venerdì 31 agosto 2012

STESSA GUERRA, STESSO FRONTE


Per chi ha la capacità di ragionare con la propria testa, appare evidente che si muore in Siria così come ci si suicida in Italia.


Fonte: Lotta di Popolo

giovedì 23 agosto 2012

Le agenzie di rating hanno scelto il prossimo governo italiano


Non vi erano dubbi che la politica nazionale fosse manovrata dall’estero e che i nostri politici fossero solo dei burattini nelle mani della finanza internazionale. Molti però ancora non credono a tutto ciò, nonostante la lampante e sfacciata evidenza e fanno rientrare tali affermazioni nel novero delle così dette teorie cospirazioniste.

Da oggi, molte persone dovranno ricredersi. Le ultime dichiarazioni rilasciate da esponenti ufficiali delle compagnie di rating sono agghiaccianti nella loro sincera e semplice verità.

“L’Italia non ha bisogno di altre misure di austerità, quelle varate sono sufficienti, ma ora sono necessarie le riforme. L’attuale governo italiano ha tantissima credibilita e Monti deve fare progressi il più velocemente possibile per creare una certa luce in fondo al tunnel“. E’ quanto afferma il direttore operativo di Fitch, David Riley, a Bloomberg Tv sottolineando come i rischi della fine del suo governo siano maggiori dei problemi dell’economia.

Capite? Dettano l’agenda politica e decidono a tavolino, o al massimo a colpi di downgrade, le “democratiche” elezioni di un “libero” paese come l’Italia.

Cari amici, qua dobbiamo inziare a capire che complottista è chi fa i complotti non chi ne parla e/o scrive cercando di smascherarli. Siamo sudditi e non cittadini, sarebbe il caso di prendere coscienza almeno di questo, anche se siamo troppo accecati dalla nostra boria e indottrinati a dovere dallo stesso sistema che ci opprime.

Non è finita qui.

Nell’ultimo rapporto diffuso da Moody’s si afferma che “l’Italia potrebbe vedere tornare nel 2013 la dinamica del Pil a livelli pre-crisi“. Nello stesso si sottolinea comunque che “l’aggiustamento potrebbe essere completo solo a metà” e “la recessione potrebbe durare fino al 2016“.

Moody’s stima per l’Italia un Pil fra 0% e -0,5% nel 2013.

Nel suo rapporto Moody’s traccia un parallelo fra la crisi finanziaria che colpì Svezia e Finlandia negli anni ’90 e quella che sta mettendo ora a dura prova i paesi europei ‘perifericì nei quali riforme strutturali strutturali sono già state attuate ma il percorso per risanare i disequilibri accumulati è solo a meta e “potrebbe aver bisogno ancora di diversi anni” per completarsi.

E’ auspicabile allora che i governi tecnici prendano in mano la situazione laddove non esiste una maggioranza politica in grado di portare avanti quelle riforme necessarie per consentire la sopravvivenza dello stesso sistema causa della crisi in atto.

Non hanno più bisogno di celarsi dietro maschere. Si palesano senza alcuna virtù e vergogna. Avanzano a marcia stretta verso il loro obiettivo finale, senza indugio alcuno, senza pietà.

E’ il caso dell’Italia, un paese politicamente alla deriva, senza un partito di riferimento ma con una accozzaglia di partitini privi di credibilità, che si dividono le percentuali dei pochi aventi diritti al voto che ancora si recano alle urne. C’è chi lo fa per soddisfare le proprie convinzioni di libertà e chi per compiacere il padrone di turno in cambio di un tozzo di pane.

Seguiremo, come stiamo già facendo, le orme lasciate dalla Grecia.

Se si terranno, dalle prossime elezioni uscirà al meglio una coalizione al servizio dei tecnici illuminati e al peggio verrà chiamato a gran voce lo stesso gruppo di alfieri neoliberisti che oggi trascinano per i lacci questo stivale malconcio.

Avranno carta bianca per distruggere irreversibilmente questo paese.

Forse avete ragione voi, sono solo teorie del complotto prive di fondamento. Meglio andare al mare e non pensarci più.

