mercoledì 31 agosto 2011

La Siria nell’occhio del ciclone Bernard-Henri Lévy, Sarkozy, NATO

Boris Dolgov, membro dell’Accademia Russa delle Scienze e dell’Istituto di Studi Orientali di Mosca, dottore in storia, espone qui le sue opinioni sulla situazione in Siria, sulle radici della crisi e sulla posizione della Russia in questa intervista realizzata a Damasco da Guy Delorme per Infosyrie.


Infosyrie : Ci potrebbe dire, innanzitutto, le ragioni della sua presenza a Damasco e Hama?

Boris Dolgov : Sono qui su invito del governo siriano, e sono uno dei 25 membri della delegazione russa, che comprende rappresentanti del mondo della cultura e del giornalismo, nonché rappresentanti delle associazioni di amicizia russo-siriana.

IS : C’è la sensazione che l’attuale sostegno della Russia alla Siria ha valore di messaggio verso l’Occidente. Un messaggio che dice in sostanza: «Non siamo ingannati dalla vostra retorica sulla democrazia e sui diritti umani, che servono a legittimare le vostre interferenze e i vostri progetti di destabilizzazione». Lei che ne pensa?

BD : In effetti si è già avuto questo scenario, questo approccio in Libia, è inaccettabile che questo si ripeta in Siria. In Libia, l’Occidente non sta lottando per la democrazia, ma incoraggia e interviene in una guerra civile. E la Russia non vuole che la Siria sia vittima delle stesse manovre.

IS : In Francia, si pongono spesso in contrasto Medvedev e Putin, nel tentativo di dividere l’esecutivo russo. Il supporto per la Siria è oggetto di un consenso a Mosca, oppure ci sono delle divergenze?

BD : Credo in realtà che ci siano due tendenze al Cremlino: una più filo-occidentale rispetto all’altra. Ma per ora, la linea ufficiale è quella del sostegno al regime siriano. Questa potrebbe cambiare in futuro, non lo so.

IS : Non pensa che gli americani in Siria rifacciano quello che hanno provato a fare una volta alle porte della Russia, sostenendo le rivoluzioni “arancioni” in Ucraina e Georgia, attraverso le ONG?

BD : Sì, è praticamente la stessa cosa. Alcune forze vorrebbero cambiare il regime di Damasco per installarne al suo posto uno più favorevole all’Occidente.

IS : Sapete se il presidente Medvedev e il primo ministro Putin hanno frequenti contatti con Bashar al-Asad, in particolare dopo l’inizio della crisi?

BD : Onestamente non lo so.

IS: La Russia ha i mezzi per aiutare la Siria ad affrontare, nei prossimi mesi, i vari embarghi tecnologici ed economici con cui gli euro-americani vogliono schiacciare il Paese?

BD: La Russia sta aiutando la Siria in diverse aree, anche perché i legami tra i due paesi sono antichi oltre che stretti e risalgono ai tempi dell’Unione Sovietica. Detto questo, non penso che eventuali acquisti russi di gas o petrolio siriano costituirebbero la parte principale dell’aiuto di Mosca.

IS : I media russi trasmettono informazioni circa la presenza in Siria di gruppi armati di orientamento salafita e responsabili dei crimini, o l’informazione è manichea come da noi?

BD : La maggior parte della stampa russa fornisce informazioni che potremmo definire “neutrali” con dei reportage sull’opposizione e altri sui sostenitori del regime. Le informazioni più dettagliate, meno conformiste, sono fornite da riviste e giornali più “specializzati”. L’esistenza di gruppi armati è inoltre evidenziata da una stampa più impegnata.

IS : Ma il popolo russo, in generale, è favorevole alla linea filo-siriana, o è sensibile alla propaganda occidentale su questo argomento?

BD : Gran parte degli intellettuali russi, in particolare dei docenti universitari, è ben consapevole delle sfide e delle vicissitudini della situazione, e sostiene l’approccio pro-siriano da parte del governo russo. Le classi popolari sono, naturalmente, meno sensibili su questo argomento.

IS : Il rappresentante russo presso la Nato, Rogozin, ha parlato di un imminente attacco delle forze occidentali contro la Siria. Credete veramente che questo sia possibile?

BD : Sì, penso che sia possibile, specialmente dopo la caduta di Gheddafi in Libia. Ma certamente non subito. Esiste un consenso occidentale per colpire la Siria.

IS : Ma lei pensa che la Russia, insieme con la Cina, terrà duro nel Consiglio di Sicurezza e non concederà agli occidentali alcuna risoluzione, che, come abbiamo visto nel caso della Libia, potrebbe servire come trampolino per un’aggressione militare?

BD : Sì, lo penso, in quanto la sovversione della Siria avrebbe conseguenze troppo gravi per la regione. Ma bisogna dire che la situazione economica molto grave che affrontano, tra gli altri, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna dà loro scarse possibilità di impegnarsi in una nuova avventura militare.

IS : Pensa che l’atteggiamento americano è anche legato alla presenza della base navale russa di Tartus?

BD : Non è, a mio avviso, la ragione principale, perché la base ha un’attività molto ridotta rispetto ai tempi dell’URSS.

IS : In caso di una escalation americana ed europea contro Damasco, Mosca che potrebbe fare per difendere la Siria? E perché la diplomazia russa non ha supportato maggiormente Gheddafi?

BD : L’ho già detto, ci sono due tendenze al Cremlino: una filo-siriana, l’altra che tenta un riavvicinamento con l’Occidente. C’è anche la questione delle relazioni economiche con i Paesi occidentali che non possono essere sacrificate ogni volta per considerazioni strettamente geopolitiche. In ogni caso, ci sarà più chiaro dopo le prossime elezioni presidenziali.

IS : E che dire della diplomazia russa nei confronti degli altri Paesi musulmani strategici come la Turchia e l’Egitto, o l’Iraq?

BD : Per quanto riguarda l’Egitto, noto una islamizzazione del Paese che non va nella direzione degli interessi statunitensi e israeliani, e le recenti notizie lo confermano. La diplomazia russa tende a privilegiare il lato pratico, vale a dire i rapporti economici con questi Paesi, a discapito della geo-strategia.

IS : Come vede il futuro della Siria dopo il nuovo discorso alla nazione di Bashar, e dopo la visita ad Hama? Le cose si stanno calmando, o la crisi, al contrario, si riaccenderà?

BD : Vedo due tendenze: una positiva, con la ripresa del controllo da parte delle autorità nelle zone e città problematiche, e con il supporto, ne sono certo, della maggioranza dei siriani. Non bisogna dimenticare che il regime baathista ha fatto molto – per esempio l’istruzione e la salute sono gratuiti – e la situazione sociale ed economica in Siria è molto migliore che nei Paesi vicini. A mio parere, però, e questo è il lato negativo, le ragioni principali della crisi sono più al di fuori che dentro i confini siriani. Infatti esistono dei piani per lo smembramento del paese, uno di questi, ad esempio, prevede l’assegnazione di una porzione di territorio siriano alla Turchia, un’altra porzione a Israele, un terzo “pezzo” formerebbe un Kurdistan indipendente. Ma ancora una volta l’intervento straniero contro il Paese mi sembra inconcepibile in questo momento.

IS : Questo piano di cui parla, chi lo ha escogitato, gli americani, gli israeliani?

BD : Ho saputo del piano da alcuni articoli di esperti di geopolitica russi. Esso si inserisce, in ogni caso, nel contesto delle relazioni storiche della Siria con la Giordania, Israele, la Turchia. Ad esempio, l’ultimo di questi è l’erede dell’impero ottomano che controllava l’attuale territorio siriano. E oggi Ankara è di nuovo una potenza regionale che senza dubbio non ha rinunciato a recuperare tutti o parte dei suoi ex territori. Israele, poi, naturalmente, ha tutto l’interesse a indebolire la Siria.

IS : Un’azione militare contro la Siria coinvolgerebbe certamente l’intera regione. Possiamo anche dire che si avvicinerebbe pericolosamente ad una guerra mondiale. In queste condizioni, il veto russo non protegge solo la Siria, ma il mondo intero della follia euro-americana…

BD : Assolutamente. Ma ripeto che una risoluzione anti-siriana non ha alcuna possibilità di essere sostenuta dalla Russia nel prossimo futuro.

IS : Lei ha sentito ieri il discorso televisivo del presidente Bashar al-Asad (lei parla correntemente l’arabo). Pensa che questo discorso possa “calmare” i governi occidentali, o sono in ogni caso decisi a cercare l’incidente e ad aggravare la crisi, non importa quali riforme possa promuovere il presidente siriano?

BD : Le riforme sono necessarie per riconciliare i siriani fra loro. Ma le potenze occidentali vogliono, comunque, un cambiamento di regime. A tutti i costi. Le riforme a loro non interessano.

IS : Un’ultima domanda: crede che la politica riformista di Bashar possa isolare rapidamente l’opposizione radicale dalle fazioni più riformiste e moderate?

BD : Ci sono infatti due opposizioni siriane: il dialogo è possibile con una di loro. Soprattutto ora che una legge per il multipartitismo è stata emanata. L’articolo 8 della Costituzione che dichiara il ruolo dominante del Baath continua ad essere un problema, almeno agli occhi dei riformatori. Vedremo se il dialogo può fare avanzare la situazione. Per i radicali, c’è solo il linguaggio delle armi e il potere non può fare a meno di reprimerli.

IS : Avete delle informazioni sulle dimensioni dei gruppi armati?

BD : Da quello che so, consistono in poche centinaia di individui. Questo fenomeno è molto piccolo, ma efficace al suo livello.

IS : Signor Dolgov, la ringraziamo.

Intervista realizzata da Guy Delorme
Traduzione a cura di Antonio Grego

Conferenza di Parigi: Nuovo relativismo coloniale

1884, Bismarck assegna territori e ricchezze del continente Africano alle potenze europee.

