mercoledì 30 maggio 2012

La lunga marcia di logoramento dell’Italia

" ... Proprio in questi giorni è stato celebrato l’anniversario della strage di Capaci tra altisonanti discorsi da parte dei più autorevoli esponenti istituzionali. Sarebbe stato interessante se qualcuno avesse osato tirare in ballo le dichiarazione rese dall’ex ministro dell’interno Vincenzo Scotti nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996. In quell’intervista, Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate potenze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie. Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attentati di varia natura atti a distorcere la percezione di sicurezza nazionale in seno alla società, in modo da creare un clima di instabilità che spianasse la strada agli attacchi finanziari diretti contro il patrimonio industriale e bancario di stato. Non ricorda qualcosa? "

Dietro le forti pressioni esercitate dalla Commissione Europea e dagli organismi dell’Antitrust sia europeo che italiano, l’ENI si accinge a cedere la propria quota di controllo (51%) della Snam. Le ragioni che stanno alla base dello scorporo discendono tutte dal mantra liberista venerato acriticamente dalle istituzioni europee, secondo il quale sottraendo la distribuzione all’azienda si attiverebbe un circolo virtuoso di “sana” concorrenza che garantisca a tutti gli operatori del settore le pari condizioni di accesso che il controllo della Snam da parte dell’ENI avrebbe compromesso. Le compagnie statunitensi, francesi e britanniche avevano caldeggiato con forza questa svolta, in virtù del fatto che dal loro punto di vista lo scorporo della Snam comporta un netto indebolimento dell’ENI.
L’hedge fund statunitense Knight Winke, che controllava una quota ridotta del pacchetto azionario dell’ENI, aveva invece svolto un lavoro “interno” all’azienda, intraprendendo un’opera di convincimento nei confronti dell’azionariato incardinata sul concetto che vendendo la Snam, l’Ente Nazionale Idrocarburi avrebbe incamerato ricchi proventi che avrebbero a loro volta reso possibile l’allargamento del raggio operativo della società. Quando l’Amministratore Delegato di questo hedge fund è volato in Italia per partecipare alla presentazione del bilancio 2011, egli ha sottolineato che la fiducia dei mercati nei confronti dell’Italia è subordinata all’implementazione dei piani di privatizzazione delle ultime aziende su cui lo Stato è ancora in grado di esercitare un controllo effettivo, più che nei confronti del debito pubblico.
Il parossismo generale nei riguardi del debito pubblico – che, lungi dall’essere il fulcro del problema come vorrebbe qualcuno, costituisce invece la vera cartina tornasole capace di misurare grado di deterioramento delle altre attività economiche nazionali – non è altro che uno specchietto per le allodole, utile per giustificare lo smantellamento totale e definitivo dell’industria strategica italiana in nome dell’imperativo categorico di “far cassa”.

Per questa ragione il nuovo piano strategico elaborato da Finmeccanica ha suscitato l’approvazione di Morgan Stanley, che ha alzato il rating sulla società romana poche ore dopo che l’Amministratore Delegato Giuseppe Orsi ebbe esternato pubblicamente l’intenzione di “alleggerire” la holding attraverso la dismissione di alcune aziende “meno produttive”.
Parlare, inoltre, di concorrenza in un sistema estremamente corporativo ed oligopolistico come quello dell’energia appare quanto meno fuorviante, dal momento che i prezzi di petrolio e gas vengono stabiliti arbitrariamente da un cartello composto da un pugno di società petrolifere e da un numero altrettanto esiguo di istituzioni finanziarie che speculano sui rialzi. Alla luce di tutto ciò, giustificare l’indebolimento dell’ENI in nome della concorrenza tirando persino in ballo i minori costi che gli utenti si ritroverebbero ad affrontare appare analogo alla crociata guidata dall’attuale esecutivo “tecnico”, che intendeva provocare una diminuzione dei prezzi della benzina liberalizzando le pompe di distribuzione senza prendere in minima considerazione il ruolo di quelle che Enrico Mattei definiva “sette sorelle”. Il che la dice lunga sulla presunta risolutezza del governo Monti, che “non guarda in faccia nessuno”.
L’ultimo tassello da inserire in questo desolante mosaico è costituito dalla nomina ad advisor (consigliere), con compiti di valutazione delle modalità di vendita della Snam, di Goldman Sachs da parte della Cassa di Depositi e Prestiti presieduta da Franco Bassanini, che nel 1992 era salito a bordo del Panfilo Britannia in compagnia di una nutrita schiera di alti esponenti della politica e dell’economia italiana (Ciampi, Draghi, Costamagna, ecc.).

Sull’onda di Tangentopoli si insediò il governo tecnico presieduto da Giuliano Amato, il quale si affrettò a trasformare le aziende pubbliche in Società Per Azioni mente il Fondo Monetario Internazionale segnalava la necessità di provocare una svalutazione della moneta italiana per favorire il processo di privatizzazione. Così, non appena i “tecnici” del governo Amato ebbero incaricato Goldman Sachs di supervisionare alla vendita dell’ENI, il gruppo Rothschild “prestò” il direttore Richard Katz al Quantum Fund di George Soros per imbastire la colossale manovra speculativa contro la lira, provocando una svalutazione della moneta italiana pari al 30%. Ciò consentì ai Rothschild di acquisire parte dell’ENI a un prezzo fortemente “scontato”.
Lo scorporo della Snam appare quindi come una fase avanzata della lunga marcia di logoramento di quel che rimane dell’industria strategica italiana avviata nel 1992, con Tangentopoli e con gli attentati del 1992 che costarono la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle rispettive scorte.
Proprio in questi giorni è stato celebrato l’anniversario della strage di Capaci tra altisonanti discorsi da parte dei più autorevoli esponenti istituzionali. Sarebbe stato interessante se qualcuno avesse osato tirare in ballo le dichiarazione rese dall’ex ministro dell’interno Vincenzo Scotti nel corso di un’intervista resa al quotidiano romano “Il Tempo” il 6 dicembre 1996. In quell’intervista, Scotti spiegò che nel febbraio 1992 i servizi segreti e il capo della polizia Vincenzo Parisi avevano redatto e fatto pervenire sulla sua scrivania un rapporto in cui erano sommariamente elencate e descritte le modalità di un imminente piano di destabilizzazione politico, sociale ed economico dell’Italia, orchestrato da svariate potenze internazionali in combutta con alcune potenti lobby finanziarie. Il piano in questione, secondo quanto affermato da Scotti, comprendeva attentati di varia natura atti a distorcere la percezione di sicurezza nazionale in seno alla società, in modo da creare un clima di instabilità che spianasse la strada agli attacchi finanziari diretti contro il patrimonio industriale e bancario di stato. Non ricorda qualcosa?
di  Giacomo Gabellini
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" ... Tutte le strade portano a Washington ed è proprio qui che si decidono le sorti politiche ed industriali di molte nazioni che non rivendicano e non fanno valere le proprie prerogative nazionali.  Guardate chi sono i (ri)baldi caporioni che esultano per questo dubbio affare nel settore energetico nostrano: Franco Bassanini, membro della Fondazione Italia Usa, il quale dal 2008 è a capo della CDP e Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato della medesima Cassa, nonché ex manager di JP Morgan. Se questi vi sembrano disinteressati ed innocenti perseguitori dell’interesse pubblico, in nome della concorrenza e dei vantaggi per i consumatori, allora il sole può riprendere benissimo a girare intorno alla terra, la quale ovviamente è ancora piatta come l’encefalogramma di chi ci crede. "