Dovrò anche ricordarmi di andare a votare, io sono un libero cittadino di una gloriosa democrazia…

di Italo Romano

Tratto da: http://www.oltrelacoltre.com/?p=13019

giovedì 16 agosto 2012

Svendere i beni pubblici è una scelta suicida e irresponsabile


Se consideriamo che dei circa 2000 miliardi di euro di debito pubblico complessivo dell’Italia solo il 25% concerne le famiglie italiane mentre il 75% è in mano alle banche sia italiane sia straniere, e se consideriamo che lo Stato s’indebita automaticamente per il fatto di non poter emettere moneta ma è costretto ad acquistarla dalle banche private emettendo titoli di debito, perché mai l’Italia dovrebbe svendere il proprio patrimonio immobiliare alle banche per ripagarle di un debito che nasce sotto forma di signoraggio e cresce sotto forma di speculazione?

Prima che il governo Monti proceda a “svendere”, espressione usata recentemente dalla Corte dei Conti sottolineando che solo nel primo trimestre di quest’anno le quotazioni immobiliari sono crollate del 20%, gli italiani hanno il diritto di conoscere la realtà e di esprimersi nel merito prima di ritrovarsi del tutto sia impoveriti sia derubati. Perché non è affatto vero che la strategia volta al contenimento del debito pubblico sia attraverso un livello di tassazione che lo stesso direttore dell’Agenzia delle Entrate Befera ha detto che arriva al 75% (il più alto non solo al mondo ma nella storia dell’umanità!), sia attraverso ciò che eufemisticamente viene definito “dismissione e valorizzazione del patrimonio pubblico” (stimato complessivamente in 300 miliardi il patrimonio immobiliare dello Stato e 350 miliardi quello dei Comuni), con dei ricavi oscillanti tra i 15 e i 20 miliardi all’anno secondo il ministro dell’Economia Grilli, si tradurrà in un miglioramento delle condizioni di vita degli italiani e in un consolidamento dell’economia dell’Italia. Di certo saremo sempre più sottomessi alla dittatura finanziaria che sta letteralmente distruggendo l’economia reale!

Se vogliamo farci un’idea di come si forma il debito pubblico consideriamo quanto è successo nel dicembre 2012 quando la Bce ha regalato 1000 miliardi di euro alle banche italiane, che li hanno reinvestiti in titoli di Stato che fruttano il 6% senza fare nulla e senza destinare nulla alle imprese che stanno sempre più scomparendo. Ma soprattutto con la conseguenza che sulle spalle dei noi cittadini grava un onere in automatico sotto forma di nuove tasse o tagli alla spesa pubblica, per ripagare gli interessi che lo Stato si accolla con le banche. E’ lo strapotere delle banche il problema e non il debito pubblico! Dal 2007 al 2012 le banche europee hanno perso 2000 miliardi di euro di depositi internazionali, la quota delle banche italiane è di 450 miliardi: una perdita pari all’intero debito pubblico italiano!

Ecco perché prima di accelerare nella scelta irresponsabile e suicida di impoverire sempre più i cittadini e sottomettere sempre più l’Italia alla dittatura finanziaria, agli italiani deve essere data la possibilità di conoscere e di esprimersi attraverso un referendum popolare sulla strategia di contenimento del debito pubblico e di ciò che sta a monte, la nostra adozione dell’euro, il vincolo del pareggio di bilancio, l’adesione ai Trattati del Fiscal Compact e del Fondo salva-Stati, a maggior ragione quando questo Parlamento di designati ha scelto di auto-commissariarsi dando una delega in bianco a Napolitano e Monti.

di Magdi Cristiano Allam

Approfondimenti:

mercoledì 15 agosto 2012

La politica energetica mondiale


"L’insistenza degli Stati Uniti per una Europa più indipendente negli approvvigionamenti energetici (in primis rispetto a quelli provenienti dalla Russia), che nella neolingua Occidentale si chiama differenziazione delle fonti e dei fornitori, risponde, innanzitutto, ad un’occorrenza pragmatica, geoeconomica e geopolitica, di Washington.
...
La globalizzazione funziona fino a che avvantaggia unilateralmente gli scambi, i commerci, le negoziazioni, gli orientamenti istituzionali favorevoli e le intese militari proficue per il Paese che se l’è inventata, cioè gli Usa. In caso contrario si denunciano le manovre scorrette altrui, dai cinesi che fanno dumping e tengono artificialmente basso il tasso di cambio della loro moneta per proteggere l’export, già oliato dai bassi costi del lavoro (e dalla inesistente sindacalizzazione della manodopera) che rendono ultracompetitive le loro merci, fino ai russi che si servono di ricatti energetici per ingabbiare l’Europa e il suo estero prossimo o delle manovre militari sediziose per rifornire di armamenti i rogue states esclusi dall’ordine atlantico. Invece, sostenere e sovvenzionare le monarchie islamiche dei petrodollari, così attive nel comporre, addestrare e munizionare bande di mercenari islamici, rappresenterebbe il nec plus ultra della democrazia. O questa è una frode che puzza di bruciato oppure la democrazia puzza di zolfo e di polvere da sparo come e più di qualsiasi dittatura. Buona la seconda, oserei dire. ..."