2011, Sarkozy spartisce il bottino di una nazione africana ad "occidentali" e vassalli delle petro-monarchie arabe. Neoliberisti e monarchici uniti nella lotta "umanitarista".
 
"Ribelli" travestiti da kommandos della NATO  
Berlino, 15 novembre del 1884, Bismarck convoca una conferenza internazionale per l'assegnazione dei territori e dei relativi commerci dal continente africano. Per la spartizione regolamentata dell'Africa arrivano a Berlino le delegazioni dell' Austria, Belgio, Danimarca, España, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Italia, Portogallo, Russia, Svezia y Turchia. I negoziati si protrassero fino al febbraio del 1885, e i delegati ripartirono con una nuova mappa dell'Africa in tasca

e l'assegnazione pianificata e dettagliata delle zone da colonizzare. I francesi ed inglesi pretesero ed ottennero l'assegnazione della fascia costiera nordafricana per poter controllare integralmente il Meditterraneo. Gli italiani ricevettero il titolo di proprietá della Somalia, i portoghesi quello sull'Angola e Mozambico, il Congo era invece una proprietá personale dell'infame re Leopoldo del Belgio. Si trattó di una spartizione diretta, preventiva, senza intermediari di sorta: colonialismo nella sua massima e irripetibile espressione.

1 di settembre 2011, Sarkozy convoca a Parigi gli azionisti di maggioranza della spedizione militare in Libia. Iniziata originariamente come un conato di "primavera araba", ripiega immediatamente sul canovaccio di "rivoluzione colorata", poi prende la piega di un "golpe" infine trasmuta in secessione. Di fronte alle difficoltá crescenti, getta tutte le maschere: sporcarsi le mani direttamente, assumere la sostanza di invasione diretta.

Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia rivendicano il diritto di designare (e/o rimuovere) il potere politico in ogni Paese in cui vogliono garantirsi risorse naturali o postazioni strategiche. Con l'avallo e l'autolesionismo dell'Italia, strappano al succube coreano che funge da capo del Consiglio di sicurezza dell'ONU un "pezzo di carta": sancisto il diritto d'intervento militare. La severitá della situazione economica e finanziaria incita a non perder tempo: bloccano i fondi sovrani della Libia presenti nei loro circuiti finanziari, e trasferiscono al braccio armato della NATO la missione di assicurarsi rapidamente il controllo degli idrocarburi.

Dalla "protezione della vita dei civili" ai bombardamenti delle strutture produttive e civili, dagli ospedali alla distruzione degli acquedotti, il passo é brevissimo e sempre piú accelerato. Scandito dal grado di mutismo e complicitá dei grandi media. Quello che era un Paese che vantava il reddito pro-capite piú alto dell'Africa, é stato ridotto a un cumulo di macerie, dove l'economia del 2011 registrerá un gigantesco meno 48%!! La NATO ha fatto miracoli: in solo quattro mesi é riuscita a sostituire la prosperitá regionale con una crisi umanitaria.

Le "grandi democrazie" alleate alle otto monarchie arabe, unite per distruggere i Paesi arabi laici con economie parzialmente statali, semiprotezioniste o insufficientemente aperte. E' la combinazione delle tenebre medievali con i lumi della scienza, l'affratellamento dell'alta tecnologia delle arti marziali nei cieli con l'efferrato "umanitarismo" dei tagliagole fondamentalisti e dei nostalgici monarchisti della legge del taglione. A Parigi si spartiranno l'assegnazione dei superbi giacimenti di petrolio leggero libico, e soprattutto il controllo immediato del gas. Deve assolutamente ricominciare ad affluire verso la costa siciliana prima di novembre.

Rispetto alla Conferenza di Berlino, quella indetta da Sarkozy decide la destrutturazione di un solo Paese, non di un continente, e traccia nitidamente i contorni del moderno relativismo coloniale, caratterizzato da un rapporto di forze globale significativamente rattrappito. Ai tempi dorati di Bismarck, si divisero un continente, ora si imbarcano in una guerra prolungata per spolpare una nazione -oibó- di appena 5 milioni di abitanti.

di Tito Pulsinelli
Tratto da: Selvas Blog

La ricerca della democrazia

 ... i libici hanno il diritto di vedere i propri figli, i propri mariti, i propri parenti uccisi dalle bombe democratiche, perché c’è un bene superiore che va perseguito: la democrazia. ...


Ormai è passato un discreto numero di giorni dall’inizio dei bombardamenti umanitari in Libia sotto l’egida della NATO e finalmente sembra che si stia giungendo a un epilogo.

Mentre fonti diplomatiche libiche localizzano Gheddafi a Bani Walid, non lontano da Tripoli, i ribelli annunciano la morte in ospedale di Khamis, il figlio del Colonnello che la Corte Penale Internazionale ipotizzava di incriminare per aver guidato la ‘repressione’ nella capitale. Sul web si rincorrono articoli nei quali si annuncia che il gran despota ha le ore contate, che ormai è finito, che a Tripoli c’è aria di festa per la fine di un’era di terrore, violenza e repressione. Sembrerebbe un po’, per dirla all’inglese, l’happy ending che tutti gli occidentali dovrebbero aspettarsi e che tanto stanno aspettando, da bravi spettatori davanti alle loro tv.

Gli USA, la NATO, i filo-atlantisti, tutti loro hanno saputo interpretare i sogni e le aspettative di un popolo sottomesso e tanto bisognoso di aiuto. Ora i libici potranno tornare a sognare liberamente, addirittura ‘democraticamente’! Cosa altro si potrebbe chiedere se non una coalizione occidentale che per anni ha acconsentito al governo di Gheddafi e che ora, improvvisamente, si è svegliata e ha capito ciò che era giusto fare. Ha capito che i libici hanno il diritto di vedere i propri figli, i propri mariti, i propri parenti uccisi dalle bombe democratiche, perché c’è un bene superiore che va perseguito: la democrazia. Tanto vale accettare qualche piccolo ‘fastidio’ pur di essere liberi di adeguarsi al mondo occidentale, pur di poter progredire finalmente!

Io, occidentale, nata e cresciuta in un Paese democraticamente fazioso e voltagabbana, ebbene io ho un sogno. La fortuna ha voluto che io sia nata libera, che noi tutti siamo nati liberi e dunque liberi di sognare. Sogno una società formata da persone che non si adagino sul ‘pensiero o sentire comune’, che vadano aldilà delle sparute notizie che i (supposti) media ci propinano. Sogno un Paese dove la gente inizi a ragionare secondo una logica diversa da quella di massa e riesca a comprendere che tutto ciò che critichiamo, tutto ciò che aborriamo è solo qualcosa che ci distoglie dalla consapevolezza della nostra reale condizione. Il vecchio esempio della pagliuzza e della trave nell’occhio ci sia di insegnamento.

Gli Stati Uniti hanno fornito uomini e armi e soldi ai cosiddetti ‘ribelli’, ma trovo articoli in cui si parla dei ‘mercenari di Gheddafi’. Viviamo in una nazione dove la disinformazione e l’assoluta sudditanza nei confronti dei salvatori statunitensi la fanno da padrone. Poco importa allora se ci sentiamo ‘in debito’ per la tanto inflazionata Liberazione di quasi 70 anni fa, poco importa se la NATO ancora, nonostante lo ‘spauracchio rosso’ sia ormai un lontano ricordo, continua a curare gli interessi di un’unica nazione. E sorvoliamo il fatto che gli stessi amici umanitari e democratici hanno ignorato tranquillamente alcune realtà regionali ‘poco democratiche’, poiché di scarso interesse economico e geopolitico.

Ecco, sogno un popolo di persone che apra gli occhi e che la smetta di farsi abbindolare dalla storiella ‘noi siamo i buoni, noi siamo i democratici, noi dobbiamo aiutare quei poveri bisognosi’, che comprenda quanto i giornali, i governi, tutti ci trattino da persone non in gradi di intendere e volere. Ma purtroppo io ho solo la libertà di sognarle queste cose, la realtà è che la nostra bella democrazia plasmata a uso e consumo degli Stati Uniti non permetterà che questo accada.

Tratto da: RisikoBlog

martedì 30 agosto 2011

L’altra verità sul golpe di Mosca

La storia è una galleria di quadri dove ci sono pochi originali e molte copie
(Charles Alexis De Tocqueville).

La storia insomma si ripete in modo ciclico e costante ... ad esempio agli inizi deglia anni '90 la Russia ha subito destabilizzazione politica, attacchi speculativi atti ad indebolire la sua moneta e di conseguenza è stata costretta alla privatizzazione dei colossi statali ... vi ricorda qualcosa ? (I.T.)


Nuovi studi sostengono che il fallito colpo di Stato del 19 agosto 1991 sarebbe stato parte di un piano segreto degli Usa per accelerare il collasso dell’Urss e saccheggiare le sue risorse energetiche

Vent’anni fa, il 19 agosto 1991, i carri armati occupavano il centro di Mosca e circondavano la ‘Casa Bianca’, il grande palazzo del Parlamento, mentre il presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbacev veniva costretto nella sua dacia in Crimea dov’era in vacanza. Il vicepresidente Gennadij Janaev annunciava alla televisione lo stato d’emergenza e il passaggio dei poteri a una giunta militare guidata dal capo del Kgb, il generale Vladimir Kryuchkov.

I mass media presentarono il colpo di Stato come il tentativo dei ‘conservatori’ sovietici di bloccare in extremis il processo di dissoluzione istituzionale dell’Urss che Gorbacev si apprestava a formalizzare concedendo l’indipendenza alle repubbliche dell’Unione. Questa è rimasta la ‘versione ufficiale’ fino a oggi.

Ma nuovi studi aprono scenari completamente diversi.

