lunedì 20 giugno 2011

Siria ... destabilizzazione in progress ...

Ecco di seguito altri due articoli che trattano della destabilizzazione in corso in Siria da parte di Potenze Straniere e Media Internazionali e dei possibili rischi di estensione del conflitto.
Tali articoli sono tradotti da Alessandro Lattanzio per Aurora03.da.ru e sono provenienti da fonti diverse (Voltairenet - in lingua francese - e Globalresearch - in lingua inglese).
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Il piano di destabilizzazione della Siria

Le operazioni condotte contro la Libia e la Siria mobilitano gli stessi attori e le stesse strategie. Ma i loro risultati sono molto diversi perché questi stati non sono comparabili. Thierry Meyssan analizza il parziale fallimento delle forze coloniali e contro-rivoluzionarie e pronostica un nuovo passaggio del pendolo nel mondo arabo.

Il tentativo di rovesciare il governo siriano, per molti aspetti è simile a quanto è stato fatto in Libia, sebbene i risultati siano assai diversi a causa delle particolarità sociali e politiche. Il progetto di spezzare questi due Stati è stato impostato il 6 Maggio 2002 da John Bolton, quando era sottosegretario di stato nell’amministrazione Bush, la sua attuazione da parte dell’amministrazione Obama, nove anni dopo, nel il contesto del risveglio arabo, non avviene senza problemi.

Come in Libia, il piano originale era quello di suscitare un colpo di stato militare, ma ben presto si è rivelato impossibile per la mancanza degli ufficiali necessari. Secondo alcune fonti, un progetto simile è stato anche considerato per il Libano. In Libia, il complotto fu scoperto e il colonnello Gheddafi ha fatto arrestare il colonnello Abdallah Gehani [1]. In tutti i casi, il progetto originario è stato rivisto nel contesto dell’inaspettata “primavera araba“.

L’azione militare

L’idea principale era quindi causare problemi in una zona ben definita, e di proclamare un emirato islamico che servisse da base per lo smantellamento del paese. La scelta del distretto Daraa si spiega col fatto che si torva sul confine con la Giordania e le alture del Golan occupate da Israele. Sarebbe stato così possibile rifornire i secessionisti.

Un incidente è stato creato artificialmente, chiedendo agli studenti di impegnarsi in delle provocazioni. Ha funzionato al di là di ogni aspettativa a causa della brutalità e della stupidità del governatore e del capo della polizia locale. Quando le manifestazioni iniziarono, dei cecchini furono posizionati sui tetti per uccidere a caso, sia tra la folla che tra la polizia, uno scenario identico a quello utilizzato a Bengasi per provocare la ribellione.

Altri scontri sono stati pianificati, di volta in volta, nei distretti di confine, per assicurarsi una base di supporto, prima al confine col Libano settentrionale, e poi al confine con la Turchia.

I combattimenti sono stati condotti da piccole unità, spesso composte da quaranta uomini, unendo individui reclutati sul posto e un inquadramento di mercenari stranieri delle reti del principe saudita Bandar bin Sultan. Bandar stesso è giunto in Giordania, dove ha supervisionato l’inizio delle operazioni in collaborazione con funzionari della CIA e del Mossad.

Ma la Siria non è la Libia e il risultato è stato ribaltato. Infatti, mentre la Libia è uno stato creato dalle potenze coloniali, combinando con la forza Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, la Siria è una nazione storica che è stata ridotta alla sua forma più semplice dalle stesse potenze coloniali. La Libia è spontaneamente in preda a delle forze centrifughe, mentre al contrario la Siria attrae forze centripete, che sperano di ricostruire la Grande Siria (che comprende Giordania, Palestina occupata, Libano, Cipro, e parte dell’Iraq). La popolazione della Siria di oggi non può che opporsi al progetto di partizione.

Inoltre, si può paragonare l’autorità del colonnello Gheddafi e quello di Hafez el-Assad (padre di Bashar). Sono saliti al potere nello stesso periodo e usando la loro intelligenza e brutalità per imporsi. Invece, Assad non ha preso il potere, e non intendeva neanche ereditarlo. Ha accettato la carica alla morte di suo padre, perché suo fratello era morto, e solo la sua legittimità familiare poteva evitare una guerra di successione tra i generali di suo padre. Se l’esercito è venuto a cercarlo a Londra, dove ha esercitato la professione di oculista, è il suo popolo che l’ha insediato. E’ senza dubbio il leader politico più popolare in Medio Oriente. Fino a due mesi fa, è stato anche l’unico che viaggiava senza scorta, e non era riluttante a fare dei bagni di folla.