L’insistenza degli Stati Uniti per una Europa più indipendente negli approvvigionamenti energetici (in primis rispetto a quelli provenienti dalla Russia), che nella neolingua Occidentale si chiama differenziazione delle fonti e dei fornitori, risponde, innanzitutto, ad un’occorrenza pragmatica, geoeconomica e geopolitica, di Washington.

Gli Usa stanno rimappando le loro priorità strategiche sullo scacchiere internazionale, mettendo in cima ai propri disegni quelle zone e quelle regioni ricche di depositi di materie prime su cui esercitare un sovrappiù di egemonia, sbarrando così il passo alle potenze emergenti/riemergenti rincorrenti i medesimi obiettivi. Gli idrocarburi sono pertanto la benzina che entra nel motore della politica di potenza e della geopolitica della dominanza della moderna macchina epocale.

Non si tratta soltanto di impadronirsi di siti, affari lucrosi e mercati in espansione ma anche, sobillando il caos e aprendo sacche d’instabilità territoriale, di impedire che siano gli altri ad insinuarsi in determinate aree approfittando della situazione. Insomma, se non si possono gestire direttamente le cose si deve fare in modo che nessuno arrivi a sostituirti.

Si fa presto, pertanto, a parlare di abbattimento delle frontiere per la maggiore prosperità dell’umanità, si decanta da sempre ma non si fa, difatti, alcuna razionalizzazione degli investimenti per la riduzione degli sprechi e delle esternalità al fine della protezione dell’ecosistema planetario, ed altro che costi comparati e rischi calcolati! Si azzerano i vantaggi generali per limitare i danni di uno o di due Stati perseguenti progetti economico-sociali aggressivi e contrastanti. Anche il mondo può diventare piccolo come un pollaio se troppi galli alzano la cresta.

La globalizzazione funziona fino a che avvantaggia unilateralmente gli scambi, i commerci, le negoziazioni, gli orientamenti istituzionali favorevoli e le intese militari proficue per il Paese che se l’è inventata, cioè gli Usa. In caso contrario si denunciano le manovre scorrette altrui, dai cinesi che fanno dumping e tengono artificialmente basso il tasso di cambio della loro moneta per proteggere l’export, già oliato dai bassi costi del lavoro (e dalla inesistente sindacalizzazione della manodopera) che rendono ultracompetitive le loro merci, fino ai russi che si servono di ricatti energetici per ingabbiare l’Europa e il suo estero prossimo o delle manovre militari sediziose per rifornire di armamenti i rogue states esclusi dall’ordine atlantico. Invece, sostenere e sovvenzionare le monarchie islamiche dei petrodollari, così attive nel comporre, addestrare e munizionare bande di mercenari islamici, rappresenterebbe il nec plus ultra della democrazia. O questa è una frode che puzza di bruciato oppure la democrazia puzza di zolfo e di polvere da sparo come e più di qualsiasi dittatura. Buona la seconda, oserei dire.

La politica energetica è forse uno degli strumenti più importanti per veicolare, rafforzare, estendere la proiezione geopolitica degli Stati, quella che permette di concentrare più velocemente mezzi, risorse e capitali per il conflitto strategico tra gruppi dominanti finalizzato alla predominanza, nonché per far progredire, allargare, stabilizzare, sinergie e rapporti adatti al medesimo scopo.
Sulle vie infuocate dal gas e dal greggio si giocherà una partita decisiva per la configurazione degli equilibri mondiali e chi riuscirà a presenziare gli snodi e gli sbocchi vitali di pozzi, pipelines e filoni di prospezioni, in terra ferma ed in mare, si assicurerà un ineguagliabile vantaggio nella edificazione del nuovo ordine mondiale.

