venerdì 30 marzo 2012

Scorporo Snam-Eni, così finisce la sovranità italiana

Il governo ha varato la misura auspicata dalle majors atlantiche.
Poi si svenderanno le quote pubbliche di Eni ed Enel ...


Gli integralisti liberisti presenti in Parlamento già pregustano lo scorporo della Snam dall’Eni e la nascita di una società indipendente che gestisca la rete di distribuzione del gas e che offra uguali possibilità di accesso a tutti gli operatori del settore. Un traguardo che le compagnie petrolifere statunitensi, inglesi, anglo-olandesi e francesi sognano da tempo per indebolire il gruppo fondato da Enrico Mattei che con la sua impronta anti colonialista aveva dato tanto fastidio alle Sette Sorelle e agli interessi anglofoni. Una realtà che oggi si sta ripetendo puntualmente dopo i rapporti preferenziali stabiliti dall’Eni e da Berlusconi con la Gazprom e con Putin e dopo quelli ormai dissolti con la Libia di Gheddafi e l’ingresso della Russia in Libia. Quella che era stata la motivazione reale della guerra contro il Rais poi eliminato.

La decisione del governo Monti di procedere alla separazione della Snam dall’Eni era scontata. Poi seguirà la vendita del 30% dell’Eni controllato dalla Cassa Depositi e Prestiti e quindi dal Tesoro, dopo di che l’Italia non avrà più una politica estera autonoma e si vedrà costretta ad andare a rimorchio degli atlantici. La svolta, perché di svolta si tratta, ha rallegrato non poco i liberisti nostrani. Il deputato Linda Lanzillotta, esponente della rutelliana Alleanza per l’Italia, ha intimato che la separazione proprietaria di Snam da Eni dovrà essere completata entro la fine della legislatura. Intervenendo nella discussione generale alla Camera sul decreto legge per le liberalizzazioni,il deputato ha affermato che la politica della concorrenza dovrà ispirare la politica economica dei prossimi anni e rappresentare una leva fondamentale per la crescita, per il lavoro dei giovani e per la mobilità sociale. In tutti i settori strategici, come energia e trasporti, ha concluso, ci vogliono, autorità di controllo e di indirizzo forti, autorevoli e indipendenti. Affermazioni che, se tanto ci dà tanto, vanno intese nel senso che tali autorità dovranno essere sensibili non più all’indirizzo dato dalla politica ma a quelle dei grandi gruppi esteri. Quelli che con un termine abusato rappresentano il cosiddetto Mercato.
Ma che fare di questa Snam? Qualcuno ha suggerito di creare un’unica società di gestione delle rete energetiche attraverso una fusione con la Terna, la società che gestisce appunto la rete di distribuzione dell’energia elettrica e che è nata da un analogo scorporo dall’Enel che è stato imposto dalla finanza anglofona proprio per impedire l’altro colosso italiano dell’energia.

Oggi il 31% circa dell’Enel è ancora in mano pubblica e i soliti liberisti d’accatto vorrebbero metterlo in vendita con la scusa che una ulteriore privatizzazione servirebbe a fare cassa e ridurre il debito pubblico. In realtà anche per l’Enel vale il discorso geopolitico fatto per l’Eni. Pure l’Enel infatti negli ultimi anni ha dimostrato un iper attivismo sul piano estero, entrando in forze sul mercato spagnolo, su quello russo e su quello libico. Tutte svolte che non potevano essere molto gradite a Washington e Londra che sul piano mediatico hanno subito attivato un fuoco di sbarramento muovendo i soliti fautori del Libero Mercato, degni eredi dei democristiani di destra e dei liberali alla Montanelli che a cavallo degli anni 50 e 60 sparavano a zero su Enrico Mattei con la scusa ridicola che il petrolio puzzava di tangenti.

Indebolire e perdere in questa fase storica due imprese pubbliche che garantiscono l’approvvigionamento energetico del nostro Paese non è soltanto stupido ma è criminale perché va contro i nostri interessi nazionali, in quanto l’approdo di questa operazione sarebbe la trasformazione dei due gruppi in filiali di concorrenti esteri come potrebbe essere la Exxon. Tanto più che i venti di guerra contro l’Iran o il semplice blocco delle forniture da parte di Teheran fanno presagire che ci sarà un aumento esponenziale dei prezzi del petrolio che il direttore del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha quantificato in un 30%. In tale ottica disporre di due società giuridicamente e operativamente “italiane” servirebbe a muoversi in maniera molto più elastica ed autonoma sullo scacchiere internazionale.