L’operazione militare per destabilizzare la Siria e la campagna di propaganda che l’accompagnava, sono state organizzate da una coalizione di stati coordinati dagli Stati Uniti, così come la NATO sta coordinando gli Stati membri e non membri dell’Alleanza per stigmatizzare e bombardare la Libia. Come notato sopra, i mercenari sono stati forniti dal Principe Bandar bin Sultan, che è stato improvvisamente costretto ad intraprendere un tour internazionale in Pakistan e Malesia, per incrementare il suo esercito personale dispiegato da Manama a Tripoli. Si può citare, così, come esempio l’installazione di un centro di telecomunicazioni ad hoc nei locali del Ministero delle Telecomunicazioni libanese.

Lungi dall’aizzare il popolo contro il “regime“, il massacro ha provocato un risveglio nazionale attorno al presidente Bashar al-Assad. I siriani, consapevoli che si cerca di puntare alla guerra civile, hanno fatto blocco. In totale nelle manifestazioni anti-governative hanno partecipato tra 150.000 e 200.000 persone, su una popolazione di 22 milioni di persone. Al contrario, alle manifestazioni filo-governative hanno partecipato folle che il paese non aveva mai visto prima.

Le autorità hanno reagito agli eventi con calma. Il presidente ha anche avviato le riforme che voleva intraprendere da molto tempo, e che la maggioranza della popolazione tratteneva per paura che occidentalizzasse la società. Il Partito Baath ha accettato il multipartitismo senza cadere nell’arcaismo. L’esercito non ha represso i manifestanti, al contrario delle affermazioni dei media occidentali e sauditi, ma ha combattuti i gruppi armati. Purtroppo, i suoi alti ufficiali, addestrati in Unione Sovietica, non hanno dimostrato considerazione per le vittime civili del fuoco incrociato.

La guerra economica

La strategia occidentale-saudita si è poi evoluta. Washington, rendendosi conto che l’azione militare non sarebbe stata, nel breve periodo, in grado di immergere il paese nel caos, ha deciso di agire sulla società nel medio termine. L’idea è che la politica del governo al-Assad stava creando una classe media (l’unica effettiva garanzia di democrazia) e che è possibile rivolgere la classe media contro di lui. Per questo, si doveva causare un collasso economico del paese.

Tuttavia, la principale risorsa della Siria è il suo petrolio, anche se il volume di produzione non è paragonabile a quella dei suoi ricchi vicini. Per venderlo aveva bisogno di avere degli asset nelle banche occidentali che servono come garanzia per le transazioni. Basta congelare questi beni per uccidere il paese. E’ quindi necessario offuscare l’immagine della Siria per fare ammettere alle popolazioni occidentali le “sanzioni contro il regime“.

In linea di principio, il congelamento dei beni richiede una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma questo è improbabile. La Cina è già stata costretta a rinunciare al suo diritto di veto durante l’attacco alla Libia, rischiando di perdere il proprio accesso al petrolio saudita, probabilmente non vi si è opposta. Ma la Russia poteva farlo, altrimenti perdeva la sua base navale nel Mediterraneo che vedrebbe la flotta del Mar Nero soffocare dietro i Dardanelli. Per intimidirla, il Pentagono ha schierato l’incrociatore USS Monterey nel Mar Nero, solo per dimostrare che le ambizioni navali russe sono irrealistiche.

In ogni caso, l’amministrazione Obama può risuscitare la Syrian Accountablity Act del 2003 per congelare i beni siriani senza attendere una risoluzione delle Nazioni Unite, e senza la necessità di un voto del Congresso. La storia recente ha dimostrato, soprattutto nei confronti di Cuba e Iran, che Washington può facilmente convincere i suoi alleati europei ad allinearsi alle sanzioni che decide unilateralmente.