Inchieste giornalistiche e giudiziarie dimostrerebbero infatti che il fallito golpe del 1991 – che offrì a uno sconosciuto Boris Eltsin l’occasione di presentarsi al mondo come ‘difensore della democrazia’ e di prendere di lì a poco il posto di Gorbacev – fosse in realtà un ‘falso golpe’ che faceva parte di un più ampio piano ‘made in Usa’ volto ad accelerare il collasso politico ed economico dell’Urss e a saccheggiare le sue ricchezze finanziarie ed energetiche.

Gli architetti di questa operazione segreta, nome in codice Project Hammer (Progetto Martello), volta a sconfiggere il nemico della guerra fredda ed impossessarsi delle sue ricchezze, sarebbero stati l’allora presidente George Bush senior e i suoi più stretti collaboratori (Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Colin Powell, Paul Wolfowitz, Richard Armitage e Condoleezza Rice), ovviamente la Cia e l’alta finanza americana (Allan Greenspan, Jacob Rothschild, George Soros e Leo Wanta), d’accordo con alti dirigenti del Kgb (tra cui lo stesso direttore golpista, Vladimir Kryuchkov) e con gli stessi Eltsin e Gorbacev.

Nelle sue memorie, Elstin scrisse come il fallito golpe fosse stato in realtà una manovra per avvantaggiarlo. Il putsch di agosto sarebbe stato al centro di un colloquio privato tra lui e lo stesso Bush nel giugno 1991. Anche alcuni ex ufficiali sovietici protagonisti del colpo di stato riconobbero negli anni successivi che si era trattato di “un intricato piano orchestrato da agenti stranieri occidentali“. Agenti, come il britannico Robert Maxwell, con cui il generale Kruchkov era in contatto fin dal 1990 e che alla vigilia del golpe mise a sua disposizione 780 milioni di dollari.

La collaborazione di questi ultimi fu fondamentale fin dalla prima fase di attuazione del piano: destabilizzare l’economia sovietica svuotando le riserve auree dell’Urss e le casse del Partito comunista. Nei cinque mesi precedenti il golpe furono trafugati all’estero 3mila tonnellate d’oro (che all’epoca valevano 35 miliardi di dollari) e 435 milioni di rubli del partito (pari a 240 miliardi di dollari).

Finanziariamente dissanguata, e destabilizzata dal successivo golpe di agosto, l’Urss non sarebbe più stata in grado di difendersi dal poderoso attacco speculativo contro il rublo cui venne sottoposta nei mesi successivi, a cavallo tra il 1991 e il 1992: il colpo di grazia che portò al collasso l’economia sovietica e al suo successivo saccheggio da parte dell’Occidente.

Il principale bottino della più grande rapina della storia furono le privatizzazioni del settore energetico (petrolio e gas) che faceva capo al colosso statale Gazprom. L’acquisizione fu operata da un gruppo di spregiudicati oligarchi russi (Mikhail Khordokovsky, Alexander Konanykhine, Boris Berezovsky, Roman Abramovich) protetti da Eltsin e legati, attraverso una complessa rete di banche e società appositamente create, agli ambienti finanziari che avevano preso parte al Project Hammer. Legami successivamente emersi alla luce del sole, come nel caso di Khordokovsky, che prima di essere messo in galera da Putin nel 2003 lasciò la Yukos al suo ‘socio ombra’ Jacob Rothschild. 

di Enrico Piovesana (Peacereporter)

Tratto da: Stampa Libera

Ecco perché la Nato non vuole il il cessate il fuoco


La Francia ha speso per la guerra 150 milioni di euro.

In cambio si è aggiudicata 28 miliardi di dollari di contratti.

Bastano questi due dati per capire perché la Nato preferisce continuare una guerra già costata 20 mila morti invece di applicare la risoluzione n.1973 Onu che prevede il cessate il fuoco.

Ma chi firma questi contratti? Il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) le cui milizie non riescono ad avanzare senza l’appoggio dell’aviazione Nato, la fornitura di armi (vietata dalla risoluzione Onu) e il supporto dei mercenari occidentali presenti sul campo di battaglia per addestrare i “ribelli”.

Il gioco al massacro della Nato è talmente evidente che è necessario uno sforzo supplementare di vari mass media per distorcere i fatti.

E’ veramente difficile presentare come giusta una guerra nata per rompere un assedio (Gheddafi che vuole schiacciare i ribelli) sostenendo che è necessaria terminarla con un assedio di segno opposto: ribelli per schiacciare Gheddafi.

Ormai è guerra di propaganda e anche noi ne siamo vittime quotidiane.

A noi, che questa guerra non la vogliamo e che non abbiamo contratti di cui beneficiare, non rimane che applicare la massima di Pulitzer:

Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri.

Alessandro Marescotti
Fonte: http://www.peacelink.it/editoriale/a/34579.html

Tratto da: http://laboratoriogiovinezza.wordpress.com/2011/08/29/ecco-perche-la-nato-non-vuole-il-il-cessate-il-fuoco/ 

lunedì 29 agosto 2011

La strana polizia europea

Si chiama Eurogendfor. Una siglia, solo una sigla apparentemente innocua, che però in italiano diventa "Gendarmeria europea". Proprio in questi giorni, circondata da uno strano silenzio della stampa, è in discussione presso le commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati la proposta di legge di ratifica del trattato, datato 18 ottobre 2007, che istituisce questa strana gendarmeria: una forza militare sub-europea indipendente.

Andando a scavare nella documentazione dell'Unione Europea risulta difficile scovare genesi e obiettivi di questo organismo. Sulla carta è nato il 18 ottobre 2007, con il Trattato di Velsen, anche questo poco o nulla pubblicizzato presso i cittadini europei. Ne fanno parte non tutti i Paesi UE, ma solo quelli dotati di una polizia militare: Francia, Spagna, Portogallo, Olanda e Italia. Secondo il Trattato, si tratta di una sorta di super-polizia sovranazionale a disposizione della UE, dell’OSCE, della NATO o di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche.

Una forza pre-organizzata, robusta e rapidamente schierabile, composta esclusivamente da elementi delle forze di polizia con status militare, al fine di svolgere tutti i compiti di polizia nell'ambito delle operazioni di gestione delle crisi. Dal 17 Dicembre 2008, fa parte a pieno titolo di Eurogendfor anche la Gendarmeria romena, portando quindi a sei il totale degli Stati membri.

Eurogendfor può contare su una forza di 800 "gendarmi" mobilitabile in 30 giorni, più una riserva di altri 1.500; il tutto gestito da due organi centrali, uno politico e uno tecnico. Il primo è il comitato interdipartimentale di alto livello, chiamato CIMIN, acronimo di Comité InterMInistériel de haut Niveau, composto dai rappresentanti dei ministeri degli Esteri e della Difesa aderenti al trattato. L’altro è il Quartier generale permanente (PHQ), composto da 16 ufficiali e 14 sottufficiali (di cui rispettivamente 6 e 5 italiani). I sei incarichi principali (comandante, vicecomandante, capo di stato maggiore e sottocapi per operazioni, pianificazione e logistica) sono ripartiti a rotazione biennale tra le varie nazionalità, secondo gli usuali criteri per la composizione delle forze multinazionali.

Non si tratta quindi di un vero corpo armato europeo, un inizio di esercito unico europeo, nel qual caso si collocherebbe alle dipendenze di Commissione e Parlamento Europeo, ma di un semplice corpo armato sovra-nazionale che, in quanto tale, gode di piena autonomia. Non risponde delle proprie azioni a nessun Parlamento nazionale, né al parlamento europeo. Dunque, a chi risponde?

La sede del Quartier generale di Eurogendfor è in Italia, precisamente nella Caserma Chinotto a a Vicenza*, dopo un lungo e silenzioso negoziato con la solita Francia. Ma a cosa serve, e soprattutto perché tanto silenzio? Non lo sappiamo per certo, ma la circostanza del silenzio mediatico pone determinati e seri interrogativi, soprattutto in considerazione del fatto che alcuni articoli del trattato prevedono una totale immunità giudiziaria a livello nazionale ed internazionale.

Non solo. L'articolo 21 del trattato di Velsen prevede infatti l'inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi di Eurogendfor. L'articolo 22 immunizza le proprietà ed i capitali di Eurogendfor da provvedimenti esecutivi dell'autorità giudiziaria dei singoli stati nazionali. L'articolo 23 prevede che tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possano essere intercettate.

L'articolo 28 prevede che i Paesi firmatari rinuncino a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni. L'articolo 29 prevede infine che gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in tutti quei casi collegati all’adempimento del loro servizio.

Queste sono le inquietanti protezioni di cui la struttura si è dotata. Ma che compiti avrebbe? Nel trattato di Velsen c'è un'intera sezione intitolata "Missions and tasks", in cui si apprende che Eurogendfor potrà operare "anche in sostituzione delle forze di polizia aventi status civile", in tutte le fasi di gestione di una crisi e che il proprio personale potrà essere sottoposto all'autorità civile o sotto comando militare.

Vastissimi sono i compiti che il trattato affida a Eurogendfor: tra le altre cose garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico, eseguire compiti di polizia giudiziaria (anche se non si capisce per conto di quale Autorità Giudiziaria, controllo, consulenza e supervisione della polizia locale, compreso il lavoro di indagine penale, dirigere la pubblica sorveglianza, operare come polizia di frontiera, acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence.

Forse il vero scopo di Eurogendfor è proprio in questo ultimo punto: con tutte le immunità e le protezioni di cui si è dotata, la struttura somiglia più a un servizio di spionaggio interno ed esterno, che ad uno di polizia. E’ stata progettata una sorta di struttura militare sovranazionale che potrà operare in qualsiasi parte del mondo, sostituirsi alle forze di Polizia locali, agire nella più totale libertà e che, al termine dell’ingaggio, dovrà rispondere delle sue azioni al solo comitato interno. Pertanto, non sembra una Polizia, ma qualcosa di simile al KGB sovietico, alla Stasi della DDR, all'OVRA di Mussolini, alla Gestapo di Hitler.

