mercoledì 9 maggio 2012

LA LINGUA: STRUMENTO DEL POTERE

(...) A voler essere cinici potremmo dire che stiamo assistendo ad una eccellente prova di abilità fornita da una "élite maledetta ma illuminata" che in quasi quarant'anni di lavoro assiduo e persistente è riuscita a prendere possesso di una parte enorme delle risorse del pianeta.

Questa élite ha utilizzato al meglio tutti i mezzi di informazione disponibili fino a rendere una gran parte della popolazione connivente con le sue scelte, dopo averla convinta che qualsiasi sua decisione anche se contraria agli interessi e ai diritti di chi lavora, è stata presa perché necessaria a rendere meno insopportabile la situazione in cui gli Stati ormai sono caduti. (...)


La comunicazione è un'arma micidiale se il pubblico non la capisce, può nascondere mistificazione o incapacità a far circolare le idee.

Una "élite maledetta ma illuminata" in quasi quarant'anni di lavoro di persuasione, più o meno velata, ma assidua e persistente, è riuscita ad impossessarsi di una parte enorme delle risorse del pianeta

Riescono a farci venire dei dubbi sulle nostre capacità intellettive.

Quando parlano di sport, di gossip o di cronaca, pur non prestando molta attenzione, riusciamo facilmente ad intendere il messaggio che i media vogliono trasmetterci. Ma appena ci si avvicina alla politica il linguaggio diventa più complesso, volutamente meno chiaro: come quando a scuola ci interrogavano e, non avendo studiato la lezione, cercavamo di farfugliare delle parole, senza dire niente, ma il più a lungo possibile.

A scuola però il professore capiva se c’era la fregatura e ci metteva il voto. A noi invece non viene riconosciuta l'autorità del professore e il voto che diamo ai commentatori politici, non serve a farli studiare di più. Anche perché, in fondo, i politici la lezione non la stanno spiegando bene, perché da anni ormai dicono molto poco e, purtroppo, fanno molto meno.

Questa critica, che i media ed i politici definirebbero immediatamente qualunquista, sterile e populista, non vuole essere negativa, ma solo una presa di coscienza di come si sta comportando l'informazione con il pubblico. Vorremmo dire pubblico italiano, ma purtroppo il problema non è solo nazionale : L'informazione ormai è un problema globale.

Infatti la difficoltà di comunicazione di argomenti politici è causata dalla pochezza dei contenuti espressi. Tutto diventa ancora più difficile però appena ci si avvicina a temi di "economia" o peggio ancora di "finanza". Ci fanno sentire troppo piccoli e ignoranti per capire come funzionano certi meccanismi e la nostra frustrazione la manifestiamo accettando, come indiscutibili, quei concetti che non capiamo.

Dai giornali e dalla televisione quasi tutte le informazioni trasmesse sono parziali, cioè contagiate dagli interessi dell'editore, di un referente politico o dell'autore del servizio, ma le cose non cambiano nemmeno cercando notizie su Internet dove si può trovare qualche articolo di gente che fa onestamente opera di divulgazione.

Ci sono tanti articoli che cercano di trovare le parole giuste per spiegare quanto sta succedendo nella nostra economia e come la finanza abbia preso il controllo su quelle regole dell’ economia che da sempre hanno permesso all'uomo di lavorare e vivere in pace o in guerra nell'ambito di uno Stato sovrano.

Tutti ci rendiamo conto che oggi il prezzo dei beni e dei servizi necessari alla nostra sopravvivenza non ha più un valore stabilito dal costo del materiale e del lavoro necessario alla produzione, ma che il prezzo è determinato esclusivamente dal mercato: dalla domanda e dall'offerta, che possono essere però controllate ed indirizzate da fattori esterni (le regole che dicevamo prima).

È facile rendersi conto anche che ormai i beni primari ( quelli necessari per alimentarsi e per ripararsi) costituiscono solo una parte minima dei costi di una famiglia che vive in una "società evoluta". Quindi se l'uomo di oggi potesse vivere secondo i canoni validi fino a non più di cento anni fa, sicuramente riuscirebbe a soddisfare i propri bisogni con solo il 25% del reddito che produce con il proprio lavoro. Ma è necessario che produca anche il restante 75% che serve, anzi deve aumentare, non solo per un suo maggior benessere, ma essenzialmente per permettere agli Stati di misurarsi in base ad un Prodotto Interno Lordo ed a pagare i debiti contratti per soddisfare dei bisogni, non essenziali, che hanno permesso però ad un sistema fondato sul consumismo, di imporsi come unico e senza alternative.