Così oggi la vera sfida si sposta dal campo di battaglia ai media. L’opinione pubblica occidentale prende tanto facilmente lucciole per lanterne non sapendo molto della Siria, e crede nella magia delle nuove tecnologie.

La guerra mediatica

In primo luogo, la campagna di propaganda focalizza l’attenzione dell’opinione pubblica sui crimini imputati al “regime“, per evitare qualsiasi domanda su questa nuova opposizione. Questi gruppi armati, infatti, non hanno nulla a che fare con gli intellettuali che per protestare hanno scritto la Dichiarazione di Damasco. Provengono dall’ambiente estremista religioso sunnita. Questi fanatici rifiutano il pluralismo religioso nel Levante e sognano uno stato che gli assomiglia. Non stanno combattendo il presidente Bashar al-Assad perché lo trovano troppo autoritario, ma perché è alawita, vale a dire, ai loro occhi eretico.

Pertanto, la propaganda anti-Bashar si basa sull’inversione della realtà. Per esempio, il caso divertente, notiamo, del blog “A Gay Girl in Damascus” creato nel febbraio 2011. Questo sito web pubblicato in inglese dalla giovane Amina, è diventato una fonte per molti media atlantisti. L’autore ha descritto le difficoltà di una giovane lesbica nel vivere sotto la dittatura di Bashar e la terribile repressione della rivoluzione in corso. Donna e gay, godeva della simpatia protettrice degli utenti occidentali che si sono mobilitati quando fu annunciato il suo arresto da parte dei servizi segreti del “regime“.

Tuttavia, è risultato che Amina non esistesse. Intrappolato dal suo indirizzo IP, uno “studente” di 40 anni degli Stati Uniti, Tom McMaster, è stato il vero autore di questa mascherata. Questa propagandista, che avrebbe dovuto preparare un dottorato di ricerca in Scozia, era presente al congresso dell’opposizione filo-occidentale in Turchia, che ha chiesto l’intervento della NATO. Ed era lì, ovviamente, non in qualità di studente [2].

La cosa più sorprendente della storia non è l’ingenuità degli utenti, che hanno creduto alle bugie della pseudo-Amina, ma la mobilitazione dei libertari per difendere coloro che li combattono. Nella laica Siria, la vita privata è tutelata. L’omosessualità è vietata nei testi, non repressa. Può essere difficile viverla in famiglia, ma non nella società. Al contrario, coloro che i media occidentali presentano come dei rivoluzionari e che consideriamo, al contrario, come dei contro i rivoluzionari, sono violentemente omofobi. Costoro propongono persino di introdurre pene corporali, anche la pena di morte, per alcuni, per punire questo “vizio“.

Questo principio di inversione è applicato su larga scala. Ricordiamo i rapporti delle Nazioni Unite sulla crisi umanitaria in Libia: decine di migliaia di lavoratori migranti in fuga dal paese, per sfuggire alle violenze. I media atlantista avevano concluso che il “regime” di Gheddafi doveva essere rovesciato e bisognava sostenere i ribelli a Bengasi. Ma non è il governo di Tripoli a essere responsabile di questa tragedia, ma i cosiddetti rivoluzionari della Cirenaica, che andavano a caccia di persone di colore. Guidato da una ideologia razzista, lo hanno accusati di essere tutti al servizio del colonnello Gheddafi e li linciavano quando ne catturavano uno.

In Siria, le immagini di gruppi armati appostati sui tetti che tirano a caso sulla folla e sulla polizia, sono trasmessi dalle televisioni nazionali. Ma queste immagini sono riprese dai canali sauditi e occidentali, per attribuire questi crimini al governo di Damasco.

In definitiva il piano per destabilizzare la Siria non funziona perfettamente. Ha convinto l’opinione pubblica occidentale che questo paese è una dittatura terribile, ma ha saldato la stragrande maggioranza della popolazione col governo. Alla fine, ciò potrebbe diventare pericoloso per i progettisti del piano, soprattutto Tel Aviv. Abbiamo appena assistito, nel gennaio-febbraio 2011, a una ondata di rivoluzioni nel mondo arabo, seguito in aprile-maggio da un’onda contro-rivoluzionaria. Il pendolo non ha completato il movimento.