In Italia, i relatori del provvedimento di ratifica sono gli onorevoli Filippo Ascierto e Gennaro Malgieri, entrambi del PDL, che assicurano che i chiarimenti del caso potranno essere dati in Aula, a Montecitorio, precisando che questa squadra speciale di polizia militare extra-nazionale risponderà solo ai ministri degli Esteri e della Difesa degli Stati membri. Cosa alquanto pericolosa, perché dietro vi è celato il potere, dato ad ogni Paese firmatario, di espropriare i propri parlamenti dalle decisioni sull’impiego delle proprie truppe. E consente di farlo in piena legalità.

In pratica, è un altro pezzo di democrazia che va via, che toglie potere ai parlamenti regolarmente eletti. L'opinione pubblica non lo sa, perché i mezzi d'informazione tacciono. Sappiamo infatti tutto sulle liberta sessuali del Premier, ma poco su quelle civili di noi tutti. Quando la democrazia va in deficit, l’informazione si adegua?

di Alessandro Iacuelli

Tratto da: http://www.altrenotizie.org/esteri/4005-la-strana-polizia-europea.html

* vedere Gendarmerie UE, anzi USA

Articolo correlato :  Stato di polizia alle porte?

venerdì 26 agosto 2011

Libia e le menzogne dei media. Testimoni raggiunti telefonicamente ci raccontano un’altra verità


Menzogne di una notte insonne (anche sotto il fortunato cielo italiano che nessuno bombarda dal 1945). Menzogne e arroganza fino all’ultimo in una guerra cominciata e continuata con notizie false, in cui i media hanno avuto il ruolo dell’aiuto carnefice. Solo la tivù russa Rt e quella venezuelana Telesur spiegano che è una vittoria dovuta alla carneficina compiuta dalla Nato anche con droni ed elicotteri Apache soprattutto negli ultimi giorni. L'obiettivo è è quella democrazia che il popolo libico merita, dice il premier britannico Cameron. Peccato che in tutti i mesi scorsi proprio la Nato e i “ribelli” avessero sempre lasciato cadere le proposte di libere elezioni con controllo internazionale avanzate dal governo libico.

Cosa dicono i soliti media

La Nato fa strage a Tripoli bombardando di tutto e uccidendo 1.300 persone in poche ore come denuncia Tierry Meyssan del Réseau Voltaire; ma Repubblica on line scrive che Gheddafi bombarda la folla. Giusto un titolo, senza spiegazione, giusto un modo per non perdere l’allenamento. La stessa Repubblica che non si è mai degnata di chiamare soldati i membri – decimati — dell’esercito di un paese sovrano (erano sempre definiti “mercenari e miliziani”), adesso chiama “soldati del Cnt” i ribelli, tacciando invece di “pretoriani di Gheddafi” i superstiti soldati libici (quelli non decimati dalla Nato). (A proposito: uno del Cnt, Jibril, ha fatto appello ai suoi armatissimi “ragazzi” affinché diano prova di moderazione e non attacchino gli stranieri e chi non li appoggia (il rischio è certo visti i precedenti).

L’Unità scrive che Tripoli “è insorta”, quando in realtà è occupata dai cosiddetti ribelli con la copertura aerea della Nato e i civili cioè i disarmati se ne stanno rintanati nelle case (vedi le testimonianze ottenute al telefono).

Il Corsera con il suo embedded sceso dalle montagne insieme ai ribelli spiega enfatico che dopo la “liberazione” di Zawya, “Tripoli si è sollevata” quando in realtà è stata piuttosto atterrata dai bombardamenti.

E Rai News 24? Peacelink protesta con la redazione: “Nel vostro servizio avete nascosto il ruolo dei bombardamenti Nato, presentando i ribelli che libravano la Libia soli e festanti, per acclamazione popolare; alterato il senso della risoluzione 1973 che non prevedeva l’appoggio militare Nato agli insorti"; taciuto il massacro in corso a Tripoli; presentato prevalentemente il punto di vista Nato (e sempre ripetono la storia dei mercenari neri e dei cecchini).

Anche il Fatto ci casca: “L’avanzata del Cnt rallentata dal traffico e dal caos e da centinaia di libici che inneggiano alla fine del regime”; “I tripolini sono usciti per festeggiare l’arrivo dei ribelli”. Ma centinaia di persone sono tante, in una metropoli? E comunque la foto della festa viene da Bengasi…

Tivù e media vari pubblicano foto di feste in piazza. Ma solo alcuni dicono che non si riferiscono a Tripoli ma a Bengasi appunto (da dove comunque decine di migliaia di abitanti sono fuggiti nei mesi scorsi e non più tornati nel regno degli uomini e dei bambini armati). Lo fa rilevare Peacelink osservando questa galleria. A Tripoli, sono i soli armati ribelli a festeggiare. Ma il fatto che si mescolino le cose nella stessa galleria non è casuale.

Per dare l’idea di festeggiamenti che non ci sono, Cnn mette foto di festeggiamenti non datati a Bengasi. Mentre la reporter dice “vedo strade vuote, le immagini sono di folle festanti con bandiera monarchica, però evocano Tripoli". In un altro collegamento, la elmettata reporter spiega – non senza ripetere la solfa del pericolo di cecchini di Gheddafi — che assolutamente nessun civile nelle strade…allora chi sta festeggiando? Gli armati. E sempre il titolo è “la Nato teme che Gheddafi possa colpire i civili”. Quindi pronti al tiro al piccione.

La cronista di Al Jazeera con elmetto dalla Piazza verde (il nome è già stato cancellato), parla di festa (e di paura per i soliti cecchini di Gheddafi…) del popolo libico, “vedete centinaia di persone” (in una città con milioni di abitanti)…alle sue spalle si pressano con la bandiera monarchica i ribelli armati, ma per lei sono i civili, il “popolo”, “you can see how people are excited, now they are in control of the capital”. La confusione voluta fra civili e amati ha fato da leit motiv di questa guerra. Anche a Baghdad, il giorno della caduta della statua di Saddam a opera di due marine Usa, gli iracheni presenti si contavano in qualche decina…Un film già visto.

La mattina la Cnn parla al telefono con la solita plurintervistata ottimo inglese libica diciannovenne che dice che dopo 42 anni sono liberi di parlare al telefono (ricordo però che gli oppositori a Gheddafi più che la mancanza di libertà mi evocavano, settimane fa, “gli ospedali che non funzionano e le scuole dove non si studia bene l’inglese”!); la tivù le chiede: “ma non c’è gente in strada, solo fighters?” e lei conferma. Allora, le folle festanti?

Anche la Reuters scrive: “I ribelli entrano in Tripoli, la folla celebra”. Quale folla? Non c’è nessun video né foto!

Intanto nessuno parla degli ospedali, che dovrebbero essere al collasso per troppi clienti.

Parlano i testimoni

Molti telefoni di persone incontrate a Tripoli poche settimane fa non rispondono (“out of order”). Per esempio Rafika, tunisina, ottimo italiano, che lavorava alla mensa dell’ospedale Tebbe, chissà quanti feriti ci sono adesso là.

Ma qualcuno risponde.

Mohamed, giovane del Niger che vive a Tripoli da 3 anni (lavorava con i cinesi) e che si arrovellava settimane fa su come spiegare al mondo la verità, adesso è rintanato in casa: “Siamo impotenti anche noi. Chi è disarmato non può avventurarsi fuori, dove tutti sono armati e si combatte. E’ terribile ma non possiamo che aspettare. Spero che non ci sia un’altra carneficina”. Ieri diceva “hanno bombardato intensamente anche vicino a casa mia, si è levata una grande polvere, impossibile respirare. Stiamo in casa, e preghiamo, è il ramadan”. L’altro ieri, prima degli ultimi sviluppi, chiedeva: “Ma si sono viste lì le immagini della strage di 85 civili a Mejer, sotto le bombe della Nato fra l’8 e il 9 agosto? Sono sconvolto, anche perché qui i media internazionali non ne hanno parlato”.

Era impaurito sabato sera il cristiano pakistano Nathaniel, che già settimane fa si chiedeva dove sarebbe andato con la famiglia dopo 21 anni in Libia se gli islamisti fossero arrivati: “My sister qui bombardano di continuo, e sembra che i ribelli siano vicini… non so cosa fare, dove andare, chi ci proteggerà? Starò in contato con la cattedrale”. Oggi il suo cellulare non sembra aver copertura.

Se Nathaniel sapesse che forse è stata saccheggiata la chiesa a Dara (e monsignor Martinelli è in Italia). Così dice la statunitense JoAnne, da mesi a Tripoli con suo marito per documentare negli Usa i crimini di guerra della Nato e dei ribelli: “Siamo chiusi nell’hotel Corynthia, al centro di Tripoli. Nessuno si avventura fuori. Gli Apache hanno ucciso molte persone e i ribelli hanno armi pesanti… Doveva partire una nave proveniente da Malta, per evacuare gli stranieri ma i ribelli l’hanno bloccata”. Chiusa in casa anche Tiziana Gamannossi, imprenditrice italiana, l’unica rimasta a Tripoli, dove vive a Tajura: “Sto in casa, non si chiude occhio. I festeggiamenti per l’entrata dei ribelli? Ma se non c’è nessuno per strada, ho faticato a trovare un amico che mi riportasse a casa ieri. La disinformazione continua”.

Anche Hana, libica che lavorava per una compagnia petrolifera, è chiusa in casa, da parenti: “Ci siamo spostati perché la nostra casa è troppo vicina a Bab El Azyzya, qui è tranquillo ma nelle strade non c’è nessuno. Mi hanno detto che volavano anche gli Apache, io non li ho visti vicino a casa. Sì, abbiamo l’acqua e la luce e cibo abbastanza. Stiamo ancora digiunando per il ramadan… fino a fine mese. Non avrei mai pensato che finisse così”.