 
I TENTACOLI DELLA FINANZA INTERNAZIONALE SULLE IMPRESE STRATEGICHE ITALIANE

Le smancerie di Obama al nostro Presidente del Consiglio sono la mancia in spiccioli che gli Usa elargiscono all’Italia per aver eseguito gli ordini coloniali alla perfezione. Gli osservatori internazionali chiamano questa affettazione con nomi altisonanti ma l’immagine che essa rimanda alla mente è quella del biscotto tirato al cane da compagnia scodinzolante. Se a Monti è stato riconosciuto un ruolo di primo piano al G8 è soltanto perché questo evento è ormai inutile e squalificato, un summit delle chiacchiere (come lo ha definito il Generale Carlo Jean),  e di una stanca ritualità ineffettuale, fuori dalle geometrie geopolitiche dell’attuale fase storica di un mondo non più unipolare e timidamente multicentrico.
A Monti viene anche affidato il compito del mediatore tra la rigida Berlino e quel che resta della flaccida Europa, con quest’ultima davvero persuasa che i malanni comunitari abbiano origine nella foresta nera piuttosto che nella selva oscura del Nuovo Mondo, dove la nostra sovranità resta atterrita. Ma che strano intermediario questo professore affossatore al quale la divisa dell’arbitro serve solo per tenere nascosta, appena sopra la pelle, la casacca a stellette e striscette. Innalzare più in alto la bandiera europea per meglio seppellirla, ecco a cosa serve l’ostentato europeismo ex cathedra di questi illuminati spenti, pieni di sé e vuoti di spirito dei tempi. E sì, perché Monti, non può fare diversamente, essendo il prodotto di quei tentacoli finanziari atlantici che adesso rivendicano il momento della reminiscenza e della riconoscenza da parte del loro pupillo, il quale senza manine e spintarelle d’oltreoceano non sarebbe Premier e nemmeno Senatore. Così descrive il sito scandalistico Dagospia questa truce faccenda: “In qualsiasi parte del globo la politica è fatta di ideali, trame e baratti. Questi ultimi sono un ingrediente fondamentale nella logica del potere, soprattutto di quei poteri forti che non danno niente per niente e al momento buono presentano le cambiali da pagare. Tra gli ambienti che si aspettano da Monti qualche gesto concreto di buona volontà c’è sicuramente Goldman Sachs, la potente merchant bank americana nella quale il Professore ha lavorato a partire dal 2005, e che ha ingaggiato personaggi come Mario Draghi, Romano Prodi, Massimo Tononi e per ultimo il Maggiordomo di Sua Santità, Gianni Letta”. Goldman Sachs passa appunto ora dalla cassa, la Cassa Depositi e Prestiti per la precisione, al fine gestire direttamente l’acquisizione del 30% di Snam, scippata ad Eni, con evidenti scopi d’indebolimento del cane a sei zampe e con l’intento di pilotare le sue sfere di penetrazione estera, prevenendo ulteriori pericolosissimi smottamenti verso est. Qualcuno potrebbe obiettare che trattasi semplicemente di “melina” di Stato, di movimento apparente, perché in un caso come nell’altro, la proprietà resterebbe saldamente in mano pubblica.
Ma lo Stato non è un monolite, i suoi apparati, nei quali agiscono uomini e drappelli in costante conflitto tra loro, possono perseguire obiettivi non convergenti in base ad intenzioni e piani persino contrastanti, in quanto nascenti da differenti esami della realtà e delle molteplici direzioni da far imboccare alle istituzioni e al Paese. Che questa “compravendita” sia sospetta lo dimostra il fatto che la merchant bank americana svolgerà il ruolo di Advisor nell’operazione praticamente gratis, alla cifra simbolica di 1013 euro. Va bene che sono periodi di crisi ma nessuno fa mai niente per niente. Infatti, non sono i soldi che contano in questa circostanza ma l’opportunità di poter manovrare a proprio piacimento l’acquisizione, ricavandosi uno spazio di azione presente e futuro nelle più importanti aziende strategiche nostrane. Sarà un caso che tutto avvenga nell’interregno impolitico e sempre più impopolare dei tecnici che si sono fatti le ossa all’estero, soprattutto negli Usa, prima di ritornare in patria per spezzare le reni agli italiani? Monti è stato dipendente di Goldman Sachs, oltreché membro del Bilderberg e della Trilaterale, organismi “anglo-globali” poco avvicinabili dall’uomo qualunque e per nulla trasparenti che non hanno mai nascosto le proprie manie di grandezza e di dominio sull’orbe terracqueo.  Quel che importa, al di là dell’ossessione mondialista di tali gruppi, spesso più eccitati che conseguenti, è il luogo geografico dove si basano. Tutte le strade portano a Washington ed è proprio qui che si decidono le sorti politiche ed industriali di molte nazioni che non rivendicano e non fanno valere le proprie prerogative nazionali.  Guardate chi sono i (ri)baldi caporioni che esultano per questo dubbio affare nel settore energetico nostrano: Franco Bassanini, membro della Fondazione Italia Usa, il quale dal 2008 è a capo della CDP e Giovanni Gorno Tempini, amministratore delegato della medesima Cassa, nonché ex manager di JP Morgan. Se questi vi sembrano disinteressati ed innocenti perseguitori dell’interesse pubblico, in nome della concorrenza e dei vantaggi per i consumatori, allora il sole può riprendere benissimo a girare intorno alla terra, la quale ovviamente è ancora piatta come l’encefalogramma di chi ci crede.

di Gianni Petrosillo
Tratto da: http://www.conflittiestrategie.it/2012/05/21/i-tentacoli-della-finanza-internazionale-sulle-imprese-strategiche-italiane/

