sabato 2 aprile 2011

Il Cacao non fa gola come il Petrolio ...

Pubblico di seguito due articoli di fonti diverse (Agoravox e Rinascita)  che trattano della Guerra Civile in Costa D'Avorio che non stà trovando spazio sui Media Internazionali nonostante stiano avvenendo furiosi combattimenti e bombardamenti ...

Costa D’Avorio – La guerra del cacao

La Costa D’Avorio è in fiamme, furiosi combattimenti nella capitale. Assediata la casa del presidente uscente che denuncia: “Sono vittima di un complotto Usa-Francia”. Preso il porto di S. Pedro, luogo nevralgico per il cacao. La guerra civile ha dato il via ad un vero e proprio esodo di massa da Abidjan. L’UNHCR ha calcolato che a fuggire sono almeno un milione di persone.

Tutti gli occhi dell’occidente e dei grandi media internazionali sono puntati sulla Libia, dove una “coalizione di (pochi) volenterosi”, in parte spalleggiata dall’Onu, combatte per il petrolio. Pochi sanno che in queste ore in Costa D’Avorio c’è una guerra civile che sta arrivando alla resa dei conti, anche qui con grandi interessi economici in ballo, essendo il paese africano il primo produttore al mondo del prezioso cacao.

La crisi ha avuto origine dalle elezioni del 28 novembre scorso. La vittoria elettorale di Alassane Ouattara, con il 54% dei voti, è stata proclamata il 2 dicembre 2010 dalla commissione elettorale. Ma il giorno successivo, il Consiglio Costituzionale ha invalidato il risultato in sette province, proclamando vincitore il presidente in carica, Laurent Gbagbo, che ha quindi deciso di rimanere al potere. La comunità internazionale (USA e Francia per primi) ha però riconosciuto la vittoria di Ouattara, che si è inizialmente asserragliato nel Golf Hotel di Abidjan, protetto da 800 dei 10 mila caschi blu dell’ONU che sono dispiegati in Costa d’Avorio nell’ambito della missione di pace. Gbagbo è stato invitato a farsi da parte. L’Unione Africana, l’Unione Europea (ma esiste ?) e la Francia (ex potenza coloniale), tramite alcuni presidenti africani hanno offerto a Gbagbo un’aministia in cambio della sua uscita di scena (come per Gheddafi). Sia dalla Francia, che dagli Stati Uniti e l’Onu, sono giunti inviti perché Gbagbo si facesse da parte e l’Ue ha varato sanzioni nei suoi confronti. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha rinnovato di sei mesi il mandato della missione di pace, ignorando il fatto che Gbagbo avesse intimato ai caschi blu di lasciare il paese. Intimazione inutilmente rivolta anche ai 900 uomini della missione militare francese Licorne, che agisce in maniera distinta.

Gli scontri armati hanno già provocato molte vittime tra la popolazione civile. Ma ci sono morti anche tra gli stranieri. La guerra civile combattuta ormai strada per strada i, ha dato il via ad un vero e proprio esodo di massa dalla capitale, sia verso i villaggi all’interno del Paese, sia in direzione del confine con la Liberia ad Ovest che ad Est verso il Ghana. L’UNHCR ha calcolato che a fuggire non siano meno di un milione di persone.

Mike Jurry, direttore della Caritas nel Sud Est della Liberia, uno dei paesi più coinvolti dall’esodo di civili in fuga dai combattimenti – ha dichiarato a Repubblica- “Qui, nella sola regione del Gran Gedeh forniamo assistenza a circa 30 mila persone, ma in tutto il paese, dall’inizio della crisi, ne sono arrivate almeno 120 mila. Cibo, acqua ma anche generi di prima necessità, per quanto possibile. All’inizio, tra i mesi di gennaio e febbraio – ha detto ancora Jurry – erano soprattutto donne e bambini ad arrivare, dopo qualche giorno di cammino. Ora ad attraversare la frontiera, oltre alle donne, ci sono anche gli uomini, spesso feriti da arma da fuoco. Le persone che arrivano dai villaggi sono profondamente traumatizzate. Hanno subito delle violenze o si sono visti uccidere dei familiari sotto gli occhi”.

Questa guerra e l’”Esodo Biblico” della popolazione Ivoriana, con il suo triste corollario di tanti morti civili, non interessano ai nostri politici e ai nostri mezzi di comunicazione. Soprattutto se non sbarcano a Lampedusa.


Cannonate su Abidjan. Ore contate per Gbagbo
Violenti combattimenti nella capitale economica tra le Forze repubblicane,
sostenute dalla Licorne, e i giovani patrioti

Chi è il vero dittatore? Il presidente Laurent Gbagbo che ha invitato le forze armate, i giovani patrioti e il popolo ivoriano alla calma e alla non resistenza o Alassane Ouattara che di notte, da vile criminale, ha bombardato indiscriminatamente Abidjan?


