martedì 31 maggio 2011

Egitto. Il Sinai nel mirino di Tel Aviv


Sabato scorso proprio come da programma il Consiglio supremo delle forze armate egiziane ha riaperto in via definitiva il valico di Rafah, l’unico accesso alla Striscia di Gaza non sottoposto al controllo delle autorità israeliane. Si tratta di un ennesimo segno di distacco della nuova amministrazione de Il Cairo dal vecchio governo guidato da Hosni Mubarak, che invece era solito seguire alla lettera le rigide direttive di Tel Aviv riguardo all’apertura e chiusura del varco. Una prassi talmente rigida che aveva portato i palestinesi dell’enclave a considerare le autorità egiziane peggiori di quelle israeliane. D’ora in poi, invece, il valico di Rafah resterà aperto per nove ore al giorno dalle 9 alle 18 a esclusioni dei festivi, al momento il passaggio verrà consentito solo a persone munite di visto e alle ambulanze della Mezzaluna Rossa, che da due giorni stanno facendo la spola per trasferire in strutture ospedaliere adeguate molti dei malati di Gaza. Il transito delle merci invece continuerà ad avvenire solo attraverso i passaggi controllati dalle forze armate israeliane.

Il governo di Tel Aviv tuttavia non ha digerito la scelta della nuove amministrazione de Il Cairo e a più riprese ha criticato aspramente la riapertura del valico, tentando di portare come sempre all’attenzione della comunità internazionale il possibile rischio per la sicurezza di Israele e dei suoi confini. Sono stati molti, inoltre, gli esponenti dell’esecutivo di Netanyahu, che hanno accusato il Consiglio supremo delle forze armate egiziane di favorire in questo modo il riarmo di Hamas. Poi c’è stato anche chi, come il ministro israeliano delle Infrastrutture Uzi Landau, ha accusato l’Egitto di aver in questo modo violato gli accordi in vigore con Tel Aviv al contrario di quanto promesso dopo la caduta di Mubarak dal vicepresidente Suleiman, il quale aveva assicurato che la nuova amministrazione avrebbe rispettato tutti i trattati siglati dal precedente governo.

“È uno sviluppo spiacevole, poiché gli accordi firmati devono essere rispettati, e io spero che la Comunità internazionale possa dire all’unanimità e molto chiaramente che la violazione dell’accordo da parte dell'Egitto è inaccettabile. Il libero passaggio di persone e merci che si produrrà permetterà semplicemente di fare passare ulteriori munizioni, materiale militare e terroristi”, ha affermato Landau in riferimento a un accordo del 2005 del quale evidentemente non conosce i termini. Anche se è vero, infatti, che tale intesa prevede che il passaggio di Rafah non possa funzionare senza l’avallo di Israele è altrettanto vero che non è mai stata firmata da alcun esponente del governo egiziano. L’accordo si basava più che altro su alcune garanzie date dagli Stati Uniti ad entrambe le parti e che sono decadute dopo l’addio di Mubarak. Se si considera poi che Tel Aviv come strategia politica non firma alcun trattato che anche a lunghissimo termine potrebbe crearle qualche problema per continuare a fare il proprio porco comodo – come ad esempio quello di non proliferazione nucleare e quello contro le “cluster bomb” – quelle di Landau sono accuse che fanno quasi sorridere.

Non lasciano presagire invece proprio nulla di divertente le parole pronunciate ieri dal primo ministro Netanyahu riguardo la situazione nella penisola egiziana del Sinai durante la riunione della commissione Difesa della Knesset.

Il premier di Tel Aviv ha infatti accusato la nuova amministrazione egiziana di non essere in grado di esercitare la propria autorità in quell’area “permettendo così a gruppi terroristi di infiltrarsi nella zona e di rafforzare facilmente la propria presenza”. E guarda caso secondo “Bibi” dietro tutto ci sarebbe proprio Hamas, che avrebbe “ridotto le sue attività in Siria, a seguito della contestazione in questo Paese, per trasferirle in Egitto”. E, dulcis in fundo, per dare una nota di tragicità a questa lettura forzata della situazione nel Sinai, il governo israeliano ha diffuso una nota con la quale sconsiglia ai connazionali di recarsi nella penisola egiziana, mettendoli in guardia contro le minacce di sequestro. Tel Aviv vuole mettere le mani sul Sinai, tutto l’allarmismo creato intorno all’apertura del valico di Rafah non serve ad altro che a fornire alle forze armate con la stella di Davide una scusa per invadere il territorio egiziano non appena se ne presenterà l’occasione. E così, ancora una volta, Israele potrà nascondere dietro il bisogno primario di garantire la sicurezza dei propri confini l’ennesimo appropriamento delle terre altrui, grazie anche al sostegno incondizionato degli Stati Uniti e al silenzio del resto della comunità internazionale che gli hanno sempre garantito un’amnistia pressoché totale.

di Matteo Bernabei (m.bernabei@rinascita.eu)
Tratto da: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=8585

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