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martedì 22 maggio 2012

Dietro lo scorporo di Snam da Eni, spunta Goldman Sachs

La Cassa Depositi e Prestiti sceglie la banca simbolo della speculazione, per comprare il 29,9% della società del gas
La Snam, la società che gestisce la distribuzione del gas in Italia, sta per avviarsi sul cammino che la porterà ad essere separata dall’Eni (che ne detiene il 51% delle azioni). Una svolta che ci è stata imposta dalla Commissione europea, dall’Antitrust europeo ed italiano con la scusa che bisogna offrire a tutti gli operatori del settore, non soltanto l’Italgas che è pubblica, uguali possibilità di accesso e alle stesse tariffe mentre, questa era l’accusa rivolta ad Eni, il controllo su Snam lo rendeva impraticabile. La svolta è stata sostenuta a spada tratta anche dalle compagnie petrolifere estere, statunitensi e anglo-olandesi, oltre a quelle francesi, che da un indebolimento dell’Eni, perché di questo si tratta, puntano a trarre notevoli vantaggi operativi sullo scacchiere energetico internazionale. In tal modo infatti, la capacità contrattuale dell’Eni ne verrebbe fortemente ridimensionata. Si tratta insomma dell’ulteriore tappa dello storico attacco portato all’Eni di Enrico Mattei dalle allora Sette Sorelle (ora ridotte a quattro) che videro come punto di arrivo l’assassinio del presidente filo-arabo e la suo sostituzione con l’atlantico filo-Usa e filo-Israele Eugenio Cefis. Negli ultimi anni, ad operare come cavallo di Troia tra gli azionisti di Eni, in funzione della vendita di Snam, è stato il fondo di investimento Usa Knight Winke che alla fine del 2011 ha portato dall’1% al 2% la sua quota azionaria complessiva. L’hedge fund Usa ha molto battuto su questo punto cercando di portarsi dietro i piccoli azionisti prospettando loro i maggiori dividendi che sul breve termine una separazione avrebbe comportato. E sostenendo, pro forma, che dal punto di vista operativo l’Eni avrebbe incamerato non poche risorse finanziarie con le quali poter ridurre il debito e finanziare i propri investimenti e allargarsi sul mercati mondiali. Ma poi, siccome molto spesso le ciambelle non riescono con il buco, l’amministratore delegato di Knight Winke, venuto in Italia per partecipare all’assemblea dei soci di Eni per la presentazione del bilancio 2011, si è lasciato scappare, o meglio ha dichiarato senza mezzi termini, che i mercati finanziari, ossia Wall Street e la City londinese, per ritrovare la fiducia perduta sull’Italia, puntano più sulla separazione di Snam dall’Eni che sul risanamento dei conti pubblici e sulla riforma del mercato del lavoro attraverso, realizzata tramite massicce iniezioni di flessibilità e di precariato. Tradotto in parole più semplici, quella tirata di Eric Knight significa: vendete la Snam oppure riprenderà la speculazione contro i vostri titoli di Stato, in particolare quelli decennali, i Btp, che scontano ogni giorno il confronto con i Bund tedeschi, considerati i più solidi dell’area dell’euro quanto a solvibilità e ad affidabilità sul lungo termine.

Un copione che si ripete. Nel 1992, il 2 giugno, vi fu la Crociera del Britannia quando all’Italia venne “consigliato” di varare le privatizzazioni. Poi in autunno vi fu la speculazione partita da Wall Street e dalla City contro la lira che venne svalutata e rese le privatizzazioni più convenienti per gli investitori anglofoni. Oggi la situazione per l’Italia è più grave che nel 1992. La nostra appartenenza al sistema dell’euro, l’entità del debito pubblico, quello nostro e di altri Paesi, la quasi bancarotta della Grecia, fanno temere effetti domino che potrebbero propagarsi da un Paese all’altro travolgendo in primo luogo un Paese come l’Italia che ha un debito pubblico del 120% e che ogni giorno deve trovare investitori ai quali vendere i titoli di nuova emissione. Se poi alle difficoltà fisiologiche si aggiunge il ruolo della speculazione, le cose si fanno più complicate.

Appare quindi incredibile la circostanza che per curare l’acquisto del 29,9% della Snam dall’Eni, la Cassa Depositi e Prestiti, alla quale il governo l’ha destinata, abbia scelto la Goldman Sachs, una banca che da sempre è nemica dell’Italia e che ha partecipato alle massicce speculazioni contro la lira venti anni fa e contro i nostri Btp negli ultimi anni. La banca guidata da Lloyd Blankfein (nella foto) ha sistematicamente perseguito l’obiettivo di fare crollare il valore di mercato dei nostri Btp ed obbligare il Tesoro ad aumentare gli interessi per rendere più appetibili le future emissioni. In tal modo, ha più volte fatto saltare i piani finanziari dello Stato per i prossimi anni. Nonostante questi precedenti, la Cassa Depositi e Prestiti, che ricordiamolo è un istituto pubblico, visto che il suo primo azionista è il Tesoro con il 70% delle azioni, non ha trovato di che nominare advisor (significa consulente ma in inglese fa più fino) proprio la Goldman Sachs. Una banca che dal cittadino medio Usa viene associata alla più schifosa speculazione. La banca di affari e speculazioni che Barack Obama, il maggiordomo di Wall Street, ha salvato con prestiti per circa 10 miliardi di dollari, dalla bancarotta in cui stava precipitando in conseguenza dei suoi giochetti finanziari e dell’avidità dei propri dirigenti. Una banca che ha evidenziato la verità di quanto diceva Bertolt Brecht, che c’è una cosa molto peggiore che rapinare una banca, ed è quella di crearne una. Una banca che ha già svolto un ruolo sinistro nella nostra vita politica mettendo una mano e anzi due nelle vicende che hanno portato alla morte della Prima Repubblica e alla nascita della pseudo Seconda. In seguito all’avvio del processo di privatizzazioni, Goldman Sachs partecipò infatti alla privatizzazione di Eni e Telecom, incassando non poche e assai corpose provvigioni per l’opera prestata.

Una banca infine che gode di una incredibile rete di entrature nel sistema politico italiano. Molti sono coloro che hanno svolto consulenze a suo favore, senza tenere conto dell’appartenenza a partiti avversari. A testimoniare “marxianamente” che nell’epoca del trionfo della canaglia liberista la politica è sempre più una sovrastruttura priva di potere reale e con componenti intercambiabili a piacere. Come dimostrano i casi di Gianni Letta e Romano Prodi. Non parliamo poi di economisti e banchieri che con Goldman Sachs sono andati a braccetto. Come Mario Monti, che è stato consulente pure di Moody’s, un’altra società che con i suoi rating “mirati” ha speculato contro i nostri Btp . Altro consulente è stato il non compianto, almeno da noi, Tommaso Padoa Schioppa, quello dei “bamboccioni”. Ultimo e più eclatante il caso di Mario Draghi che dopo essere stato per tre anni vicepresidente per l’Europa della banca Usa, è approdato sulla poltrona di governatore della Banca d’Italia e poi a quella di presidente della Banca centrale europea. A dimostrazione che i tentacoli degli speculatori di Wall Street arrivano in tutti i Palazzi del potere finanziario e politico italiano.

di Filippo Ghira (f.ghira@rinascita.eu)
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=14955

Vedere Anche:
Gli artigli della Goldman su Snam ed Eni 
Il governo dei banksters procede nel suo programma di svendita delle aziende strategiche nazionali.