“ Hanno combattuto tutta la notte. Il rumore delle cannonate e delle mitragliatrici ci ha impedito di dormire (…)Io sono chiusa in casa. È stato dato ordine di non uscire dalle proprie abitazioni, gli aeroporti di Abidjan sono chiusi ed è impossibile raggiungere il vicino Ghana perché le strade sono pattugliate dai galeotti liberati e armati da Alassane Ouattara”. A raccontarlo è la fonte di Rinascita che vive ormai da anni ad Abidjan. Dalle sue parole trapela la paura di un conflitto che avrà sanguinose ripercussioni per chi ha sostenuto Gbagbo. Tanta è anche la rabbia: “continuano a parlare di guerra civile ma è una vergogna qui c’è semplicemente una guerra d’invasione: i soldati ivoriani e i giovani patrioti combattono contro i militari francesi, i mercenari e i ribelli delle Forze nuove. E si difendono come leoni”.

Sono disposti a morire pur di non cedere il potere al sanguinario Ouattara. Sono pronti a immolarsi per la Costa d’Avorio pur di non darla vinta alla Francia che non contenta di aver lasciato pesanti cicatrici post-colonizzazione, di aver ucciso civili innocenti durante la crisi politica del 2002, si è messa di nuovo in mezzo agli “affari ivoriani”.

Ma i giovani patrioti combattono anche perché non hanno scelta: finita la guerra li aspetta comunque la morte.

Appaiono quindi imbarazzanti e fuori luogo le dichiarazioni del segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon che ha chiesto a Ouattara di “non cercare vendetta degli scontri passati”, di essere “responsabili” e di “evitare danni contro la popolazione civile”.

È di venerdì la notizia che una dipendente svedese dell’Onu è rimasta uccisa ad Abidjan, probabilmente da un proiettile vagante, mentre si trovava a casa sua.

Nessuno è al sicuro. La guerra non conosce amici, fa solo morti.

È quella tra giovedì e venerdì ad Abidjan è stata una notte di sangue e di violenti scontri con armi pensanti, cannonate e mitragliatrici. In base alle ultime informazioni diffuse dalla stampa ivoriana, le Forze repubblicane di Ouattara avrebbero attaccato la residenza del presidente legittimo Gbagbo, nel quartiere di Cocody, dopo la sede della presidenza al Plateau.

La fonte di Rinascita ha confermato che dal palazzo presidenziale si levavano “alte colonne di fumo” e si udivano violenti combattimenti con artiglieria pesante. Inoltre, dalle 22.45 di giovedì la Radiotelevisione ivoriana (Rti), l’emittente statale, ha interroto la sua programmazione dopo che i ribelli, con l’immancabile ausilio della Licorne e dell’Onuci, ne avrebbero preso il controllo.

L’assalto finale è stato sferrato dopo che Ouattara aveva rivolto un ultimatum al suo rivale, invitandolo a lasciare il potere entro le 19, decretando la chiusura delle frontiere terrestri, marittime e aeree del paese “fino a nuovo ordine”.

Un invito alla resa che è stato subito bocciato dal presidente legittimo della Costa d’Avorio.

“Il presidente Gbagbo non ha intenzione di abdicare o arrendersi a un qualsiasi ribelle” – ha dichiarato il suo portavoce in Europa Toussaint Alain – “ si trova davanti ad un colpo di Stato post elettorale di Alassane Ouattara che è sostenuto da una colazione internazionale”.

Non ha peli sulla lingua Alian che denuncia quanto già affermato in questi mesi da Rinascita: “si parla di guerra ivoriana ma in realtà c’è un conflitto regionale: Ouattara ha l’appoggio di mercenari e soldati venuti dal Burkina Faso, e anche dal Mali, dalla Nigeria (…) c’è una colazione internazionale guidata da Francia e dagli Stati Uniti che portano equipaggiamento, intelligence e armi”.

È quindi doveroso precisare che il signor Ouattara, che è stato presentato come “un democratico” non è altro che “un signore della guerra”. Due giorni fa, la fonte di Rinascita ha mandato in redazione un manifesto pubblicato durante la campagna elettorale in Costa d’Avorio che la dice lunga su Ouattara. Il presidente riconosciuto dalla comunità internazionale indossa il tipico cappello del Burkina Faso (Paese di origine), pantaloni e scarponi da militare, il tutto nascosto sotto un impeccabile giacca e cravatta da banchiere e finanziere, tiene in mano un fucile puntato contro un elefante, il simbolo della Costa d’Avorio. Il messaggio è chiaro: chi non è amico dell’elefante non lo è neppure della Costa d’Avorio. Di conseguenza, per il bene dalla Costa d’Avorio non bisogna eleggere Ouattara presidente. Ma ormai è troppo tardi.

Tratto da: Rinascita

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