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giovedì 29 marzo 2012

LO STALINISTA AMERICANO

Monti, lo stalinista americano che devasterà gli italiani


I colpi di Stato? Oggi non si fanno più coi carri armati, ma con un’abile gestione extraparlamentare di magistrati, giornalisti ed economisti. «È il post-moderno, bellezza!», ironizza il filosofo Costanzo Preve, che denuncia due golpe: «Quello di Monti del 2011 non è il primo ma il secondo, dopo quello di Mani Pulite del 1992», un “colpo di stato giudiziario” per abbattere il sistema partitico della Prima Repubblica, «non certo più corrotto di quello venuto dopo, ma pur sempre garante di un certo assistenzialismo sociale e di una sovranità monetaria dello Stato nazionale, sia pure all’interno dello schieramento post-bellico americano».

Stavolta non c’è stato neppure bisogno di manette: «Sono bastati i mercati internazionali e soprattutto la regia di Napolitano, il rinnegato ex-comunista passato al servizio degli americani».

Già nel ’92, aggiunge Preve nel suo dialogo con Luigi Tedeschi sulla “mutazione antropologica degli italiani” pubblicato da Arianna editrice e ripreso da “Megachip”, era stato decisivo l’ex Pci nell’assestare il “colpo di Stato giudiziario extraparlamentare”.

Stessi attori, sempre in prima linea: «Allora per odio verso Craxi, oggi per odio verso Berlusconi, entrambi già largamente indeboliti e delegittimati da asfissianti campagne di stampa». Orfani di Berlinguer, quelli che Preve chiama “rinnegati” si trovavano «improvvisamente privi di qualunque legittimazione storico-politica, ma ancora dotati di un seguito identitario inerziale da sfruttare come risorsa politologica».

I seguaci identitari «furono prima fanatizzati contro Craxi (il corrottone, il porcone, il maialone), e poi contro Berlusconi (il nano di Arcore, il puttaniere, il crapulone)».

L’eterogenesi dei fini, segnalata da Vico, si è sposata con l’astuzia della ragione storica teorizzata da Hegel.

«La politica non è stata sconfitta solo nel 2011, perché era già stata sconfitta nel 1992», aggiunge Preve. Inoltre, l’Italia nel 2011 non è stata sconfitta solo una volta, ma due: la prima volta in Libia, dove «è stata costretta dalla Nato a fare una guerra contro i più elementari interessi nazionali ed economici, con barbarico linciaggio finale del nazionalista panarabo nasseriano Gheddafi, trasformato in feroce dittatore dai gestori simbolici monopolisti dei cosiddetti “diritti umani”».

La seconda volta appunto a Roma, con il commissariamento diretto del suo governo. Destra e sinistra? Ormai sono solo «segnali stradali e simboli di costume extra-politico».

Esempio: «La sinistra vota il transessuale Luxuria, mentre la destra non lo voterebbe mai».

Dicotomia ormai inesistente, eppure «continuamente reimposta, per motivi di tifo sportivo, dal ceto intellettuale».

Pura manipolazione simbolica, dice Preve, dotata di un potere inerziale ancora forte anche se non più fondato sulla realtà.

«Quando Bobbio difese la dicotomia, sostenendo che la sinistra era egualitaria e la destra anti-egualitaria, descriveva uno scenario sorpassato, perché questo scenario presupponeva la sovranità monetaria dello Stato nazionale e delle scelte politiche alternative di redistribuzione dal reddito».

Ora questo scenario non esiste più. Al suo posto, ci sono solo «questioni di gusto estetico e di snobismo culturale».

La classe politica ? «Si è allineata a Monti non per responsabilità, ma proprio per il suo contrario, per deresponsabilizzazione». I politici, «ricattati dalle polemiche contro la “casta” e inseguiti dalle plebi furiose per i loro privilegi alla mensa semigratuita di Montecitorio», si sono «consegnati ad una “giunta di economisti” per cercare di zittire, almeno provvisoriamente, il linciaggio mediatico».