ECCO PERCHE’ LO SPREAD E’ UNA FREGATURA spiegato in modo semplicissimo

"... SIAMO VITTIME DI UNA SPECULAZIONE: E ANZICHE’ DIFENDERCI, ANZICHE’ FARE I NOSTRI INTERESSI, I GOVERNANTI SEMBRANO ESSERE PIU’ PROPENSI A FARE GLI INTERESSI DELL’ALTA FINANZA E DEGLI SPECULATORI.

Il mercato finanziario è in mano a poche lobby, a poche persone che hanno ormai il mondo in mano: sono loro che controllano e dirigono a loro uso e consumo i mercati finanziari, hanno il potere di condurre una nazione al fallimento in poche settimane. E’ la guerra moderna, combattuta a colpi di spread… "



Lo spread, come ben sappiamo, è il celebre "differenziale" tra i rendimenti dei titoli di stato italiani e i titoli tedeschi.

Se il rendimento (cioè il tasso di interesse corrisposto agli investitori che sono in possesso del titolo) dei "bund tedeschi" è del 2,00% e il rendimento dei titoli italiani è del 6,00% lo "spread" è di 400.

Perché questa differenza? Perché i titoli tedeschi hanno un rendimento del 2% mentre quelli italiani del 6%?

Il rendimento viene stabilito in base al rischio. Maggiore è il rischio di perdere il proprio investimento, maggiore è il tasso di interesse corrisposto.

Facciamo un esempio di facile comprensione. Intendiamo prestare 10.000€ a una persona, che in cambio si impegna a riconoscerci un determinato tasso di interesse. Mettiamo un annuncio su un giornale, e ci rispondono diverse persone interessate:

- Un medico, con uno stipendio sicuro di 5.000€ al mese

- Un artigiano che in media guadagna 3.000€ al mese

- Un dipendente statale, con una busta paga di 1.200€ al mese

- Un lavoratore dipendente di un’azienda a rischio cassa integrazione, con un salario di 1.000€ al mese.

Se tutti ci offrissero il medesimo tasso di interesse - per esempio, del 3% - sicuramente ci sentiremmo maggiormente tutelati prestando la somma al medico. Per questo motivo sono state istituite le "agenzie di rating" che stabiliscono il "fattore di rischio" di un investimento, e in base a quello viene stabilito il tasso di interesse.

Pertanto, chi presterà i soldi al medico, che è in grado di offrire garanzie più ampie, riceverà il 2% di interesse, mentre coloro che presteranno i propri soldi al dipendente statale riceverà il 4% e a chi sceglierà di prestare i soldi al lavoratore dipendente di un’azienda a rischio cassa integrazione, sarà corrisposto il 7% di interesse.

Il sistema – che funziona nello stesso modo sia nei confronti delle aziende che degli Stati sovrani – sarebbe giusto se non fosse che le agenzie di rating, che sono vere e proprie aziende private, non fanno il loro lavoro come dovrebbero, con imparzialità, visto che in molti caso hanno favorito (inconsapevolmente?) alcune società, attribuendo loro un rating positivo anche quando non c’erano i presupposti per farlo: è il caso della Lehman brothers, che poco prima di dichiarare bancarotta era ritenuta assolutamente affidabile (classificata A2) fattore che ha spinto numerosi investitori a investire forti somme, mentre in altri casi, alcune società hanno ricevuto un rating penalizzante, mettendole in difficoltà poiché per avere "accesso al credito" erano costrette a corrispondere tassi di interesse elevatissimi.

Ma torniamo alle nazioni. E’ davvero necessario che l’Italia corrisponda interessi così alti?

La risposta, ce la danno direttamente i mercati:


Ovvero lo stato intendeva collocare poco più di 12 miliardi di titoli, mentre la richiesta degli stessi da parte degli investitori superava i 16 miliardi! In condizioni come queste, con il mercato che ritiene appetibili i titoli italiani, è chiaro che il tasso di interesse dovrebbe essere destinato a scendere, e non ad aumentare! Ma lo spread invece ha superato nuovamente "quota quattrocento" attestandosi oggi a 439 e sembra destinato ad aumentare ulteriormente (ieri lo spread era a 424, +15 da ieri a oggi)

Come mai lo spread è risalito nuovamente sopra i 400 punti? SOLO PER PERMETTERE AGLI INVESTITORI DI REALIZZARE OTTIMI GUADAGNI, con un rischio reale risibile: questo perché al di la dei giochetti delle agenzie di rating, della BCE e soci, i titoli italiani sono un ottimo affare: il rendimento è elevato mentre i rischi reali sono bassissimi, visto che è evidente come questo governo sia disposto a spremere come limoni i cittadini pur di soddisfare le speculazioni dell’alta finanza.

MENTRE I TITOLI ITALIANI SONO RICHIESTISSIMI, QUELLI TEDESCHI INVECE – che sono certamente più sicuri di quelli italiani, ma hanno un rendimento molto basso – NON SONO RICHIESTI DAL MERCATO, tanto che la recente asta è ANDATA DESERTA ed è dovuta intervenire Bundesbank:

Al contrario dei titoli italiani, che sono richiestissimi, i titoli tedeschi non li vuole nessuno: COSA CHE SECONDO LE REGOLE NATURALI DEL MERCATO, DOVREBBE SIGNIFICARE L’AUMENTO DEL TASSO DI INTERESSE (se non riesci a collocare sul mercato i titoli corrispondendo un tasso di interesse del 2% dovrebbe essere "naturale" offrire un tasso maggiore, al contrario dell’Italia che, avendo moltissime richieste, avrebbe potuto offrire un tasso inferiore)

Nonostante tutti i cittadini ormai sappiano – a grandi linee – cos’è lo spread, pochi percepiscono la fondamentale importanza che questo indice riveste nell’economia di una nazione: il fatto che lo stato per avere liquidità sia costretto a pagare un tasso di interesse elevatissimo, costringe il governo ad aumentare la pressione fiscale, penalizzando pesantemente l’economia nazionale.

SIAMO VITTIME DI UNA SPECULAZIONE: E ANZICHE’ DIFENDERCI, ANZICHE’ FARE I NOSTRI INTERESSI, I GOVERNANTI SEMBRANO ESSERE PIU’ PROPENSI A FARE GLI INTERESSI DELL’ALTA FINANZA E DEGLI SPECULATORI.

