare scarsamente ricchi di civiltà.
L'unico fatto realmente inaccettabile è proprio quello che l'informazione, primo gurdaspalle dei banchieri, anzichè rispondere alla domanda "ma perchè questi scioperano?"che ieri milioni di cittadini si saranno posti, preferisca focalizzare l'attenzione dell'opinione pubblica sulla calca, i disagi, gli svenimenti.
Si trattava di uno sciopero, il cui scopo precipuo è proprio quello di creare disagi, per attirare l'attenzione su un problema, in questo caso anche di una certa gravità.
Non di un ciclone tropicale, anche se di questi tempi nel nostro paese è certo più alta la probabilità d'imbattersi nel secondo piuttosto che nel primo.
 
di Marco Cedolin

martedì 2 ottobre 2012

La trave e la pagliuzza

" ...Oggi mentre gli uomini poltici di ogni grado e colore sguazzano in una fanghiglia marcescente fatta di scandali, ruberie, truffe, appropriamenti indebiti, festini alla coca e chi più ne ha ne metta, popolando le inchieste della magistratura e le pagine dei giornali, l'intero potere è passato e sta passando nelle mani di organismi sovranazionali come la BCE, l'FMI, la UE, buona parte dei quali a carattere privato. Quella stessa "casta" politica che in questi mesi viene esposta al pubblico ludibrio nell'ambito degli intrallazzi assortiti che catalizzano l'attenzione dell'opinione pubblica, ha firmato e sta firmando accordi come il Trattato di Lisbona, il MES, il Fiscal compact, il Fondo di Redenzione, l'Eurogendfor, che nell'assoluto silenzio dei media e senza che la popolazione ne sia informata, privano l'Italia e gli italiani di qualsiasi residua sovranità, deponendo di fatto il potere politico nelle stesse mani di quei banchieri che già detengono il potere finanziario. ..." (Marco Cedolin)
 
 
La classe politica italiana é sempre stata, fin dai tempi in cui si ascoltava Lucio Battisti ed ero impegnato a frequentare la scuola dell'obbligo (ed anche prima che il sottoscritto possa averne ricordo) una confraternita di rubagalline prezzolati, eletti attraverso operazioni di mero clientelismo mafioso ed impegnati a tempo pieno nel rastrellare denaro per sè stessi, per i loro amici e per i loro padroni. Rubagalline abituati a vivere come nababbi, fra privilegi leciti ed illeciti di ogni sorta, che li rendono di fatto una casta di ricche sanguisughe, abbarbicate sulle spalle dei cittadini.

Queste sono esattamente le coordinate attraverso le quali viene declinata la democrazia occidentale, non solo in Italia ma in tutto il mondo "libero", a partire dagli USA e da Bruxelles dove le operazioni di clientelismo vengono gestite alla luce del sole (almeno per gli iniziati che il sole possono guardarlo) attraverso stuoli di lobbisti che hanno il compito precipuo di vendere voti e finanziamenti in cambio di sostegno politico al gruppo di potere al quale appartengono....

Stante il fatto che la democrazia rappresentativa é un sistema imperfetto (migliore o peggiore di quelli che lo hanno preceduto potrà dirlo solo la storia) che dietro la sceneggiata dei cittadini che si recano alle urne per "scegliere" il partito di turno nasconde una realtà costituita da interessi di potere che s'intersecano fra loro e realmente scelgono i camerieri più adatti a veicolarli, dovrebbe essere chiaro come per il cittadino l'unica cosa che conti realmente sia la capacità di quegli stessi camerieri nel mediare fra gli interessi del padrone e quelli della collettività. Se la classe politica sarà brava nella mediazione, i cittadini potranno forse vivere decentemente, i padroni avranno quasi tutto quello che pretendono e gli uomini politici potranno nuotare felici nel mare dei propri privilegi. Ma se non sarà brava o se il padrone realizzerà di essere stufo delle mediazioni, ecco che la situazione degenererà, arrivando a somigliare a quella di oggi.

Vi siete mai chiesti per quale ragione all'inizio degli anni 90 improvvisamente la magistratura ed i media mainstream presero coscienza del fatto che la politica dei partiti si reggeva sul sistema delle tangenti (lo stesso sul quale si regge oggi) ed incitarono l'opinione pubblica ad una guerra santa contro i tangentari che sedevano in parlamento, fino alla cacciata di Craxi ed alla restaurazione della seconda repubblica? Molto più tangentara, depravata e sconsiderata della precedente,naturalmente.

In tutta evidenza per il semplice fatto che il sistema finanziario riteneva che quella stessa classe politica avesse troppi margini di mediazione e si arrogasse troppo diritto di pensiero autonomo, sia in ambito locale che internazionale. Andava deposta e sostituita, se non nei nomi (la maggior parte degli uomini politici sono sopravvissuti alla tempesta e ritornati esattamente dov'eranp prima) negli spazi di decisione e nelle velleità d'indipendenza che andavano ridimensionati radicalmente. Era necessario inaugurare una nuova epoca, nel segno dell'Europa e dell'euro, dove i poteri nazionali iniziassero a trasferirsi a livello transnazionale.

Qualcosa di simile é accaduto una quindicina di anni più tardi, quando il circo mainstream, per mezzo dei suoi elementi più "alternativi" e pertanto adatti a suscitare la simpatia dell'opinione pubblica, i Rizzo e Stella, i Travaglio, i Santoro e via discorrendo, ha iniziato a gridare "Alla Casta", dando la stura ad una nuova ondata d'indignazione popolare contro i privilegi di cui gode il bestiario politico, ondata che é poi stata, più o meno correttamente, etichettata come anti politica nel momento in cui anche Beppe Grillo ha iniziato a cavalcare l'onda che stava fermentando.
 
Ed il ministro Passera, parte di quel governo bancario capitanato da Mario Monti che, dopo essersi insediato tramite un golpe di cui pochi si sono accorti, in meno di un anno è riuscito a mettere in ginocchio il paese come mai nessuno aveva fatto prima, già inaugura quella che a suo dire sarà la terza repubblica.

Dove la funzione dei faccendieri politici sarà esclusivamente quella di ratificare formalmente le direttive che verranno imposte dall'alto, senza fiatare e senza alcun margine di mediazione.

Quando l'opinione pubblica, oggi tutta focalizzata con lo sguardo all'insù, nel godersi la Stalingrado della casta, dilaniata da inchieste e processi, in attesa di venire morigerata, ritornerà a posare lo sguardo intorno a sè, forse solo allora inizierà a comprendere che nel frattempo, mentre era distratta, qualcosa è cambiato, molto è cambiato, tutto è cambiato. E si tratta di un cambiamento che noi ed i nostri figli pagheremo a caro prezzo nei decenni a venire.
 
di Marco Cedolin