Lizzie Phelan, giovane giornalista inglese indipendente, aveva un blog che le è stato bloccato: “Poco prima avevo denunciato alla tivù russa RT il fatto che Al Qaeda sia ben presente fra i ribelli arrivati a Tripoli. Qui intorno al Rixos la situazione sembra adesso calma. Ma non si sa come evolverà. Aspettiamo di andare, noi stranieri, in un’ambasciata, forse quella russa”.

Non risponde il telefono di Zinati, quarantenne libico che da mesi “abitava” con il suo computer su un tavolo all’hotel Rixos cercando di aiutare il portavoce Mussa Ibrahim nei difficili rapporti con i giornalisti e con le delegazioni: “Ero tornato qui in febbraio per sistemare delle cose e ripartire per il Canada dove vivo da anni; invece sono rimasto, non potevo lasciarli così” diceva settimane fa.

La guerra Nato in Libia, la quinta alla quale l’Italia ha partecipato in venti anni, a cento anni dall’avventura coloniale in Libia, continua com’è iniziata: con grandi menzogne e una continua mistificazione, anche grossolana. Ignorando le vere cause. E con nessun rispetto per le vittime, tante.La Norvegia — paese più civile — si è ritirata. L’Italia, serva in passato e ora, no.

di Marinella Correggia - AgoraVox.it

Tratto da: AURORA e STAMPA LIBERA

giovedì 25 agosto 2011

LIBIA: dalla propaganda all'accettazione incondizionata del Totalitarismo Imperialista NATO

Solo sconvolto, ma non sorpreso, dalla facilità con cui vengono date certe notizie che dovrebbero indignare e scandalizzare ed invece passano quasi inosservate.

Ieri ho letto tra le tante notizie quest'agenzia:

(AGI) - Washington, 24 ago. - Un ufficiale della Nato ha dichiarato alla Cnn che le forze speciali hanno condotto nei giorni scorsi operazioni a Tripoli e in altre citta' per sostenere gli insorti. Alcune di queste unita', ha spiegato, hanno viaggiato insieme ai ribelli mentre avanzavano verso Tripoli. Tra i compiti delle forze speciali multinazionali, il supporto all'organizzazione delle truppe dei ribelli e al mantenimento delle comunicazioni. Le unita' si sono occupate anche della raccolta di informazioni militari sugli obiettivi da colpire nei raid dell'Alleanza. Secondo l'ufficiale Nato, le unita' del Qatar e della Francia hanno fornito anche armamenti agli insorti.

L'intervento NATO in Libia è scaturito dalla risoluzione 1973 dell'ONU  la quale autorizza gli Stati membri ad adottare “tutte le misure necessarie” per proteggere la popolazione civile. La risoluzione,  in particolare, stabilisce il divieto di sorvolo dello spazio aereo libico al fine di proteggere i civili (c.d. “no-fly zone”); istituisce de facto un bando ai voli di aerei libici fuori dallo spazio aereo libico; rafforza il bando al traffico di armi con la Libia e ribadisce le sanzioni individuali, già stabiliti con la precedente risoluzione 1970 (2011)  dunque non mi risulta che la cattura di Gheddafi e la distruzione di Tripoli siano "autorizzate" o permesse dalla risoluzione.

Su quali basi dunque e con quale diritto truppe di terra NATO sono sul suolo libico? Perchè nessuno si indigna ed anzi questa notizia passa quasi inosservata?

Tengo a precisare che non mi sorprende tanto il fatto che ci siano truppe NATO in Libia (probabilmente sono lì già da un bel po') quanto il fatto che questo venga ammesso così candidamente, come se fosse la cosa più naturale ed innocente del mondo.

Forse la consapevolezza della nostra sottomissione mentale alla propaganda mediatica è così radicata che non ci si preoccupa più nemmeno di nascondere certe scomode verità o forse dare la notizia con tale tranquillità contribuisce a farcela interiorizzare ed accettare in modo più sereno, in ogni caso siamo sempre più in balia di una propaganda indiscriminata che ormai riesce a farci accettare le peggiori cose (come stragi di civili , annullamento della sovranità nazionale e violazioni del diritto internazionale) come effetti collaterali di un "disegno" più grande.

di Info Tricks

mercoledì 24 agosto 2011

Bombe su Tripoli: ribelli conquistano le macerie della NATO


Notizie sempre più contrastanti giungono da Tripoli. Tutti i media occidentali continuano ad annunciare la caduta di Tripoli per mano dei ribelli, nel tentativo di far passare l'ennesima aggressione NATO di uno Stato come una guerra civile voluta dal popolo. In realtà è in atto un vero e proprio bombardamento degli aerei NATO, che fanno strada alla schiera di ribelli che calpestano edifici e strade già distrutti dalle bombe. Molti di loro non sanno neanche sparare, sono giovani ed inesperti, vestiti con le magliette della Nike e della Total, veri e propri testimonial di una guerra per il petrolio delle lobbies franco-anglo-americane. Le immagini di rivoluzione e di 'conquista' di Tripoli sono il frutto di un spettacolo mediatico orchestrato ad arte, che vuole mostrare l'abbattimento dei simboli del regime o l'invasione della piazza dei lunghi monologhi di Gheddafi. In questo modo, si evita di mostrare le immagini dei bombardamenti della città e dei civili, mentre ormai Tripoli sta cadendo in una crisi umanitaria.

La battaglia dei ribelli per la conquista di Tripoli è solo una farsa, mentre sono veri i bombardamenti della Nato che il 21 agosto hanno ucciso più di 1.300 persone e ne hanno ferite oltre 5000, riempiendo in poche ore gli ospedali della città. Le menzogne ​​e la propaganda dei media continuano a sprofondare nelle loro bugie, per nascondere il genocidio perpetuato dalla NATO in Libia. Dei veri e propri crimini contro l'umanità per i quali l'Alleanza Atlantica dovrebbe risponderne dinanzi alla Nazioni Unite, avendo violato senza alcuna vergogna una risoluzione che imponeva solo una no-fly zone. Da un embargo siamo passati ad un assedio, per il quale la Libia forse non avrà mai giustizia. Il popolo libico chiede una reazione dell'Europa, che resta in silenzio, ormai schiavizzata dall'egoismo e dai rincari del petrolio, rendendosi così complice di un crimine di cui dovranno pagare il caro prezzo. Questa guerra dovrebbero invece pagarla i petrolieri, in quanto nei loro interessi si sono alzati gli aerei della NATO. Oggi chiamano Gheddafi 'dittatore' , ma sino ad ieri i capitali libici hanno inondato le casse di tante società. Unicredit, Impregilo, Generali, ENI, Finmeccanica, Fiat e Juventus hanno sempre incassato da Tripoli: allora era un tiranno o no? C'è da aspettarsi che il prossimo eclatante annuncio dei media della NATO sarà quello della morte di Gheddafi e della ricostruzione del Governo di Tripoli da parte dei ribelli. Un grande colpo che darà a Sarkozy la vittoria alle elezioni.  


Tratto da: http://etleboro.blogspot.com/2011/08/bombe-su-tripoli-ribelli-conquistano-le.html

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martedì 23 agosto 2011

THIERRY MEYSSAN DA TRIPOLI

Scritto da Gianluca Freda   

Anche i frangenti più tragici hanno delle sfumature di grottesco. In questo video, Thierry Meyssan cerca di spiegare all’allibito anchorman di Russia Today (video sotto n.d.r.) che lui e i suoi colleghi giornalisti indipendenti, assediati dai cecchini nell’Hotel Rixos a Tripoli e protetti (per adesso) soltanto dalla buona volontà di alcuni volontari libici armati, sono stati minacciati di morte da alcuni “colleghi giornalisti” della CNN, che sono in realtà uomini della CIA e dell’MI6 in incognito. I servizi segreti americani e inglesi non vogliono che si sappia della carneficina che gli aerei NATO stanno compiendo a Tripoli, né che si scopra che i famosi “ribelli” in realtà non esistono, che sono una semplice e sanguinaria messinscena. Si tratta di semplici bande di stupratori, tagliagole e saccheggiatori utilizzati dalla NATO sia come diversivo per tenere impegnate le truppe lealiste sul terreno, sia come pretesto per continuare a giustificare i propri massacri con la schifosa foglia di fico della “ribellione al dittatore”. Gli uomini della CIA non vogliono che si sappia in giro e hanno minacciato di morte tutti i giornalisti presenti al Rixos: non solo Meyssan, ma anche Mahdi Nazemroaya, Lizzie Phelan e altri. Franklin Lamb si è già preso una pallottola in un gamba ad opera di un cecchino, perché impari a tenere a freno la lingua.

Il conduttore di Russia Today non riesce a capacitarsi, non riesce a trovare la logica di ciò che Thierry Meyssan sta dicendo e a un certo punto domanda sbigottito: “Ma se avete vicino a voi degli americani e degli uomini della CIA, allora perché siete così spaventati?”.

Thierry fa una pausa di silenzio (me lo immagino mentre alza gli occhi al cielo), poi esclama: “Ahem... beh... non posso spiegarle tutti i dettagli adesso...”.

Thierry chiarisce anche il mistero delle famose “marce” dei ribelli verso questa o quella città. In realtà i cosiddetti “ribelli” , in molti casi, non marciano per niente. Vengono trasportati sulla costa dalle navi oppure arrivano sulle strade con la copertura degli elicotteri Apache, i quali, durante queste operazioni, sparano contro qualunque cosa si muova. Gli elicotteri aprono la strada, dopodiché ai “ribelli” non resta che fare il loro lavoro, che è quello di mettere le città a ferro e fuoco, stuprando, saccheggiando e uccidendo.

Thierry Meyssan e i suoi colleghi isolati al Rixos stanno rischiando letteralmente la vita per portarci qualche scampolo d’informazione vera da una guerra su cui i nostri media hanno raccontato soltanto menzogne. Mi pento di tutte le volte in cui ho dichiarato che il giornalismo autentico era morto e sepolto. Invece è ancora vivo e vegeto e almeno questa, in mezzo a questo fiume di abominio, è una splendida notizia.