Il mercato finanziario è in mano a poche lobby, a poche persone che hanno ormai il mondo in mano: sono loro che controllano e dirigono a loro uso e consumo i mercati finanziari, hanno il potere di condurre una nazione al fallimento in poche settimane. E’ la guerra moderna, combattuta a colpi di spread… lo stesso Berlusconi a Novembre scorso, quando sembrava volesse "mettere paletti" e "dettare condizioni" capì bene con chi aveva "a che fare" quando Mediaset perse in un solo giorno il 10% sul mercato finanziario… e subito dopo non a caso, dichiarò la sua "resa"…

Il mondo ormai è in mano ai ROTHSCHILD, i signori delle banche centrali…

di Antonio Bacherini
Fonte: http://www.nocensura.com/2012/05/ecco-perche-lo-spread-e-una-fregatura.html
Tratto da: http://www.altrainformazione.it/wp/2012/05/20/ecco-perche-lo-spread-e-una-fregatura-spiegato-in-modo-semplicissimo/

mercoledì 16 maggio 2012

TAV: la preoccupazione di chi non ha preoccupazioni

" ... Noi popolino, invece, siamo un filino preoccupati del crollo della civiltà occidentale e distruzione totale del nostro futuro, scusateci quindi se gli anarchici destrutturati -o quel che l'è- sono al 37° posto delle nostre priorità. ..."


La ministra Cancellieri ha stabilito le sue priorità e quelle del governo: "La TAV è la madre di tutte le preoccupazioni". Beata lei che non ha nient'altro a cui pensare, mentre lo spread sale, la Grecia fallisce e il Nobel Paul Krugman sul New York Times prospetta addirittura il blocco dei conti correnti in Italia e Spagna.

Su tutti i giornali non si parla che di terrorismo, mentre in Rete e nel Paese non gliene frega una emerita mazza a nessuno. Ma proprio zero.
Anche perché, fatta salva la solidarietà alla vittima delle pallottole, il tutto è abbastanza ridicolo. Rivendicazioni scopiazzate pari pari da volantini anni '70, i brigatisti moderni non sanno neanche mettere insieme due frasette deliranti (gli do una dritta: forse in rete c'è il generatore automatico di comunicati BR); cervellotici collegamenti tra gruppi anarchici italiani dal nome assurdo e gruppi ancora più fantomatici provenienti -orrore- dalla Grecia, anzi no, vengono da Lecce; la solita azione terroristica che arriva a fagiuolo proprio quando il governo è in difficoltà o i cittadini decidono di prendere strade diverse da quelle prestabilite. Negli anni '70 ancora ci si cascava ma oggi, diamine, dopo quarant'anni anche noi popolino stupido abbiamo capito il trucchetto.

Per finire, il capro espiatorio scelto ad arte, così si fa due piccioni con una fava: i noTAV, che hanno appena eletto un altro sindaco e proseguono nella loro battaglia. Nel dubbio, mena i noTAV che tanto non sbagli mai, dice il proverbio cinese.

Manca il terzo piccione, ovvero la militarizzazione del territorio. Siccome la colpa è degli anarchici, anzi no, dei noTAV, anzi no, dei ribelli di Equitalia, facciamo che mandiamo dappertutto l'esercito così stiamo più tranquilli.

Auguriamoci che serva davvero a metterli tranquilli, lorsignori senza altre preoccupazioni al mondo che i dissidenti. Noi popolino, invece, siamo un filino preoccupati del crollo della civiltà occidentale e conseguente distruzione totale del nostro futuro, sapete com'è, scusateci quindi se gli anarchici destrutturati -o quel che l'è- sono al 37° posto delle nostre priorità.
di Debora Billi
Tratto da: http://petrolio.blogosfere.it/2012/05/tav-la-preoccupazione-di-chi-non-ha-preoccupazioni.html

Sulle banche, l’ultimo attacco di Moody’s all’Italia

(...) Oltretutto, osserva l’Abi, per abbassare il rating questa volta si tirano addirittura in ballo le misure di austerità varate dal Governo Monti in quanto riducono la domanda economica nel breve termine. Lo stesso tipo di misure di austerità che Moody’s invocava in passato.

E allora, insiste l’Abi, la decisione di Moody's non soltanto è irresponsabile ma rappresenta una vera e propria aggressione all'Italia, alle sue imprese, alle sue famiglie, ai suoi cittadini. (...)
 
 
Certe cose non succedono mai per caso. La decisione di Moody’s di declassare il giudizio sull’affidabilità patrimoniale e finanziaria di ben 26 banche italiane è arrivata in concomitanza con le difficoltà della Grecia preda di una ingovernabilità che la porterà diritta a nuove elezioni anticipate e all’inevitabile uscita dall’euro che dovrebbe tracciare una crepa irrimediabile all’edificio della moneta unica avviandone il progressivo dissolvimento tramite un effetto domino che si propagherà ad altri Paesi. Come appunto l’Italia unitamente a Spagna e Portogallo che vantano altri debiti pubblici e che vedono la propria economia in caduta libera. Un attacco che è arrivato in concomitanza con le trattative tra i 27 Paesi dell’Unione europea sulla proposta della presidenza di turno danese sulle norme per il rafforzamento dei requisiti patrimoniali delle banche europee in applicazione dei criteri dell’accordo di Basilea III.

Certo gli analisti di Moody’s non rappresentano la verità e le loro valutazioni sono spesso spazzatura. Basta andare a rivedersi le valutazioni all’agenzia di rating Usa fatte nel 2007 sull’affidabilità e sulla solvibilità della Lehman Brothers, la banca d’affari e di speculazioni che veniva presentata come più che solida dal punto di vista finanziario e patrimoniale. Poi Lehman Brothers è fallita ma a Moody’s, per cui ha svolto consulenze anche Mario Monti, ha continuato ad emettere giudizi su Paesi, società e banche, che non dovrebbero preoccupare gli interessati se non fosse per i molti investitori che ne comprano i servizi per ricevere consigli su cosa comprare. Giudizi che troppo spesso risentono delle preoccupazioni degli investitori che vogliono sentirsi dire le cose che vogliono sentirsi dire. E non è un gioco di parole. Oltretutto, ed è il passato recente a testimoniarlo, Moody’s e i suoi degni compari di Standarsd&Poor’s si sono mossi con un tempismo inquietante emettendo giudizi negativi ma basati sul nulla nei riguardi di titoli di Stato di questo o quel Paese europeo, che non si trovavano certo in situazioni disastrose, con l’obiettivo evidente di creare soltanto tensioni nell’area dell’euro. Insomma come fanno generalmente le banche anglofone che speculano contro l’Italia, Goldman Sachs in testa, pure Moody’s e Standatrd&Poor’s partecipano al più generale attacco all’euro con l’obiettivo di farlo dissolvere ed impedirgli di prendere il posto del dollaro e della sterlina come moneta di riferimento nelle transazioni finanziarie internazionali.

