martedì 6 settembre 2011

LA LEZIONE DI PYONGYANG


Lo scorso 22 marzo, un rappresentante del Ministero degli Esteri del governo della Corea del Nord affermava in una nota ufficiale:

“L’attuale crisi libica insegna alla comunità internazionale una seria lezione. È stato dimostrato al mondo che lo smantellamento nucleare della Libia, a lungo propagandato dagli Usa in passato, si è rivelato una modalità di aggressione con cui questi hanno blandito quella nazione con parole molto ‘dolci’ quali ‘garanzia di sicurezza’ e ‘miglioramento delle relazioni’ per disarmarla e poi inghiottirla con la forza […] Ancora una volta viene dimostrata la verità storica per cui la pace può essere preservata soltanto costruendo una propria forza, fino a quando nel mondo si presenteranno comportamenti arbitrari e prepotenti […] La Repubblica Democratica Popolare di Corea molto semplicemente ha intrapreso la strada del Songun, e la capacità difensiva militare costruita in quest’ottica, rappresenta un deterrente fondamentale al fine di evitare una guerra e di difendere la pace e la stabilità nella Penisola Coreana”1

Se per la Repubblica Democratica Popolare di Corea, guidata da Kim Jong Il, la dottrina strategica del Songun (trad.: L’esercito innanzitutto) sembra aver effettivamente indicato la quadratura del cerchio nel bilanciamento tra rivendicazioni politiche di matrice leninista/antimperialista e realismo geo-strategico, tutti gli altri attori internazionali inseriti nella famosa lista nera dei cosiddetti “Stati canaglia”, redatta dal Pentagono, sembrano aver recepito malissimo le lezioni della storia. Ultimo nell’elenco, la Libia di Gheddafi, al quale si deve necessariamente rimproverare un eccessivo ammorbidimento nel quadro dei rapporti internazionali con i Paesi della Nato.

Sia chiaro: non ci riferiamo in alcun modo alle peraltro ridicole tesi in voga nella sinistra radicale del “Gheddafi compromesso con il capitalismo europeo” o altre simili idiozie ancora fondate su una tipologia di dialettica “capitale-lavoro” infantile, vecchia, anacronistica e priva di alcun “contatto teorico” sia con la realtà storico-politica delineatasi a partire dal secondo dopoguerra, sia (e a maggior ragione) con la realtà storico-politica della nuova fase nata dai due principali sconvolgimenti degli ultimi trenta anni: la rivoluzione post-fordiana (1975-1985) e l’avvio della fase unipolare (1989-1991).

Il declinante ruolo dell’Urss di Gorbaciov, prossima al cedimento totale, aveva aperto al strada all’intervento in Iraq, dimostrando – proprio in uno scenario divenuto centrale almeno a partire dal 1967, come quello mediorientale – come il campo dei rapporti di forza internazionali fosse in via di progressiva ridefinizione, sino al suo totale reset. L’operazione Desert Storm, che aprì la prima Guerra del Golfo, inaugurò una nuova stagione strategica: lo sfondamento simultaneo terra-aria e l’integrazione informatica nei sistemi d’arma, misero in campo le prime novità introdotte dalla Revolution in Military Affairs comparsa negli anni Ottanta, che i Sovietici avevano soltanto potuto cogliere – grazie alle intuizioni del generale Nikolaj Ogarkov – poco prima del collasso del loro Stato.

Da allora, gli Stati Uniti hanno avviato una vasta fase di interventi a carattere “umanitario”, cercando di allacciare le dottrine strategiche e le necessità di espansione della propria sfera d’influenza alle ragioni storiche di una globalizzazione economica pensata come deterministica e totalizzante. Tutto ciò ha mostrato i suoi limiti ed appare ormai evidente come la parabola discendente avviata poco dopo gli interventi in Afghanistan e in Iraq, stia rimettendo in discussione gran parte delle certezze su cui l’unica super-potenza rimasta al mondo fondava la propria politica internazionale.

Il passaggio è stato brusco, la fase di transizione molto più veloce di quel che si pensi: giusto il tempo di prendere atto della situazione, per silurare Rumsfeld ed imporre Gates (2006), creare un nuovo organismo militare in Africa (2008), dimenticare Bush e fare largo ad Obama (2009), e, in sostanza, rispedire i neo-cons in soffitta e richiamare Zbigniew Brzezinski nella stanza dei bottoni.

Il fronte della contrapposizione cambia notevolmente: abbiamo già parlato della radicale inversione di tendenza nella percezione del “mondo islamico”, ieri additato come un vasto e mostruoso luogo del pianeta agguerrito e compatto contro l’Occidente, oggi svelato nella sua fragilità interna dalla cosiddetta “primavera araba”, abilmente cavalcata, se non addirittura manovrata, dalla Casa Bianca – assieme ad Ankara – per rimescolare le carte nel Nord Africa ed in Medio Oriente, in chiara e palese funzione anti-cinese ed anti-russa, spostando così la spirale degli archi di crisi dalla massa eurasiatica agli scenari afro-mediterranei.