Gli strateghi americani, consapevoli di dover ripensare forma ed estensione della propria supremazia, che dovrà avere una profilazione differente rispetto a quella immediatamente successiva alla fine della Guerra Fredda – oramai insostenibile per il vizio imperituro della storia di chiudere cicli e aprire nuove sequenze evenemenziali – sono al lavoro per piegare le circostanze verso i loro intendimenti, sollecitando a propria rendita le contraddizioni interne degli apparati economici e politici nazionali di amici e nemici, le loro debolezze e divisioni, utilizzando una linea di condotta a geometria variabile che punta a generare dissidi e provocazioni nelle zone recalcitranti, oppure, ad alimentare assimilazioni culturali e sociali viepiù collimanti con dati intenti primeggiativi tra le collettività ricettive; come dire, la Potenza Centrale vuol far sentire in mille sistemi la sua presenza, dimagrata ma ingombrante, negli scenari fulcrali di questo secolo che sarà irreversibilmente multipolare e che diventerà, prima o poi, del tutto policentrico.

In ogni caso, dal modo in cui la geografia politica planetaria si modificherà con l’emersione inevitabile di detti poli di potenza, dalla maniera in cui gli Usa concederanno prerogative e signorie ai partner subordinati, condividendo la governance o autoritariamente imponendola, da come affronteranno, alla stregua di una bestia ferita, la perdita di influenza bella e buona nei confronti dei competitors non alleabili e allineabili, da tutto ciò, dicevamo, dipenderà il grado di sicurezza del globo, i futuri sconvolgimenti, i conflitti e le guerre che attraverseranno quasi certamente longitudini e latitudini terrestri.
Non c’è da stare tranquilli, nonostante il florilegio di baggianate dei nostri sensali della cooperazione necessaria e della solidarietà obbligatoria, mascheramento di una codardia dirigenziale plenaria, che per non apparire del tutto inadatti ai tempi blaterano sul loro impegno per superare, in un quadro di certezze inesistenti e liberali, la débâcle sistemica.

Ribadiamo, comunque, che il settore energetico rappresenterà il termometro di quello che ci attende nei periodi a venire, qui si porranno le basi per uno slancio determinante del dominio mondiale che l’America, seppur in relativo declino di supremazia dopo l’abbuffata di superiorità assoluta degli anni ‘90, ha intenzione di ipotecare, anche semplicemente impedendo ad altri di avanzare sulla scala della sovranità nazionale, regionale o globale.

Altrimenti non potremmo spiegarci le polemiche contro quei governi scoordinatisi dall’azione di Bruxelles (agenzia indiscussa d’attuazione della subordinazione continentale), alcuni dei quali hanno pagato con la “vita” la loro audacia economica esplorativa non autorizzata dalla Casa Bianca. Quando qualcuno tra questi, come quello italiano, si è lanciato in accordi di collaborazione e contratti bilaterali con la Gazprom, per la posa dei tubi ed il trasporto del gas nel vecchio continente senza passare dall’imprimatur atlantico, sono scoppiati gli scandali sessuali e quelli legati allo sperpero del denaro pubblico. Più sui giornali che nella realtà ovviamente. I tedeschi che vantano una classe dirigente più seria e convinta del proprio servizio alla collettività nazionale hanno tenuto botta (il dotto NorthStream è stato completato), gli italiani, invece, a causa di una élite slittata troppo ad ovest e marcita nella sua spina dorsale identitaria, hanno preso botte da tutte le parti (il SouthStream, partito come un progetto italiano-russo è diventato un affare dei nostri concorrenti francesi, tedeschi e chissà chi altri).

In questa direzione occorre pertanto interpretare le pressioni sull’Ue e sui suoi membri aderenti – nonché il sostegno dato da Obama alle rivoluzioni nordafricane e ora anche mediorientali con il coinvolgimento della Siria (domani forse toccherà all’Iran, al Libano ecc. ecc.), – da parte dell’Amministrazione americana che vede come fumo negli occhi qualsiasi avanzamento economico, politico, di collaborazione militare e statale del suo orto occidentale verso Russia e Cina. Ben disporsi ad est significa indisporre gli yankees e pagare a caro prezzo la presunzione di aver agito senza preventive consultazioni. Così funzionano le relazioni tra padroni e servi.

