mercoledì 11 luglio 2012

La speculazione finanziaria non premia Monti

Nonostante il DdL Lavoro, la Spending Review, lo scorporo della Snam dall’Eni, lo spread tra Btp e Bund sale a 480 punti
Con buona pace degli utili idioti che non mancano mai e dei cialtroni di destra, di centro e di sinistra, fautori del “Mario Monti non si discute si sostiene, altrimenti senza di lui l’Italia andrà a fondo”, lo spread tra i nostri Btp decennali e i più solidi Bund tedeschi è schizzato ieri sera in alto a quota 480 punti.
Allo scopo di tranquillizzare i mercati finanziari, quindi gli speculatori, sul fatto che l’Italia sarà sempre più “virtuosa” e liberista e che taglierà la spesa pubblica, non è nemmeno servito l’annuncio dell’ex consulente di Goldman Sachs e di Moody’s sulla possibilità di una sua candidatura alle politiche del 2013 alla guida di una coalizione di salute pubblica che ingloberebbe i tanti potenziali servi di desta e di sinistra presenti in Parlamento, o quelli esterni ben desiderosi di entrarvi, pronti a svendere alla finanza anglo-Americana quello che resta delle industrie italiane strategiche, come Eni, Enel e Finmeccanica.

La nascita del governo Monti è stata infatti finalizzata non solo a realizzare le riforme liberiste ma a questo traguardo specifico e la buona disposizione della nomenklatura italiana verso la finanza anglo-americana è dimostrata dalla scelta fatta dalla Cassa Depositi e Prestiti (controllata al 70% dal Tesoro) di affidare alla Goldman Sachs (!) l’incarico di curare l’operazione di acquisto del 29,99% della Snam dall’Eni il cui 26,37% è di proprietà della stessa Cassa e il 3,93% è del Tesoro. Mentre la Snam è controllata per il 50,031% dall’Eni. Insomma per una operazione, che in buona sostanza è una partita di giro, è stata scelta una banca estera, una banca nemica dell’Italia, una banca che ha speculato massicciamente contro i nostri Btp per farne cadere la quotazione di mercato e al tempo stesso spingere in alto gli interessi sulle future emissione e quindi i rendimenti e il relativo differenziale (appunto lo spread) con i Bund tedeschi.
Se a questo poi aggiungiamo che Moody’s ha perseguito coscientemente il declassamento dei nostri Btp abbassandone il rating, anche quando, dal loro punto di vista, non ce ne era ragione, abbiamo la percezione chiara che c’è qualcosa che non funziona e che il nostro Paese è stato commissariato non già dall’Unione europea ma da quella stessa finanza anglofona che ha operato contro di noi per cancellare qualunque nostro spazio autonomo di manovra sullo scenario internazionale.

A tenere basso lo spread non è servito nemmeno l’accordo, i cui termini sono però ancora da definire, per interventi diretti del nuovo fondo europeo salva Stati (Esm) attraverso l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi sottoposti a pressioni (ossia ad attacchi speculativi), calmierarne le oscillazioni ed offrire di riflesso un po’ di respiro all’intero sistema dell’euro.
E ancora: a tenere basso lo spread non è servita la riforma del lavoro che permetterà alle aziende di licenziare a piacimento e di ridurre dall’oggi al domani i costi. Come non è servito nemmeno il decreto sulla “spending review” che con la scusa di operare una revisione della spesa ed eliminare la burocrazia pubblica asfissiante e i centri di spesa inutili e doppioni di altri, servirà invece per smantellare lo Stato sociale e comprimere progressivamente i diritti dei cittadini e di chi lavora.

La spiegazione di questa anomalia tecnica, io Monti che taglio la spesa e tu mercato (o speculatore) che non mi premi, va ricercata allora nel fatto che gli anglofoni non hanno ancora ottenuto quello che veramente volevano. E cioè la vendita delle nostre imprese pubbliche.

Vanno quindi salutate con interesse le dichiarazioni del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi (Mapei) che dopo aver definito “una boiata” la riforma del lavoro della Fornero perché crea soltanto incertezza e non contribuisce a creare nuova occupazione, è tornato all’attacco definendo la spending review un’operazione di “macelleria sociale”, perché, in buona sostanza non farà altro che impoverire ulteriormente gli italiani, ridurrà drasticamente la domanda e non farà altro che aggravare la recessione in corso. Una presa di posizione che ha molto irritato l’ex Goldman Sachs che ha replicato osservando che “dichiarazioni di questo tipo da parte di figure istituzionali e personaggi, ritenuti responsabili, hanno effetti molto negativi nei mercati e nelle valutazioni delle organizzazioni internazionali. Fanno aumentare i tassi di interesse e lo spread”. Insomma, se i provvedimenti del governo fanno schifo, la colpa non è di Monti ma di coloro che non li apprezzano e non li esaltano. Significativo, nella reazione dell’ex consulente di Moody’s, è quel velenoso “ritenuti responsabili” che dà l’esatta idea di come ragiona l’inquilino di Palazzo Chigi e del come non sopporti le critiche. Una insofferenza che è stata recepita da Montezemolo (Ntv) ,Tronchetti (Pirelli) e Bernabé (Telecom), molto critici verso Squinzi (“sono posizioni personali”) e da un seccato editoriale del Corriere della Sera per il quale lo stesso Monti era stato editorialista. Per non parlare di Repubblica che con poco senso della misura ha parlato di “deficit di senso di responsabilità della borghesia italiana”.

A difendere la “spending review”, per quello che può valere, è stato pure Olli Rehn, commissario europeo all’Economia, che lo ha definito come “molto in linea con le raccomandazioni specifiche per Paese presentate dalla Commissione europea lo scorso 30 maggio”. Misure che Monti ha spiegato nei dettagli a Rehn poco prima delle riunioni dell’Ecofin e dell’Eurogruppo ieri a Bruxelles.

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