Così succede che per rispettare gli standard essenziali ed irrinunciabili per un paese civile è cominciata la rincorsa a "guadagnare" sempre di più, per permettere allo Stato di non perdere competitività e per evitare un maggior indebitamento che lo potrebbe far "classificare meno affidabile" e quindi a maggior rischio di insolvenza per i creditori privati che poi sono, ormai per legge, diventati creditori dei cittadini dello Stato, quelli che pagano imposte e tasse.

Questa divagazione potrebbe essere la premessa per una lunghissima dissertazione sul ruolo del consumismo, del neoliberismo, del denaro, delle valute, delle banche, delle speculazioni sugli interessi, in breve della finanza.

Siamo arrivati qui perché qui vogliamo fermarci: Per cominciare a parlare di finanza abbiamo dovuto mettere insieme tanti temi differenti ma necessariamente interconnessi tra di loro, tanto da cominciare a confonderci le idee, a farci sentire impreparati per comprendere temi tanto elevati, tanta scienza.

E' il modo per farci cadere nella rete : abbiamo toccato uno dei fattori che ha contribuito a provocare la crisi finanziaria, l'allontanamento (spontaneo?) di una massa, che si autoesclude dall'élite decisionale.

E' proprio per questo motivo che ogni volta che cominciamo a leggere un libro, una relazione, un articolo che prova a spiegare il funzionamento dei meccanismi con cui la finanza si è impossessata dell'economia e della politica, ci dobbiamo armare di una enorme pazienza per arrivare fino in fondo. Infatti certi processi non possono essere sintetizzati in poche righe perché ogni operazione finanziaria è esageratamente complessa e complicata.

Per far in modo che certi concetti possano essere spiegati e compresi da una persona di buona volontà e di media intelligenza chi scrive deve riuscire a catturare l’attenzione del lettore che , qualche volta, non riesce a reprimere la noia di dover restare concentrato ad assorbire tante nozioni, spesso sibilline, che tentano di fargli rendere ammissibile un mondo parallelo in cui si apprezza esclusivente l'astuzia, il trucco e la dialettica di abili venditori al servizio del più potente di turno che alla fine del gioco sarà l'unico vincitore.

Ciò non vuol dire che esistono poche persone capaci di comprendere come funziona la finanza, ma solamente che è stata volutamente creata una complessa rete con cui sottilmente e subdolamente si è riuscito ad ingabbiare l'economia e a renderla succube della finanza per mezzo della politica.

L'allontanamento delle masse dalla gestione dei soldi e dalla partecipazione alle decisioni di politica economica sono due dei fattori che hanno maggiormente contribuito a creare la crisi finanziaria. Durante una crisi c'è chi perde ma per la legge del contrappasso qualcuno guadagna.

A voler essere cinici potremmo dire che stiamo assistendo ad una eccellente prova di abilità fornita da una "élite maledetta ma illuminata" che in quasi quarant'anni di lavoro assiduo e persistente è riuscita a prendere possesso di una parte enorme delle risorse del pianeta.

Questa élite ha utilizzato al meglio tutti i mezzi di informazione disponibili fino a rendere una gran parte della popolazione connivente con le sue scelte, dopo averla convinta che qualsiasi sua decisione anche se contraria agli interessi e ai diritti di chi lavora, è stata presa perché necessaria a rendere meno insopportabile la situazione in cui gli Stati ormai sono caduti.

Come se fosse una situazione causata da un imprevedibile disastro naturale!

Il resto della popolazione che non crede alla casualità degli eventi che sta vivendo e si sente vittima di un gioco premeditato, non riesce però a trovare nessuna formula sociale alternativa, perché non ha idee chiare su come stanno veramente le cose, la gente resta disorientata e non si crea una coscienza sociale comune capace di reagire alle trame dell’élite maledetta ma efficiente.

Stiamo assistendo ad una delle tante repliche di una storia che abbiamo già letto mille volte sui libri ma, anche se conosciamo già il finale, è sempre avvincente seguirla, perché non sappiamo ancora quale sarà la trama che l'autore ha pensato di mettere in scena questa volta.

Sappiamo solo che il biglietto del teatro sarà veramente molto caro.

di Ernesto Celestini

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