Note:
[1] «La France préparait depuis novembre le renversement de Kadhafi», Franco Bechis, Réseau Voltaire, 24 marzo 2011.
[2] «Propagande de guerre: la bloggeuse gay de Damas», Réseau Voltaire, 13 giugno 2011

di Thierry Meyssan, Beirut (Libano) Voltairenet 14 Giugno 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru
Tratto da: http://aurorasito.wordpress.com/2011/06/18/il-piano-di-destabilizzazione-della-siria/

La destabilizzazione della Siria e la guerra del grande Medio Oriente
Ciò che si sta svolgendo in Siria è una insurrezione armata, sostenuta segretamente da potenze straniere tra cui Stati Uniti, Turchia e Israele.

Insorti armati, appartenenti ad organizzazioni islamiste hanno attraversato il confine con la Turchia, Libano e Giordania. Il Dipartimento di Stato statunitense ha confermato che sostiene l’insurrezione. Gli Stati Uniti ampliano i contatti con i siriani che contano sul cambiamento di regime nel paese. Lo ha detto la funzionaria del Dipartimento di Stato USA Victoria Nuland. “Abbiamo iniziato a espandere i contatti con i siriani che chiedono il cambiamento, sia all’interno che all’esterno del paese“, ha detto.

“Nuland ha anche ripetuto che Barack Obama aveva già invitato il presidente siriano Bashar Assad ad avviare le riforme o a dimettersi dal potere.” (Voce della Russia, 17 giugno 2011)

La destabilizzazione della Siria e del Libano, come paesi sovrani, è sul tavolo dell’alleanza militare USA-NATO-Israele da almeno dieci anni. L’azione contro la Siria è parte di una “roadmap militare“, una sequenza di operazioni militari. Secondo l’ex comandante generale della NATO, Wesley Clark, il Pentagono aveva chiaramente individuato Iraq, Libia, Siria e Libano come paesi bersaglio di un intervento USA-NATO:

“[La] campagna quinquennale [include] … un totale di sette paesi, a iniziare dall’Iraq, quindi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan” (Un funzionario del Pentagono citato dal generale Wesley Clark)

In “Winning Modern Wars” (pagina 130) il generale Wesley Clark afferma quanto segue:

“Tornando indietro, al Pentagono nel novembre 2001, uno degli alti ufficiali militari ebbe il tempo per una chiacchierata. Sì, eravamo ancora in pista per andare contro l’Iraq, mi disse. Ma c’era di più. Questo era oggetto di discussione nell’ambito di un piano quinquennale, ha detto, in cui c’era un totale di sette paesi, a cominciare dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan. … Lo disse con rimprovero – con incredulità, quasi – sull’ampiezza della visione. Ho spostato la conversazione, questo non era qualcosa che volevo sentire. E non neanche era qualcosa che volevo vedere andare avanti. … Ho lasciato il Pentagono quel pomeriggio, profondamente preoccupato“.

L’obiettivo è quello di destabilizzare lo Stato siriano e implementare il “cambio di regime” attraverso il sostegno occulto all’insurrezione armata delle milizie islamiche. I rapporti sui morti civili sono utilizzati per fornire un pretesto e una giustificazione per l’intervento umanitario, in base al principio della “responsabilità nel proteggere“.

Disinformazione Mediatica

Tacitamente riconosciuto, l’importanza di una insurrezione armata è casualmente lasciata cadere dai media occidentali. Se dovesse essere riconosciuta e analizzata, la nostra comprensione degli avvenimenti in corso sarebbe completamente diversa. Quanto è abbondantemente esposto, è che le forze armate e la polizia sono coinvolte nell’uccisione indiscriminata di manifestanti inermi. Notizie della stampa confermano, tuttavia, fin dall’inizio del movimento di protesta, un conflitto a fuoco tra ribelli armati e la polizia, con perdite da entrambe le parti.

L’insurrezione è iniziata a metà marzo nella città di confine di Daraa, che si trova a 10 km dal confine giordano. Il “movimento di protesta” di Daraa, il 18 marzo, aveva tutte le apparenze di un evento organizzato che coinvolge, con ogni probabilità, il sostegno segreto ai terroristi islamici dal Mossad e/o delle intelligence occidentali. Fonti governative indicano il ruolo dei gruppi salafiti radicali (sostenuti da Israele). Altre relazioni hanno sottolineato il ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento del movimento di protesta. Quello che è si è svolto a Daraa, nelle settimane successive agli scontri violenti iniziati il 17-18 marzo, è il confronto tra la polizia e le forze armate da un lato, e unità armate di terroristi e cecchini dall’altra, che hanno infiltrato il movimento di protesta.