Quello di Monti? Un ben strano liberalismo, perché il fondamento del liberalismo nella sua moderna forma liberaldemocratica è la volontà popolare espressa da un corpo elettorale sovrano, laddove il caso della Grecia, ma anche quello della giunta Monti, ci mostra l’esatto contrario.

«Nel Medioevo c’erano i Re Taumaturghi. Ma oggi il medioevo è finito, e ci sono gli Economisti Taumaturghi». Il modello capitalistico di Smith ed il modello comunista di Marx, ricorda Preve, avrebbero entrambi dovuto funzionare senza Stato, o con uno “Stato minimo” tendente verso lo zero.

«Pura utopia modellistica astratta». In realtà, il comunismo di Marx nel ‘900 «funzionò unicamente con lo Stato, anzi con uno stato autoritario di partito monopolista del potere, dell’economia e della cultura».

Idem il capitalismo di Locke e di Smith: «Funzionò unicamente incrementando il dirigismo statale al servizio dell’accumulazione capitalistica».

Poteva andare diversamente? No, perché «un mercato puro, senza intervento riequilibratore di un potere statale, getterebbe nella miseria più nera la stragrande maggioranza della popolazione».

Finché sono ancora in funzione le solidarietà comunitarie pre-capitalistiche (famiglia, tribù), c’è ancora riparo, ma con la generalizzazione dell’individualismo anomico ci sarebbe solo la guerra di tutti contro tutti, come mostra il tragico esempio della Grecia di oggi.

«E’ dunque del tutto triste, ma anche fisiologico, che al bel comunismo utopico ma inapplicabile di Marx succeda il comunismo autoritario ma “realistico” di Lenin e di Stalin. Ed è pertanto fisiologico che al capitalismo utopico di Locke e di Smith succeda il capitalismo oligarchico ma “realistico”, di Draghi e di Monti».

La «dittatura oligarchica dei mercati di Draghi e di Monti» è fuori dal liberismo che si studia nelle università: «Si tratta di uno scenario completamente nuovo, di un capitalismo assoluto o “speculativo”».

Potremo difenderci da questa sorta di “stalinismo occidentale”?

Non nel breve periodo, dice Preve: «Non possiamo aspettarci a breve termine un risveglio di coscienza e di conoscenza: troppo forti sono le forze inerziali della simulazione destra-sinistra, dell’identitarismo di partito di origine Pci, dell’antifascismo in assenza di fascismo e dell’anticomunismo in assenza di comunismo, oltre alle cantilene del politicamente corretto».

Per il filosofo, «questa dittatura dei mercati è ancora relativamente nuova ed inedita, ed é normale che in questo momento domini la paura ed il ricatto del mancato pagamento dei salari e delle pensioni». La realtà? «Siamo appena all’inizio del “tempo di cottura” che la storia ci prepara: la ricetta vuole il suo tempo».


Monti coltiva un disegno pericoloso: «Vuole attuare un progetto di ingegneria antropologica tipica del fanatico liberista che è».

Mettendosi consapevolmente sulla scia di chi ha definito i giovani “bamboccioni” e “sfigati”, e non vittime di un ignobile sistema di lavoro flessibile e precario, Monti vorrebbe una sorta di artificiale anglosassonizzazione forzata della figura storica dell’italiano.

«Come tutti gli economisti professionali, egli è probabilmente del tutto ignaro di storia e di filosofia, che ha certamente abbandonato con la fine degli studi liceali» e quindi sembra non sapere che l’utopia dell’uomo “nuovo”, dell’uomo rinato, «non nasce affatto con l’ingegneria economica oligarchica neo-liberale e le sue ignobili porcherie sul “lavoro fisso noioso”, la cui oscenità raggiunge quella di chi mette un affamato in guardia contro i pericoli dell’obesità e del colesterolo».


Stalin fu un grande sostenitore della “creazione sovietica dell’uomo nuovo”:

«Ne abbiamo visto le conseguenze a medio termine, poco più di mezzo secolo».

Il progetto di “americanizzazione antropologica forzata dagli italiani”, iniziata sul piano del costume con la sconfitta militare del 1945 «addossata al solo fascismo», secondo Preve «solo ora, nel 2012, può realmente dispiegarsi senza ostacoli, con l’integrazione completa in questo progetto del ceto politico e del clero intellettuale, giornalistico ed universitario».

