martedì 21 giugno 2011

Il gas israeliano e il nuovo quadro mediorientale


Le novità nel fronte mediorientale passano per la questione degli approvvigionamenti energetici. Infatti i nuovi giacimenti di gas naturale a largo di Israele, Dalit, Tamar e soprattutto Leviathan, hanno una capacità tale da modificare totalmente il piano energetico di Gerusalemme, finora legato soprattutto al gas egiziano passante per la Striscia di Gaza. Israele raggiungerebbe un grado di autosufficienza energetica tale da renderla addirittura paese esportatore e entrando nello scacchiere dei gasdotti con questo nuovo status.

I giacimenti (che potrebbero tra l’altro nascondere anche petrolio), scoperti dalla norvegese PGS e dalla texana Noble Energy, sommando le loro capacità, hanno una capacità stimata di 6,43 miliardi di miliardi di metri cubici, un valore 3 volte superiore a quello delle riserve del maggiore fornitore di Israele, ovvero l’Egitto (2,18 miliardi di miliardi di m3).

Ma su questo immenso bacino di “oro blu” non vorrebbe mettere le mani solo Israele, poiché è da chiarire l’ubicazione rispetto alle acque territoriali di Cipro e Libano. E mentre con Nicosia nel dicembre scorso si è raggiunto un accordo per delimitare le Zone Economiche Esclusive dei due paesi e delimitare quindi le possibili quote di gas (la Noble Energy ha definito “alta” la probabilità che anche nelle acque di Cipro ce ne sia), con Beirut la questione è molto più spinosa. In realtà l’eventualità – paventata dal segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah – che i giacimenti abbiano delle falde comunicanti in acque libanesi è ancora tutta da dimostrare. E se già a giugno scorso, meno di una settimana dopo la scoperta delle dimensioni del Leviathan, il ministro libanese dell’energia Gebran Bassil difendeva le presunte risorse libanesi dalle mire di Israele e delle compagnie energetiche sul suo libro paga, poche settimane fa l’Ammiraglio della marina israeliana Rani Ben-Yehuda ha definito «obiettivi sensibili» le infrastrutture strategiche come gli impianti delle compagnie energetiche. È da presumere che Israele abbia poco interesse anche solo a far verificare l’eventualità di dover dividere gli introiti con il Libano visto lo stato di guerra ancora vigente.

Attualmente, Israele è energicamente dipendente dall’Egitto che gli fornisce circa il 40% del consumo totale, (1,7 miliardi di m3 l’anno). Ma in questi giorni, è esplosa nel paese dei faraoni la questione del gasdotto verso Israele che peraltro passa da Gaza e che, dopo Piazza Tahrir, ha già subito due attentati. Anche Mubarak è sotto accusa per la questione delle provvigioni miliardarie (si vocifera di un “tesoretto” di 2,5 mld di $) in cambio di un prezzo di vendita molto basso che ora Il Cairo vorrebbe raddoppiare.

Questa nuova ostilità nei confronti di Gerusalemme non è solo legata al fattore economico. È notizia di questi giorni che è stato coronato da successo il tentativo di riconciliazione tra Hamas e Fatah, che hanno ritrovato al Cairo un accordo e hanno proclamato le elezioni amministrative sia a Gaza che in Cisgiordania per il prossimo ottobre. Un’iniziativa che ha portato sulle rive del Nilo il centro dell’azione di supporto alla Palestina, mettendo il sigillo ai primi cambiamenti nei rapporti tra Egitto ed Israele, peraltro supportati dall’opinione pubblica egiziana che al 54% vorrebbe la rottura del trattato di pace con Israele,cosa che in vista delle elezioni egiziane del prossimo settembre conterà.

In questo quadro, Gerusalemme dovrà premere sull’acceleratore e cominciare ad estrarre quanto prima dal giacimento di Tamar, le cui trivellazioni saranno gestite dalla Expro che con la Noble Energy ha dichiarato che entro il 2013 potrà vendere gas. L’impatto più grosso nell’economia israeliana lo darà comunque il Leviathan (dal 2017), poiché a detta della banca UBS, gli introiti saranno pari allo 0.2% del PIL all’anno durante il decennio 2011-2021, mentre saliranno allo 0.6% all’anno nel periodo 2022-2025.

Per quanto riguarda le esportazioni, la via naturale per raggiungere i potenziali clienti sarebbe il progetto Nabucco, ma questo ha già visto raddoppiati i costi di realizzazione e a oggi è a rischio per carenza della materia prima che potrebbe venire proprio da Israele (e dall’Egitto). Il problema è che per collegare Israele e il Nabucco bisogna passare per Siria e Turchia. E in attesa che a Damasco le cose si evolvano, l’UE potrebbe spingere per un riavvicinamento tra Ankara e Gerusalemme che potrebbe arrivare anche grazie alla stessa crisi siriana. La dichiarazione del 10 maggio scorso di Erdogan che ha condannato le azioni di Assad, mina le basi del riapproccio tra i due Paesi degli ultimi tempi. Anche la Russia segue con molta attenzione gli eventi, conscia che il gasdotto mediorientale nasce proprio per isolarla e, il 18 maggio, per bocca del presidente Medvedev si è dichiarata contraria a qualunque risoluzione ONU per la Siria «analoga a quella adottata sulla Libia». Il caso dell’ambasciatore Chamov e del "tradimento degli interessi della Russia" per la posizione del Cremlino sulla Libia è fresco.

La partita Israeliana potrebbe essere l’unica possibilità per il Nabucco, visto l’embargo nei confronti dell’Iran, la carenza strutturale dell’Iraq (che ancora non ha portato le condotte al confine con la Turchia), l’Azerbaigian che temporeggia in attesa di migliori contratti e il Turkmenistan che rifornisce un po’ tutti e non ne ha abbastanza. Sarà interessante nel medio periodo osservare i movimenti diplomatici dell’UE e degli Stati Uniti, che credono fortemente al progetto del gasdotto anti-russo.

di Antonio Mastino
Tratto da: http://www.cesi-italia.org/dettaglio.php?id_news=736

Per approfondimenti leggere anche: Petrolio, Israele avrebbe la prima riserva al mondo

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