(...)

Ciò che è chiaro da questi rapporti iniziali, è che molti dei manifestanti non erano manifestanti, ma terroristi coinvolti in atti premeditato di assassinio e di incendi dolosi. Il titolo della notizia israeliana riassume quello che è successo: Siria: sette poliziotti uccisi, Edifici incendiati nelle Proteste.


Il ruolo della Turchia

Il centro dell’insurrezione si è spostato nella piccola città di confine di Jisr al-Shughour, a 10 km dal confine turco. Jisr al-Shughour ha una popolazione di 44.000 abitanti. Insorti armati hanno attraversato il confine con la Turchia. I membri dei Fratelli Musulmani sono stati segnalati avere preso le armi, nel nord-ovest della Siria. Ci sono indicazioni che militari e l’intelligence turchi supportano queste incursioni. Non c’era alcun movimento di protesta civile di massa a Jisr al-Shughour. La popolazione locale è stata presa nel fuoco incrociato. I combattimenti tra ribelli armati e forze governative ha contribuito a innescare la crisi dei profughi, che è al centro dell’attenzione dei media.

Al contrario, nella capitale della nazione Damasco, dove si trova il cardine dei movimenti sociali, ci sono state manifestazioni di massa a sostegno piuttosto che in opposizione al governo. Il presidente Bashir al-Assad viene erroneamente paragonato ai presidenti Ben Ali di Tunisia, e Hosni Mubarak d’Egitto. Quello che i media mainstream non sono riusciti a menzionare è che, nonostante la natura autoritaria del regime, il presidente al-Assad è una figura popolare che ha l’ampio sostegno della popolazione siriana.

La grande manifestazione a Damasco del 29 marzo, “con decine di migliaia di sostenitori” (Reuters) del presidente al-Assad, è stata appena menzionata. Eppure, in modo insolito, le immagini e le riprese video di alcune manifestazioni filo-governative sono stati utilizzati dai media occidentali per convincere l’opinione pubblica internazionale che il Presidente aveva contro una massiccia manifestazione antigovernativa.

Il 15 giugno, migliaia di persone si sono radunate per diversi chilometri sulla strada principale di Damasco, in una marcia, sorreggendo una bandiera siriana lunga 2,3 km. La manifestazione è stato riconosciuta dai media e casualmente liquidata come irrilevante.

Sebbene il regime siriano non sia affatto democratico, l’obiettivo dell’alleanza militare USA-NATO, in accordo con Israele, non è promuovere la democrazia. Tutto il contrario. L’intenzione di Washington è quello d’installare alla fine un regime fantoccio. L’obiettivo della disinformazione mediatica è demonizzare il presidente al-Assad, e più in generale, destabilizzare la Siria quale stato laico. Quest’ultimo obiettivo viene attuato attraverso il sostegno segreto a varie organizzazioni islamiste:

La Siria è gestita da una oligarchia autoritaria che ha usato la forza bruta nei rapporti con i cittadini. I disordini in Siria, tuttavia, sono complessi. Non possono essere visti come una semplice ricerca della libertà e della democrazia. C’è stato un tentativo da parte degli Stati Uniti e dell’UE, di utilizzare i disordini in Siria per fare pressione e intimidire la leadership siriana. Arabia Saudita, Israele, Giordania, e l’Alleanza del 14 Marzo, hanno avuto un ruolo nel sostenere l’insurrezione armata.