Il dramma europeo sta nel fatto che la sua creme istituzionale, scremata di visione politica, o non ha compreso il programma che sta andando in onda, in mondovisione, sugli schermi di questa epoca storica oppure si è adattata volontariamente, il che è anche peggio, al ruolo di spettatrice inerme dei processi in atto. Oggi l’Europa ha per gli Usa una rilevanza accessoria, indiretta, per niente primigenia, per cui non è più pensabile un’alleanza organica, persino cementata da organismi militari quali la Nato, come avvenuto in passato. Quando gli Usa ci guardano non vedono in noi una comunità fiera di esistere e di affermare le proprie prerogative, un alleato alla pari con il quale dialogare e concordare piani e strategie, ma vedono un cuscinetto di protezione dei loro interessi che anche sfaldandosi consentirà loro di guadagnare tempo, di concentrare le forze ed utilizzarle dove meglio serviranno.

Siamo diventati in sostanza il loro parafulmine, il materasso dove atterrare più dolcemente, il corpetto corazzato di mollezza che attutirà i colpi sferrati contro di loro dagli eventi e dagli antagonisti mondiali. Ci beccheremo i proiettili di tutti morendo non da cavalieri ma da camerieri. Chiunque continua a parlare di perfetta coincidenza e piena uniformazione delle mete europee a quelle americane ha deciso di farci fare la fine del tacchino nel giorno ringraziamento. Saremo a tavola con lo zio Sam, ma solo perché ci avrà spennati per mangiarci.

di Gianni Petrosillo

domenica 12 agosto 2012

Kirchner (una lezione) all'Europa: "I morti non possono pagare i debiti"


Parlando alla Camera di Commercio di Buenos Aires il 2 agosto, nella ricorrenza della sua fondazione, il Presidente argentino Cristina Fernandez de Kirchner ha nuovamente stigmatizzato la politica antipopolare dei governi europei ricordando che il suo scomparso consorte Nestor Kirchner ammonì nel 2003 alle Nazioni Unite che “i morti non possono pagare i debiti”. L’allora Presidente Kirchner spiegò che l’austerità non avrebbe mai generato una ripresa in Argentina e giurò di non anteporre gli interessi dei banchieri a quelli dei cittadini.

“Sento che l’Europa non capisce questo”, ha detto la Kirchner. Guardiamo alla Spagna: “Come si fa ad avere la crescita se la gente perde il lavoro, i salari vengono tagliati, le case messe all’asta e i benefici sociali ridotti?” Ho letto che il 10 per cento dell’impiego pubblico verrà tagliato, assieme a 50 mila posti letto negli ospedali, ha detto. “Non si può sostenere un’economia o una società in queste condizioni”, ha ammonito.
In Europa “c’è un’incredibile crisi speculativa”, aggiunto, “qualcosa che noi conosciamo bene”. Confutando l’idea che in Europa ci sia un’eccessiva spesa pubblica, ha ricordato che ci sono stati i salvataggi bancari, come quella della Bankia in Spagna, che era amministrata dall’ex direttore del FMI Rodrigo Rato. Rato “era solito impartirci lezioni” sulla politica economica, ma la sua banca ha un buco di 230 miliardi di euro. “C’è stato un incredibile salvataggio delle banche, così che queste hanno potuto disimpegnarsi dalle posizioni difficili” nelle nazioni sud europee, ma si tratta “delle stesse banche che hanno prestato i soldi” a quei paesi!

È proprio “come l’Argentina nel 2001″, quando i predatori finanziari stranieri imposero “mega-swaps” e salvataggi a condizioni usuraie, promettendo che ciò avrebbe blindato il paese dalla crisi. Fino all’ultimo i finanzieri proclamarono che l’economia fosse veramente “solida”. Era una frode, e gli argentini ne furono vittima.

Il Presidente argentino ha parlato alla vigilia del pagamento di 2,3 miliardi di dollari ai possessori dei bonds Boden-2012, rilasciati in cambio dei soldi congelati nel “corralito” imposto nel 2001 dal folle ministro delle Finanze Domingo Cavallo. La Kirchner ha sfruttato l’occasione per documentare come il debito estero, a cominciare dal famoso prestito dei fratelli Barings nel 1811, è stato usato per saccheggiare il paese, dettagliando come l’”aritmetica dei banchieri” ha costretto l’Argentina a pagare e pagare ma il debito cresceva sempre.

