venerdì 9 dicembre 2011

L’Italia ritorna (?) ad essere una colonia


La fase internazionale di pieno fermento che stiamo vivendo è quasi in netto contrasto con la situazione italiana, che invece sembra decisamente avviarsi verso un rapido declino. L’insediamento del nuovo governo tecnico ha messo in chiaro ciò che molti dei nostri redattori e collaboratori andavano sostenendo ormai da almeno dieci mesi nelle testate o nei siti che raccoglievano le loro impressioni ed analisi. L’Italia è un Paese a sovranità quasi inesistente. Da oggi anche la sovranità formale del popolo (espressa attraverso le elezioni e la rappresentanza parlamentare) è venuta meno. Ogni record è stato battuto. Nessun governo tecnico, infatti, ha mai avuto il tempo di formarsi in appena dieci giorni, dalla nomina a senatore a vita dell’ex commissario europeo Mario Monti alla presentazione dei ministri del suo esecutivo dinnanzi al presidente della Repubblica. Proprio Napolitano, eletto uomo italiano dell’anno da numerosi osservatori negli Stati Uniti, può essere ridefinito il deus ex machina della politica italiana in questo 2011 così pesantemente e negativamente decisivo ai fini della determinazione delle sorti nazionali.

Il deciso piglio all’interventismo neo-coloniale durante la crisi libica, dove persino i falchi del centro-destra, tradizionalmente e culturalmente legati all’ideologia atlantica e alle ragioni della Nato, avevano esitato a dare il proprio convinto assenso, e l’ultimo determinato appello alla rapidità del regime-change, hanno contribuito a condurre il sistema Paese dalla padella alla brace. Quella che molti giornali legati alla “sinistra” riformista e borghese, denunciavano come la “scarsa credibilità internazionale” di Berlusconi, in seguito alle sue presunte frequentazioni di escort e prostitute, andava tradotta con un termine più preciso: ricattabilità. L’ex presidente del Consiglio dei Ministri era ormai in balìa delle pressioni internazionali più forti, a cominciare da quelle operate da Washington.

Il volta-gabbanismo nei confronti di Gheddafi rappresenta l’emblema di un “vorrei ma non posso” che ha contraddistinto nei fatti tutti gli ultimi tre anni della politica interna ed estera italiana. “Vorrei salvare la Piccola e Media Industria ma non posso”, “vorrei fornire un credito di Stato diretto a famiglie e piccole imprese senza passare per il filtro delle banche ma non posso”, “vorrei portare a termine l’accordo per il South-Stream con Putin ed Erdogan ma non posso”. Potremmo continuare per ore, ma bastino questi eloquenti esempi per comprendere tutta la portata di una simile condizione di inferiorità e sub-dominanza personale di Berlusconi come leder politico e di governo, a cui corrispondeva quasi perfettamente la condizione di inferiorità e sub-dominanza strategica ed economica dell’Italia come nazione, iniziata nel 1947-1948 con l’inclusione di Roma nel Piano Marshall, la vittoria democristiana e la conseguente adesione alla Nato (1949), e poi aggravatasi lungo gli ultimi trent’anni, sino all’incrinatura decisiva nel biennio post-Tangentopoli 1992-‘93. Da allora, in particolar modo, l’Italia è diventata un non-Stato, un agglomerato formale ma non sostanziale, amministrativo ma non esecutivo, geografico ma non geopolitico.

L’ingresso in politica di Silvio Berlusconi nel 1994, non era affatto previsto e scontato, e contribuì a creare un’improvvisata scialuppa di salvataggio per buona parte della classe dirigente del vecchio Pentapartito, sbaragliato dalle inchieste – ancora tutte da chiarire e da comprendere – della Magistratura. Tuttavia, Berlusconi non era un politico, ma un uomo dell’impresa, un abile manager nei settori dell’edilizia, prima, e dell’editoria, poi. Nulla di più. La sua confidenza con la politica era pressoché nulla, e ad instradarlo nella direzione governativa del Paese, furono i suoi principali uomini di fiducia, oltre ad alcuni presumibili falchi del vecchio ordine industriale a partecipazione statale, ormai disossato dallo smantellamento dell’IRI nella tragica stagione delle privatizzazioni inaugurata dai due governi Amato e Ciampi, e proseguita dai governi di centro-sinistra di Prodi e D’Alema. Berlusconi era perciò un non-statista per un non-Stato. Malgrado la vittoria nel 1994, la sua affermazione politica definitiva non giunse prima del 2001, quando poté avviare un vero governo stabile e non più condizionato dagli umori ballerini e “movimentisti” di una Lega Nord ormai pienamente istituzionalizzata, pronta a giocare un suo ruolo di ago della bilancia nel teatrino di questa finzione politica tutta nostrana.