Tratto da: Blogghete

p.s. Youtube ha bloccato il video per l'Italia, con motivazioni risibili di copyright (è un servizio di Russia Today !!!) quindi il video sottostante (di Megavideo) all'apertura romperà un po' con la pubblicità, limitatevi a chiudere la nuova finestra che vi si apre e a ri-cliccare sulla freccia verde al centro.

Eilat, attacco terroristico premeditato?


Come molti giornali riportano un attacco terroristico è stato effettuato al confine tra Egitto ed Israele ad Eilat. I terroristi per mano della IDF sono stati ammazzati così come 7 israeliani (tutti militari).

Lo svolgimento dell’attacco, secondo le fonti dell’IDF, sembra essere stato sviluppato da almeno una ventina di persone, delle quali alcune colpite a morte durante l’attacco. I terroristi avrebbero pianificato l’attacco già dalla Striscia di Gaza dai Comitati di Resistenza Popolare.

Questa la notizia che potete leggere su Haaretz. com Quello che salta subito all’occhio è che la IDF sapesse già da dove venivano attaccati, tanto che Netanyahu ha mandato l’aviazione a bombardare il già martoriato territorio di Gaza per rappresaglia, e che sapesse che i terroristi avevano utilizzato un tunnel di 15 km per intrufolarsi successivamente in una frontiera sbrindellata tra le fila di quelli che aspettavano in Israele (!!!) un autobus dove c’erano militari.

Certamente si parlerà di complottismo, ma vicende come queste in Israele sono la norma (vedasi il caso di Vittorio Arrigoni, tacitato perché aveva visto troppo). E’ poi da sapere che a settembre l’ONU si riunirà per valutare la richiesta palestinese per la creazione dello stato della Palestina e questo è la vera spina nel fianco di Israele che NON accetta nessun stato che possa essere riconosciuto dalla comunità internazionale in medio-oriente che non sia Israele.

Spero di sbagliarmi, ma la sensazione è quella di sempre, così come il caso di Oslo in cui furono massacrati, da un filoisraeliano anticomunista ed anti-islamista, una novantina di persone, tutte aderenti al partito socialista che confermava il proprio dissenso sulla politica israeliana di ghettizzazione dei palestinesi e che appoggiavano la proposta di Hamas per la creazione dello stato di Palestina. Si aggiunga inoltre che Erdogan diplomaticamente sta guerreggiando con gli israeliani per la mancata scusa “diplomatica” che Israele dovrebbe dare per l’omicidio dei 4 attivisti turchi imbarcati nella Mavi Marmara sempre per lo stesso motivo: il riconoscimento dello stato di Palestina.

Inoltre, viste che sono già molti giorni che in Israele ci sono disordini e manifestazioni contro uno stato sociale che esclude una buona fetta della popolazione, un evento del genere è sicuramente un elemento catalizzante che va oltre le mere proteste dei cittadini israeliani che debbono far fronte comune al terrorismo che li può minacciare fisicamente e da vicino. Quale migliore occasione per ricompattare le fila, sedare gli animi accesi e indirizzare la loro rabbia su questioni vitali.

Forse sono deduzioni avventate, ma Israele ci ha insegnato in decenni di brutale e razzista dominio di quei territori che può agire anche contro i propri soldati o la propria popolazione se lo scopo è superiore. L’omicidio di Yitzhak Rabin dovrebbe aprire gli occhi a molti increduli per capire il livello di perfidia criminali che anima certi personaggi.

lunedì 22 agosto 2011

La tragedia di Tripoli e del Mediterraneo


Si consuma una grande tragedia, in queste ore, sulle altre sponde del nostro mare, tra Tripoli e Gaza. Sono le avvisaglie di un dramma e di un disordine più vasto, che arriverà addosso anche a milioni di cittadini europei inconsapevoli. In Libia, le notizie provengono in prevalenza dalla NATO, nel suo ruolo di armata coloniale. È una fonte interessata, ed è una fonte che finora è stata smaccatamente inattendibile. Pur scontate le sue menzogne, la spallata contro Tripoli registra un successo militare reale, perfino mettendo da parte le notizie esagerate sulle folle festanti. C’è morte e distruzione e c’è la fine di uno stato sovrano.

La spallata si è sostanziata nella stessa tattica usata dalla NATO nelle altre città fatte conquistare per poche ore ai “ribelli”, altrimenti incapaci di qualsiasi progresso: anche a Tripoli la condotta militare è consistita in un attacco aereo spietato che ha colpito i civili, creato panico, subissato di fuoco le difese locali, in modo da far penetrare le forze minoritarie e caoticamente disgregatrici dei "ribelli". In parte Iraq e in parte Somalia, con in più l’accanimento contro la capitale lealista. E con in più, ancora, una copertura mediatica che sforna una serie interminabile di notizie false. I media sono stati usati come un’arma psicologica chiave con una potenza mai usata prima. È una tragedia nella tragedia, perché i media sono sempre più docili verso il flusso di notizie che garba al potere militare. E questo aprirà le porte al peggio.

Non è un caso che le voci giornalistiche non embedded presenti a Tripoli siano soggette proprio adesso a un attacco fisico diretto e implacabile. Cecchini hanno sparato a Mahdi Nazemroaya, che sinora ha smascherato molte menzogne di guerra (da ultimo la conquista dell’aeroporto di Tripoli) e copre i fatti libici anche per Russia Today. E' scampato all'agguato. Intanto, l’hotel Marriott sarebbe in fiamme dopo che i cecchini hanno tentato di assassinare anche un altro giornalista indipendente, Franklin Lamb. Non abbiamo ancora notizie di Thierry Meyssan.

Data la capacità e la visione strategica dimostrata dal regime di Gheddafi rispetto allo strapotere tecnologicamente superiore ma indiscriminato della NATO, alla fine la NATO ha dovuto dare massima priorità alla manipolazione, fino a raccontare nei giorni scorsi conquiste inesistenti, espugnazioni di aeroporti, basi militari, strade e altri luoghi, tutti mai raggiunti fino ad allora dalle modestissime forze dell’Armata Brancaleone di Bengasi.

Era “fumo di guerra” che nascondeva il vero martellamento, l’azione della NATO che bombardava le condotte idriche, i potabilizzatori, le autostrade, le centrali elettriche, le famiglie dei dirigenti libici, i media. Senza risparmio di uranio impoverito. Questa non è una battaglia di civili contro un dittatore. Questa è una tipica Guerra NATO del XXI secolo. L’ennesima guerra «Shock and Awe», che colpisce, sgomenta, sfrutta il potenziale demoralizzante delle stragi di bambini: metodi da guerra totale. Cosa tutto questo abbia a che fare con la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiedeva l'istituzione immediata di una tregua e la fine completa delle violenze e degli attacchi ai danni dei civili, sarà materia di valutazione degli storici, visto che i politici nostrani accettano ogni bugia, mentre il fu movimento pacifista italiano è una barzelletta, sempre più oscena.

La sconfitta di Gheddafi non aprirà la strada a nessun processo democratico. Aprirà semmai nuovi corridoi al precipitare delle crisi geopolitiche contemporanee.

di Pino Cabras - Megachip
Tratto da: http://www.megachipdue.info/tematiche/guerra-e-verita/6656-la-tragedia-di-tripoli-e-del-mediterraneo.html

domenica 21 agosto 2011

Washington sta pianificando un’occupazione prolungata di parte della Libia

di Thierry Meyssan (voltairenet.org)


Mentre le televisioni atlantiste annunciano l'imminente caduta di Muammar Gheddafi, Thierry Meyssan, presente a Tripoli, denuncia un grave inquinamento informativo. A suo parere, la guerra è assai più psicologica che militare. Le menzogne della propaganda puntano a causare l'implosione dello Stato libico, e l'obiettivo finale non è più governare il paese, quanto invece installare il "caos costruttivo" a danno della popolazione civile, al fine di innescare il "rimodellamento del Nord Africa".

TRIPOLI, Libia - È stato osservato nei giorni scorsi un importante cambiamento tattico della NATO. In diverse aree fedeli al governo, l'Alleanza ha bombardato i posti di blocco, creando confusione, per paracadutare un po’ più lontano le armi destinate a cellule dormienti, o ai commando delle forze speciali infiltrate. Queste operazioni sono fallite, e le armi – ultimo modello - sono state recuperate da parte dell'esercito libico.

Ma senza dubbio la NATO perfezionerà il suo metodo e perverrà poi a metterlo in opera.

Questa innovazione tattica dimostra che non si tratta più di favorire una sollevazione popolare contro "il regime di Gheddafi", ma di incitare alla guerra civile.

Non crediate a una parola di quel che dicono le televisioni satellitari della Coalizione. Per esempio, al momento in cui scrivo queste righe [sabato 20 agosto di pomeriggio], hanno annunciato che un’unità dell'esercito si è ammutinata e ha preso il controllo dell'aeroporto; che si sta combattendo nella capitale e che dei carri armati sono stati dispiegati.

Questa è pura invenzione. Invece, prendete come fonte di informazioni le televisioni satellitari degli Stati che non partecipano al conflitto: il canale dell'America Latina Telesur e il canale iraniano PressTV, che dopo la partenza di Russia Today, sono i soli in campo a rendere conto degli eventi obiettivamente .

La propaganda atlantista ci assicura, per tutto il giorno, che i ribelli fanno progressi, hanno preso questo o quel villaggio "strategico" e che "i giorni di Gheddafi sono contati". Quante volte hanno riferito che Gheddafi era fuggito in Venezuela o si era suicidato?

Ultimo avatar di questa guerra psicologica, l'annuncio da parte dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) della necessità di evacuare quanto prima 600mila lavoratori stranieri prima dell’inevitabile bagno di sangue, una dichiarazione senza fondamento, destinata a seminare il panico. L’OIM non dipende da agenzie delle Nazioni Unite. È guidata da William Lacy Swing, tristemente noto ad Haiti.

