giovedì 11 agosto 2011

COME 10.000 MANIFESTANTI SI MOLTIPLICANO DURANTE LA NOTTE PER DIVENTARE 500.000


La storia di Hama

Questo luglio ho fatto un viaggio in Siria, col proposito di scoprire le origini l’attuale conflitto politico.

Ho potuto vagare nel paese in piena libertà, da Dera, Damasco, Homs, Hama, Maraat-an-Numan, Jisr-al-Shigur, sul confine turco, persino a Deir-ez-Sor, tutti posti dove i media avevano segnalato scoppi di violenza.

Ho potuto testimoniare le differenti lotte interne, alcune erano violente e avevano obbiettivi completamente differenti da quelli dei pacifisti democratici. La Fratellanza Musulmana, ad esempio, cerca di realizzare una repubblica islamica, dove poter a turno terrorizzare i cristiani e le altre minoranze.

E ancora, oltre lo scopo della mia ricerca, mi sono sorpreso che l’immagine della Siria, ritratta dai media occidentali come una nazione in preda a una rivoluzione in piena regola, non corrispondesse in alcun modo alla realtà della situazione.

Piuttosto i movimenti di protesta su larga scala hanno esaurito le proprie forze, anche a causa della repressione, e per questo le manifestazioni di questi giorni hanno radunato al massimo qualche centinaio di persone, generalmente concentrate vicino alle moschee, con addosso il marchio dell’influenza islamica.

Quindi, solo nella città di Hama, caposaldo culturale della Fratellanza Musulmana sotto stato di assedio, si possono trovare forti contestazioni.

Centro di una violenta rivolta nel 1982 che fu schiacciata da Hafez al-Assad, padre dell’attuale presidente, Hama è oggi circondata da una pesante corazza. Questo perché il governo ha deciso di evitare il bagno di sangue, per paura delle ripercussioni della comunità internazionale.

Venerdì 15 luglio sono entrato a Hama. Molto rapidamente sono stato circondato dai giovani di ronda. Dopo aver presentare il mio passaporto belga, la situazione si è calmata: “Belgicaa! Belgicaa!”; visto che ero l’unico osservatore straniero sul posto, mi hanno scortato dai contestatori. E il pezzo forte è stato raggiungere la cima di un’altura, da dove ho fatto una serie di foto per testimoniare le dimensioni della debacle.

Su piazza Asidi, alla fine dell’ampia El-Alamein Avenue, le preghiere sono terminate al suono di migliaia di persone che sono apparse da tutta la città, uniti nel grido di sfida, “Allah Akbar!”

La stessa notte del 15 luglio ho ricevuto notizie dell’AFP che annunciava contestazioni in tutta la Siria, dei quali 500.000 nella sola Hama.

In Hama comunque, non potevano essere più di diecimila.

Questa “informazione” era ancora più assurda per il fatto che la città di Hama ha solo 370.000 abitanti.

È ovvio che ci sia sempre un margine di errore e i numeri discordano a seconda delle fonti, le stime non sono mai davvero precise.

Ma in questo caso non si tratta di una semplice stima: è solo sfacciata disinformazione, propaganda se si vuol essere cortesi. Cinquecentomila manifestanti possono riuscire a scalzare le fondamenta di un regime, diecimila invece non hanno impatto.

Inoltre, tutte le “informazioni” sulla situazione siriana vengono distorte in modo analogo oramai da mesi.

Quali fonti cita l’AgenceFrancePresse (AFP)?

La stessa che compare sistematicamente in tutti i media e che è diventato un vero monopolio sulle proteste siriane: il Sirian Observatory for Human Rights (SOHR).

Dietro questa patina di rispettabilità e professionismo, si nasconde un’organizzazione con sede a Londra, il cui presidente altri non è che Rami Abdel Raman, un uomo che si è schierato con forza contro il regime Baath, che è blandamente collegato alla Fratellanza Musulmana.

Per questo, da molti mesi a questa parte, i media occidentali hanno diffuso una realtà editata, corretta da una sola fonte che su cui nessuno ritiene necessario, almeno sembra, farsi delle domande.

Questo ritratto di una Siria in piena rivoluzione e di un partito Baath in pericolo non corrisponde in alcun modo alla realtà, mentre il governo tiene il controllo della situazione e quello che è rimasto delle proteste è stato alla fine frammentato ed è diventato molto marginale.

Ma le conseguenze di quest’ultimo caso di disinformazione sulla Siria sono arrivate lontano: le lezioni di Timisoara, del Golfo Persico o gli eventi in Yugoslavia non sono state ben apprese. E ancora i media europei continuano a essere attratti da storie depistanti basate su notizie mal raffazzonate e rischiano di ritrarre una realtà virtuale per i loro lettori/ascoltatori.

E quando i media falliscono nel proprio compito di assemblare informazione genuina, è la democrazia stessa a essere in pericolo.

di Pierre Piccinin (Counter Punch)
Fonte: http://counterpunch.org/piccinin08042011.html
Tratto da: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=8729

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