Complice una cultura popolare che spesso mescola la passione sportiva con le discussioni emerse tra i banchi della Camera e del Senato, Berlusconi si adeguò al clima e cominciò a descrivere il suo programma come un grottesco tentativo di resistenza a fantomatici “comunisti”. Nel frattempo, infatti, l’ex entourage quasi al completo del PCI aveva passato il giro di boa del biennio 1989-1991 non senza modificazioni drastiche ed indolori, portando a compimento un percorso di trasformazione che alcuni collocano addirittura alla metà degli anni Settanta, quando Berlinguer ed Ingrao conquistarono l’egemonia politica e culturale all’interno del Partito, ai danni della “destra” di Amendola e dei “filo-sovietici” di Cossutta. L’euro-comunismo, un progetto che aveva visto in Enrico Berlinguer un protagonista attivissimo, stava strappando quasi tutti i partiti comunisti del blocco occidentale dalle “grinfie” dell’Urss, finendo col generare autentici mostri politici, organismi geneticamente modificati e centauri con le gambe da comunista e la testa da liberale.

Si trattava di una generazione politica, cresciuta con i pantaloni a zampa d’elefante, che non di rado guardava con simpatia al mondo presunto “libero”, e soprattutto a quella New Left nata tra le fila dei notabili e facoltosi ambienti universitari degli Stati Uniti, aprendo alla Nato ed accettandone de facto la presenza militare. Tra questa schiera di rampolli si annoveravano personaggi poi risultati decisivi: Valter Veltroni, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Pierluigi Bersani e tutta la compatta squadriglia che avrebbe sostenuto e difeso senza riserve Achille Occhetto durante la svolta della Bolognina e la conseguente fondazione del PDS. La rimozione della falce e del martello, dunque, aveva soltanto sancito sul piano iconografico ciò che era già stato stabilito da tempo sul piano politico e culturale.

Unica forza politica che mai rispose in sede processuale durante l’inchiesta di Tangentopoli, questa nuova “gioiosa macchina da guerra” non aveva fatto i conti con quella maggioranza silenziosa che ancora vedeva nei suoi rappresentanti i “vecchi comunisti” di un tempo, pronti a sovvertire l’Italia del ceto medio “tranquillo”, “cattolico” e “conservatore”. Poco importava loro se nel frattempo quel partito era passato dal ruolo di referente principale di Mosca a quello di referente privilegiato di Washington, o che avesse cominciato a costruire il progetto dell’Ulivo, assieme a personaggi semi-sconosciuti e ad esponenti minori della vecchia Democrazia Cristiana come Romano Prodi (già in Goldman-Sachs e presidente dell’IRI nella fase di smantellamento), Pierluigi Castagnetti, Arturo Parisi, Dario Franceschini ed Enrico Letta (già in Goldman-Sachs e nella Commissione Trilaterale). L’inesauribile clima tutto italiano in tipico stile “Peppone e Don Camillo” ebbe la meglio, e l’alleanza tra Berlusconi e la nuova generazione post-missina capeggiata da Gianfranco Fini contribuì ad inasprire il clima della contrapposizione tra accuse di “fascismo” e di “comunismo”.

Ovviamente, a distanza di diciotto anni, sappiamo che nulla di tutto quanto veniva sbandierato era vero, ed il grandissimo ed imperscrutabile velo posto sopra le reali ragioni della contrapposizione è stato oggi definitivamente strappato via. Negli ultimi undici mesi lo scenario si è fatto notevolmente più limpido: il Partito Democratico, nato tre anni fa dalla definitiva fusione interna all’Ulivo (DS e Margherita), spinge per il governo tecnico e per l’interventismo della Nato ben oltre il tradizionale atlantismo di Berlusconi e Frattini, la Lega si oppone alla guerra in Libia, mentre Fini ha addirittura costituito un partito di chiare tendenze liberal-conservatrici (Futuro e Libertà per l’Italia) che ha scavalcato Berlusconi dal centro, creando una crepa pesantissima nel governo e compattandosi coi falchi centristi, promotori del governo tecnico, in un’alleanza definita Terzo Polo che lo vede impegnato al fianco di Casini, di Montezemolo e dell’immancabile Rutelli, ex radicale, ex ambientalista, ex ulivista ed ora neofita centrista con la sua creatura API.