Sul proprio sito Facebook, la Kirchner ha pubblicato tabelle del governo che mostrano come tutti i parametri finanziari, economici e sociali sono migliorati dal 2002 ad oggi. Il debito pubblico è sceso dal 166% al 41,8%, il PIL è raddoppiato, gli interessi sul debito sono passati dal 21,9 al 6% del bilancio, il salario minimo è cresciuto otto volte, il numero dei poveri è sceso dal 48 al 7%, il debito delle province dal 21,9 al 6,9%. Sono cifre da spiattellare in faccia a chi dice che se l’Italia esce dall’Euro “farà la fine dell’Argentina”.

Letto su: http://www.stavrogin2.com/2012/08/kirchneruna-lezione-alleuropa-parlando.html
e su: http://www.stampalibera.com/?p=50433

Fonte: http://movisol.org/12news165.htm

Approfondimenti:
L'Argentina sfida il Fondo Monetario ...
Argentina, modello per uscire dalla crisi
Argentina. Dalla crisi al miracolo economico

martedì 7 agosto 2012

... e c'è ancora chi parla di democrazia ...

L’Italia? In gabbia da vent’anni

Era il 1992. Il “filantropo” Georges Soros vendette “allo scoperto” 10 miliardi di sterline britanniche, ricavando un miliardo di dollari, per poi sferrare un similare pesantissimo attacco speculativo contro la lira italiana. Le conseguenze furono la fuoriuscita della lira dallo sme (sistema monetario europeo), la sua svalutazione del 30% (complici i tentennamenti voluti-forzati di Ciampi), un prestito a usura salva-Italia e la prima maxistangata contro il popolo italiano firmata Giuliano Amato.

Negli anni seguenti, i “monetaristi” di casa nostra, tutti partecipi alla cupola finanziaria e oligarchica internazionale, alle varie Trilateral e Bilderberg, non soltanto, con Prodi “premiarono” lo speculatore Soros con una laurea “honoris causa” (invece di processarlo e condannarlo all’ergastolo, visto che a morte, come fecero in Malesia per lo stesso crimine, in Italia non è possibile...), ma hanno condotto l’Italia nel tunnel della vittima sacrificale perenne della speculazione bancaria a fini di usura. Cancellando ogni controllo nazionale sui titoli di Stato, trasformando la Banca d’Italia in una banca privata, delegando la sovranità monetaria e finanziaria, con i perversi Trattati di Maastricht, alla Bce e all’eurocrazia succube del Fmi, delle grandi banche d’affari che speculano sui debiti pubblici degli Stati nazionali e delle cosiddette “agenzie di rating” che altro non sono strumenti degli stessi speculatori.

Nell’inverno 2010, i fondi speculativi (hedge funds) Greenlight, Goldman & sachs e quelli che fanno riferimento a Georges Soros ed Henry Paulson, impostarono un attacco sincronico all’euro. Nei fatti del tutto simile a quello del 1992. Oggi, 2012, l’Italia - come le altre economie nazionali degli Stati-maiale europei, i pigs - è saldamente detenuta nella gabbia dell’usura e le terapie che succhiano il sangue dei suoi cittadini continuano ad ingrassare gli speculatori.

In vent’anni nulla è stato fatto per fermare la rapina. Anzi, il potere decisionale negli Stati nazionali è stato quasi ovunque in Europa avocato da “consulenti” e “tecnici” legati a doppio filo alle stesse consorterie usuraie: i Monti, i Draghi, i Rehn, i van Rompuy.

Il loro è, quantomento, alto tradimento. E’ ora di condannarli.

di Ugo Gaudenzi
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=16394

Ma Monti sa cos’è la democrazia?
Su questo blog non sono mai stato tenero con il governo Merkel, però questa volta dico: viva la Germania. E la ragione è molto semplice. I tedeschi sono stati gli unici a cogliere la pericolosità di una frase di Monti che, invece, quasi tutti i media italiani hanno fatto passare sotto silenzio.

Nell’intervista allo Spiegel Monti, oltre a parlare di «sentimento antitedesco», aveva anche rivendicato il diritto dei governi a mantenere «un proprio spazio di manovra» indipendente rispetto alle decisioni dei Parlamenti, altrimenti «una disintegrazione dell’Europa sarebbe più probabile di un’integrazione». Immediata e dura la replica del ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle: «Il controllo parlamentare della politica europea è fuori da ogni discussione», perchè c’è «bisogno di un rafforzamento, non di un indebolimento della legittimazione democratica in Europa». E dichiarazioni analoghe sono giunte dai principali partiti tedeschi.