Monti sembra “l’uomo dei tedeschi”, perché da essi mutua la politica recessiva e l’ossessione anti-keynesiana del pareggio del bilancio, ma in realtà è “l’uomo degli americani”: «Si è creduto a lungo che una Europa unificata dall’euro potesse in prospettiva fare da contraltare strategico all’arroganza unipolare degli Usa, e con questo argomento l’unità europea fu “venduta” alla sinistra ed al suo variopinto circo intellettuale».

La tradizionale disattenzione degli italiani per la politica estera, «tipica di un paese privo di sovranità politica e militare», ha fatto sì che passassero praticamente inosservate le nomine dei nuovi ministri degli esteri e della difesa, «un diplomatico di carriera amico della Clinton ed un ammiraglio bombardatore in Afghanistan per conto della Nato».

I due personaggi che hanno sostituito «i precedenti pittoreschi berlusconiani Frattini e La Russa», in realtà sono «servi degli Usa al cento per cento».

Berlusconi? Non poteva certo piacere a Washington: non solo per il suo «stile di vita immorale di puttaniere, improponibile all’ipocrita puritanesimo Usa», ma soprattutto per i suoi “giri di valzer” con Gheddafi e con Putin, «fatti non certo per ragioni politiche o geopolitiche, ma per il vecchio fiuto del faccendiere e del venditore “chiavi in mano”». E ora, eccoci serviti.

«Sono ottimista sulla nascita di anticorpi di resistenza – conclude Preve – ma ci vorrà sicuramente del tempo: probabilmente, molto più tempo di quello che resta alla nostra generazione».

Fonte: http://www.libreidee.org/2012/03/monti-lo-stalinista-americano-che-cambiera-gli-italiani/
Tratto da: http://www.stavrogin2.com/2012/03/lo-stalinista-americano.html

sabato 17 marzo 2012

Sempre più verso una Democrazia Totalitaria passando per questa "Dittatura dell'aula scolastica"


Riflettevo su come le democrazie occidentali si siano sempre più ridotte a mere "Democrazie" elettorali in cui una volta scelti i propri rappresentanti il popolo non ha più modo di far valere i propri diritti.
Negli ultimi tempi questa situazione è pure peggiorata, infatti con l'insediamento del cosiddetto governo tecnico in Italia (come in Grecia) è venuto a mancare anche l'ultimo effimero baluardo democratico di eleggere i propri rappresentanti.
Qualcuno potrebbe obiettare che in Italia vige ancora, tutto sommato, un sistema democratico ben diverso dai regimi totalitari oppressivi e sanguinari del passato ... io penso che oggigiorno sarebbe impensabile instaurare da un giorno all'altro un regime totalitario senza che ciò scateni una rivoluzione quindi l'unica strada è quella di instaurare un regime con parvenza democratica, ma con l'anima totalitaria, insomma una sorta di Democrazia Totalitaria*, inoltre qualsiasi svolta totalitaria deve avvenire non solo sotto mentite spoglie democratiche, ma anche gradualmente un po' come avviene per l'esperimento della rana bollita**.
La dimostrazione che ci stiamo avviando verso una vera e propria dittatura "democratica" è l'attuale governo italiano ... a tal proposito ho trovato molto interessante quest'articolo:

Governo Monti. La dittatura dell’aula scolastica


Quando si descrive un regime di tipo totalitario è uso fare ricorso a immagini militaresche. Come nel recente caso della Corea del Nord che, per i funerali del suo padre-padrone Kim Il Sung, è stata paragonata a una caserma, con frasi del tipo «Con i suoi scarponi chiodati Kim ha trasformato il paese in un’immensa caserma».
Ma si trascura il fatto che esistono istituzioni anche nei paesi democratici, democrazia che qualcuno definisce la tirannia della maggioranza, che, mascherando con atteggiamenti felpati e sorrisi di circostanza la loro vera essenza, possono essere definite totalitarie.
Curioso, a tal proposito, il nostro attuale governo, ribattezzato, per nobilitarlo, prima il governo dei tecnici, a sottolineare la sua imparzialità di fronte alle contese politiche ed ora il governo dei professori, per evidenziare la bonarietà dei suoi rappresentanti: i docenti, tutti dediti solo al bene dei discenti.
Il governo capitanato da Mario Monti, ha istaurato in Italia una forma subdola e nemmeno tanto mascherata di totalitarismo che io chiamo “dittatura dell’aula scolastica”.
La scuola, così come la sua raffigurazione simbolica: l’aula, è una di quelle istituzioni totalitarie e l’applicazione dei suoi principi a un governo che dovrebbe essere democratico lo trasforma.
Le affinità con l’aula scolastica di questo governo sono molte e fotografano la situazione per quella che è.
Un professore lo troviamo in cattedra. Ha vinto un concorso, è stato chiamato per una supplenza, è arrivato grazie a una graduatoria, è stato intruppato con chiamata diretta. Tutto tranne che l’essere stato eletto dalla sua classe. Non guida degli alunni in forza di un loro mandato ma perché è lì per insegnare.
Insegnare per lui è una missione. Non è una questione di soldi ma d’ideale. Insegnare agli studenti. Vedere i giovani crescere in consapevolezza, educarli sono un obiettivo di vita. Non si chiede mai se è un obiettivo megalomane e folle.
Non si accontenta di insegnare quel po’ di nozioni che sono lo zoccolo basale di ogni bagaglio intellettuale. Non gli basta che i suoi studenti imparino date, formule e teorie.
No, l’obiettivo è educare. Educare i grezzi cittadini adolescenti a essere dei buoni cittadini adulti. Conculcare una visione del mondo che è la sola ritenuta giusta.
Se ne frega se il progetto educativo dei genitori dei loro alunni diverge dai loro presupposti. Il suo è giusto e il professore, in spirito caritatevole di servizio, è pronto a dispensarlo a giovani che ancora non possono essere definiti cittadini.
Per edificare l’uomo nuovo bisogna intervenire sulle ceneri del precedente uomo deforme. Cancellare ciò che è in lui o che quei controrivoluzionari dei genitori hanno istillato nella sua mente. Bisogna raddrizzare il legno storto dell’umanità per lasciare il passo al luminoso, radioso, progressivo futuro che ci attende.
Inutile dire che in aula non è ammessa replica. Anche le forme pseudo democratiche di confronto, farcite da organismi come il consiglio di classe, sono sempre dominate dalla figura del professore che, magari con bonomia, zittisce e concede la parola con arbitrio. Il suo, l’unico che può essere preso a misura di tutto.
Atteggiamento che si fonda saldamente sul concetto, fortemente creduto e introiettato dal professore, che nella realtà dell’aula esistono due precise figure antropologiche. Il superuomo: il professore, cittadino perfetto, cataro dell’educazione, pieno solo di buone intenzioni, altruista fino all’autolesionismo e l’untermensch: il sottouomo, l’alunno, il depravato, il legno storto dell’umanità che deve essere, volente o nolente, rieducato. Gli va strappata la falsa educazione precedentemente impartita, gli va inculcato il senso dell’unico dovere e disciplina contemplata quella che lo trasformerà in un “buon cittadino”.
Tutto l’apparato si basa poi su una concezione autoreferenziale della realtà. In aula esiste una realtà parallela alla vita. Parallela ma divergente.
Il professore insegna una realtà che chiusa in sé ha una parvenza di assolutezza. In astratto quello che racconta appare vero. Il guaio è che non viene mai confrontato con una realtà diversa: la realtà della vita.
Non c’è traccia nella totalitaria affermazione della realtà scolastica di quelle forme di realismo e di pietà che modellano un poco la sovrastruttura. E le dichiarazioni piene d’alterigia di Monti e ministri ne sono testimonianza.
Siamo alla riproposizione dello Stato Etico, in cui le idee indeformabili che costituiscono l’apparato intellettuale del professore non possono essere modificate in nulla dalla realtà circostante. È la realtà che deve uniformarsi al mondo ideale dell’aula e mai viceversa. I riottosi vanno piegati.