Le violenze in Siria sono state sostenute dall’estero, con l’obiettivo di sfruttare le tensioni interne… A parte la reazione violenta dell’esercito siriano, i media hanno mentito e dei filmati fasulli sono stati mandati in onda. Denaro e armi sono stati incanalati a elementi dell’opposizione siriana dagli Stati Uniti, dall’Unione europea… finanziando inoltre dei minacciosi e impopolari esponenti dell’opposizione siriana residenti all’estero, mentre armi sono state contrabbandate dalla Giordania e dal Libano alla Siria. (Mahdi Darius Nazemroaya, America’s Next War Theater: Syria and Lebanon?, Global Research, 10 giugno 2011)

L’accordo militar-spionistico Israele-Turchia

La geopolitica di questo processo di destabilizzazione ha una vasta portata. La Turchia è impegnata nel sostenere i ribelli. Il governo turco ha sancito i gruppi di opposizione siriana in esilio, che sostengono l’insurrezione armata. Inoltre, la Turchia fa pressione su Damasco, per conformarsi alle richieste di Washington di cambio di regime. La Turchia è un membro della NATO, con una potente forza militare. Inoltre, Israele e Turchia hanno da tempo un comune accordo militare e d’intelligence, che è esplicitamente diretto contro la Siria.

(...)

Un protocollo d’intesa del 1993 ha portato alla creazione di “comitati congiunti” (turco-israeliani) per gestire le cosiddette minacce regionali. Secondo i termini del Memorandum, la Turchia e Israele hanno accettato “di collaborare nella raccolta d’intelligence su Siria, Iran e Iraq, e di riunirsi regolarmente per la condivisione delle valutazioni riguardo al terrorismo e le capacità militari di questi paesi.”

“La Turchia ha accettato di permettere alle IDF e alle forze di sicurezza israeliane lo spionaggio elettronico su Siria e Iran dalla Turchia. In cambio, Israele collaborava all’equipaggiamento e all’addestramento delle truppe turche nell’anti-terrorismo lungo i confini siriani, iracheni e iraniani.”

(...)

Già durante l’amministrazione Clinton, un’intesa militare triangolare tra Stati Uniti, Israele e Turchia era stata presentata. Questa “triplice alleanza“, dominata dall’US Joint Chiefs of Staff, integra e coordina le decisioni dei comandi militari tra i tre paesi, pertinenti al più grande Medio Oriente. Si basa sugli stretti legami militari, rispettivamente di Israele e Turchia con gli Stati Uniti, accoppiati a un forte rapporto bilaterale militare tra Tel Aviv e Ankara.

(...)

La triplice alleanza è anche accoppiata all’accordo di cooperazione militare del 2005 tra NATO-Israele, che riguarda “molte aree di interesse comune, come la lotta contro il terrorismo e le esercitazioni militari congiunte“. Questi legami di cooperazione militare con la NATO sono visti dai militari israeliani come un mezzo per “rafforzare la capacità di deterrenza d’Israele verso potenziali nemici che lo minaccino, soprattutto l’Iran e la Siria.” (Vedi Michel Chossudovsky, “Triple Alliance”: The US, Turkey, Israel and the War on Lebanon, 6 agosto 2006)

Il sostegno segreto agli insorti armati dalla Turchia o dalla Giordania, sarebbe senza dubbio coordinata nell’ambito dell’accordo d’intelligence e militare tra Israele e Turchia.

Crocevia pericoloso: la guerra nel grande Medio Oriente

Israele e la NATO hanno firmato un ampio accordo di cooperazione militare nel 2005. Secondo questo accordo, Israele è considerato un membro de facto della NATO. Se un’operazione militare dovesse essere lanciata contro la Siria, Israele sarebbe con ogni probabilità coinvolto nelle operazioni militari a fianco delle forze della NATO (sotto l’accordo bilaterale NATO-Israele). Anche la Turchia svolgerebbe un attivo ruolo militare.

Un intervento militare in Siria per falsi motivi umanitari, porterebbe a un escalation della guerra USA-NATO su su una vasta area, che si estende dal Nord Africa e dal Medio Oriente all’Asia centrale, dal Mediterraneo orientale al confine occidentale della Cina con l’Afghanistan e il Pakistan.

Contribuirebbe anche al processo di destabilizzazione politica in Libano, Giordania e Palestina. Sarebbero così poste le basi anche per un conflitto con l’Iran.

di Michel Chossudovsky Global Research, 17 Giugno 2011

Traduzione di Alessandro Lattanzio – Aurora03.da.ru 
Tratto da: http://aurorasito.wordpress.com/2011/06/19/la-destabilizzazione-della-siria-e-la-guerra-del-medio-oriente-allargato/

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