Non cambiano, ovviamente, la “filosofia strategica” e l’obiettivo a lungo termine di Washington: farsi largo attraverso la l’ingerenza e l’intromissione (dal soft-power delle “rivoluzioni colorate” all’hard-power dell’aggressione militare) ed imporre l’egemonia degli Stati Uniti nel mondo intero.

L’avanzamento risulta evidente: i governi ormai “decotti” o le sempre più precarie integrità territoriali di Tunisia, Sudan, Egitto e Libia cadono uno dopo l’altro sotto i colpi di pesanti destabilizzazioni (militari o “referendarie”), spianando la strada all’Islam politico, assecondando i progetti neo-ottomani di Erdogan e Davutoglu, ed accerchiando la Siria, ultimo baluardo dell’ormai lontana stagione ba’athista, nonché unico serio e solido alleato della Russia in Medio Oriente.

Dei nove “Rogue States” (Stati canaglia) definiti, con varie revisioni, da George W. Bush nel 2001 – Iran, Iraq, Sudan, Siria, Corea del Nord, Libia, Cuba, Pakistan, Afghanistan – soltanto quattro si trovano attualmente nelle stesse condizioni politiche e territoriali dell’epoca: Siria, Iran, Corea del Nord e Cuba. Tutti gli altri regimi politici elencati sono stati eliminati o pesantemente indeboliti da ingerenze (politiche e/o militari) statunitensi, ad eccezione del Pakistan, depennato dalla lista dopo aver deciso di collaborare con Washington nella guerra al “terrorismo internazionale”.

Se si esclude dunque Islamabad, ormai blindato partner della Cina (Pechino, addirittura, ha pubblicamente dichiarato pochi mesi fa che qualunque aggressione al territorio pakistano sarà considerata un’aggressione al territorio cinese), appare evidente come, dopo l’aggressione alla Libia, l’obiettivo principale della Nato si stia spostando verso la Siria, già pesantemente messa sotto accusa dopo le recenti rivolte interne represse alcune settimane fa.

L’asilo politico concesso da Ankara all’opposizione in esilio, non lascia sperare nulla di buono, ed è presumibile che entro poco tempo Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Turchia tornino a proporre una nuova risoluzione in sede Onu per ricevere un altro mandato internazionale che autorizzi un intervento contro Damasco. In questo caso, lo scontro militare assumerebbe proporzioni ben più significative ed addirittura più catastrofiche, vista l’indubbia superiorità strategica della Siria di Assad nei confronti della Libia di Gheddafi.

Tuttavia, sarà opportuno mostrare i muscoli. Come ha ricordato la Corea del Nord, bisogna trarre un insegnamento dalla crisi libica: non è possibile scendere a patti con l’imperialismo degli Stati Uniti, e anche qualora si intenda trattare commercialmente con uno o più Paesi dell’area Nato per finalità di mutuo vantaggio, è sempre necessario tenere una mano al portafogli e l’altra sul bottone di detonazione. Non è ammissibile accettare diktat in merito alla dottrina strategica, dacché qualunque cedimento su questo terreno espone soprattutto gli Stati più piccoli all’ingresso in un tunnel senza uscita, dove Washington accompagna i propri obiettivi per mano, spogliandoli ed indebolendoli all’interno di un angusto angolo, per poi aggredirli e bombardarli senza alcuna riserva.

Destinare almeno il 30% del PIL alla spesa militare, sviluppare un forte programma di finanziamento (anche ricorrendo allo stimolo di un’iniziativa “privata” nazionale, sottoposta ai vincoli dello Stato) nei settori della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico, integrare programmi nucleari civili e militari, rispondere ad ogni mossa, non cedere neanche un millimetro della propria sovranità nazionale conquistata in secoli e decenni di sacrifici e fatiche, imporre il terrore a chiunque osi mettere in discussione l’integrità territoriale e la stabilità politica degli Stati non-ingerenti ed emergenti sullo scenario internazionale, pretendere una relativa reciprocità nel quadro dei rapporti bilaterali in base ai principi della non-ingerenza e della coesistenza pacifica, nella consapevolezza che gli Stati Uniti ed i loro alleati europei – già artefici del colonialismo e di migliaia di aggressioni nei cinque continenti – non rispetteranno mai questi principi sino in fondo, ma sapranno strumentalizzarli per ottenere un largo consenso dinnanzi alle proprie popolazioni, salvo poi aggirarli con complicati e contraddittori (ma efficaci) espedienti retorici, mediatici e giuridici: questa è la lezione che Pyongyang ha tratto in base alla sua particolare esperienza storica, cominciata con le feroci aggressioni imperialiste del Giappone, prima, e degli Stati Uniti, poi.

E questa particolare sensibilità strategica, per quanto specifica e peculiare alla realtà nazionale nord-coreana, va indubbiamente recepita ed assimilata nel suo più profondo senso teorico-scientifico da tutti i leader politici che intendano affrontare questa fase storica per uscirne integri.

Nota:
1 (cit.) D. GRISWOLD, Koreans say Libya proves need for strong defense, Workers World, 8 aprile 2011
di Andrea Fais - Fonte: http://www.conflittiestrategie.it/2011/09/03/la-lezione-di-pyongyang/
Tratto da: http://www.stampalibera.com/?p=30760

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