La dimostrazione che il professore si vede come una razza eletta è la creazione di un rigido, seppur strisciante, regime di apartheid che agisce in due direzioni. Una verso gli alunni e l’altra verso un’altra categoria di sottouomini che vanno tenuti a distanza: i bidelli.
Il luogo simbolo dell’apartheid è la stanza dei professori cui i bidelli possono accedere o per pulirla o perché convocati. È un’estensione dell’aula, anch’essa inibita.
Resta il fatto che i professori hanno eretto un muro invisibile verso le due razze inferiori (moralmente inferiori perché “ignoranti”) e ne vengono ripagati con la stessa moneta che non fa che accrescere il loro sterminato sentimento di elevatezza.
Nella nomenclatura totalitaria poi non possono mancare figli e parenti. E i recenti casi scoppiati in seno al governo spiegano bene la situazione.
Nell’aula, come in ogni regime totalitario non può mancare uno Stakanov che ricorda a tutti i doveri di ogni buon cittadino. Il primo della classe è sempre pronto a sottolineare le parole del professore, come ha fatto recentemente Michel Martone con la sua frase sugli sfigati. Peccato che poi si scopre che il primo della classe, il secchione lo è perché è figlio dell’amico del professore.
In un’aula poi c’è sempre la variante al femminile del professore: la professoressa. Nel suo immaginario è una brava mamma che ha come compito di cancellare dalla mente dei subumani quello che altre madri come lei gli hanno proiettato. Il suo lavoro di demolizione è sacrosanto e fatto solo per il bene dei “suoi figlioli: gli studenti”. Qualche lacrimuccia serve a condire la scena di un tocco patetico.
Se il professore ha dei problemi in classe richiede l’intervento di polizia da parte del bidello, che torna utile in questi frangenti. Il professore non si sporca mai le mani, al massimo usa i voti disciplinari o di profitto come un maglio. Non è abituato al sangue, i suoi sono interventi da colletto bianco, vigliacchi e violenti, di quella violenza mai manesca, sempre composta e devastante nelle sue modalità rarefatte.
Richiede l’allontanamento dell’alunno riottoso come ha fatto con gli uomini tir e con i forconi. Tutto si può discutere ma con educazione, sottovoce, senza interruzioni di lezione e soprattutto senza contrapposizione, senza minare l’unica certezza della dittatura dell’aula: il professore ha sempre ragione, fa quello che fa per il bene degli alunni che sono tenuti a studiare, adeguarsi. Il gap tra loro e il prof è di natura morale. Il professore è il riferimento di ogni qualità etica necessaria, gli alunni, come sottouomini, non possono far altro che sottomettersi, piegarsi alla bontà infinita di chi è disposto a sacrificarsi senza ricompense per dispensare sapienza che li salverà e li eleverà dalla loro immorale condizione.
Non manca ovviamente in questa riproposizione governativa della dittatura dell’aula la figura del Preside. In questo caso Napolitano, come in tutti i regimi paternalistici, fa la figura del tutore bonario che salvaguarda tutti ma che alla fine è strenuo alleato del professore perché anche lui da lì proviene e cane non morde cane.
Non resta che un tocco di frivola cupezza.
Monti con i suoi capelli cotonati sempre a posto, di un colore grigio ma che non può ancora dirsi bianco, non aggressivi come quelli di un “brizzolato”, non ancora candidi come quelli di “un nonnetto rincoglionito”, con i suoi completi eleganti ma di foggia un po’ demodé, si dice di taglio classico, con i suoi occhiali squallidamente quadrati, con i suoi toni pacati e soporiferi replica, in salsa italiana, i brutti completi scuri e i cappelli di feltro giurassici della nomenclatura sovietica anch’essa fatta di toni ministeriali e cupi.
Stesso dicasi dei tailleur color topo della Fornero e dei suoi giri di perle che mi ricordano l’odore di naftalina della casa di mia zia Maria.
Un Monti che somiglia a Suslov, come il suo governo somiglia all’apparatchik ormai dimenticato. Un odore di stantio, come in molte aule scolastiche, nonostante i proclami di modernità, che mi fa inviperire, come quella volta che protestai con un professore di mio figlio, rifiutandomi di accogliere la richiesta, che, per indurlo alla lettura, voleva imporgli la Capanna dello Zio Tom. Roba da chiodi.
Siamo tutti tornati sui banchi di scuola. I cittadini riconvertiti in alunni, ma la loro condizione di untermensch rimane invariata. Il nostro governo dei professori ha trasposto nella vita politica italiana la dittatura dell’aula scolastica perché solo quello sa fare: replicare uno schema noto a situazioni ignote. Incerte le conseguenze.
Prepariamoci al peggio. Speriamo solo che non m’impongano la lettura di “Piccole donne” o “Piccole donne crescono” sarebbe il momento di darsi alla macchia o di descolarizzare la società.

