domenica 18 settembre 2011

Usa e Israele al lavoro per impedire il voto sulla Palestina

Lieberman minaccia: “Riconoscimento di uno Stato sarebbe destinato ad avere conseguenze gravi e dure da parte d’Israele”

Con l’avvicinarsi della prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite anche la questione palestinese torna ad essere in primo piano nelle agende politiche di tutto il mondo. Dovrebbe svolgersi, infatti, proprio nel corso del prossimo incontro al Palazzo di Vetro di New York la votazione dei membri dell’Onu sul riconoscimento unilaterale di uno stato di Palestina, proposto dal presidente dell’Anp Mahmud Abbas dopo il fallimento degli ultimi colloqui di pace con Israele.

Sulla questione il capo di Stato Usa, Barack Hussein Obama, si è espresso già due giorni fa senza mezzi termini sottolineando la completa contrarietà della Casa Bianca a questa iniziativa.

“Ciò che avverrà a New York potrebbe anche attirare l’attenzione dei media, ma non cambierà ciò che accade sul campo finché gli israeliani e i palestinesi non negozieranno un accordo di pace. Questa è la nostra posizione e non cambia”, sono state le parole del presidente nordamericano.

E mentre gli Stati Uniti appaiono decisi nel sostenere la linea condivisa con il governo israeliano, altrettanto per fortuna non accade in Europa, dove sono già stati molti i Paesi che si sono espressi a favore del riconoscimento. A fare appello all’unità dei 27, però, facendosi allo stesso tempo portavoce della volontà di Tel Aviv e Washington nel Vecchio Continente, è stato il ministro degli Esteri nostrano Franco Frattini. Il titolare della Farnesina, dopo aver lanciato un appello volto a “evitare che l’Ue dia la sensazione di non comprendere quelle fortissime attese che vengono da Israele”, ha avanzato una proposta studiata dal Quartetto per il Vicino Oriente per rilanciare i colloqui di pace a dir poco ridicola.

Tale soluzione prevede infatti “un ritorno ai confini del 1967 con scambi di territori, il riconoscimento di Israele quale Stato ebraico o del popolo ebraico, la normalizzazione dei rapporti fra stati della Lega araba e Israele”. In sostanza la proposta prevede che tutte le richieste avanzate da Tel Aviv siano approvate in fase preliminare e lascia che quelle fatte invece dalla parte palestinese vengano discusse solo dopo la ripresa dei negoziati. In questo modo anche qualora il processo di pace dovesse arrestarsi di nuovo Israele avrebbe già ottenuto tutto, o quasi, ciò che voleva. E mentre per scongiurare l’ormai prossima votazione gli Usa inviano i propri emissari in Palestina in cerca di un accordo dell’ultima ora, il governo di Tel Aviv fa quello che sa fare meglio: minaccia. “Un voto all’Onu sulla richiesta di riconoscimento di uno Stato sarebbe destinato ad avere conseguenze gravi e dure da parte d’Israele”, ha dichiarato ieri il responsabile della diplomazia del governo di Netanyahu, Avigdor Lieberman, a margine d’un incontro con la responsabile della diplomazia dell’Ue, Catherine Ashton. Non certo un atteggiamento degno di quella che da molti è definita “l’unica democrazia del Vicino Oriente”.

di Matteo Bernabei

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