mercoledì 21 settembre 2011

Dalle agenzie di rating attacco concentrico all’Italia


Con la sua tradizionale tempestività, l’agenzia statunitense Standard&Poor’s ha declassato il rating, ossia il giudizio, sulla capacità futura dell’Italia di fare fronte all’impegno finanziario per rimborsare il debito pubblico. Il rating è così passato da “A+” ad un semplice “A” mentre è stato confermato un Outlook negativo per la più generale situazione dell’economia italiana. Tre giorni fa Moody’s aveva abbassato il rating sulla solvibilità degli enti locali a seguito della manovra aggiuntiva. Quella manovra che ha drasticamente ridotto i trasferimenti di risorse dal governo centrale a regioni, province e comuni.

Il declassamento che è stato comunicato lunedì sera per amplificarne gli effetti sull’apertura delle Borse, cosa puntualmente verificatasi, se viene collegato a quello fatto in precedenza da Moody’s, evidenzia che l’Italia si trova sottoposto ad un attacco concentrico che ha come obiettivo i nostri titoli di Stato, in particolare i Btp decennali e il governo in carica che nelle intenzioni della finanza angloamericana dovrebbe essere sostituito da un governo “tecnico” che completi il processo di privatizzazione delle aziende pubbliche, in primis Eni, Enel e Finmeccanica, che ci garantiscono la possibilità di esercitare un minimo di una autonoma politica estera. Mentre crollava il valore di mercato dei Btp, il differenziale con i Bund tedeschi dopo aver toccato i 399 punti chiudeva così a 392,87.

In ogni caso, anche se Berlusconi ci sta mettendo molto di suo per essere rovesciato, soltanto ad uno sprovveduto può sfuggire il fatto che gli attacchi all’Italia da parte delle agenzie di rating Usa, e in parallelo quelle della finanza anglo-americana, hanno come obiettivo finale l’euro che, al di là del giudizio negativo che si deve avere nei suoi confronti come strumento pensato per svuotare di sovranità gli Stati nazionali, rappresenta una reale alternativa alla supremazia di fatto del dollaro come moneta di riferimento nelle transazioni internazionali. L’Italia rappresenta infatti una preda molto più appetibile per gli speculatori e per gli strateghi anglo-americani di quanto possano essere Paesi come Irlanda, Spagna, Portogallo e Grecia. Siamo infatti una delle prime quattro economie continentali, se crolliamo noi, salta tutto il sistema della moneta unica. Se salta la Grecia, aveva ammonito Angela Merkel, salta pure l’Unione europea e l’euro. Figuriamoci l’Italia. Standard&Poor’s si è giustificata precisando che pure la bassa crescita dell’economia prevista per i prossimi anni, con uno 0,7% annuo di media (contro l’1,3% inizialmente previsto) fino al 2014, quindi le minori entrate contributive e fiscali, ha contribuito al declassamento.

Ma resta comunque la sensazione, per non dire la certezza, che i giudizi delle agenzie Usa siano mirati e rispondano al famoso dettato: “marciare divisi per colpire uniti”. In giornata S&P è tornata alla carica e un suo analista ha annunciato che nei prossimi 12-18 mesi, ci potrebbe essere un nuovo taglio del rating se non ci sarà un'accelerazione della crescita, che la stessa S&P esclude. Molti si rendono conto solo ora che il problema delle agenzie di rating dipende dal ruolo abnorme e spropositato che hanno assunto nel corso degli ultimi anni nell’indirizzare le scelte di investimento di tutta una serie di banche e società finanziarie loro clienti e che ad esse si affidano. Ma come tutte le strutture composte da uomini i loro giudizi, quando non sono volutamente campati in aria, devono essere presi con le dovute cautele. Dominique Strauss Kahn, ex direttore del Fondo monetario internazionale, prima di perdere la carica a causa del suo clintoniano “rapporto inappropriato”, aveva invitato a non prenderle troppo sul serio. Del resto Moody’s, prima della crisi finanziaria del 2007-2008, giurava e spergiurava sulla solidità finanziaria e patrimoniale della poi fallita banca d’affari Lehman Brothers. Lo stesso segretario al Tesoro Usa, Timothy Geithner, unitamente a Barack Obama, era rimasto piuttosto scocciato quando nell’aprile scorso Standard&Poor’s aveva tagliato la tripla A al debito federale, che rappresenta il massimo grado di solvibilità. Una mossa peraltro scontata visto che il debito Usa è pari al 100% del Prodotto interno lordo, che sale al 130% con quello degli enti locali e che in agosto il Congresso ha alzato il livello legale del debito. La presa di posizione di Geithner è stata peraltro dovuta ad un errore di 2 mila miliardi di dollari che S&P avrebbe compiuto nei suoi calcoli. Se si pensa che il PIL Usa è pari a 14 mila miliardi di dollari non è una cifra da poco. Così in Italia, alla denuncia delle associazioni dei consumatori, si sono aggiunte le inchieste di alcune procure per “abuso di informazioni privilegiate” e “turbative di mercato”. In particolare Adusbef e Federconsumatori hanno accusato le agenzie di rating (la terza più nota è Fitch) di operare in una situazione di conflitto di interesse a causa dei loro rapporti di consulenza con fondi speculativi e banche di affari. Un fatto che inficia la loro credibilità ma che è tale da provocare sconquassi sui mercati. I Governi europei dovrebbero quindi imporre rigidi paletti e regole urgenti all'operato di una “cupola” (di tipo mafioso) che, dopo aver imposto manovre alla lacrime e sangue, vuole portare l'Europa e l'euro alla bancarotta per mere finalità speculative.

Contro l’Italia si è mosso anche il Fmi che ha visto al ribasso le previsioni di crescita della nostra economia quest’anno (+0,6%) e nel 2012 (+0,3%). Calerà invece l’inflazione dal 2,6% all’1,6%. La crescita bassa, insiste il Fmi, deve spingere il governo a continuare nell’opera di risanamento del bilancio. Andrà meglio per il disavanzo che a fine anno sarà al 4%, nel 2012 al 2,4% e nel 2013 all’1,1%. Per l’Italia vede nero pure l’economista francese Jacques Attali, ex consigliere di Mitterrand. A suo avviso dopo la Grecia chi rischia di più è l’Italia che ha un enorme debito pubblico, non riesce a varare leggi adeguate e non è più credibile nel realizzare le riforme, tipo rendere il lavoro più flessibile e precario e tagliare le pensioni. L'Italia, ha concluso, è un Paese molto ricco ma uno Stato molto povero. Ma se crolla l’Italia, ha avvertito, crolla tutta l’Europa.

di Filippo Ghira
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=10456

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