venerdì 17 giugno 2011

Siria. Mosca si muove ancora in difesa di Damasco

Centinaia di migliaia hanno sfilato ieri per le strade della capitale
per mostrare la propria vicinanza al presidente al Assad

“In Siria vi sono molti provocatori armati e dunque occorre evitare di descrivere un quadro in cui le forze di sicurezza agiscono esclusivamente contro pacifici dimostranti”. Ad affermarlo non è stato qualche esponente del governo di Damasco, la cui credibilità in ambito internazionale purtroppo è ormai ridotta a zero, ma il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Mosca torna così a difendere la Siria e l’operato del suo esecutivo all’indomani del passo indietro fatto dalla Francia e dei suoi alleati che miravano a portare la crisi nel Paese arabo sul tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

“Le forze di sicurezza, al contrario di quanto affermato da molti, stanno cercando di liberare i residenti che si trovano in ostaggio di vasti gruppi di miliziani armati”, ha aggiunto poi ieri il capo della diplomazia del Cremlino a margine del summit del Gruppo di Schangai, invitando inoltre le opposizioni “che stanno sferrando attacchi armati contro le forze governative e gli edifici governativi” a rispondere all’appello al dialogo lanciato nei giorni scorsi dal presidente Bashar al Assad. Un presa di posizione netta, quella di Mosca, che certo non potrà essere ignorata dalla comunità internazionale e in particolar modo dai Paesi che in questi mesi sono stati occupati a mettere in piedi contro Damasco una campagna mediatica senza precedenti che è fino ad oggi riuscita a far arrivare al mondo una sola e distorta versione dei fatti.

Le affermazioni di Lavrov non rappresentano infatti una novità per chi segue attentamente l’evolversi della situazione nel Paese arabo. Il primo a parlare della presenza di gruppi armati “prezzolati” in Siria è stato il vescovo caldeo di Aleppo, la cui testimonianza è stata volutamente ignorata dalla stampa occidentale nonostante rappresentasse in quel momento una parte rilevante della comunità cristiana del Paese.

Successivamente anche il muftì di Deraa, città più volte salita all’onore delle cronache per i presunti rastrellamenti compiuti dalle forze governative, ha rivelato di essere stato minacciato da giovani armati e costretto a dimettersi e far ricadere la responsabilità della sua decisione sulla “violenza della polizia”. “Le tragiche violenze cui stiamo assistendo sono provocate da infiltrati di Paesi esteri e da terroristi. La maggioranza della popolazione sta con il presidente Assad, impegnato nel cammino delle riforme”, ha infine affermato martedì l’arcivescovo siro-cattolico di Damasco, Elias Tabe, in un’intervista al portale del Servizio di informazione religiosa. “Gli Stati Uniti vogliono che la Siria rompa con Hizbollah, Hamas e Iran – ha poi spiegato il prelato - Israele e Usa sono i Paesi che godrebbero dei maggiori vantaggi nel caso di una caduta di Bashar Assad. Gli Usa, in particolare, controllerebbero da vicino l’Iran e sarebbero ad un passo dall’Afghanistan”.

Tuttavia nemmeno le sue parole sono riuscite a scalfire il muro di menzogne costruito dai nemici di Damasco. Menzogne delle quali sono complici in primis i giornalisti, colpevoli di aver dato voce senza indagare a tutti quegli anonimi di internet che si spacciano per attivisti dei diritti umani denunciando fatti non provati e probabilmente mai accaduti. Una consuetudine talmente consolidata anche in Italia, che ha portato ieri buona parte della stampa nostrana a mettere in forma dubitative le notizie delle scoperta di una fossa comune da parte delle autorità di Damasco e a riportare invece come notizie certe le informazioni di scontri morti e feriti che giungevano dai soliti ignoti della rete.

Evidentemente la cantonata presa con lo scandalo di Amina, la blogger gay siriana sequestrata dalla polizia del regime rivelatasi poi un uomo americano di 40 anni sposato e in vacanza in Turchia, non ha insegnato proprio nulla ai giornalisti “embedded” ormai troppo abituati a scrivere solo ciò che gli viene detto. La verità sul campo, infatti, è ben diversa da quella che appare quotidianamente sui maggiori giornali e telegiornali di mezzo mondo. Una verità per la quale ieri centinaia di migliaia di persone sono sfilate per le strade di Damasco trascinando una bandiera siriana lunga quasi due chilometri e mezzo, sulla quale campeggiava la scritta “Dio, Siria, Bashar e basta”.

di Matteo Bernabei










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