Come dire: giù le mani dalla democrazia. Giustamente, tanto più che non si tratta di uno scivolone di Monti, il quale un paio di anni fa a Parigi durante un convegno aveva espresso lo stesso concetto, anzi aveva auspicato “una democrazia liberata dagli obblighi elettorali”. (cito a memoria).

Ovvero una democrazia governata non dal popolo ma dalle élite a cui lo stesso Monti appartiene.

Una democrazia svuotata tacitamente nei suoi valori fondanti e senza veri contrappesi.

Una democrazia in cui le regole sono imposte dall’alto a detrimento di quelle dal basso.

Una democrazia in cui la sovranità nazionale deve sparire a favore di entità sovranazionali.

Questo è il disegno. Monti, il controllatissimo Monti, per una volta ha parlato troppo. E, per una volta è stato sincero.

Qui non si tratta di destra o di sinistra ma di capire ed è significativo che in Germania socialdemocratici, Cdu e liberali abbiano reagito all’unisono. In Italia, invece…

Riflettete, gente, riflettete.

di Marcello Foa
Tratto da: http://blog.ilgiornale.it/foa/2012/08/06/monti-sa-cose-la-democrazia/

sabato 4 agosto 2012

Snam e Terna, il controllo dell'energia e i traditori

So che lo sapete da soli, che qui non si sta parlando davvero solo di Snam e Terna. C'è l'elefante nella stanza, c'è il vero premio su cui vogliono mettere le mani da tempo.

Foto - Enrico Mattei, archivio ENI

Chiamatemi reazionaria. Chiamatemi statalista. Chiamatemi come vi pare. Però prima trovate qualche nome anche per chi scrive cose del genere:

Per riuscire a tutelare la nostra indipendenza economica e politica ci vuole un piano.

E subito dopo:

Si cominci a vendere qualche società pubblica, ad esempio quote di Terna e Snam Rete Gas. i prezzi di Borsa sono depressi, ma anche i rendimenti dei Btp sono straordinariamente elevati.

Ecco, secondo costoro per tutelare la nostra indipendenza economica occorre SVENDERE (a prezzi depressi) ampi pezzi strategici del Paese, ossia gli assets energetici che sono tasselli chiave dell'indipendenza e soprattutto della ricchezza nazionale. Svenderli agli stranieri, e col misero ricavato fare cosa? Comprare BTP, che rendono un sacco di soldi. In pratica dovremmo dar via roba buona, per speculare in Borsa sul nostro Paese che sta sull'orlo del dafault.

Io lo trovo orrido. Non solo: provate ad immaginare che il Paese alla fine esca dall'euro. O che finisca al default. Mica è impossibile. Ebbene: in una situazione simile, ci ritroveremmo a doverci riprendere SENZA i gioielli dell'energia, che staranno invece saldamente in mano a chi vorrà orientare la direzione che prenderà il Paese. Lo dico senza tema di smentita: chiunque creda di ritrovare indipendenza, autonomia e un futuro migliore uscendo dall'euro, è meglio che si rimbocchi le maniche e combatta con tutte le sue forze affinché conserviamo il controllo sull'energia. Altrimenti saremo servi per sempre, chiunque vada a "comandare" (si fa per dire, a quel punto).

E so che lo sapete da soli, che qui non si sta parlando davvero solo di Snam e Terna. C'è l'elefante nella stanza, c'è il vero premio su cui vogliono mettere le mani da tempo (ci hanno fatto persino una guerra in Libia). C'è la più grande risorsa nazionale, l'unica che -fatele tutte le critiche che volete- ci ha consentito finora di avere una politica estera e di contare ancora un minimo in giro per il pianeta.

Si chiama ENI.

E io mi riduco a pregare il mio santo personale, un uomo di quelli che non ne fanno più. Un servo sì, ma solo del suo Paese: l'attività più nobile che un uomo possa esercitare. No, non ne fanno davvero più.

di Debora Billi
Tratto da: http://petrolio.blogosfere.it/2012/08/snam-e-terna-il-controllo-dellenergia-e-i-traditori.html