Che le società di rating amino giocare con i numeri senza agganciarli alla realtà è dimostrato dalla recente disattenzione mostrata verso le vicende dell’altra grande banca d’affari, la JP Morgan, che si è ritrovata con 2 miliardi di dollari di perdite. Un bis quindi della vicenda di Lehman Brothers. Ma che al contrario di quella, troppo sputtanata e indebitata per sopravvivere, vedrà, come già successo per la Goldman Sachs, un intervento della Federal Reserve Usa e del Tesoro per impedirne il fallimento. Altri soldi pubblici, soldi dei cittadini Usa, che finiranno nelle capaci tasche dei banditi di Wall Street ad opera di un presidente che confermerà in tal modo di essere divenuto il loro più fedele servo o maggiordomo. Con tanti saluti alla tanto sbandierata riforma dei mercati finanziari che avrebbe dovuto fare chiarezza ma che di fatto lascerà le cose come prima.

A reagire con durezza contro Moody’s non è stato soltanto il mondo bancario ma anche quello politico “atlantico” di solito molto ben disposto e comprensivo verso le società di rating quando con i loro giudizi esponevano di fatto critiche nei riguardi dell’operato del governo Berlusconi. Adesso con Monti, anglofono e liberista doc, l’approccio è notevolmente diverso con il professore della Bocconi trasformato in un intoccabile e in un garante della stabilità. Ma si sa, certe persone sono sempre in cerca di un nuovo padrone.

Reazione sdegnata quindi dall’Abi, l’associazione bancaria, che ha giudicato “irresponsabile, incomprensibile e ingiustificabile” la decisione di Moody’s. Una nota sottolinea, finalmente diciamo noi, che “ancora una volta le agenzie di rating si confermano come un elemento di destabilizzazione dei mercati con giudizi parziali e contradditori”. Oltretutto, osserva l’Abi, per abbassare il rating questa volta si tirano addirittura in ballo le misure di austerità varate dal Governo Monti in quanto riducono la domanda economica nel breve termine. Lo stesso tipo di misure di austerità che Moody’s invocava in passato.

E allora, insiste l’Abi, la decisione di Moody's non soltanto è irresponsabile ma rappresenta una vera e propria aggressione all'Italia, alle sue imprese, alle sue famiglie, ai suoi cittadini. Già da oggi, l’Abi valuterà tutte le azioni per tutelare gli interessi dell'economia. E’ necessario, conclude la nota, varare una normativa europea con severi controlli nei confronti delle agenzie di rating che rappresentano un elemento di destabilizzazione dell’economia diffondendo valutazioni non realistiche dello stato di salute di banche e società.

Inattesa la reazione di Pierferdinando Casini in Caltagirone che ha definito di una “gravità inaudita” la decisione di Moody's e che ha sottolineato la necessità di rilanciare l'idea di una agenzia di rating europea. Ieri, ha ricordato, le agenzie di rating erano distratte (vedi Lehman Brothers). Erano sorde e cieche perché non hanno visto i disastri dei derivati e di un'economia costruita sulle bolle speculative. Mentre oggi rischiano di essere parte di “un disegno criminale anti-europeo e anti-italiano”. E bravo Casini, ma perché non lo hai detto prima? E' una vergogna, ha continuato il politico centrista, che in presenza di nessun elemento nuovo, salvo il deterioramento delle situazioni economiche, e questo vale per tutti i Paesi del mondo, non solo per l'Europa, ci sia il declassamento delle nostre banche. E' un attentato all'economia di questo Paese. Oggi, ha concluso, la perdita di credibilità delle agenzie di rating da oggi sia totale. Perché, ci sarebbe da replicare, quando mai le società di rating sono state credibili?

di Filippo Ghira

Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=14886

mercoledì 9 maggio 2012

LA LINGUA: STRUMENTO DEL POTERE

(...) A voler essere cinici potremmo dire che stiamo assistendo ad una eccellente prova di abilità fornita da una "élite maledetta ma illuminata" che in quasi quarant'anni di lavoro assiduo e persistente è riuscita a prendere possesso di una parte enorme delle risorse del pianeta.

Questa élite ha utilizzato al meglio tutti i mezzi di informazione disponibili fino a rendere una gran parte della popolazione connivente con le sue scelte, dopo averla convinta che qualsiasi sua decisione anche se contraria agli interessi e ai diritti di chi lavora, è stata presa perché necessaria a rendere meno insopportabile la situazione in cui gli Stati ormai sono caduti. (...)


La comunicazione è un'arma micidiale se il pubblico non la capisce, può nascondere mistificazione o incapacità a far circolare le idee.

Una "élite maledetta ma illuminata" in quasi quarant'anni di lavoro di persuasione, più o meno velata, ma assidua e persistente, è riuscita ad impossessarsi di una parte enorme delle risorse del pianeta

Riescono a farci venire dei dubbi sulle nostre capacità intellettive.

Quando parlano di sport, di gossip o di cronaca, pur non prestando molta attenzione, riusciamo facilmente ad intendere il messaggio che i media vogliono trasmetterci. Ma appena ci si avvicina alla politica il linguaggio diventa più complesso, volutamente meno chiaro: come quando a scuola ci interrogavano e, non avendo studiato la lezione, cercavamo di farfugliare delle parole, senza dire niente, ma il più a lungo possibile.

A scuola però il professore capiva se c’era la fregatura e ci metteva il voto. A noi invece non viene riconosciuta l'autorità del professore e il voto che diamo ai commentatori politici, non serve a farli studiare di più. Anche perché, in fondo, i politici la lezione non la stanno spiegando bene, perché da anni ormai dicono molto poco e, purtroppo, fanno molto meno.

Questa critica, che i media ed i politici definirebbero immediatamente qualunquista, sterile e populista, non vuole essere negativa, ma solo una presa di coscienza di come si sta comportando l'informazione con il pubblico. Vorremmo dire pubblico italiano, ma purtroppo il problema non è solo nazionale : L'informazione ormai è un problema globale.

Infatti la difficoltà di comunicazione di argomenti politici è causata dalla pochezza dei contenuti espressi. Tutto diventa ancora più difficile però appena ci si avvicina a temi di "economia" o peggio ancora di "finanza". Ci fanno sentire troppo piccoli e ignoranti per capire come funzionano certi meccanismi e la nostra frustrazione la manifestiamo accettando, come indiscutibili, quei concetti che non capiamo.

Dai giornali e dalla televisione quasi tutte le informazioni trasmesse sono parziali, cioè contagiate dagli interessi dell'editore, di un referente politico o dell'autore del servizio, ma le cose non cambiano nemmeno cercando notizie su Internet dove si può trovare qualche articolo di gente che fa onestamente opera di divulgazione.

Ci sono tanti articoli che cercano di trovare le parole giuste per spiegare quanto sta succedendo nella nostra economia e come la finanza abbia preso il controllo su quelle regole dell’ economia che da sempre hanno permesso all'uomo di lavorare e vivere in pace o in guerra nell'ambito di uno Stato sovrano.