La recente dichiarazione di Bersani, secondo cui è l’ora in cui la politica deve lasciare spazio alla “tecnica amministrativa”, sancisce ancora di più lo spaventoso vuoto politico, ideologico e culturale che (in)anima il Partito Democratico: una creatura informe quando non deforme, senza programma, senza un elettorato di rappresentanza (esclusi i voti clientelari della funzione pubblica e qualche nostalgico privo di coscienza politica) e senza una pur striminzita idea di riformismo in chiave social-democratica. Il suo ruolo pare essere quello di testimoniare in via permanente nel nostro Paese i “successi” politici di “grandi democratici” come Bill Clinton e Barack Obama, due criminali di guerra che il popolo serbo e il popolo libico ricorderanno senz’altro come i principali carnefici nel quadro di un’alleanza militare tra le più aggressive ed imperialiste della storia, ovvero quella Nato che – tra installazioni logistiche e basi vere e proprie – ancora oggi occupa il nostro territorio con oltre 110 avamposti militari, e che impedisce de facto qualunque sovranità politica, economica, strategica e perfino giuridica al nostro Paese.

Ogni istituzione pare non riuscire ad eludere il controllo asfissiante di questa struttura opprimente che ogni giorno di più trasuda i pericolosi e catastrofici progetti imperialisti degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, mascherati attraverso il filtro mediatico delle “cause umanitarie”. Chi crede ancora alla tragicomica storiella relativa al sali-scendi del fantomatico spread, come se la finanza rappresentasse una dimensione iper-uranica che detta vincoli e condizioni alle masse dall’alto, probabilmente risente pesantemente della droga mentale che i teorici del capitalismo e dell’unipolarismo statunitense gli hanno somministrato in grandi quantità negli anni Ottanta e Novanta, quando la ricetta individuata per risolvere i disastri causati da istituti finanziari e management industriali decotti finiva con l’essere il drastico taglio alla spesa sociale, all’impiego e al lavoro dipendente: una cultura liberista, recitata come un mantra e ripetuta come una liturgia, in base alla quale la stabilità dell’intero sistema economico andrebbe privilegiata rispetto alla sicurezza sociale della popolazione. Tutto ciò, naturalmente, “per il bene della collettività”. In poche parole, dovremmo darci una martellata sulle dita, sorridendo e felicitandoci del fatto che tra qualche anno qualcuno ci porterà un cubetto di ghiaccio per alleviarci la lesione procurata. Nel frattempo, le nostre dita ovvero le nostre condizioni sociali saranno distrutte, i settori strategici e produttivi del nostro Paese saranno completamente dismessi e inghiottiti da qualche polo economico-strategico statunitense o nord-europeo e il lavoro diventerà, specie fra le giovani generazioni, un vero e proprio gioco al massacro e alla competizione.

Eppure, tutti i partiti che oggi appoggiano il governo tecnico, a cominciare dal PD e dall’UDC, cercano di difendere l’operato di questo esecutivo e di ribadire in tutti i modi la necessità di dover sacrificarsi per una “missione” più grande: quella di mantenere in piedi l’Euro, che a questo punto diventa una specie di divinità, un totem che deve vederci ballare attorno a sé, doloranti ma soddisfatti. Una dittatura mediatica, culturale e politica che Orwell, se fosse stato in buona fede (e non una voce della propaganda imperialista degli anni Cinquanta), avrebbe senz’altro riferito al mondo atlantico piuttosto che a quello sovietico: un mondo in cui i concetti e i vocaboli vengono relativizzati, manipolati in continuazione a seconda degli interessi occidentali, in barba alla sovranità degli altri Stati e degli altri popoli. Essi non contano, anzi, in alcuni casi, sono persino “canaglie” da eliminare e distruggere con interventi unilaterali in ogni caso, ed al più corretti da un multilateralismo di facciata, in cui l’Europa e l’Italia in particolare, hanno lo stesso peso di un due di briscola e una quasi totale incapacità di smarcamento dai progetti di espansionismo strategico e di egemonizzazione capitalistica che animano la Casa Bianca. Ormai Washington può dormire sonni tranquilli: con i nuovi ministri alla Difesa, l’Ammiraglio della Nato Di Paola, e agli esteri, l’ex ambasciatore italiano negli Stati Uniti e in Israele Terzi di Sant’Agata, tutto sarà rimesso in carreggiata. L’Italia, dopo due anni e mezzo di timidi e pavidi tentativi sovranisti, si appresa a ridiventare la fedelissima portaerei nord-atlantica nel Mediterraneo.

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