In realtà, la NATO ha preso atto del suo stallo e non mira più a una soluzione militare classica. La sua tattica è ormai concepita per sostenere un’azione politica sotterranea volta a provocare una disintegrazione dello Stato.

L'idea è che i libici pronti a sostenere il Consiglio nazionale di transizione (CNT) si contino nell’ordine di decine o centinaia di migliaia, mentre coloro che sostengono il governo si contano a milioni. Pertanto, non è realistico pensare che i "ribelli" possano mai controllare il Paese nel breve o nel medio periodo.

Contrariamente a una diffusa leggenda, non sono tanto i ribelli che combattono contro l'esercito libico e i suoi riservisti, quanto semmai la NATO. Lo schema è ormai ben rodato: gli elicotteri Apache investono una località mitragliando tutto ciò che si muove. La popolazione fugge e l'esercito si ritira. I "ribelli", invadono allora la città. Alzano la bandiera monarchica davanti alle telecamere della CNN e compagni di merende. Si fanno fotografare con il gesto della V di vittoria, e poi saccheggiano le case abbandonate. Quando la NATO si ritira, l'esercito libico ritorna e i "ribelli" scappano, lasciandosi alle spalle una città devastata. Ogni giorno il CNT afferma di aver preso una città che perde il giorno successivo. Mentre scrivo queste righe, l'esercito libico ha ripreso il controllo di Zwaya e la sua raffineria, di Brega e della raffineria, e soprattutto della maggior parte della città di Misurata. L'unica città importante tenuta dai "ribelli" è Bengasi. Altrove, erano solo di passaggio con la loro coorte di giornalisti embedded. Con l'aiuto della NATO, i ribelli possono entrare ovunque, ma senza l'aiuto della gente, non riescono a mantenere nessuna posizione.

Riuniti a Washington lo scorso 25 luglio presso il Center for Strategic & International Studies (CSIS), i migliori esperti statunitensi hanno concluso che non c'è alcun modo di prendere Tripoli, comunque non prima di due o tre anni. È per contro possibile, come anticipa Daniel Serwer in una nota del Council of Foreign Relations (CFR), provocare l'implosione del regime. Ne consegue che le aree rurali, la cui organizzazione sociale è di natura tribale, cadrebbero immediatamente in un caos più vicino all'esempio della Somalia che all'esempio dell'Iraq.

Alcune aree urbane - soprattutto a Tripoli, che dà casa a un quarto del popolo libico, la cui organizzazione sociale è più familiare e individuale - rimarrebbero tanto fedeli al governo quanto stabili.

Già è stato deciso che il pietoso Consiglio nazionale di transizione sarà ancora mantenuto per la forma, ma spogliato dei suoi poteri, che, del resto non ha mai esercitato. L’ambasciatore Gene A. Cretz sarebbe nominato "governatore della Libia libera" (sic), come il generale Jay Gardner lo era stato in Iraq. Cretz ha formato la sua squadra ed è pronto ad atterrare in qualsiasi momento.

Dopo aver tentato un colpo di stato nel mese di ottobre, ha inventato un alibi umanitario per conquistare il paese nel mese di febbraio, e dopo aver considerato la partizione della Libia sul modello del Kosovo in giugno, ed essersi lanciato all'inizio di agosto in una campagna volta a far soffrire la popolazione fino a farla ribellare, la NATO scivola gradualmente nel "caos costruttivo", caro agli Straussiani [1] che hanno specificamente voluto questa guerra per diffondere in Nord Africa il "rimodellamento" che hanno iniziato nel Medio Oriente. In questo caso, il mantenimento di Muammar Gheddafi a Tripoli sarebbe una manna per creare un conflitto diffuso regionale tra arabi e "indigeni" (berberi, ecc) .. Infatti, a differenza del Medio Oriente, il Nord Africa non si presta ad un conflitto settario sunniti/sciiti.

Il caos libico verrebbe gradualmente esteso a tutto il Nord Africa (eccetto l’Egitto) installando il terrore di Al-Qa’ida nel Maghreb Islamico.

Va da sé che il caos in Libia avrebbe conseguenze catastrofiche per tutti i paesi del Mediterraneo, e soprattutto per l’Italia e la Francia, che si ritroverebbero profondamente e durevolmente destabilizzate. L'Europa sarebbe privata di importanti forniture di petrolio e gas, e dovrebbe contemporaneamente affrontare un massiccio afflusso di rifugiati.

In questa prospettiva, il CFR raccomanda di considerare una occupazione militare duratura, la sola in grado di stabilizzare il paese. Tuttavia, è improbabile che l'amministrazione Obama possa – in piena campagna elettorale - finanziare un vasto spiegamento di truppe di terra, di fronte ad una opinione pubblica interna che esige delle economie. Il CFR raccomanda pertanto che Washington trasferisca l'onere a carico delle Nazioni Unite e dell’Unione europea.

Se si segue questa logica, Washington e gli altri non mancheranno di invocare le responsabilità post-conflitto determinate dalla Convenzione di Ginevra per imporre questo fardello alla coppia franco-britannica che ha assunto la leadership mediatica della guerra.

Da parte sua, l'emiro Hamad bin Khalifa Al Thani ha inviato un emissario in Tunisia per tentare una scalata ostile. L'ex primo ministro francese, ora dipendente del Qatar, il signor Dominique de Villepin, era stato incaricato di comprare il tradimento di Gheddafi. Non ha avuto il successo che si sperava. Contrariamente alla credenza che alligna a Doha e Parigi, alcune persone non sono in vendita.

Tuttavia, il seguito degli eventi potrà essere simile a un colpo di stato contorto: l'emiro del Qatar è attualmente a Doha per costruire dei set in cartapesta che rappresentano Bab el-Azizia (il luogo in cui si trovava l’ex palazzo di Muammar Gheddafi) e la Piazza Verde (la piazza centrale di Tripoli, dove la "Guida" pronuncia i suoi discorsi). Indubbiamente, le prossime immagini esclusive di Al-Jazeera non mancheranno di creare una realtà virtuale che farà, a suo modo, parte della storia.

Traduzione per Megachip dal francese a cura di Pino Cabras.



Nota:
[1] Gli Straussiani sono i discepoli del filosofo Leo Strauss.

venerdì 19 agosto 2011

I giornalisti che praticano la propaganda di guerra, dovranno risponderne

La guerra di propaganda è entrata in una nuova fase con l’azione coordinata delle reti delle TV satellitari. CNN, France24, BBC e Al Jazeera sono diventati strumenti d’intossicazione per giustificare la demonizzazione dei governi e le aggressioni armate. Queste pratiche sono illegali secondo il diritto internazionale e l’impunità dei loro autori deve cessare.
di Thierry Meyssan




Il trattamento attuale delle informazioni su Libia e Siria, ha segnato una svolta nella storia della propaganda di guerra, nel senso che utilizza nuove forme che hanno colto di sorpresa il pubblico internazionale.

Quattro potenze, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Qatar, hanno uniti i loro mezzi tecnici per avvelenare la "comunità internazionale". Si tratta principalmente della CNN (che, anche se privata, agisce in il coordinamento con le unità di guerra psicologica del Pentagono), France24, BBC e Al Jazeera.

Questi media sono utilizzati per attribuire falsamente ai governi di Libia e Siria dei crimini che non hanno commesso e per coprire i crimini commessi dai servizi segreti delle potenze di cui sopra e della NATO.

Ricordiamo il precedente su scala ridotta del 2002. Globovision aveva trasmesso le immagini in diretta di una rivoluzione popolare guidata del legittimo presidente Hugo Chavez e le immagini di militanti pro-Chavez sparare sui manifestanti dell’opposizione, uccidendoli. Questa messa in scena aveva permesso di nascondere un colpo di stato militare orchestrato da Washington con l’aiuto di Madrid. Tuttavia, dopo che una sollevazione popolare genuina aveva messo fine al golpe e restaurato il presidente eletto, inchieste giudiziarie e giornalistiche hanno dimostrato che la rivoluzione filmata da Globovision non era che un video falsificato, e che mai i chavisti avevano sparato sulla folla, ma invece erano state vittime dei cecchini armati dalla CIA.

Oggi è lo stesso, ma con un consorzio di canali satellitari. Essi mostrano le immagini di eventi mai avvenuti in Libia e Siria. Cercano di far credere che la maggioranza dei libici e dei siriani vogliono rovesciare le loro istituzioni politiche e che Muammar Gheddafi e Assad massacrano i propri popoli. Sulla base dell’intossicazione, la NATO ha attaccato la Libia e sta per attaccare la Siria.

Ora, dopo la seconda guerra mondiale, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato quattro volte una legge per vietare e condannare tali pratiche.

La Risoluzione 110 del 3 novembre 1947, relativa a "Misure da prendere contro la propaganda in favore di una nuova guerra e contro coloro che la incitano", sanziona la "propaganda volta a provocare o incoraggiare una qualsiasi minaccia alla pace, violazione della pace o un qualsiasi atto di aggressione".

La Risoluzione 381 del 17 Novembre 1950, consolida tale dichiarazione, condannando la censura delle informazioni avverse, come parte integrante della propaganda contro la pace.

Infine, la Risoluzione 819 dell’11 dicembre 1954, su "l’eliminazione degli ostacoli al libero scambio delle informazioni e delle idee", pone la responsabilità dei governi nel rimuovere gli ostacoli che impediscono il libero scambio di informazioni e idee.

In tal modo, l’Assemblea Generale ha sviluppato la sua dottrina sulla libertà di espressione: ha condannato le menzogne che portano alla guerra e ha eretto il libero flusso di informazioni e idee e il dibattito critico, ad armi al servizio della Pace.

La parola, e più ancora l’immagine, possono essere utilizzato per preparare i peggiori crimini. In questo caso, l’avvelenamento da parte di CNN, France24, BBC e Al Jazeera sono "crimini contro la pace". Essi devono essere considerati i più gravi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi oggi dalla NATO in Libia e dalle agenzie di intelligence occidentali in Siria, in quanto li preparano e li rendono possibili.