Tutti ci rendiamo conto che oggi il prezzo dei beni e dei servizi necessari alla nostra sopravvivenza non ha più un valore stabilito dal costo del materiale e del lavoro necessario alla produzione, ma che il prezzo è determinato esclusivamente dal mercato: dalla domanda e dall'offerta, che possono essere però controllate ed indirizzate da fattori esterni (le regole che dicevamo prima).

È facile rendersi conto anche che ormai i beni primari ( quelli necessari per alimentarsi e per ripararsi) costituiscono solo una parte minima dei costi di una famiglia che vive in una "società evoluta". Quindi se l'uomo di oggi potesse vivere secondo i canoni validi fino a non più di cento anni fa, sicuramente riuscirebbe a soddisfare i propri bisogni con solo il 25% del reddito che produce con il proprio lavoro. Ma è necessario che produca anche il restante 75% che serve, anzi deve aumentare, non solo per un suo maggior benessere, ma essenzialmente per permettere agli Stati di misurarsi in base ad un Prodotto Interno Lordo ed a pagare i debiti contratti per soddisfare dei bisogni, non essenziali, che hanno permesso però ad un sistema fondato sul consumismo, di imporsi come unico e senza alternative.

Così succede che per rispettare gli standard essenziali ed irrinunciabili per un paese civile è cominciata la rincorsa a "guadagnare" sempre di più, per permettere allo Stato di non perdere competitività e per evitare un maggior indebitamento che lo potrebbe far "classificare meno affidabile" e quindi a maggior rischio di insolvenza per i creditori privati che poi sono, ormai per legge, diventati creditori dei cittadini dello Stato, quelli che pagano imposte e tasse.

Questa divagazione potrebbe essere la premessa per una lunghissima dissertazione sul ruolo del consumismo, del neoliberismo, del denaro, delle valute, delle banche, delle speculazioni sugli interessi, in breve della finanza.

Siamo arrivati qui perché qui vogliamo fermarci: Per cominciare a parlare di finanza abbiamo dovuto mettere insieme tanti temi differenti ma necessariamente interconnessi tra di loro, tanto da cominciare a confonderci le idee, a farci sentire impreparati per comprendere temi tanto elevati, tanta scienza.

E' il modo per farci cadere nella rete : abbiamo toccato uno dei fattori che ha contribuito a provocare la crisi finanziaria, l'allontanamento (spontaneo?) di una massa, che si autoesclude dall'élite decisionale.

E' proprio per questo motivo che ogni volta che cominciamo a leggere un libro, una relazione, un articolo che prova a spiegare il funzionamento dei meccanismi con cui la finanza si è impossessata dell'economia e della politica, ci dobbiamo armare di una enorme pazienza per arrivare fino in fondo. Infatti certi processi non possono essere sintetizzati in poche righe perché ogni operazione finanziaria è esageratamente complessa e complicata.

Per far in modo che certi concetti possano essere spiegati e compresi da una persona di buona volontà e di media intelligenza chi scrive deve riuscire a catturare l’attenzione del lettore che , qualche volta, non riesce a reprimere la noia di dover restare concentrato ad assorbire tante nozioni, spesso sibilline, che tentano di fargli rendere ammissibile un mondo parallelo in cui si apprezza esclusivente l'astuzia, il trucco e la dialettica di abili venditori al servizio del più potente di turno che alla fine del gioco sarà l'unico vincitore.

Ciò non vuol dire che esistono poche persone capaci di comprendere come funziona la finanza, ma solamente che è stata volutamente creata una complessa rete con cui sottilmente e subdolamente si è riuscito ad ingabbiare l'economia e a renderla succube della finanza per mezzo della politica.

L'allontanamento delle masse dalla gestione dei soldi e dalla partecipazione alle decisioni di politica economica sono due dei fattori che hanno maggiormente contribuito a creare la crisi finanziaria. Durante una crisi c'è chi perde ma per la legge del contrappasso qualcuno guadagna.

A voler essere cinici potremmo dire che stiamo assistendo ad una eccellente prova di abilità fornita da una "élite maledetta ma illuminata" che in quasi quarant'anni di lavoro assiduo e persistente è riuscita a prendere possesso di una parte enorme delle risorse del pianeta.

Questa élite ha utilizzato al meglio tutti i mezzi di informazione disponibili fino a rendere una gran parte della popolazione connivente con le sue scelte, dopo averla convinta che qualsiasi sua decisione anche se contraria agli interessi e ai diritti di chi lavora, è stata presa perché necessaria a rendere meno insopportabile la situazione in cui gli Stati ormai sono caduti.

Come se fosse una situazione causata da un imprevedibile disastro naturale!

Il resto della popolazione che non crede alla casualità degli eventi che sta vivendo e si sente vittima di un gioco premeditato, non riesce però a trovare nessuna formula sociale alternativa, perché non ha idee chiare su come stanno veramente le cose, la gente resta disorientata e non si crea una coscienza sociale comune capace di reagire alle trame dell’élite maledetta ma efficiente.

Stiamo assistendo ad una delle tante repliche di una storia che abbiamo già letto mille volte sui libri ma, anche se conosciamo già il finale, è sempre avvincente seguirla, perché non sappiamo ancora quale sarà la trama che l'autore ha pensato di mettere in scena questa volta.

Sappiamo solo che il biglietto del teatro sarà veramente molto caro.

di Ernesto Celestini

PREAVVISO DI USCITA DALL’EURO – EURO BREAK UP WARNING

(...) In tale scenario, è ovvio che i cittadini ritengano che le tasse siano non solo eccessive, ma anche contrarie agli interessi della nazione, perché esse vanno a sostenere un’operazione di quel tipo. Se uscire dall’Eurosistema è inevitabile, tanto vale uscire al più presto, prima che il processo di demolizione dell’economia nazionale produca ulteriori danni, e con ancora qualche soldo in tasca. Se ci lasciamo portar via le ultime risorse, dopo saremo in balia del capitale dominante sostanzialmente tedesco, mentre anticipando i tempi potremmo ripartire i danni con i paesi amici. Il popolo e le imprese hanno quindi interesse ad attivarsi per sventare il disegno di liquidazione del paese, rovesciando il tavolo. E a ricordare alla Germania che il Nazismo e la II GM sono conseguenza dell’austerità imposta ad essa stessa per il pagamento dei suoi debiti. (...)


Il FMI ha ultimamente pubblicato numeri che danno la certezza matematica che l’Italia non può essere risanata e portata nei parametri dell’Eurosistema: è vero che dal 2008 al 2017 sarà leader nell’avanzo primario, ma questo conta ben poco rispetto al fatto che il suo pil, in quel periodo, calerà dell’1,7%, mentre quello USA aumenterà del 20,3, quello francese del 10, quello tedesco dell’8,8, quello cinese del 116. Il rapporto debito/pil italiano peggiora del 13,2%.