Note:
*Per democrazia totalitaria si intende qui alludere ad un sistema di governo incentrato sullo stato nazionale e sulla tacita accettazione del suo dominio generale. Questo significa:
- sovranità territoriale esclusiva
Lo stato si arroga il potere supremo su ogni cosa (ad es. diritto di esproprio) e su ogni individuo (ad es. diritto di tassazione) all'interno di uno specifico territorio. Dalla sottomissione dei pellerossa americani alla distruzione della città di Grozny in Cecenia, la sovranità territoriale esclusiva ha significato il soffocamento, da parte dello stato centrale, di ogni entità indipendente o anche solo leggermente turbolenta.

- sovranità decisionale estensiva
Lo stato, in una democrazia totalitaria, ha il potere di intervenire in relazione alla maggior parte (quasi la totalità) degli aspetti concernenti la vita degli individui sotto la sua giurisdizione territoriale. Per giustificare questo potere così esteso, la democrazia totalitaria ha fatto proprio il mito della volontà generale in quanto espressione della maggioranza. Sarebbe più corretto affermare che, attraverso il mito della volontà generale, gli individui non contano per nulla mentre i generali (vale a dire, l'élite militare, l'élite politica, l'élite economica, ecc.) contano per tutti. La forza del numero (dominio della maggioranza elettorale) si trasforma nel diritto dei pochi (dominio della minoranza reale) di imporre decisioni di largo raggio a tutti i cittadini.

A questo proposito, non è forse inutile ricordare che, in passato, Socrate e Gesù Cristo, ad esempio, sono stati condannati a morte dal volere della maggioranza o da rappresentanti della maggioranza. In tempi più recenti, maggioranze schiaccianti hanno dato il loro appoggio al fascismo, al nazional socialismo e al comunismo (per riferirci solo ai casi più noti) o sono state complici, in maniera più o meno compiacente, delle atrocità perpetrate dai governanti statali in nome della maggioranza.
Nel corso della storia, ogni qualvolta poteri esclusivi ed estensivi sono stati conferiti a qualcuno, fosse esso un singolo o una organizzazione, sulla base di una qualsiasi giustificazione, fosse essa la volontà di Dio o la volontà generale, crimini e misfatti ne sono seguiti, quasi inevitabilmente.
Nella seconda metà del XX secolo, molti stati hanno perso alcune delle loro tendenze più aggressive; nonostante ciò essi rimangono ancora grandi organizzazioni che pretendono di godere di un potere monopolistico che intendono esercitare in maniera assolutistica. In altre parole, le trasformazioni superficiali verso un più liberale stato di cose, servono solo a coprire una democrazia tuttora totalitaria, la cui faccia reale e brutale appare apertamente in situazioni di crisi, con la riaffermazione del suo potere attraverso il consueto armamentario dello statismo: bombardare, distruggere, controllare. (Fonte)

** Il fenomeno della rana bollita risale ad una ricerca condotta dal John Hopkins University nel lontano 1882. Durante un esperimento, alcuni ricercatori americani notarono che lanciando una rana in una pentola di acqua bollente, questa inevitabilmente saltava fuori per trarsi in salvo. Al contrario, mettendo la rana in una pentola di acqua fredda e riscaldando la pentola lentamente ma in modo costante, la rana finiva inevitabilmente bollita.
Riesco già ad immaginare la tua espressione inorridita… eppure questo esperimento descrive esattamente il modo in cui funziona anche il nostro sistema nervoso.
Ogni qualvolta introduciamo un cambiamento radicale nella nostra vita, il nostro cervello, come la rana nell’acqua bollente, cerca disperatamente di ritornare nella sua zona di comfort, annullando ogni nostro tentativo di cambiamento. Risultato? Frustrazione!
Al contrario, per ottenere un cambiamento duraturo, l’unica tecnica realmente efficace consiste nell’introdurre piccoli cambiamenti, ma in modo costante.
Nel breve periodo, questi piccoli cambiamenti sono impercettibili per il nostro sistema nervoso, ma nel lungo termine proprio questi piccoli passettini ci permetteranno di ottenere enormi trasformazioni (Fonte).