I giornalisti che praticano la propaganda di guerra devono essere processati dalla giustizia internazionale.

di Thierry Meyssan

La Libia e la fine delle illusioni occidentali


Cinque mesi dopo l’inizio dei bombardamenti, non è più possibile credere alla versione ufficiale sull’inizio degli eventi in Libia e sui massacri attribuiti al “regime di Gheddafi”. Allo stesso tempo, dobbiamo ora tener conto della risposta giuridica e diplomatica libica che mette in evidenza i crimini contro la pace commessi dalla propaganda TV, i crimini di guerra perpetrati dai militari della NATO e i crimini contro l’umanità commessi dai leader politici dell’Alleanza Atlantica.

Poco meno della metà degli europei continua a sostenere la guerra contro la Libia. La loro posizione si basa su informazioni inesatte. Credono, infatti, ancora che il “regime di Gheddafi” abbia soppresso nel sangue le manifestazioni di Bengasi di febbraio e che avrebbe bombardato i quartieri di Tripoli, mentre lo stesso colonnello avrebbe promesso di versare “fiumi di sangue” se i suoi connazionali continuavano a sfidare la sua autorità.

In due mesi di lavoro sul campo, ho potuto vedere di persona che queste accuse sono pura propaganda, ideate dalle potenze della NATO per creare le condizioni di una guerra, e diffuse in tutto il mondo dalle loro reti televisive al-Jazeera, Cnn, Bbc e France24.

Il lettore che non sa dove situarsi in questo dibattito e che, nonostante il lavaggio del cervello dell’11 settembre e delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, è riluttante a pensare che Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Qatar abbiano potuto fabbricare tali menzogne, tuttavia, può formarsi un’opinione nel corso del tempo. La NATO, la più grande coalizione militare della storia, non è riuscita in cinque mesi di attacchi a rovesciare colui che ha descritto come un “tiranno”. Ogni Venerdì, una grande manifestazione a sostegno del regime viene organizzata in una città diversa del paese, e tutti gli esperti, oggi, concordano sul fatto che il colonnello Gheddafi ha almeno il 90% del sostegno popolare in Tripolitania e il 70% in tutto il paese, incluso nelle zone “ribelli”. Queste persone sopportano ogni giorno i bombardamenti aerei, l’embargo e i combattimenti di terra. Non sosterrebbero mai, con la loro carne e il loro sangue, un individuo che avrebbe commesso crimini contro di loro, di cui viene accusato dalla “comunità internazionale”. La differenza tra coloro che in Occidente credono che Gheddafi sia un tiranno che ha fatto sparare sul suo popolo, e quelli che credono che in Libia credono sia eroe della lotta antimperialista, è che i primi vivono nell’illusione creata dalla propaganda TV, mentre gli altri hanno sul posto, l’esperienza della realtà.

Detto questo. Vi è una seconda illusione di cui sono vittime gli occidentali, e includo ormai nel campo “occidentale” non solo Israele, che ha sempre sostenuto di esserlo, ma anche le monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo e la Turchia, anche se sono delle culture orientali, hanno scelto questo campo: ancora credono che sia ancora possibile devastare un paese e uccidere il suo popolo senza conseguenze giuridiche. E’ vero che, fino ad ora, la giustizia internazionale è stata una giustizia dei vincitori e dei potenti. Ci si ricorda dei dignitari nazisti che apostrofavano i propri giudici a Norimberga, dicendogli che se il Reich avesse vinto la guerra, sarebbero stati i nazisti a essere i giudici, e gli Alleati che avrebbero dovuto rendere conto dei loro crimini di guerra. Più recentemente, abbiamo visto l’uso da parte della NATO del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, per cercare di giustificare a posteriori la guerra in Kosovo, come “la prima guerra umanitaria della storia”, secondo l’espressione Tony Blair. O ancora, come il Tribunale speciale per il Libano sia stato utilizzato per cercare di rovesciare il governo siriano e decapitare Hezbollah libanese, e probabilmente subito dopo accusare la Guardia rivoluzionaria iraniana. Per non parlare della Corte penale internazionale, braccio secolare delle potenze coloniali europee in Africa.

Tuttavia, lo sviluppo di strumenti e organi di giustizia internazionale nel ventesimo secolo si ha progressivamente istituito un ordine internazionale a cui le superpotenze si dovranno conformare, o che dovranno sabotare per sfuggire alle proprie responsabilità. Nel caso della Libia, ci sono innumerevoli violazioni del diritto internazionale. Eccone le principali, come sono state stabilita dal Comitato Tecnico Provvisorio, organo di coordinamento interministeriale libico, e descritte dall’avvocato della Jamahiriya araba libica, il francesi Marcel Ceccaldi [1], in varie conferenze stampa.

Le reti televisive che, sotto la spinta dei loro rispettivi governi, hanno prodotto false informazioni per spingere alla guerra, sono colpevoli di “crimini contro la pace”, come definito dalle pertinenti risoluzioni dell’Assemblea generale delle delle Nazioni Unite, adottate dopo la seconda guerra mondiale [2]. I giornalisti-propagandisti dovrebbero essere considerati ancor più colpevoli dei militari che hanno compiuto crimini di guerra o crimini contro l’umanità, nella misura in cui nessuno di questi crimini sarebbe stato possibile senza quello che l’ha preceduto, il “crimine contro la pace”.

I leader politici dell’Alleanza Atlantica che hanno dirottato la Risoluzione 1973 dai suoi scopi, per impegnarsi in una guerra di aggressione contro uno stato sovrano, sono personalmente responsabili davanti la giustizia internazionale. Secondo la giurisprudenza creata all’indomani della seconda guerra mondiale dal Tribunale di Tokyo, i crimini non sono il prodotto di Stati o organizzazioni, ma di singoli individui. Saccheggiare i beni di uno Stato, istituire un blocco navale e il bombardamento delle infrastrutture per far soffrire la popolazione, attaccare un esercito nelle sue caserme, ordinare di assassinare dei leader nemici e, in mancanza, terrorizzarli uccidendo le loro famiglie, sono anche dei crimini di guerra. Commetterli in modo sistematico, come nel caso di oggi, è un crimine contro l’umanità. Questo crimine è imprescrittibile, il che significa che Obama, Sarkozy, Cameron et Al-Thani saranno perseguiti dalla giustizia per il resto della loro vita.

La NATO, come organizzazione, è legalmente responsabile dei danni materiali e umani di questa guerra. Non c’è alcun dubbio giuridico che deve pagare, anche se sicuramente cercherà di invocare un privilegio di giurisdizione per sfuggire alle proprie responsabilità. Spetterà quindi all’Alleanza vedere come dividere il conto di questa guerra, tra i suoi Stati membri, anche se alcuni di essi sono sull’orlo della bancarotta. Seguiranno disastrose conseguenze economiche per i loro popoli, colpevoli di aver approvato questi crimini. E in una democrazia, nessuno può pretendere di essere innocente dai crimini commessi in suo nome.

La Giustizia Internazionale dovrà affrontare più specificamente il caso dell’”amministrazione” Sarkozy – ho usato qui questo anglicismo per sottolineare che oramai il presidente francese ha guidato direttamente la politica del suo governo, scavalcando il suo primo ministro. Infatti, la Francia ha giocato un ruolo centrale nella preparazione di questa guerra, nell’ottobre 2010, organizzando un fallito tentativo di colpo di stato militare, e poi attraverso la pianificazione, assieme al Regno Unito, già nel novembre 2010, del bombardamento della Libia e di uno sbarco, che allora si credeva possibile e, infine, partecipando attivamente ai disordini mortali a Bengasi, che hanno portato alla guerra. Inoltre, la Francia, più di ogni altra potenza, ha schierato sul terreno le proprie forze speciali, certamente senza le loro uniformi, e violato l’embargo sulle armi, rifornendo i ribelli, direttamente o tramite gli aerei del Qatar. Senza contare che la Francia ha violato il congelamento dei beni libici da parte delle Nazioni Unite, deviando parte della favolosa liquidità del Fondo sovrano libico a beneficio delle marionette del CNT, e a spese del popolo libico che credeva di assicurarsi il benessere dei propri figli, una volta esaurito il petrolio.

Questi signori della NATO, che speravano di sfuggire alla giustizia internazionale schiacciando in pochi giorni la loro vittima, la Libia, in modo tal che essa non sarebbe sopravvissuta per perseguirli, saranno disillusi. La Libia è ancora lì. Ha presentato denunce dinanzi alla Corte penale internazionale, ai tribunali belgi (competenti sulla NATO), la Corte europea di giustizia, le giurisdizioni nazionali degli stati aggressori. Conduce azioni davanti al Consiglio dei Diritti Umani di Ginevra, il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Non sarà possibile per le grandi potenze spegnere tutti questi incendi in una sola volta. Peggio ancora, gli argomenti che useranno per sottrarsi ai tribunali, gli si rivolteranno contro uno dopo l’altro. In poche settimane, in pochi mesi, se non riescono a distruggere Tripoli, non avranno altre scappatoie per evitare umilianti condanne che negoziare a caro prezzo il ritiro delle denunce.

di Thierry Meyssan
http://www.voltairenet.org/La-Libye-et-la-fin-des-illusions

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Tratto da: http://www.eurasia-rivista.org/la-libia-e-la-fine-delle-illusioni-occidentali/10734/

Note:
[1] Mettendo fine alla confusione che regnava all’inizio della guerra, quando diversi ministeri ingaggiarono avvocati diversi per dei procedimenti disordinati, la Libia ha nominato Marcel Ceccaldi a luglio, per supervisionare tutti i procedimenti in corso.
[2] «Les journalistes qui pratiquent la propagande de guerre devront rendre des comptes», Thierry Meyssan, Réseau Voltaire, 14 agosto 2011.