Ciò basta a porre l’Italia fuori del circolo dei paesi del Primo Mondo (già nella precedente fase di crescita era rimasta indietro di molti punti dall’Eurozona e dall’America) e ad escludere che possa rispettare il Fiscal Compact (riduzione del 20% all’anno della quota di debito pubblico eccedente il 60% del pil).

Quindi, a breve termine, l’Italia sarà o fuori dall’Euro, oppure governata direttamente dai finanzieri del Meccanismo Europeo di Stabilità, cioè di Berlino, con costi, reazioni sociali, controreazioni repressive, potenzialmente estremi. Anche in Spagna e Grecia le ricette “europee” (cioè quelle dettate dalla Germania a tutela del suo c.d. “modello economico renano”), stanno portando l’economia al disastro. E continuano a venire imposte.

Le richieste di tasse e sacrifici da parte di un governo sono legittime se il governo dimostra che sono necessarie e idonee a un programma realistico e utile al paese. Quelle del governo Monti non sono necessarie, perché il governo dovrebbe prima tagliare spese pubbliche parassitarie e gonfiate, e non lo fa; non sono idonee, perché, conti alla mano, non risolvono la crisi ma paiono aggravarla con l’avvitamento fiscale; inoltre non rientrano in un programma di interesse nazionale, anzi non si capisce nemmeno che fine stia perseguendo il governo, date le grandezze sopra riportate.

I tagli previsti alla spesa pubblica indebita per beni e servizi sono di 4,2 miliardi su un totale di 147, quindi è chiaro che non si liberano risorse per investimenti produttivi né per alleggerimenti fiscali, ma rimane intatto il sistema di produzione di consenso e profitto partitico e mafioso mediante scialo e appalti gonfiati. Item per le opere pubbliche, sistematicamente gonfiate. E per la spesa per un personale elefantiaco e poco efficiente. Tagliare la spesa pubblica parassitaria significherebbe peraltro eliminare quel sistema e i suoi titolari, e ciò è impossibile per un governo che dipenda dai partiti.

Dato quanto sopra, ciò a cui sta lavorando il governo e chi lo appoggia, con tanti tagli e tante tasse, non è, non può essere, un piano di risanamento e rilancio del paese, che essi sanno benissimo essere irrealizzabile; dunque è un piano con un fine diverso.

Probabilmente è un piano di liquidazione del paese (ossia di raccolta e distribuzione tra potentati esterni ed esterni dei valori in esso presenti: risparmio, proprietà private e pubbliche) e al contempo di sua collocazione, in posizione subalterna, entro una nuova architettura “europea” di poteri reali e formali, con un ampio haircut dei diritti e delle garanzie civili, politici, fiscali, sindacali; e con forte compressione fiscale e bancaria delle piccole imprese italiana, onde far posto nel mercato italiano ad imprese straniere.

Remunerando l’appoggio parlamentare dei partiti politici con la conservazione dei loro privilegi e feudi, si tiene insieme il paese per il tempo necessario a liquidare i suoi assets e a completare il lavoro di ingegneria sociale. Poi, quando il paese salta, lo si fa cadere in una gabbia appositamente predisposta. Questo mi pare lo scenario più verosimile, anche se spero di sbagliarmi.

In tale scenario, è ovvio che i cittadini ritengano che le tasse siano non solo eccessive, ma anche contrarie agli interessi della nazione, perché esse vanno a sostenere un’operazione di quel tipo. Se uscire dall’Eurosistema è inevitabile, tanto vale uscire al più presto, prima che il processo di demolizione dell’economia nazionale produca ulteriori danni, e con ancora qualche soldo in tasca. Se ci lasciamo portar via le ultime risorse, dopo saremo in balia del capitale dominante sostanzialmente tedesco, mentre anticipando i tempi potremmo ripartire i danni con i paesi amici. Il popolo e le imprese hanno quindi interesse ad attivarsi per sventare il disegno di liquidazione del paese, rovesciando il tavolo. E a ricordare alla Germania che il Nazismo e la II GM sono conseguenza dell’austerità imposta ad essa stessa per il pagamento dei suoi debiti.

In ogni caso, conviene prepararsi a un cambiamento valutario, quindi alla probabilità che i depositi bancari e gli altri crediti denominati in Euro siano convertiti in Lire o altra valuta, con una forte svalutazione rispetto all’Euro e con una perdita di potere d’acquisto. Contromisure preventive, oltre all’emigrazione, sono a)spostare i depositi in un idoneo paese estero (Svizzera, per esempio); b)convertire i depositi da Euro a valute forti, con scarso debito pubblico; c)investire in valori sganciati dalla valuta italiana.

di Marco Della Luna
Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=10244 
Fonte: http://marcodellaluna.info/sito/2012/05/03/prevviso-di-uscita-dall’euro-–-euro-break-up-warning/

sabato 5 maggio 2012

La dottrina dello shock

“Uno stato di shock, non è solo ciò che ci accade quando succede qualcosa di brutto, è quello che accade quando perdiamo il nostro punto di riferimento, quando perdiamo le nostre esperienze, quando ci troviamo disorientati.  (…)
Attraverso lo shock le persone adulte regrediscono ad uno stadio infantile. (…)

Ma questa tecnica non vale solo per le singole persone, può essere applicata ad una società intera.
Un trauma collettivo, una guerra, un colpo di Stato, una catastrofe naturale, un attacco terroristico (una crisi economica n.d.r.), ci fanno piombare tutti in uno stato di shock.
Quindi, come un prigioniero nella stanza di interrogatorio, anche noi diventiamo come bambini, e siamo inclini a seguire i leaders che dicono di volerci proteggere. (…)

Per non perdere l’orientamento, per resistere allo shock, occorre sapere cosa ti sta succedendo e perché.
L’INFORMAZIONE E’ RESISTENZA ALLO SHOCK.”
Naomi Klein
Realizzato nel 2009 dall'autore inglese Michael Winterbottom, questo documentario è basato sul libro di Naomi Klein Shock Economy, in cui sono descritte con dovizia di particolari le fasi storiche attraverso cui in quest'ultimo mezzo secolo il pianeta è caduto in mano alla dittatura del "libero mercato."

Un sistema economico endemicamente fondato sulla penuria, sulla crisi, sulla precarietà, sulla demolizione sistematica di tutti i punti fermi del cittadino. Un sistema che richiama le brutalità 'a fin di bene' adottate dalla prima psichiatria nei confronti dei cosiddetti 'malati di mente.'.

Attraverso il ritratto dei più importanti esponenti neoliberisti - come Von Hayek (Bilderberg) e Friedman, con le loro 'candide' panzane teoriche circa le proprietà di autoregolamentazione del 'libero mercato' - e mediante la interessante analisi di alcuni casi concreti, il film descrive plausibilmente alcune strategie adottate dal sistema economico dominante per scaraventare il pianeta in un permanente stato di precarietà e scarsità.
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